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L’enigma allegorico: l’allegoria come pratica critica

Con un’intervista a Francesco Muzzioli

Francesca Medaglia

 

Questo contributo propone una riflessione critica sul volume L’allegoria di Francesco Muzzioli, mettendo in luce il modo in cui il libro ripensa una categoria centrale della tradizione retorica e teorica occidentale. Lungi dall’essere soltanto una figura stilistica o un codice interpretativo rigido, l’allegoria emerge nel lavoro di Muzzioli come un dispositivo dinamico di produzione del senso, fondato sullo scarto tra livello figurale e livello di significato. Attraverso un confronto con la storia della teoria estetica – e in particolare con il pensiero novecentesco che ha contribuito a riabilitare l’allegoria dopo la lunga egemonia del simbolo – il volume propone una rilettura della funzione allegorica come pratica tanto della scrittura quanto dell’interpretazione.

KEYWORDS: allegoria, narrazione, intermedialità, retorica

 

 

Negli ultimi anni la parola allegoria è tornata a circolare con una certa insistenza nel dibattito teorico, ma spesso in modo approssimativo: come sinonimo di metafora estesa, come semplice codice simbolico, oppure come etichetta interpretativa usata per indicare che “dietro” una storia si nasconde qualcos’altro. Il libro L’allegoria di Francesco Muzzioli (Lithos editore) interviene proprio in questo spazio di ambiguità. Non è un manuale di retorica né una ricostruzione puramente storica della figura allegorica; piuttosto, è un tentativo di rimettere ordine in una nozione che attraversa secoli di teoria letteraria e che continua a essere sorprendentemente attuale.

Il volume parte da una constatazione semplice ma non banale: l’allegoria è una forma che ha sempre generato sospetto. A differenza del simbolo – che nella tradizione romantica e idealistica è stato caricato di un valore quasi organico, come coincidenza perfetta tra forma e significato – l’allegoria introduce sempre uno scarto. C’è qualcosa che rimanda a qualcos’altro, ma questo rimando non è mai completamente stabile. Il significato non coincide con la figura che lo rappresenta, e proprio da questa distanza nasce la sua produttività interpretativa.

Nel volume si avverte chiaramente che il problema non è soltanto retorico. L’allegoria, nel modo in cui Muzzioli la affronta, diventa quasi un laboratorio teorico in cui si intrecciano questioni di poetica, di interpretazione e di storia culturale. Il percorso attraversa testi e tradizioni diverse – dall’antichità alla modernità – ma senza mai ridursi a una semplice successione cronologica. Piuttosto, il discorso procede per nodi teorici: il rapporto tra allegoria e simbolo, la questione della personificazione, il ruolo dell’allegoria nella critica moderna, fino al suo recupero nel pensiero novecentesco.

Uno degli aspetti più interessanti del testo è proprio il modo in cui l’allegoria viene sottratta all’immagine un po’ scolastica che spesso le è stata attribuita. L’idea che l’allegoria funzioni come un sistema rigido di equivalenze – una figura che corrisponde a un significato già fissato – viene progressivamente smontata. In realtà, quello che emerge è una forma molto più mobile e aperta. L’allegoria non è soltanto un procedimento della scrittura, ma anche una pratica della lettura: un modo di interrogare il testo, di far emergere livelli di senso che non si esauriscono nella superficie narrativa.

In questo senso si avverte l’influenza di una linea teorica ben precisa, che passa in modo decisivo attraverso il pensiero di Walter Benjamin e che nel Novecento ha contribuito a restituire all’allegoria una centralità che sembrava perduta. Ma il libro non si limita a riprendere quella tradizione: cerca piuttosto di riattivarla, di mostrarne le implicazioni per la critica letteraria di oggi. L’allegoria diventa così uno strumento per riflettere su come i testi producono significato, su come il senso si stratifica e si trasforma nel tempo.

