«Chi non crea si sottrae alla legge prima»: genealogia, colpa e redenzione in Figlio di Paola Masino
Ilenia Foti
RIASSUNTO
Il contributo propone una lettura del racconto Figlio di Paola Masino, incluso nella raccolta Racconto grosso e altri, pubblicata da Bompiani nel 1941, alla luce del nesso tra sacro e maternità che attraversa l’intera produzione dell’autrice. Pensato ed elaborato durante il ventennio fascista, il testo si distingue per l’audacia con cui mette in scena l’aborto e il rifiuto del primogenito, in evidente tensione con l’ideologia pronatalista del tempo, promulgata dal regime. Attraverso un’analisi biblica, intertestuale e storico-letteraria, il saggio mostra come la maternità non sia più concepita come esperienza pura e naturale, ma come luogo di conflitto tra legge biologica, norma sociale e dimensione sacrale. La negazione e la successiva riabilitazione del primogenito delineano così una frattura genealogica che investe l’ordine simbolico e incrina il paradigma tradizionale della madre quale figura immacolata e redentrice. In questa prospettiva, Figlio si rivela uno dei testi più perturbanti e originali della narrativa italiana del primo Novecento.
PAROLE CHIAVE: Paola Masino, maternità, sacro, aborto, fascismo, primogenitura.
ABSTRACT
This article offers a reading of the short story Figlio, included in Paola Masino’s Racconto grosso e altri, focusing on the structural relationship between the sacred and motherhood that runs through the author’s work. Written during the Fascist period, the text stands out for its bold treatment of abortion, and the denial of the firstborn child, in tension with the regime’s pronatalist ideology. Through a symbolic, biblical, and historical-literary analysis, the essay demonstrates how motherhood is represented not as a natural destiny but as a site of conflict between biological, social, and sacred law. The refusal of the child thus appears as a genealogical rupture that destabilizes the traditional paradigm of maternal redemption. The story stands as one of the most radical and innovative texts in early twentieth-century Italian narrative.
KEYWORDS: Paola Masino, motherhood, sacred, abortion, Fascism, primogeniture.
«Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti: uomo o animale, esso mi appartiene»[1].
È precisamente sulla linea di tensione tra consacrazione e negazione che si colloca il racconto Figlio, contenuto nella raccolta Racconto grosso e altri, edita nel novembre del 1941 per i tipi di Bompiani. La silloge segnò il ritorno di Paola Masino in libreria dopo otto anni di silenzio editoriale, nel pieno del clima censorio e ideologico del fascismo[2]. Pur composta da testi diversi per tono e struttura, l’opera mostra una marcata coesione narrativa e simbolica, tanto da essere stata letta dalla critica come un vero e proprio «genere-non genere»[3]. In questo insieme, Figlio occupa una posizione particolarmente significativa, affrontando con singolare radicalità il nodo della maternità e della nascita, entro un orizzonte che investe insieme il corpo, la genealogia e la legittimità stessa della discendenza. Ben oltre la dimensione privata dell’interruzione di gravidanza, il racconto segue la vicenda di una giovane donna che, d’accordo con l’uomo amato, decide di interrompere la gravidanza del proprio primogenito. L’atto abortivo, tuttavia, non coincide con la definitiva scomparsa del figlio: escluso dal grembo che avrebbe dovuto accoglierlo, egli riesce ugualmente a incarnarsi altrove, crescendo ai margini della società in una forma mutila e perturbante, come residuo vivente di una primogenitura negata. Divenuto adulto, incrocia il cammino di Secondo, il figlio nato successivamente dalla stessa madre, e instaura con lui una relazione oscura di attrazione, inseguimento e progressiva sostituzione, fino al riconoscimento finale del figlio un tempo respinto.
Il gesto materno – sia iniziale che finale –, dunque, non si esaurisce nella soppressione di una nascita, ma espone una frattura simbolica che investe l’ordine genealogico e ne sospende la legittimità.
Se la tradizione biblica stabilisce che il primogenito “appartiene” a Dio e debba essere riscattato[4], Masino immagina una madre che interrompe la linea genealogica prima ancora che essa possa compiersi, sottraendo il figlio alla consacrazione e, con esso, alla comunità dei viventi.
