La casa e il bosco di Mario Rigoni Stern ad Asiago
Ilaria Serra, Florida Atlantic University
con breve postfazione di Donatella Caprioglio
Riassunto:
Nel racconto «Le mie quattro case» lo scrittore Mario Rigoni Stern scrive la sua autobiografia partendo dalle sue dimore, vere e immaginate. Qui dedica estrema attenzione alla casa che costruisce lui stesso alla fine della guerra e dove abiterà fino alla morte. E’ dunque lecito ricostruire la sua filosofia letteraria ed umana partendo dall’analisi del suo abitare: in contatto con la natura, nella casa e nel giardino tra il prato e il bosco. Se anche oggi non si vede più lo scrittore al balcone, si possono ancora trovare i rigogliosi alberi che ha descritto in Arboreto salvatico (che salva) e che continuano a dialogare con i suoi lettori. L’arboreto è un archivio vegetale che si collega fortemente con i temi fondamentali della sua poetica: la sua umanità, la venerazione per la storia e il rispetto per la natura. Questo articolo traccia una passeggiata nel brolo e tra le stanze della casa dove Mario Rigoni Stern ha vissuto tutta la vita e sfoglia le pagine di un personale archivio vegetale, per rintracciare le radici della sua creazione artistica e l’importanza della cura dell’habitat domestico.
Fig. 1 L’altissimo tiglio davanti alla casa di Mario
La strada che passa vicino all’aeroporto di Asiago e porta verso monte Zebio si chiama Valgiardini, un nome programmatico. A una curva alberata, una stradina a destra sale verso un gruppo di case nascoste. Sono un vicinato di amicizia e di sensibilità artistica: vi abitavano il regista Ermanno Olmi (1931-2018), il critico Tullio Kezich (1928-2009) e, nella prima villetta a sinistra, lo scrittore Mario Rigoni Stern (1921-2008). Avere per vicino «il Mario» è il motivo per cui Olmi e Kezich hanno comprato casa in questa vallata.
Questo saggio vuole descrivere lo scrittore che ha narrato la vita della montagna e la morte della guerra, da un punto di vista intimo e casalingo, a partire dalla sua casa e dal suo giardino.
Non è una stranezza voler descrivere uno scrittore attraverso i luoghi che egli ha attraversato e che lo hanno attraversato.[1] Tanto meno lo è con Rigoni Stern, che con la sua casa e la sua terra aveva un rapporto molto stretto.[2] Il suo stare nel mondo era concreto, semplice, essenziale e di questo ha fatto letteratura narrando con un linguaggio scarno ma toccante la terra e i boschi dell’Altopiano di Asiago come anche le gelide campagne di Russia.[3]
Rigoni Stern era orgoglioso di far parte di un Altopiano dove i comuni rimasero indipendenti per 500 anni.[4] Lui stesso dichiarava di sentirsi il cantore di una «saga paesana».[5] Le sue storie erano legate «a una situazione, a un’epoca e a una località» e al «paesaggio delle cose».[6] E’ riuscito, spiega Gian Piero Brunetta, a «identificarsi nell’Io di un territorio, di una popolazione di cui si sente pienamente e orgogliosamente parte. Lo scrittore è in modo sempre piú netto al centro di un oikos che è casa, ma anche insediamento collettivo le cui radici si perdono nei secoli».[7] Anche Giulio Ferroni considera Rigoni Stern una delle «voci di intensa e ansiosa percezione della natura, resistenti esperienze di vicinanza al vivente non umano».[8]
Descrivendo la sua dimora, si descrive l’uomo. Un recente articolo in lingua inglese di Paolo Costa ha trattato l’argomento sottolineando l’esistenza ibrida della casa «between mind and meadow», una bella assonanza per indicare un’abitazione e un atteggiamento che si bilancia tra il pensiero e il prato. Per Costa questa concordanza fra l’interno e l’esterno (visualizzato nella figura dell’autore che scrive alla finestra), fra l’apparenza e la realtà e fra il selvatico e il domestico, è proprio il segreto della salvezza. Avere uno sguardo che va oltre è fonte di ricchezza spirituale, tanto da far dire a Costa che la casa di Mario, in limine, tra il prato e il bosco, è essenzialmente uno «stato di grazia».[9]
La casa
Nel racconto «Le mie quattro case» (in Amore di confine), Rigoni Stern scrive la sua autobiografia partendo dalle sue abitazioni vere e immaginate. La prima casa gli ha dato il nome e le origini: è la casa dei nonni in centro ad Asiago, nell’angolo degli Stern, il cui nome rimanda alle radici germanico-cimbre della zona, il kantaun vun Stern. Non vi ha mai abitato perché fu distrutta da un bombardamento nel 1916. Nondimeno questa casa gli ha lasciato un’identità in eredità. La seconda è la casa dove lo scrittore è nato, stessa strada, appena cento metri a sinistra. Di questa casa, Rigoni Stern ricorda la stuba calda e le foto dei parenti emigrati in USA e in Australia appese ai muri, che la rendevano simbolicamente sia nido che confine. Anche la soffitta resta nella memoria come luogo dedicato alla fantasia, un «meraviglioso mondo sottotetto... [che] si riempiva di voli di rondoni».[10]
La terza casa occupata dallo scrittore non è in mattoni e muratura, ma è un «rifugio dell'inconscio e fisicamente non l'ho mai abitata».[11] È la casa che disegnava su un quaderno mentre era prigioniero in un lager della Prussia orientale, per astrarsi dal qui e ora e creare una protezione visiva al suo malessere. Era una casa in cui nascondersi, seminterrata: «dopo quanto avevo visto e provato mi pareva l'unica soluzione possibile della mia esistenza».[12]
La quarta casa è quella dove Rigoni Stern ha vissuto il resto della sua vita. Se la disegna e costruisce da solo, dopo anni di lavoro. Ci vuole un lungo tempo per ricostruire un’esistenza che era stata distrutta dalla guerra, perché Mario si arruola ‘volontario’ a soli 17 anni, nel 1938, e alla fine della guerra ritorna a casa attraversando le montagne a piedi, ventitreenne e annientato.[13] Da quel 9 maggio 1945, comincia la ricostruzione del sé e della propria vita che parte proprio dalla costruzione della sua casa.