In fondo, il libro suggerisce una domanda implicita: perché tornare oggi sull’allegoria? La risposta non viene formulata in modo programmatico, ma emerge lungo tutto il percorso del volume. In un contesto culturale in cui i testi sono sempre più attraversati da livelli diversi di significazione – politici, simbolici, ideologici – l’allegoria appare come una forma particolarmente adatta a descrivere questa complessità. Non tanto perché offra una chiave interpretativa definitiva, ma perché mette in scena proprio il movimento del rimando, dello slittamento di senso.

Da questo punto di vista, L’allegoria non è soltanto un libro su una figura retorica. È anche un libro sul modo in cui leggiamo i testi e sul rapporto tra interpretazione e significato. Ed è forse questo il suo aspetto più stimolante: l’idea che l’allegoria non sia un residuo del passato, ma una modalità di pensiero che continua a interrogare la critica contemporanea.

Un aspetto che il libro suggerisce, anche quando non lo tematizza direttamente in modo sistematico, riguarda il rapporto tra allegoria e le forme narrative contemporanee che attraversano media diversi. Se infatti l’allegoria nasce storicamente all’interno della letteratura e della tradizione retorica, la sua logica – quella del rimando, dello scarto tra livello figurale e livello di significato – sembra oggi adattarsi con particolare efficacia a un ecosistema mediale molto più complesso.

Negli ultimi decenni, la narrazione si è progressivamente spostata verso forme intermediali e transmediali, in cui le storie non si esauriscono più in un singolo testo o in un unico medium. Romanzi, film, serie televisive, videogiochi, graphic novel e piattaforme digitali contribuiscono spesso a costruire universi narrativi articolati, nei quali il significato emerge dalla relazione tra elementi diversi. In questo contesto, la struttura allegorica sembra assumere una nuova vitalità.

Se l’allegoria, come suggerisce il libro, è sempre un dispositivo di mediazione tra un piano visibile e uno ulteriore, allora le forme narrative contemporanee – soprattutto quelle seriali e transmediali – sembrano funzionare spesso secondo una logica analoga. Non si tratta più soltanto di individuare una corrispondenza tra figura e significato, ma di seguire una rete di rimandi che attraversa testi, immagini e dispositivi narrativi differenti.

In altre parole, l’allegoria potrebbe essere pensata non solo come figura retorica ma come struttura relazionale, capace di attraversare diversi media. In un universo narrativo distribuito, ogni testo diventa quasi un frammento che rimanda ad altri frammenti, e il senso complessivo emerge dalla loro connessione. In questa prospettiva, la lettura allegorica assomiglia sempre di più a una pratica di montaggio interpretativo: un modo di mettere in relazione livelli diversi di racconto e di significato.

Questa possibilità apre una questione interessante per la teoria letteraria contemporanea. Se l’allegoria è sempre stata legata a una dimensione interpretativa – alla capacità del lettore di riconoscere che una storia parla anche di qualcos’altro – allora i nuovi ecosistemi mediali potrebbero amplificare proprio questa dimensione. Le narrazioni distribuite, le serialità complesse e i mondi transmediali sembrano infatti costruiti per generare letture multiple, stratificate, spesso potenzialmente infinite.

In questo senso, l’allegoria potrebbe rivelarsi uno strumento teorico sorprendentemente utile per pensare non solo la letteratura, ma l’intero spazio delle narrazioni contemporanee.

 

 

Intervista a Francesco Muzzioli

 

  1. Nel tuo libro si percepisce che il lavoro sull’allegoria non nasce all’improvviso, ma è il risultato di una riflessione lunga, sedimentata negli anni. Quando hai cominciato a pensare che questo tema meritasse un libro autonomo? C’è stato un momento preciso in cui ti sei reso conto che l’allegoria non era solo un oggetto di studio tra gli altri, ma una chiave teorica più ampia?