Scritto, a più riprese, durante il ventennio fascista, e pubblicato nel novembre del ‘41[5], il racconto si colloca entro un contesto storico particolarmente significativo, in cui la maternità è elevata a funzione politica e investita di una precisa missione demografica. L’ideologia del regime ne fece uno dei cardini della propria propaganda, concependola al tempo stesso come destino biologico e dovere patriottico. La figura femminile promossa dalla retorica ufficiale coincideva con quella di “angelo del focolare”: una madre devota, prolifica e silenziosa, chiamata a contribuire alla crescita della popolazione e alla stabilità morale della nazione. Tale modello veniva sostenuto anche attraverso strumenti concreti, come premi e riconoscimenti pubblici destinati alle madri più prolifiche, che rafforzavano un’immagine della donna interamente subordinata alla funzione riproduttiva e al sacrificio familiare[6]. Le politiche pronataliste e la costante celebrazione della donna feconda contribuirono così a consolidare una rappresentazione del materno come vocazione naturale e responsabilità civica.
In questo quadro ideologico, l’aborto assume una valenza di rottura: non si tratta soltanto di una scelta individuale, ma della messa in discussione di un ordine concepito come biologicamente necessario e simbolicamente indiscutibile.
La scrittura di Masino si pone dunque in netto contrasto con la retorica dominante; figlio, in particolare, può essere analizzato alla luce del rapporto strutturale tra sacro e maternità: il testo non si limita a tematizzare l’aborto, ma a tutti gli effetti lo colloca entro una riflessione più ampia sulla legge della generazione e sulla crisi della consacrazione.
La maternità, difatti, vi appare come luogo di conflitto tra legge biologica, sociale e sacra; il primogenito, come figura che concentra su di sé il peso di tale tensione. Da qui, la scelta della protagonista di abortire non rappresenta una semplice trasgressione morale, bensì una sospensione dell’appartenenza: il figlio, prima ancora di essere individuo, è segno; negarlo equivale a spezzarlo.
La donna, inoltre, si presenta come soggetto morale e politico: decide assieme all’uomo di interrompere la gravidanza, assumendone il peso etico senza sconti; rifiuta la rappresentazione convenzionale della maternità, mettendone invece in luce l’ambivalenza, la ferocia e la capacità di dischiudere una verità altrimenti indicibile:
Quel figlio le veniva come una sfida a se medesima, creatura che lei e il suo uomo avevano accettata pur sapendo di doverla uccidere. Un delitto premeditato e lento come mettere ogni giorno un poco, fino alla morte, il veleno nel proprio cibo. L'uomo l'aveva aiutata nella costruzione macabra […]. Ora stavano, orrendamente innamorati di quel figlio, che era la loro impresa, a discuterne lo scempio. E non pensavano al tradimento che facevano a lui, i due, con i gomiti poggiati a un tavolino in un angolo oscuro di caffè, a bisbigliare sottovoce: e se il cameriere passava tacevano. Erano vigliacchi, ora, al modo degli imboscati nelle retrovie, che non hanno il coraggio di essere disertori[7].
L’espressione «orrendamente innamorati»[8] condensa in forma ossimorica il paradosso che struttura l’intera scena: i due sono già legati al figlio da un amore incondizionato, che, paradossalmente, si concretizza nel momento in cui ne viene negata – per motivi non esplcitati – la nascita. L’ossimoro funziona così come spia retorica della loro condizione di genitori potenziali e insieme mancati, incapaci di tradurre in esistenza la relazione che pure hanno già simbolicamente inaugurato.
Per l’autrice, e di conseguenza per la protagonista del racconto, generare e distruggere non sono opposti, ma poli di una medesima responsabilità verso una possibile vita. Proprio per questo «la ragazza ubbidiva al suo maschio come si prega […]. Mentre lui parlava sembrava a lei che il tempo da ogni punto dell'infinito si facesse chiaro e imminente, quello che fu legato agli uomini presenti e dunque anche a lei, e dopo di lei, nella speranza dei figli, a quanto è futuro»[9]. Tale enunciato cristallizza, con precisione tagliente, l’ideologia dell’obbedienza coniugale che il fascismo imponeva alla donna. L’analogia con l’atto del pregare non è ornamentale: sacralizza la sottomissione, trasformandola in rito.