L’uscio e l’orto
Ci vuole tempo anche per ricominciare a vivere: subito dopo il ritorno dalla ritirata di Russia, un Mario sconvolto trascorre le giornate sull’uscio di casa. È come uno di quei ritornati dalla prigionia che descrive ne Il bosco degli urogalli: «Quelli che erano tornati dalla prigionia sedevano in silenzio sull'uscio di casa a fumare sigarette e guardare il volo degli uccelli».[14] L’uscio è quel punto della casa da cui si può scegliere se partire come emigrante o restare, osserva Paolo Cognetti.[15] Mario comincia piano piano a vivere attraverso il lavoro, andando a raccogliere la legna in bosco per la stufa della mamma. «Andavo per i boschi come un orso ferito, masticando ricordi e esperienze per cercar di vederci chiaro in questo mondo e ritrovarmi».[16] Infine, lo scrittore decide di non raggiungere i parenti in Australia, né di trasferirsi in città a lavorare (non lo farà nemmeno quando inizia a pubblicare per Einaudi). Resta lì e lì ricomincia a vivere, mettendo in un cassetto prima di tutto il manoscritto sulla sua esperienza nel lager, di cui – si rende conto – nessuno voleva sentire parlare.
Questa esperienza si riflette nel racconto «Di là c'è la Carnia», in cui un soldato torna dalla prigionia e non si dà pace. Partiva al mattino e ritornava la sera, girava tutto il giorno per i boschi come avesse da cercare qualcosa, così per tanti giorni. Finché una sera il vecchio zio curvo e bianco lo invita a vangare l'orto e questo lavoro segna la sua volontà di ritorno: «Quando ebbe finito disse al vecchio: domani dobbiamo zappare le patate».[17] Come si vede, è la coltivazione dell’orto che segna il vero ritorno a casa per il soldato, che viene riaddomesticato alla vita e guarda al futuro perché semina, decidendo che vale la pena prendersi cura di un pezzo di questa terra.
Insieme alla casa, sulle macerie della sua anima, Rigoni deve ricostruire un’esistenza. Le parole che descrivono la casa che lo accoglierà per tutta la vita sono eloquenti. Forse perché la costruzione di questa casa coincide con la scelta cosciente di una rinascita, dopo aver sfiorato l’abisso. E dopo un trauma, non si chiede che di restare in pace. È una casa da cui non si parte, dove si volgono le spalle ai rumori e all’oscurità e si tengono vicini il silenzio, la luce, gli affetti. È un luogo dove si lavora e non si sta mai soli, un luogo di autosufficienza, un luogo – aurale – di silenzio e – visuale – di luce, che trova il suo trionfo nella similitudine dell’arnia.
Oggi, dopo anni di lavoro, una casa me la sono disegnata e costruita; ed è semplice come un'arnia per api; comoda e tiepida; silenziosa ai rumori molesti che sono lontani e vicina ai rumori della natura; con finestre che guardano lontano, le cataste di legna sulle mura al sole e, oggi, con la neve sul tetto, sulle betulle e sugli alberi del brolo, sulle arnie, sul canile. E dentro nel tepore mia moglie, i miei libri, i miei quadri, il mio vino, i miei ricordi.[18]
Questa e’ una casa di cui prendersi cura. La cura per le cose e’ il segno esteriore dell’abitare, come nota anche Gian Pietro Brunetta quando ricorda che Mario «sa prendere grande cura della manutenzione delle cose, dal fucile agli sci, dal paiolo al mestolo per la polenta, dai semi piantati nel proprio orto all’arnia per le api. Le cose hanno per lui una potenza animistica. Gli parlano e gli raccontano e se rispettate ricambiano le cure e le attenzioni e al momento giusto ti possono anche salvare la vita».[19] La cura comprende anche lo spazio circostante, il brolo.
