Tre puntate di «Poesia su poesia. Autoritratto di Alfredo Giuliani». Nota ai testi radiofonici e trascrizione.
Federico Milone
RIASSUNTO:
L’articolo propone la trascrizione di tre puntate del programma radiofonico Poesia su poesia. Autoritratto di Alfredo Giuliani, in cui il poeta si racconta attraverso una scelta di suoi testi, fornendo anche un breve commento di inquadramento. Gli episodi, andati in onda su RadioTre fra l’aprile e il maggio del 1997, rivelano particolari ancora inediti relativi ad alcune delle poesie selezionate.
PAROLE CHIAVE: Giuliani, autobiografia, autocommento, antologia, radio.
ABSTRACT:
The article presents transcriptions of three episodes from the radio program Poesia su poesia. Autoritratto di Alfredo Giuliani, in which the poet reflects on his life and work through a selection of his own poems, accompanied by brief introductory remarks. Broadcast between April and May 1997, the episodes reveal previously unpublished details about some of the poems featured.
KEYWORDS: Giuliani, autobiography, self-commentary, anthology, radio.
Nota ai testi[1]
Nel 1997 Alfredo Giuliani partecipa alla trasmissione Poesia su poesia, un programma di RadioTre il cui format prevede che un poeta racconti la propria biografia attraverso una selezione di suoi testi. La serie di puntate a lui dedicate (con il didascalico sottotitolo Autoritratto di Alfredo Giuliani) va in onda dal 28 aprile al 12 maggio, in dieci episodi di breve durata, fra i sette e i dieci minuti; la lettura, che occupa la gran parte del minutaggio, è accompagnata da brevi commenti, utili a contestualizzare i versi[2].
Si propongono in questa sede, per la prima volta e in attesa di un’edizione integrale, le trascrizioni di tre puntate: la terza, dedicata a un dialogo in versi con Elio Pagliarani; la nona, in cui si danno informazioni in parte inedite sulla genesi di una delle poesie più famose di Giuliani, ovvero Poema Chomsky; la decima e ultima, un commiato in cui si riflette anche su questioni metapoetiche.
Prima di lasciare la parola a Giuliani, si possono avanzare alcune considerazioni di taglio generale, che permettono forse di inquadrare meglio le singole puntate nel loro macrotesto. La prima riguarda l’indice di questa piccola autoantologia: a presentare la parabola biografica del poeta sono Corpus, due versioni da Dylan Thomas (Specie quando il vento d’ottobre, Non andartene docile in quella notte), Altrimenti non si spiega, Canzonetta (inc. «Non mi piace molto di niente»), Come parla il merlo, Azzurro pari venerdì, Nuove predilezioni VI, Il giovane Max (capitolo 34), Lettera della terapia montana, Fuori del risveglio, Io era una bella figura, Canzonetta (inc. «Cara cipollina dei miei occhi»), Grovigli e gocce, Stammi bene, topo!, Poema Chomsky, Cuore leone, Perché questa formica, L’omino di buona volontà. Non si può pensare a una scelta estemporanea o dettata dal caso: oltre ad essere, come noto, un attento antologista, Giuliani era anche un severissimo selezionatore dei suoi testi[3]. Lo dimostra l’attenta calibratura di Versi e nonversi (Feltrinelli, 1986), in cui raduna e riordina tutta la sua poesia precedente, e di Furia Serena (Anterem, 2004), una raccolta confezionata con Ugo Perolino e in cui è inserito in un percorso complessivo anche l’ultimo scorcio della sua produzione in versi. Nel primo caso il poeta segue un criterio sostanzialmente cronologico, ordinando i testi dagli inizi degli anni Cinquanta al 1986; nel secondo opta per un sistema tematico, mischiando componimenti appartenenti a tempi diversi. Nel programma radiofonico invece non si riconosce un ordine certo, se non il principio della varietà, il desiderio di offrire a un pubblico forse nuovo un campionario quanto più esaustivo possibile della sua poesia: ecco dunque l’esplorazione dell’infanzia (Corpus), la rivisitazione della parola altrui (le traduzioni di Thomas e il travestimento Cuore leone), le punte neoavanguardiste (con i testi del Tautofono e il capitolo tratto da Il giovane Max) e linguisticamente sperimentali (Poema Chomsky), i testi più leggeri, in cui affiora una vena ironica o amara (Stammi bene, topo!, Perché questa formica).