Il maschio diventa officiante e oracolo del senso della storia; ogni parola pronunciata dall’uomo è chiara e limpida per la donna, come se la teleologia familiare – e, per estensione, nazionale – potesse essere colta solo attraverso la voce maschile. In questa cornice, la sicurezza femminile nasce precisamente laddove viene meno l’autonoma «ragione delle cose»[10]: è un’obbedienza epistemica prima ancora che pratica, perfettamente consonante con il modello di moglie-madre domestica, fedele al capo famiglia e alla prole, che il regime elevava a norma civile e morale.
Masino descrive in maniera chiara il momento dell’aborto, senza mai pronunciarne la parola:
Andava tenendosi una mano un po’ di fianco sull'inguine, come ad aiutare il figlio in quel trapasso, tenergli una mano sul capo. Non era commossa, si sentiva buona in modo totale ed egoista. Desiderava ci fossero morti per comporli, sassi da ricondurre alla roccia, piante cui attaccare foglie, l'universo intero mutilato per sostenerlo; quanto esiste prendeva in lei il posto di quel seme sprecato.
Forte, sale scale e scale, cerca chi distrugga la sua razza, senza palpiti nel ventre, quel ventre che è già una bara, e oltre il figlio lei vi ha sepolto la speranza dell’immaginazione. Perché mai più, per quante creature generi, potrà inventare quest’una che prima le ha impresso il grembo, le ha chiesto un prestito minimo di vita e lei già glielo toglie. Ora, mentre tutto sta per compiersi, pensa con terrore che la morte del figlio sia una garanzia per loro, lei e l'amato, che non altri ma se stessi difendono contro l'impegno preso con la vita. Si fa paurosa e ripete fino all'idiozia: — Presto ti rifarò, allora che potrò portarti bene per il mondo. – Cerca dimostrare al figlio che crearsi è avvenimento quotidiano e facile, accidentale quasi. Ma sa che è menzogna inutile[11].
L’aborto, vissuto come un atto di brutale soppressione, recide una parte della madre stessa. Fin dalle prime righe affiora la convinzione che la morte del bambino, poiché indotta, sia la più lacerante: una morte premeditata, violenta, prematura; un corpo smembrato e cancellato, senza residui da custodire, senza fotografie da riguardare, senza una tomba da visitare. Resta soltanto la donna, consegnata a un lutto senza segni e senza rito, sola dentro il circuito muto della desolazione, del dolore e della colpa[12].
Non sorprende, in tale prospettiva, che anche l’immaginario onirico masiniano sia abitato da figure infantili morte o morenti. In alcune lettere indirizzate ai familiari, la scrittrice racconta infatti sogni inquietanti, popolati da bambini morti, disposti in fila “come se dormissero”, o da una “pupa bionda”, sorridente fra le bare: immagini che confermano come, nell’universo dell’autrice, la maternità si presenti come luogo traumatico in cui desiderio generativo e visione mortuaria tendono a sovrapporsi[13].
Inoltre, l’immagine del «ventre che è già una bara»[14] introduce un rovesciamento radicale dell’immaginario tradizionale della maternità. Nella cultura biblica, infatti, il grembo materno è il luogo in cui la vita viene formata e custodita da Dio («Sei tu che mi hai tessuto nel grembo di mia madre», Salmi 139,13), e in cui ogni creatura è già conosciuta prima della nascita («Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo», Geremia 1,5).
Il testo capovolge questa simbologia: lo spazio della creazione diventa luogo di sepoltura, e la maternità si presenta come gesto di sottrazione della vita. Proprio questo rovesciamento accentua la dimensione tragica del brano, che insiste sull’irripetibilità della nascita e sull’impossibilità di sostituire il figlio perduto.
La protagonista si sente successivamente «vittima del non poter creare»[15]; comincia a provare un «amore lugubre per i figli altrui»[16], che si porta appresso come una croce, trasformando la perdita in martirio esibito.