Il brolo
Rigoni include nei confini mentali della sua casa due locali in più che si trovano all’aperto: l’orto e il brolo (antica parola di origine celtica che indica la corona di alberi e piante amiche che circonda l’abitazione). Benché fonte di protezione, l’abitare non finisce dentro le mura esterne ma si estende al mondo circostante. Rigoni Stern si prende cura anche della natura. Egli inizia con la bonifica del terreno su cui edificare il suo futuro e la sua dimora. Fortemente simbolico è il dissodamento dei nodi del terreno come di quelli dell’anima. Non si tratta solo di un rifugio in cui nascondersi, ma del recupero di un modo di esistere. «Quando trentadue anni fa venni ad abitare questa casa che mi ero costruito, il luogo era selvaggio e incolto... », ricorda Rigoni Stern.[20] Ovunque c’erano ancora i ricordi della guerra: una batteria austriaca di sei obici da dieci distrutta e semisotterrata, c’erano i residui di quel gas che impediva agli alberi di crescere. Dovette lavorare molto per spianare il terreno, levare ceppi, reticolati, resti di granate, palle di piombo, cartucce e perfino ossa. Prima cosa, bonificare i ricordi di morte dentro e fuori.[21]
Seconda, ripiantare. Tutto inizia in un giorno d’autunno, mentre Mario cammina con il figlio maggiore («ma c’è un bambino e quando c’è un bambino si può ricominciare», nota con sensibilita’ Mariapia Veladiano).[22] Comincia col trovare e trapiantare un piccolo pino silvestre. Poi arrivano due giovani betulle che bilanciano il chiaroscuro del paesaggio. Interessante che il primo atto sia quello di ristabilire un equilibrio: «Loro chiare e gentili accanto al pino scuro e rude».[23] Poi raccoglie polloni di faggio e di abete e piccoli arbusti di pino mugo. Per ultimo, pianta dei cultivar di ciliegio e di melo che gli vengono regalati dagli studenti dell’istituto agrario, e un sorbo montano.
Tanto lavoro, ripaga: «Così questo luogo che era selvaggio e incolto dopo esser stato pure ben coltivato, tanto da essere chiamato Valgiardini e dove la guerra aveva lasciato i suoi segni, ritornò ad essere «bello e civile».[24] Rigoni cita qui Anton Checov, scrittore russo che, nel 1888, scriveva: «qui ogni albero l'ho piantato io .. prima era incolto pietrame e cardi selvatici. Ora è bello e civile».[25] La civiltà coincide con la bellezza.
Fig. 2. Il sorbo sul vialetto
Il balcone
La casa di Mario Rigoni Stern ora è chiusa e usata raramente. Si erge rosa e imperturbata dietro le foglie e le allegre bacche del sorbo. Ma un tempo, quando l’abitava lo scrittore, era un luogo di accoglienza, di saggezza e quieta felicità. Capitava spesso che lettori giovani e anziani passassero per quella strada e vi si fermassero (anche io tra loro). Mario e la moglie Anna erano accoglienti e disponibili. La porta sempre aperta.[26] Anzi, la panchina messa sul balcone sembra proprio servire da vedetta o luogo di attesa. Ricorda Stefano Corsini la prima volta che andò a casa sua, venne accolto proprio qui:
La primavera tardava ad arrivare, intorno era ancora tutto bianco e, quando arrivai, Rigoni Stern era al balcone che mi aspettava. Mi salutò accennando un sorriso con la sua voce dolce e sottile, ci stringemmo la mano, e da quel momento mi sembrò di entrare in uno dei suoi racconti, fra animali, alberi e montagne. (...) Pensai a quante persone si fossero seguite a quel tavolo prima di me, primo fra tutto Primo Levi, e a tutti i pensieri e i discorsi sentiti da quelle pareti.[27]
Fig. 3. La panchina sul balcone
Gli oggetti
La casa di Mario era piena di oggetti, di foto incorniciate e di ricordi: «mobili, quadri e la scultura dell’alpino nella neve, realizzata da Augusto Murer, vicino al caminetto», ricorda ancora Corsini. «Tutto mi sembrava avere un'anima lì dentro, e provai un doppio sentimento, di semplicità e grandezza: quella sala cosi piccola e calda fu per me in quel momento il centro del mondo».[28]
Anche la traduttrice Marie-Helene Angelini ricorda la visita in quella casa, «la dolce casa sull'orlo del bosco, così linda, di una raffinatezza essenziale e benefica, consona all'autenticità di chi ci viveva».[29] Ne ricorda particolarmente «la commovente soffitta così raccolta, tappezzata di fotografie di antenati vissuti nel paese, con la piccola finestra che dà sull'ampio panorama dove d'inverno, tra i fiocchi di neve, lui rivedeva i visi dei suoi compagni della ritirata, che “dormono” nella lontana Russia».[30]
Nel mezzo del soggiorno c’era un grande camino, e sopra il camino, c’era la voce degli uccelli. Era una fila di cuchi, fischietti di terracotta a forma di uccello, di lunga tradizione, che venivano usati come richiamo per la caccia, ma anche come ricordi che le reclute lasciavano alle fidanzate. Mario, che era cacciatore, ne aveva diversi e, ricorda l’amico naturalista Folco Portinari, «Anna [la moglie] li [aveva] disposti in fila sulla cornice del camino in cucina».[31]
Alcuni degli oggetti a casa di Mario trovavano la loro ragione d’essere nella storia. C’erano i frammenti delle campane della contessa che suonarono con disperato allarme, per l'ultima volta, il 16 maggio del 1916, quando l'Altopiano venne incendiato. Le stesse campane del vecchio e canuto arciprete che, con le lacrime agli occhi, abbandonò con gli ultimi il paese e morì come profugo la vigilia di Natale del 1917. Rigoni, che per vivere al ritorno della guerra ha fatto anche il recuperante (il cercatore di metalli della prima guerra), le descrive nel racconto «Scampanio profano»: «Sul mio tavolo un pezzo di campana raccolto nel 1919 tra le macerie del campanile mi rammenta anche queste storie».[32]
Tra gli oggetti più amati, c’è la storica Lettera 22, la macchina da scrivere che Olivetti gli regala dopo la vittoria al premio Viareggio per Il sergente nella neve (1953). E’ il suo primo libro e quello che gli conferisce la fama a livello nazionale. Rigoni gli aveva chiesto lo sconto per comprarsi una macchina da scrivere, ma Adriano Olivetti gliela manda in regalo.[33] Con quella scrisse i suoi numerosi racconti e romanzi che si dividono tra temi di guerra e di Altopiano.