 

Posso dire che l’allegoria per me sia un tema “nativo”. Tutto cominciò negli anni Settanta del Novecento con il gruppo “Quaderni di critica”. All’epoca soprattutto Marcello Carlino e Filippo Bettini si misero d’impegno a estrarre una nozione aggiornata di allegoria dal libro di Benjamin sul Dramma barocco tedesco. Allora di Benjamin si sapeva poco e poco era stato tradotto. Però, attenzione, quello che ci fece rivolgere da quella parte fu – per una bizzarra eterogenesi dei fini – proprio Lukács, l’alfiere del realismo: infatti Lukács aveva attaccato Benjamin (e però così lo aveva fatto conoscere) come un avversario di rilievo. Per di più suggeriva che Benjamin, trattando del Barocco, pensava all’avanguardia. Noi che uscivamo nella coda del dibattito del Gruppo 63 eccoci quindi lanciati su quella pista, apparentemente assurda: avanguardia+allegoria. L’ultramoderno e un’anticaglia, proprio così. Da lì in poi, attraverso gli anni Ottanta della rivista di Luperini (che a un certo punto cambiò nome e si chiamò precisamente “Allegoria”), sono arrivato di grado in grado ai “pensamenti” di questo libro e al suo aggiornamento, perché dell’allegoria non ce n’è mai abbastanza.

 

  1. Una delle questioni che attraversano il volume è il rapporto – spesso conflittuale – tra allegoria e simbolo. Per molto tempo la teoria estetica ha privilegiato il simbolo, considerandolo una forma più “organica” e più profonda. Quanto pesa ancora oggi questa eredità romantica nel modo in cui leggiamo i testi?

 

È una distinzione non sempre chiara, non solo tra i filosofi, ma anche nel discorso comune. Per noi era un contrasto essenziale e su questo Benjamin ci confortava, perché non aveva incertezze (enigma vs. mistero, ecc.). In confronto al misticismo simbolico, l’allegoria ci appariva come un’operazione laica, non aliena dal contributo intellettuale (qui interveniva della Volpe, il quale però era schierato contro l’allegoria, altro paradosso non da poco in un groviglio di complicazioni). Se poi consideriamo che l’interpretazione allegorica era stata appannaggio dei Padri della Chiesa, la nostra versione “laica” aveva di certo fatto una bella capriola…

Tra l’altro, qui si aprirebbe tutto un capitolo sull’interpretazione. Si può allegorizzare qualsiasi testo? Che differenza c’è tra l’allegoria dalla parte dell’interprete e l’allegoria dalla parte dell’autore? Lascio momentaneamente queste domande in sospeso.

Quanto a quello che tu dici dell’estetica romantica a prevalenza-simbolo, sicuramente ancora pesa sulla fruizione della poesia e dell’arte in generale, magari degradata a semplice “emozione”, è sempre un approccio intuitivo e irriflessivo (cioè: scarsamente critico) che circola (egemone) nel senso comune.

 

  1. Nel volume insisti sul fatto che l’allegoria non coincide semplicemente con la personificazione. Eppure, nel discorso comune, le due cose vengono spesso sovrapposte: si pensa all’allegoria come alla Giustizia con la bilancia o alla Morte con la falce. Quanto questa semplificazione ha condizionato la fortuna critica dell’allegoria?

 

Beh, questa è un’acquisizione un po’ tarda, dovuta soprattutto alla trattazione di Jameson. Non è che non mi rendessi conto della differenza: nella personificazione (le entità con iniziale maiuscola: il Tempo, la Verità, ecc.) noi non abbiamo dubbi su cosa sia rappresentato, possiamo solo sorprenderci su come è rappresentato; nella allegoria vera e propria c’è invece un rappresentante che non si sa bene cosa rappresenti (per dire: il Gregor di Kafka) e che quindi va scoperto almeno in via ipotetica. Capivo bene che, nel dibattito, entrambe le disposizioni erano male accolte: la personificazione perché è troppo facile, non dobbiamo fare alcuno sforzo per ridurla; l’allegoria, soprattutto se perde la chiave, perché è troppo difficile (vedi La tempesta di Giorgione e tutti i suoi possibili allegorizzati). La svolta di Jameson sta nel dire che la personificazione è da mettere tra le forme biunivoche, quindi riducibili (insieme alla metafora e al simbolo stesso), mentre l’allegoria è plurale, plurivoca (Jameson tiene sempre ben presenti i 4 sensi danteschi). In questa differenza si può scorgere anche il passaggio dall’allegoria classica o tradizionale all’allegoria moderna.