L’immagine è fortemente neotestamentaria: la croce radicata nel cuore evoca una via crucis privata. Così, il dolore non si elabora ma si irrigidisce in «antiquata legge»[17]: un’osservanza del ruolo materno ridotta a forma, «dimentica dell’uomo amato e del figlio ucciso»[18], fino a non riconoscere più l’oggetto stesso del lutto[19].
Di contro, il figlio mai nato non considera il tradimento materno come morte; anzi, «fatta a brandelli tanta parte della sua coscienza, ridotta grumi sanguigni in fondo a una chiavica la volontà che prima aveva tentato l'atto d'individuarsi»[20] cerca un modo per nascere, e, «si staccò con un supremo atto dall’indeterminato e scese nel ventre umano a far parte delle cose create»[21];
si rifugia così nel grembo consunto di una contadina che lo genera, e viene alla luce «con grani gialli sulla pelle arsa, il capo e la fronte minima coperti di pelo rosso, quasi uno smisurato sopracciglio»[22].
In questa frase, che rovescia la cronologia biologica, la prosa si apre al fantastico. Ciò che è stato impedito nel grembo torna come residuo vitale: una forza monca che cerca un ventre da cui nascere, come creatura liminale.
La nascita potrebbe alludere a Esaù, il rossiccio della Genesi, primogenito privato del diritto d’antenato:
Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe[23].
Il dettaglio fisico con cui Masino descrive la creatura appare come l’attivazione di una memoria biblica precisa. Il rinvio a Esaù risulta tanto più significativo in quanto investe non soltanto l’aspetto corporeo, ma anche la sua condizione filiale: è il primo nato di Isacco e Rebecca, cui il fratello sottrae il privilegio della primogenitura e la benedizione paterna, destituendolo del proprio rango nella discendenza. La creatura di Masino appare allora come figura analoga di un primogenito defraudato: escluso dalla nascita che gli spetterebbe, respinto dal grembo che avrebbe dovuto accoglierlo, torna tuttavia alla vita in forma marginale e perturbante, come residuo irriducibile di una primogenitura negata.
Il richiamo a Esaù consente inoltre di leggere questa nascita come una cornice di conflitto originario. Nel testo biblico, infatti, la rivalità tra i due fratelli è inscritta fin dal grembo materno e si traduce, al momento della nascita, in una contesa per il primato; nel racconto di Masino, tale conflitto viene radicalizzato e portato a un livello ancora più arcaico, perché il primogenito non è insidiato da un fratello, ma dalla stessa madre, che interrompe la sua venuta al mondo.
L’esistenza del maggiore, infatti, appare come un furto:
Stava nel mondo come dietro una porta a spiare gli uomini, a imparare come si fa e mantiene la vita; rubava quanto gli conveniva e se lo distribuiva addosso, nel cervello, nel cuore, nello stomaco, sulle spalle, per compiersi alla svelta. Si tirava su dal suolo ogni anno un poco, gramo come uno spino, malamente provvisto di membra, le mani quasi abbozzi o residui delle sue vere mani, senza favella la gola, ignoti ai piedi il passo e la corsa: dove cadeva la sua ombra lì si faceva la casa, non sapeva che esistono la famiglia, la razza, la terra; si trascinava da un marciapiede all'altro in cerca di rifiuti, convinto che solo i marciapiedi sono orti e spacci di nutrimento agli uomini, non s'era mai accorto che si può staccare un frutto da un albero, raccogliere acqua dalle fontane; per lui le pozzanghere facevano da bicchiere[24].
È l’allegoria di un diritto di primogenitura che ritorna come domanda di risarcimento: non il sangue che chiede vendetta come quello di Abele (in Genesi 4,10: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!»), ma un corpo incompiuto che tenta empiricamente di recuperare le facoltà sottrattegli: lo sguardo, il passo e infine il respiro.
Su questo asse rientra il secondo figlio – l’autrice lo chiama proprio Secondo – nato dal matrimonio, «sano e normale fino all’insulto»[25]. Se il primo ritorna come residuo che chiede compimento, il secondo incarna la norma sociale e biologica. L’incontro tra i due è un’agnizione senza linguaggio: Primo si lascia attrarre dal campo visivo di Secondo come da una corrente; «cominciò a distinguere il passo tra la folla dei passi»[26], poi «dalla propria ombra trasse i confini del proprio corpo»[27].