La voce di Giuliani non è poi l’unica a farsi sentire all’interno delle puntate. C’è quella di Dylan Thomas, a cui Giuliani è legato da una lunga fedeltà: sette traduzioni entrano nella raccolta d’esordio, Il cuore zoppo (Magenta, 1955) e una loro piccola rappresentanza non manca nemmeno in questa estemporanea autoantologia sonora. Ci sono poi alcuni versi di Elio Pagliarani, citati a corredo di Altrimenti non si spiega, componimento che nasce proprio per rispondere a una poesia dell’amico. Compaiono anche Wallace Stevens, imitato in Cuore leone, e, proprio in chiusura, il francese Tristan Corbière, autore di un irrituale epitaffio che Giuliani prende in prestito per congedarsi dai suoi ascoltatori. Le puntate non si riducono dunque a un monologo, che forse sarebbe risultato stonato per il poeta teorizzatore dell’occultamento dell’io, ma provano, pur entro i limiti imposti dal programma radiofonico e senza mai eccedere, a mischiarsi con altre voci.
Infine, i brevi commenti contengono per la maggior parte informazioni già note, ma qua e là nel discorso resta impigliato più di una riflessione o di un dettaglio inedito. Ad esempio, veniamo a sapere che un verso di Azzurro pari venerdì – «volevo voltarmi, ma è fuggita piangendo» – è pronunciato da Orfeo, che in un finale alternativo del mito si trova di fronte una Euridice che scappa in lacrime prima che possa voltarsi. Oppure, si viene a sapere che I mimi mescolati è una poesia collage: «[s]ono discorsi prevalentemente di donne a uno spettacolo di mimi dove c’è anche un clown. Questo nella prima parte della poesia, ma le donne parlano tra di loro di Amelia Rosselli». Un autocommento più impegnato, anche se giocoforza molto breve, stante la durata delle puntate, è quello dedicato al Tautofono:
Il Tautofono, scritto tra il 1966 e il ’69, è un poemetto lirico-grottesco o potremmo chiamarlo anche patologico-burlesco. È composto di 12 poesie, ognuna indipendente dalle altre, ma tutte accomunate da un filo. Il personaggio che parla non è sempre il medesimo, ma non è questo che importa. È sempre uno psicotico, ci domandiamo, un delirante? non è forse anche un raziocinante inseguitore della realtà? Si intende la realtà del linguaggio che si sforza di afferrare la realtà delle cose che accadono. Il malcapitato sembra un inseguitore inseguito. Inseguito da chi? Dal mondo parlante e semi-incomprensibile. Il gioco catastrofico è tra il discorso affannoso, trafelato e puntiglioso del protagonista che si ostina a spiegare e raccontare il mondo, e l’antidiscorso che il mondo gli racconta frastornandolo. Qual è l’idea che guida questo tipo di scrittura? È che l’oggetto della poesia è l’io che cerca di comunicarlo. Entrambi traballano, perché è il mondo che traballa.
Si veda, in chiusura, questa dichiarazione, in cui Giuliani rivendica l’impegno a misurarsi con forme sempre nuove:
M’è sempre successo di spostarmi durante tutti questi anni da una forma di poesia a un’altra, probabilmente non per seguire una poetica, ma per carattere, per impulso, per impulsi di carattere, cioè non riuscirei mai a scrivere un intero libro di sonetti o un poema epico. Le variazioni della stessa forma, le variazioni sullo stesso tema, mi stancano e anzi in certi casi mi annoiano veramente a morte. Per me una sola poesia dovrebbe valere un intero libro. Questa probabilmente è una grande pretesa, ma le cose stanno così.
***
La trascrizione segue fedelmente le parole di Giuliani, conservando anche le ripetizioni e i cambi di progetto del parlato e intervenendo soltanto con minime variazioni per adattare allo scritto il parlato radiofonico. Anche le poesie sono state riprodotte per intero, data la loro indissolubilità rispetto al commento e considerando il ruolo preminente ricoperto dai testi nella trasmissione.
Puntata quattro (venerdì 2 maggio 1997)
Buonasera. La poesia che vi leggerò tra poco è una risposta a un’epistola in versi del mio amico Elio Pagliarani, scritta nel 1961. Tra il ’59 e il ’68 Pagliarani scrisse un certo numero di queste lettere in versi o recitativi drammatici, che quasi sempre in teoria postulavano una risposta, perché argomentavano lasciando spesso sospeso il senso di una domanda o il chiarimento di una questione. Di questa poesia di Pagliarani vi leggerò pochissimo, l’incipit dei primi versi e un passo verso la conclusione. Questo per capire meglio la mia risposta.