 

  1. Nel tuo blog francescomuzzioli.com torni più volte sul rapporto tra allegoria e ideologia, anche discutendo il lavoro di Fredric Jameson. Ti sembra che l’allegoria possa funzionare come uno strumento privilegiato per leggere le strutture ideologiche dei testi, oppure il rischio è quello di trasformarla in una chiave interpretativa troppo generale?

 

È la questione della politicità che, come accennavo, mi ha preso fin dall’inizio. La storia dell’allegoria non è poi così di “sinistra”, anzi, essa appare organica alla retorica convenzionale, sia pure come parente povera (perché, nel classico, Aristotele dominando, regna la mimesi). Ma il problema è il realismo e torniamo a Lukács, appunto, e non solo; ancora oggi per arte impegnata si intende quella che tratta direttamente argomenti politici. Brecht si è provato a sdoganare l’allegoria, ma quando dice – a proposito della mascherata dell’anarchia di Shelley – che è più efficace se i crudeli governanti vengono accorpati alle personificazioni dei cavalieri apocalittici, non è che faccia molta strada in più. Occorre spostarsi sul terreno della riflessione benjaminana, secondo la quale l’inserimento di sensi “altri” produce uno scompenso, un guasto, una ferita nella rappresentazione, produce contraddizioni, conflitti tra le parti e tutto un disfunzionamento complessivo. In queste sconnessioni può insinuarsi la critica, in particolare la critica dell’ideologia, compresa l’ideologia letteraria. (Quanto all’ideologia, si aprirebbe qui un altro tema infinito: dobbiamo ripensarla non come assunto dogmatico, ma come inconscio collettivo, per cui è necessario l’attraversamento dell’immaginario, mediante le stesse finzioni).

 

  1. Un altro aspetto che emerge dal libro è l’idea che l’allegoria non sia soltanto un dispositivo della scrittura, ma anche una pratica della lettura. Esiste, secondo te, qualcosa come una lettura allegorica? E se sì, in cosa si distingue da altri modelli interpretativi?

 

Vengo a sciogliere quegli interrogativi lasciati in sospeso. E mi servirei dell’impostazione di Eco su intentio auctoris, intentio operis e intentio lectoris. L’interpretazione allegorica ci mette dalla parte della intentio lectoris. Tutta la storia dell’allegoria antica è una storia di adattamenti e in fondo è così ancora oggi. Se interpretiamo Gregor Samsa come l’alienazione, il complesso edipico o quello che sia, noi adattiamo al nostro orizzonte il fatto impossibile di svegliarsi una mattina mutato in scarafaggio. Qui il rischio è che un’allegoria non si neghi a nessuno e che finisca con il coincidere con la qualunque interpretazione. Nella New italian epic dei Wu Ming la nozione viene ripresa, ma corrisponde all’attualizzazione: leggiamo un testo del passato e giocoforza lo vediamo con la prospettiva di oggi. Questo va bene per tutto. Quanto all’intentio auctoris, quando sia documentata, scioglierebbe subito l’enigma e lo renderebbe sostanzialmente inutile, togliendo ogni plurivocità. Occorre riferirsi all’intentio operis, che è del resto il luogo proprio della critica. Effettivamente ci sono dei testi irrealisti (come quelli per l’appunto kafkiani) che, per così dire, richiedono di essere completati dall’interpretazione, mentre i testi banalmente realistici non ne hanno bisogno. Torniamo all’analisi del testo e alla verifica di quanto il dispositivo in oggetto sia disturbato dalle tensioni allegoriche (ultimamente, per lasciare maggior margine di manovra, preferisco parlare più di allegorismi che di allegorie). Non a caso il mio libro è chiuso da alcune letture di testi singoli, in quanto la nozione teorica va sempre valutata caso per caso.