Si tratta di una creazione al contrario: l’uomo incompiuto viene nuovamente plasmato dalla vista dell’altro. Il processo di appropriazione – e spodestamento – prosegue: progressivamente si compie lo sguardo, poi il passo, fino alla parola.
In questo intreccio, il figlio riferisce alla madre di aver incontrato «uno» che lo fissava «con occhi che pareva gli straripassero in gelatina per la faccia, tanto erano esteriori, tanto nessuno sguardo li tratteneva al loro posto»[28], quasi che il principio stesso di quello sguardo fosse rimasto incarcerato nelle carni materne. La madre assume così la posizione più enigmatica e tragica del racconto, poiché lo ammonisce con una lucidità che esclude ogni possibile sentimentalismo.
È la sola donna, che ha camminato tra la gente con la croce sul cuore, a riconoscere il rosso come figlio. Infatti, nel momento in cui Secondo cerca di ucciderlo e si dà malato chiudendosi in casa, la madre, ignara di quanto accaduto, cerca di consolarlo, avendo però sempre nel pensiero il bambino mai nato. Da qui nasce una profonda riflessione, quasi un pensiero espresso ad alta voce:
Ognuno di noi, figlio. E se mangiamo mangiamo figli, e se creiamo creiamo figli. Perfino i morti sono nati figli di altri morti. Chi non crea dunque si sottrae alla legge prima.
E chi uccide uno che non ha creato, che non ne ha ancora avuto il modo o il tempo, lo sottrae al suo dovere e al suo diritto, è come se uccidesse una donna che porta in sé un bambino.
- O un bambino non nato — disse senza volerlo la madre, ma s'interruppe a tempo[29].
La creazione risulta l’unico vero modo umano per onorare il debito di essere stati generati; sottrarsene è offesa alla vita stessa. Per questo l’immagine estrema dell’uccisione trasforma l’atto in sacrilegio contro il grembo, luogo di promessa e discendenza. Il registro solenne non predica soltanto un dovere: mette a nudo la tragedia di uno strappo irreparabile nella linea dei viventi.
La scena conclusiva – forse la più potente riscrittura masiniana della Pietà – avviene nel registro del respiro e dell’ombra. Tre respiri – quello della madre, di Primo e di Secondo – occupano la stanza, «l’ombra che fin qui era stata ferma in mezzo alla stanza, si mosse e diresse verso il letto di Secondo, si aggrumò ai piedi di lui, gli si stese sopra»[30]. E proprio qui la madre pronuncia la benedizione che rovescia l’ordine simbolico: «Dormi, tu, ora, tu il figlio mio. Non fare brutti sogni»[31]. Mentre «trascinandosi dietro il cadavere» del legittimo, «adagiò sul letto»[32] l’illegittimo, l’informe, l’abbandonato. Non c’è scandalo più radicale: la madre sceglie il figlio che non ha avuto, e con lui riscrive la discendenza. Se un’eco biblica qui insiste – ed esiste –, è della redenzione del primogenito[33]: il primo nato “appartiene a Dio” e dev’essere riscattato; in mancanza, il sangue reclama.
Masino traduce questa teologia in una grammatica dei sensi: sguardo, passo, respiro. Il riscatto del primogenito è la restituzione di ciò che gli fu sottratto. È anche, feroce, la perdita dell’altro figlio.
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[1]Esodo, 13,2.
[2]M. MASCIA GALATERIA, Prefazione a P. MASINO, Racconto grosso e altri, Rina edizioni, Milano, 2021, p. 5.
[3]B. MANETTI (a cura di) Paola Masino, in «Scrittrici e intellettuali del Novecento. Approfondimenti», Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2016. pp. 36-38.
[4]Si veda, oltre al già citato Esodo 13,2, anche Es 13,12-15; 22,28-29; 34,19-20; Numeri 3,13; 8,17; 18,15-16; Deuteronomio 15,19; nonché, per la ripresa neotestamentaria, Luca 2,23.
[5]M. MASCIA GALATERIA, Prefazione a P. MASINO, Racconto grosso e altri, cit., p. 5.