Fig. 4. Rigoni Stern davanti al grande camino nel 2003
Le finestre
Le finestre sono fondamentali nell’ambiente casalingo, barriere porose tra l’interno e l’esterno. Quelle a casa di Mario sono molto ampie ed offrono uno sfondo pittoresco all’atto di scrivere. Rigoni aspetta la primavera perché «finalmente si può lavorare con la finestra aperta; ed anche stando al tavolo tra carte e libri finalmente si può annusare l'odore della terra in amore e del legname sui prati».[34] Alla finestra ascolta l’annuncio della primavera che è il canto del cuculo, desiderato come una speranza: «Infine, se non abbiamo speranza a che vale vivere?».[35]
Con la primavera Rigoni riprende contatto con il mondo che si risveglia ed anch’egli vi partecipa. Sotto la luna buona, mette «nella terra in amore i primi semi per le verdure e all'aperto i vasi dei gerani».[36] Visita discretamente le case delle api con la cui laboriosità si sente in comunione: «Come le api mi ero comportato anch'io: corrette le bozze e poi fatto legna raccolto patate messo via sedano e cavoli coperto insalata con foglie di tigli scopato e pulito intorno alla casa».[37]
Fig. 5. Davanti alla finestra, in soggiorno, negli anni 70
La catasta e il canile
Dietro la casa, oltre alle amate arnie di api (che producevano miele di tarassaco, il fiore giallo che in primavera ricopre i prati dell’Altopiano di luce solare), si trova la catasta di legna spaccata con fatica e composta con cura geometrica. Scrive Daniele Zovi: «ho visto [Mario] spaccare il faggio con l'accetta, fin che ha potuto, e accatastarlo con ordine contro il muro di casa. Il suo ritmo di lavoro era lento e costante e mi è sempre parso che quei gesti gli appartenessero intimamente».[38]
Ancora più in là, c’è lo spazio per il canile che Mario menziona in Uomini boschi e api e che diventa l’ambiente per un piccolo miracolo naturale. Riguarda una passera che doveva emigrare con il suo stormo, ma che si attarda e si fa soprendere dall’inverno. Una notte Mario soprende il suo cane, Cimbro, in un atto di solidarietà animale: «da sotto le ciglia innevate potei vedere che lui, tra le zampe e il letto, si teneva al caldo la passera scopaiola».[39]
Fig. 6. Rigoni e le sue arnie
Il brolo e l’arboreto
Giungiamo allo spazio verde che Mario chiama il brolo e che ha arredato di alberi negli anni. Per Rigoni Stern questi alberi sono storie e sono ragioni vita. A loro dedica la raccolta letterario-vegetale Arboreto salvatico (1991), che non è altro che la schedatura della sua personale collezione di piante. Simile a un erbario, un arboreto è un catalogo di alberi. Salvatico gioca con la parola selvatico, ma significa molto di più, prendendo l’ispirazione da Dante: «che diventa salvifico, che conduce alla salvezza».[40] L’equazione bosco = salvezza è completata.
La forte affinità di Mario Rigoni Stern con il mondo naturale crea un mondo letterario in cui – esseri umani, vegetali, animali – vivono in armonia e si traduce in titoli senza virgole come quello della raccolta Uomini boschi e api, che appunto non mette separazione fra i tre reami, umano vegetale animale. Rigoni è uno di quegli «scrittori di arie aperte» che descrive Erri De Luca nell’Introduzione, per cui la natura è salute.[41] Nella nota all’edizione tascabile di Arboreto, lo scrittore consolida il legame tra la qualità della vita e della società e l’ambiente vissuto: «la violenza, l'angoscia, il malvivente, l'apatia e la solitudine sono da imputare all'ambiente senza natura».[42]
La pace di un’anima che ha trovato tranquillità nell’ambiente naturale si riflette con la sonorità e il ritmo pacato della narrativa di Mario Rigoni Stern. Si senta per esempio questo brano in prosa che assume il ritmo elegiaco di una poesia: «Sono lontani i giorni del Nord-Est e mi sono costruito la casa dove comincia il bosco. Vado d'ottobre con i miei ricordi per i boschi e i monti. Nell'ampia valle c'è un luogo dove crescono le betulle: l'autunno sparge sulla terra il pianto d'ambra delle loro foglie».[43]
Andiamo ora a sfogliare questo archivio vegetale. A ogni foglia, una storia: pare di accompagnare lo scrittore in una camminata tra i suoi campi. Era un privilegio, ricorda lo storico Mario Isnenghi, ascoltare «i suoi racconti di passeggiata.[44] Anche l’antropologo Annibale Salsa sottolinea la capacità narrativa di Mario Rigoni Stern che riusciva a conferire vita e spessore alla superficie del mondo: era «il Genius loci dell’altipiano che fa parlare le cose mute».[45] Attraverso Arboreto salvatico, si ha l’impressione di continuare quelle conversazioni: Mario indica con il dito una foglia e ne racconta l’essenza e vi dà un senso.