 

  1. Nel tuo percorso teorico il dialogo con Walter Benjamin sembra inevitabile. C’è però qualcosa del suo modo di pensare l’allegoria che oggi ti sembra particolarmente urgente, o che magari acquista un significato diverso nel contesto culturale attuale?

 

Indubbiamente il lavoro di Benjamin sul Barocco e su Baudelaire resta essenziale per pensare a una allegoria moderna, che sia ritenuta “vuota” o “densa” è lo stesso. È chiaro che, dopo un secolo, la questione va aggiornata, anche alla luce del dibattito sul postmoderno (e chissà, con l’IA?). Ma la sostanza rimane quella. Benjamin ci conforta proprio riguardo alle innovazioni tecniche: ogni tecnica, lui dice, contiene una sia pur debole chance rivoluzionaria. Si tratta, compito non facile, di individuarla e di farla vivere.

 

  1. Infine, dopo aver attraversato una storia così lunga e complessa dell’allegoria, viene spontaneo chiedersi: quale potrebbe essere oggi il terreno più interessante per continuare questa ricerca? La teoria letteraria, la critica culturale, oppure i nuovi media e le forme narrative contemporanee?

Un’altra questione riguarda il rapporto tra allegoria e immagine. Storicamente l’allegoria ha sempre avuto una dimensione visiva molto forte, basti pensare alla tradizione iconografica. Secondo te i media audiovisivi contemporanei – cinema, televisione, piattaforme digitali – stanno reinventando questa dimensione dell’allegoria?

 

Non posso negare di essere partito dal mio campo specifico, cioè dal terreno letterario e di averlo mantenuto come principale. Tuttavia il tema dell’allegoria mi ha portato nell’ambito visuale della pittura e anche della scultura, in cui si danno esempi molto pertinenti. Tra l’altro in pittura si combina una sorta di ibrido di immagine e linguaggio: ci sono le personificazioni subito rivelate dal cartiglio, ma poi c’è l’immagine che può contenere altre significazioni nei suoi dettagli. Il brano di Proust sulle allegorie di Giotto agli Scrovegni mi ha molto guidato in questo andirivieni (sebbene Proust – vedi un po’ che razza di confusioni – ne parli come di simboli). Il bello di un tema come l’allegoria è che il discorso ti si apre da tutte le parti: c’è l’aspetto teorico (la definizione dell’allegorico rispetto ai termini circonvicini); c’è il dibattito sull’interpretazione; c’è il problema storico (antico/moderno/postmoderno); c’è il passaggio di confine linguistico e culturale (ho sempre tenuto presente, finché possibile, la versione in lingua originale dei testi citati); c’è l’attraversamento dei generi e delle discipline (letteratura/arte) e inoltre, fin dall’inizio, la mia ricerca non aveva ragioni strettamente accademiche, bensì era sempre relativa al “che fare?” Che ce ne facciamo dell’allegoria?

Ora, ritengo che l’indicazione dell’allegoria come scompenso e disfunzione dovuta a significazioni allotrie (antirealistiche) sia sempre possibile, calcolate ovviamente le situazioni e le incidenze del momento in cui si opera. Il problema è che la produzione per il consumo tende ad evitare o a ridurre al minimo interferenze del genere. La ricerca di alternative, così come è possibile nell’ambito del cartoon o del fumetto, lo deve essere anche nell’ambito delle nuove prospettive multimediali (Tv, internet, ecc.). La multimedialità, proprio perché si presenta come collaborazione tra linguaggi diversi, dovrebbe offrire spazi di scostamento e intercapedini utili agli allegorismi. Si tratta di verificare. A me ne manca l’esperienza; è una ricerca che lascio volentieri agli studiosi più giovani e più competenti.