[6]Si veda “Consegna Premi Alle Madri Prolifiche”, Archivio Storico Luce, https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000024900/2/consegna-premi-alle-madri-prolifiche.html&jsonVal= (ultima consultazione: 6 marzo ’26); inoltre, si veda M. ADDIS SABA, La corporazione delle donne: ricerche e studi sui modelli femminili nel ventennio fascista, Firenze, Vallecchi, 1988; R. PAGANO, F. MASTROBERTI, La donna nel diritto, nella politica e nelle istituzioni, in «Quaderni del Dipartimento jonico», n.1, 2015. pp. 141-166.
[7] P. MASINO, Racconto grosso e altri, cit., p. 76.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem.
[11] Ivi, pp. 77-78. Corsivi miei.
[12]M.M. CLAVIJO, Al di là della realtà. Paola Masino e la maternità in “Figlio” in «Italian Studies in Southern Africa», vol. 34 n. 1, 2021. pp. 100-128.
[13] Su questa costellazione onirica, cfr. anche alcune lettere di Paola Masino ai familiari, nelle quali ricorrono visioni di bambini morti o inscritti in scenari funerari: il sogno vi si configura come luogo in cui riaffiora una maternità mancata, perturbante e dolorosa. Si veda, ad esempio, la lettera inedita inviata ai genitori il 28 novembre 1929, da Parigi, in Fondo Paola Masino, Archivio del Novecento Sapienza Università di Roma, serie Corrispondenza con i famigliari, sottoserie Corrispondenza successiva al 1928: «stanotte anche io mi sono sognata una pupa bionda che stava in una stanza in mezzo a tante bare, e i morti si levavano dalle bare e cominciavano a giocare con lei e le davano fiori»; oppure la lettera ai genitori di domenica 10 novembre 1930, da Parigi, ivi: «[…] Tutta stanotte non ho potuto dormire perché ho sognato bambini bellissimi di circa un anno, tutti morti. Ma erano una fila lunga lunga tutti biondi, con grembiuloni bellissimi di pizzo bianco e fiocchi rosa, tutti stesi calmi come se dormissero […]».
La pubblicazione di tale documento è stata possibile grazie alla disponibilità e alla sollecitudine della Responsabile dell’Archivio del Novecento della “Sapienza” Università di Roma, prof.ssa Cecilia Bello Minciacchi. Si ringraziano inoltre Alvise Memmo e la prof.ssa Marinella Mascia Galateria per aver consentito la pubblicazione della lettera inedita.
[14] Ibidem.
[15] Ivi, p. 79.
[16] Ibidem.
[17] Ibidem.
[18] Ibidem.
[19] Si può istituire, in controluce, un parallelo con Emma di Monte Ignoso, il cui dolore materno assume, come nella madre del racconto, una marcata configurazione mariana; si veda, a tal proposito, P. MASINO, Monte Ignoso, Milano, Bompiani, 1931. pp. 100-101: «Emma era in un deserto. Emma, andandosene, camminava come se dietro sé trascinasse tutte le madri del mondo, ognuna con in mano il proprio cuore trafitto da sette spade». Anche in questo caso, la sofferenza della madre oltrepassa la dimensione individuale per caricarsi di un valore archetipico e corale; il richiamo al cuore trafitto da sette spade rinvia con evidenza all’iconografia della Madonna Addolorata e ai tradizionali Sette Dolori di Maria, inscrivendo l’esperienza del lutto entro un immaginario sacrale di passione, ferita e maternità dolorosa.
[20] P. MASINO, Racconto grosso e altri, cit., p. 79.
[21] Ivi, p. 75.
[22] Ivi, p. 80.
[23] Genesi 25,24-26.
[24] P. MASINO, Racconto grosso e altri, cit., p. 80.
[25] Ivi, p. 81.
[26] Ivi, p. 82.
[27] Ibidem.
[28] Ibidem.
[29] Ivi, p. 89.
[30] Ivi, p. 96.
[31] Ivi, p. 97.
[32] Ibidem.
[33] Si veda ancora Esodo 13,1-2: «L’Eterno parlò a Mosè, dicendo: “Consacrami ogni primogenito, tutto ciò che nasce primo tra i figliuoli d’Israele, tanto degli uomini quanto degli animali: esso mi appartiene”».