Nel brolo crescono i due alberi che Paolo Cognetti riconosce come gli estremi della personalità e della storia dello scrittore: il larice e la betulla. Il larice è una conifera decidua, maestosa in altezza e dalla chioma leggerissima di aghi, che ama il sole, l’aria e la luce (al contrario degli abeti che preferiscono ombra e umido). «Credo che Mario ci ritrovasse i tratti del suo carattere», afferma Cognetti, perché è un albero che diventa più bello se cresce solitario».[46] Anche Mario vive appartato nella casa al limitare del bosco. Per lo scrittore, il larice è un albero amico: «Il “mio” albero da ragazzo era un larice. L'aveva fatto piantare mio nonno per ricordare il xx secolo. Poi venne la Grande Guerra e nella corteccia portava le cicatrici di quando tra il 1916 e 1918 si trovò tra l'una e l'altra trincea del fronte».[47] Ferito dalle pallottole incrostate di resina, deformato da una biforcazione dovuta a granata di passaggio, quel larice continua a resistere alle tormente e ai fulmini e sopporta anche la guerra.
La betulla è l’altro albero che porta dentro un po’ della biografia dello scrittore perché gli ricorda la Russia, un paese con cui Mario ebbe un legame forte nato dall’orrore della guerra e dall’umanità di chi lo ha aiutato. Proprio alla sopravvivenza alla ritirata di Russia è dedicato Il sergente nella neve.[48] Quei giorni e quelle vedute gli sono rimasti nel cuore: delle betulle russe, «albero generoso», egli ricorda gli ornamenti, i mobili semplici e i bastoni da passeggio scolpiti che trovava nelle isbe.[49]
Continuando la passeggiata intorno alla casa, Mario indica gli aghi più scuri del peccio o abete rosso, che sono un luogo ospitale. Li raccoglie gli sciami delle api. Ricorda i fringuelli che fanno i nidi tra i rami a ogni primavera. Un anno soprende anche una coppia di tordi che vengono cacciati a loro volta da una coppia di cesene.
Guardando i lunghi aghi dei piccoli pini cembri o cirmoli, Mario intravede una scena futura che riconosce l’importanza dell’eredità spirituale della famiglia: «Ci vorranno molti anni perché diventino alberi ben visibili! Ma se gli uomini saranno saggi e avremo posteri, i nipoti dei miei nipoti potranno dire: questi cembri li aveva messi a dimora il nonno di nostro nonno».[50]
Nel brolo di Mario c’è anche posto per un albero forestiero: una sequoia gigante, messa a dimora quando era alta poco più di un metro, diventata di sette metri quindici anni dopo, quando scrive il libro. È il regalo di un reduce di guerra, un signore alto e distinto di Torino, che aveva combattuto nella prima guerra con i fanti della brigata Ivrea. Quest’albero longevo porta Mario a pensare serenamente a un futuro senza di lui: darà «legno leggero e tenero ma non sarò certo io ad usarlo».[51]
Le foglie lucide e rossicce del faggio sono tipiche di questa zona. Di essi, Mario apprezza la generosità del riscaldare: «brucia con chiara fiamma dentro la stufa donandomi un tepore sano e buono».[52] Quel legno, dall’odore aromatico e indimenticabile, ha creato tanti oggetti che hanno aiutato a vivere: manici per ogni uso, i rami dritti hanno prodotto remi per i veneziani, quelli inclinati hanno dato forma alle slitakufa (le slitte storte). Averli piantati vicini, per Mario è un segno di gratitudine: «Forse per tutti questi ricordi ho voluto che nel brolo trovassero il loro posto anche tre faggi».[53] Ricorda anche da dove provengono: un anno porta una manciata di faggiole da Plivice in Croazia ed anch’esse gli assicurano una discendenza futura: «Ora le piantine sono alte pochi centimetri ma tra cinquant'anni richiameranno l'attenzione dei passanti».[54]
Il tiglio profumato porta in sé invece la storia e l’orgoglio del territorio asiaghese o dei Sette Comuni. Mario lo chiama con il nome cimbro, «la linta maestosa» che ombreggiava le case del paese e sotto la quale i reggenti dei sette comuni si incontravano. Era il segno del potere e della comunità e sopravvive alla prima guerra, ma non alla cementificazione. «Quando tornarono nel 1919 la linta era solo ferita ... Ora non c'è più. Su quel brolo hanno costruito un condominio e siamo rimasti in pochi a ricordarla».[55] Tocca a lui piantarne un’altra e associarla alla storia che esso deve continuare a raccontare a chi vi passa davanti. Oltre alla memoria, i tigli che crescono ora di fronte alla casa di Mario gli offrono anche il conforto di una tisana: «ogni anno a luglio raccolgo in abbondanza i loro fiori e li distendo in soffitta sopra il graticcio e quando sono asciutti li metto in vasi di vetro. Nelle sere dell'inverno una tazza di infuso di tiglio con un cucchiaio di miele di salvia concilia il sonno e respirazione».[56]
Anche il frassino è un albero che appartiene alla storia locale. Sull’Altopiano, un frassino ombroso accompagna spesso la casa, crescendole vicino come un fratello.
Vicino alle vecchie case c'era sempre un frassino. Qualcuno è sopravvissuto anche alla grande guerra.. anche nell'orto della vecchia casa di mio nonno, volle piantare un frassino al posto di quello ucciso dalle granate. Io aspettavo che crescesse per fare sci, quando tornai dalla guerra non c'era più ... Sarà per questo che a nord dell'orto ho voluto piantare anch'io un giovane frassino che ho levato dal bosco? Crescerà da diventare come i vecchi frassini accostati alle piccole case?[57]
Anche l’alto pioppo ricorda a Mario una storia di famiglia. Quando nel 1919 i suoi genitori «rientrarono al paese distrutto dalla guerra per ricostruire le case pensarono, chissà perché, di portare con loro dalla pianura emiliana dove erano andati profughi, due giovani pioppi».[58] Piantati nell'orto sconvolto dalle cannonate, gli alberi crescono con i figli, finché un dispiaciutissimo Mario li deve tagliare perché sono diventati troppo grandi, nel 1938, prima di partire volontario della Scuola Militare Alpina.
Uno spazio importante è riservato ad acuni alberi particolarmente allegri. All’entrata del vialetto che porta alla casa crescono i sorbi degli uccellatori con le loro bacche rosse vivaci. Mario ricorda che davano cibo per gli uccelli e che lui stava a guardarli dalla finestra dell’ufficio al catasto di Asiago, dove lavora per tutta la vita, distratto per poco dai registri polverosi. Ricorda anche che le ragazze ne facevano granate per braccialetti e collane, mentre i bambini vi armavano le cerbottane. Un altro albero che sprigiona contentezza è l’acero che quando si copre di fiori ricchi di nettare, richiama gli insetti, riempiendosi di «un brusio allegro di api felici».[59]
Resta invece un mistero per Mario il melo selvatico, che non si sa da dove sia arrivato.[60] Mario immagina una scena dolce in un momento di guerra: forse è nato nel 1917, dopo che un soldato austriaco si è seduto all’ombra a mangiare una mela che aveva raccolto in una valle trentina. Parlando di mele, il loro odore lo riporta indietro, all’infanzia, alla zia Manetta, la quasi centenaria zia del nonno, che «metteva bucce dei pomi sopra la stufa di cotto del tinello e profumava così gli inverni della nostra giovinezza».[61]
Alcuni di questi alberi fanno attendere la primavera con ansia. Mario trepida per il risveglio del noce, «sempre l'ultimo a buttare le foglie: il colore verde-bruno appare sempre dopo il verde-lacca del maggiociondolo».[62] Anche i ciliegi si fanno attendere, con il loro scoppio di fiori bianchi: «Forse può sembrare ridicolo che un uomo della mia età, con tutte le cose che stanno accadendo, si soffermi a trepidare per i ciliegi in attesa della fioritura» afferma Mario.[63] I ciliegi di cui parla sono alberi importanti nella poetica dello scrittore, che appartengono tanto al prato quanto alla pagina, come afferma egli stesso: «Ho voluto tre ciliegi domestici e polloni di marasco selvatico e in un mio racconto ho voluto scrivere di un ciliegio selvatico cresciuto sul tetto di paglia di una povera casa di montagna».[64] Anche nel romanzo Storia di Tönle, il ciliegio traccia i confini del mondo domestico e accende la nostalgia del protagonista, un emigrante e contrabbandiere in continua fuga da casa. Al punto che quando Tönle scopre che sia il ciliegio che il tetto non ci sono più, si lascia morire. Sara Lucchetta commenta: «Non si tratta semplicemente di un’allegoria ... la materialità, la corporalità dell’albero ha un ruolo cruciale nella definizione di ciò che è casa».[65]
Finisce così questa passeggiata tra gli spazi vissuti del quotidiano di uno scrittore sensibile alle cose e alle piante, che arreda la sua casa con un mondo di storie e per cui ogni oggetto nasconde un senso e un racconto. Allontanarsi da quella casa rosa, oggi che lo scrittore non vive più lì, fa avvertire il peso dell’assenza. Povero è l’Altopiano senza la sua voce. La casa giace silenziosa, priva di quello spirito protettore della vita delle montagne. Basta voltarsi indietro però per scorgere le fronde degli alberi da lui piantati e magari sentirli frusciare le loro storie.
Fig. 7. L’erbario di foglie raccolte dall’arboreto di Mario (estate 2025)
Breve postfazione di Donatella Caprioglio, psicologa dell’architettura
Abitar-sì. Ilaria Serra ci restituisce la grandezza di un uomo attraverso la narrazione della sua fatica: la fatica di ricostruire la propria anima ricostruendo la propria casa. Ogni spazio diventa simbolo, ogni gesto un atto di rinascita. Tutto comincia da quella soglia – luogo sospeso e decisivo – dove si sceglie se restare nel passato o attraversare il dolore per iniziare una nuova avventura. Il camminare tra i boschi non è soltanto ricerca di legna, ma ricerca di sé: un andare interiore che accompagna ogni costruzione esterna. Perché abitare, in fondo, è sempre un gesto esistenziale. È un “abitarsi”: chiedersi prima di tutto se si vuole vivere, se si è capaci di costruire, e come farlo. Quali fondamenti, quali intenzioni porre. In quella casa e attorno a quella casa si avverte la presenza della sicurezza, ma anche della tenerezza: un calore che lenisce, un riparo che consola. Nel saggio entriamo così nell’anima di Rigoni Stern, e comprendiamo come ogni spazio corrisponda a una parte del corpo, a un pensiero, a un bisogno essenziale. È una rivelazione luminosa, un’indicazione profonda per la comprensione dell’uomo, un insegnamento discreto e potente per ciascuno di noi.
Bibliografia
M. H. ANGELINI, «Contro il dolore la difesa del ricordo», in Rigoni Stern 100. Sui passi di Mario, 1921–2021. Luoghi, vita e libri, Vicenza, Athesis, supplemento speciale de Il Giornale di Vicenza, 2021, pp. 58–59.
L. BALDIN, «Mario Rigoni Stern e l’Altopiano: riflessioni sulla percezione del paesaggio», Finnegans 22 (2012), pp. 54–56.
G. P. BRUNETTA, «Mario Rigoni Stern», Belfagor 64, no. 1 (2009): 53–70.
P. COGNETTI, «Introduzione», in Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Torino, Einaudi, 2022.
——— «Introduzione», in Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, Torino, Einaudi, 1991.
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O
[1] I parchi letterari sono nati come illustrazioni visitabili dei luoghi degli scrittori, prima di tutto delle loro dimore e successivamente i luoghi dei loro libri.
[2] Si veda la larga presenza di specifici nomi geografici nella sua produzione, nella cartografia proposta da Mauro Varotto e Sara Luchetta, «Cartografie letterarie: i nomi di luogo nella narrativa di Mario Rigoni Stern» (Bollettino della Società Geografica italiana, Roma, Serie XIII, vol. VII (2014), pp. 145-163).
[3] Ho sperimentato questo metodo in un saggio sulla giovinezza degli storici, in cui ho descritto i punti salienti della filosofia storica di Mario Isnenghi attraverso i luoghi in cui è nato, cresciuto e vissuto. Per coincidenza, anche Isnenghi era vicino di Mario Rigoni Stern, solo nella contrada più in basso (che condivideva con lo storico del cinema Gian Piero Brunetta).
[4] Si veda L. POLATO, La ‘memoria’ di Rigoni Stern, «Studi Novecenteschi» 27.60, 2000, pp. 385–98.
[5] M. RIGONI STERN, Le stagioni di Giacomo, Torino, Einaudi, 1997, p. VI.
[6] G. MILANI, Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo, Massa, Transeuropa Edizioni, 2008, p. 7. Rigoni Stern si identifica con l’Altipiano (nome che preferiva ad Altopiano, per omaggiare l’amico scrittore Emilio Lussu). Afferma Luca Baldin: «Personalmente sarei tentato di dire che oggi l'Altopiano è anche Mario Rigoni Stern, così come il viale di Bolgheri è Carducci e i muri a secco coronati di cocci di bottiglia delle Cinque Terre sono indelebilmente Eugenio Montale. (...) L’identificazione di un paesaggio con la letteratura che l'ha preso a protagonista - ed è certamente il caso di Mario Rigoni Stern con l'Altopiano - è un dato impossibile da negare (...). L'eccellenza qualitativa e la capacità introspettiva di una visione poetica modificano in modo indelebile i luoghi, calando sui futuri osservatori lenti in grado di condizionarne la letteratura e il modo di interpretarli.» (L. BALDIN, Mario Rigoni Stern e l’Altopiano: riflessioni sul percezione del paesaggio, «Finnegans», 22, 2012, pp. 54-56.
[7] G.P. BRUNETTA, Mario Rigoni Stern, «Belfagor», 64.1, 2009, pp. 53–70, p. 59. Uno di questi intervistatori, Felix Siddel, ricorda una di queste passeggiate nei prati intorno alla casa in cui ha raccolto le parole dello scrittore (M. RIGONI STERN, F. SIDDEL, ‘Sette Volte Bosco, Sette Volte Prato’: An Interview with Mario Rigoni Stern, «MLN», 113.1, 1998, pp. 231–43).
[8] G. FERRONI, Natura vicina e lontana. Umanesimo e ambiente dagli antichi greci all’intelligenza artificiale. Milano, La Nave di Teseo, 2024, p. 270.
[9] P. COSTA, A Room of Nature's Own: Mario Rigoni Stern's Household between Mind and Meadow, «Annali di Studi Religiosi» 24, 2023, pp. 69-76; p. 74. Brunetta nota come Rigoni Stern superi i confini del suo brolo con le sue parole: «un vademecum, un viatico sapienziale indispensabile per chiunque voglia farsi anche un piccolo carico dei valori della vita del nostro pianeta, lanciato come atto di speranza dalla casetta di Val Giardini oltre il cielo di Asiago verso il nostro futuro» (Mario Rigoni Stern, cit., p. 69).
[10] M. RIGONI STERN, Amore di confine, Torino, Einaudi, 2002, p. 8.
[11] ID, p. 9.
[12] ID, p. 9.
[13] Era andato volontario ma non in guerra, scrive l’amico musicisita Bepi de Marzi, a cui Mario diceva: «Non è vero che sono andato in guerra da volontario. Ero andato alla Scuola Alpina di Aosta a diciassette anni perché in Altopiano si diceva: o prete, o frate, o fora con le vacche» («Le campane, gli amici e Katiuscia», pp. 30-31).
[14] M. RIGONI STERN, Il bosco degli urogalli, Torino, Einaudi, 1962, p. 12 (nel racconto «Una lettera dall’Australia»).
[15] P. COGNETTI, Introduzione a M. RIGONI STERN, Il bosco degli urogalli, Einaudi, Torino, 2022.
[16] Ivi, p. 13.
[17] Ivi. p. 8.
[18] ID. Amore di confine, Torino: Einaudi, 2002, p. 9-10.
I critici hanno portato l’attenzione ad altre case, oltre a queste simboliche quattro. Prima di tutto, l’isba, che è un rifugio provvisorio, quello che ha conosciuto durante la campagna di Russia. La seconda è diventata un modo di dire che segnala l’arrivo definitivo: nell’espressione «tornare a baita», la baita è un «luogo nostalgico cui voler arrivare un giorno definitivamente» (27) – come nota la traduttrice Claude Ambroise parlando del dualismo ne Il Sergente nella neve (C. AMBROISE, La scrittura e lo spazio, «Finnegans», 22, 2012).
[19] G.P. BRUNETTA, Mario Rigoni Stern, cit, p. 67.
[20] M. RIGONI STERN, Arboreto salvatico, Torino, Einaudi, 1991, p. ix.
[21] Gli asiaghesi condividono questo trauma collettivo: dopo la prima guerra mondiale hanno dovuto risanare un territorio scarnificato e ferito. Hanno cominciato piantando alberi per rimboschire le montagne martoriate e per «rendere di nuovo abitabile il proprio mondo» (Cognetti, cit. vi). Forse hanno piantato troppi abeti rossi, senza pensare alla varietà naturale e rendendo fragile il bosco, come notava Rigoni Stern parlando con un amico (Daniele Zovi). Quella biodiversità avrebbe forse potuto evitare il disastro di Vaja, la tempesta del 2019 (vedi D. ZOVI, Era in dialogo con la natura sapeva tutto, anche di patate, «Rigoni Stern 100. Sui passi di Mario, 1921-2021. Luoghi, vita e libri», ll Giornale di Vicenza, supplemento speciale, Vicenza, Athesis, 2021, pp. 32-33).
[22] M. VELADIANO, Ci ha insegnato che negli alberi abita la salvezza dell’uomo, Rigoni Stern 100. Sui passi di Mario, 1921-2021. Luoghi, vita e libri», cit., p. 24.
[23] M. RIGONI STERN, Arboreto salvatico, cit. p. ix.
[24] ID. p. x.
[25] ID, p. xi.
[26] Scrive il critico cinematografico Gian Piero Brunetta: «La sua casa, ai margini del bosco, sempre aperta e ospitale, era già da tempo meta di un pellegrinaggio ininterrotto di lettori, amici, semplici turisti, che bussavano alla sua porta per avere un autografo o semplicemente per stringergli la mano» (G.P. BRUNETTA, Mario Rigoni Stern, cit., p. 53).
[27] S. CORSINI, Nella sua casa così calda ero come nel centro del mondo, «Rigoni Stern 100, cit., pp. 80-81, p. 80.
[28] Ivi, p. 81.
[29] M.H. ANGELINI, Contro il dolore la difesa del ricordo, «Rigoni Stern 100», cit., p. 58.
[30] Ivi, p. 59.
[31] F. PORTINARI, L'uomo che sapeva parlare alle api e al gallo cedrone, «Finnegans», cit., p. 37.
[32] M. RIGONI STERN, Amore di confine, cit., p. 144.
[33] Vedi P. COGNETTI, Introduzione, cit.
[34] M. RIGONI STERN, Uomini boschi e api, p. 77.
[35] Ivi, p. 79.
[36] Ibidem
[37] Ivi, p. 120.
[38] D. ZOVI, Era in dialogo con la natura sapeva tutto, anche di patate, «Rigoni Stern 100», cit., pp. 32-33, p. 32.
[39] M. RIGONI STERN, Uomini boschi e api, p. 70.
[40] Ibidem
[41] M. RIGONI STERN, Arboreto salvatico, cit., p. vi.
[42] Ivi, p. vi.
[43] Ivi, p. 7.
[44] M. ISNENGHI, Un contastorie: il Mario, «Finnegans», cit., p. 13.
[45] A. SALSA, Il Genius loci dell’altipiano che fa parlare le cose mute, Giornale di Vicenza, p. 72.
[46] P. COGNETTI, Introduzione a M. RIGON STERN, Arboreto salvatico, cit., p. vii.
[47] Ivi, p. 6.
[48] Mio nonno, Luigi Zane, prese parte alla stessa tragica ritirata.
[49] Ivi, p. 43.
[50] Ivi, p. 18.
[51] Ivi, p. 22.
[52] Ivi, p. 25.
[53] Ivi, p. 26.
[54] Ivi, p. 16-17.
[55] Ivi, p. 30.
[56] Iv, p. 31.
[57] Ivi, p. 37.
[58] Ivi, p. 38.
[59] Ivi, p. 42.
[60] Secondo Luchetta, il melo è «contemporaneamente luogo e tempo» (p. 47). «I luoghi dei meli sono luoghi di relazione dove è stabilita la continuità tra luogo e tempo e dove materialità, significato e pratiche si intrecciano per costruire senso che parte dall’albero e arriva all’umano (p. 48). Luchetta, Sara. Dalla baita al ciliegio. La montagna nella narrativa di Mario Rigoni Stern, Mimesis, 2021.
[61] Arboreto, cit., p. 48.
[62] Ivi, p. 65.
[63] Ivi, p. 85.
[64] Ivi, p. 87.
[65] Ivi, p. 46.