Che sappiamo noi oggi della morte
nostra, privata, poeta?
………………………Poeta è una parola che non uso
di solito, ma occorre questa volta perché
respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi
sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci?
E verso la fine della lettera di Pagliarani:
Da tempo io non mi esalto
più delle avventure dello spirito, da tempo ciò che brucia
mi devasta soltanto e non posso continuare
a far versi sulla mia pelle, a sublimare
le mie sconfitte, a presumere significativi
me e lei e le penultime esplosioni
a trarre una morale
di morte universale a consolarci della nostra.
Come forse si sarà capito da questi brevi frammenti, nella poesia di Pagliarani c’era uno stretto intreccio di temi, che toccavano la sfera dei miei interessi di cui avevamo tante volte parlato. La morte individuale, privata, per così dire, e la morte pubblica, quella che in quegli anni ci sovrastava con le bombe atomiche puntate contro l’Occidente dall’Unione Sovietica, e dagli Stati Uniti contro l’Impero Sovietico. C’era una storia d’amore e di non amore, e c’era sullo sfondo non detto un tema ideologico e sociale, una sfiducia nella Storia. La mia risposta… Devo dare un piccolo riferimento perché si capisca. Io nella mia risposta inserisco anche alcune espressioni tipiche, o frasi di Pagliarani, e una di queste dice «sai che ha fatto il giro del mondo come Phileas Fogg?». Chi è che aveva fatto il giro del mondo come Phileas Fogg? Era una certa marca di whisky che allora era in commercio, veniva mandato per mare. Perché io attacco con i vermi e parlo dei vermi? Perché i vermi mi avevano sempre incuriosito e a un certo punto avevo letto un delizioso libretto scientifico su di loro, apprendendo molte cose, tra cui l’importanza, diciamo, dei vermi, che i vermi fanno sgretolare, possono penetrare nei pavimenti, nelle mura degli edifici, fanno sprofondare qualsiasi costruzione. Erodono la terra e disgregano le rocce, quindi l’importanza dei vermi. La mia risposta si chiama Altrimenti non si spiega.
Forse sono i vermi, vedrai, la nausea dai nervi,
ti rispondo, salgono fino ai denti, voglio dire che
non è la percezione, lo sai, altrimenti non si spiega,
è quando parli che senti la menzogna dolersi
delle viscere, non escono da te, pallidi gonfi seri.
Quanta fatica mi costa, ah i figli del re, si contentano
che tu li ami, che ti spogli per far loro nidi perle e
galle, devi flettere le vertebre, il verme esce dal mare
si provvede di corazza e procede, la medusa si fa verme,
strisciando non galleggiando, ma non può volare,
non ha l’osso, pensare, fino agli insetti sociali, che
l’utopia, atrofizzare la violenza, è biologia.
Morte, caro, era quella pioggia sul mare, quel novembre
che sono nato, il ventre ignorante prostrato a leccare
il vagito, è il mio cane stecchito, memoria,
morte era la storia delle stagioni, quando domani quasi
allegra disse son finiti i soldi, è la strage
che lo spettro prega col suo ricordati!, e parlano
del disarmo, io sono demente come felice, so
è questo odio, che pena non giustifichi, bruciato,
non sensibile, aria sporca, morte si vede dalla vita.
I virtuosi loro hanno l’anima, sognano di sognare,
carnivori in fondo, studiamo la verminazione
nelle strutture, ma distenderti sulla sabbia perché
non dovresti, nel bar così affollato se non era per lei
ce ne saremmo sùbito andati, la riva al naufrago, mi
guardava con tutto il corpo, aguzzando le spalle, i
gomiti contro il banco, le mani bicchiere sigaretta
tunica e stelo, da romanzo del ’venti, e
dove ti sei... ’toquesto tempo? mai allontanato, anzi
invecchiato un po’, e imparato a mangiarti meglio:
«o brutto dio», mi viene in mente «quando mangio divento
lascivo», «sai che ha fatto il giro del mondo
come Phileas Fogg?» e tante altre prima del sonno.
Essi credo vogliano, aspro ferito amico, eppure
un canto, perfino a Leningrad rubano le valige, non significa
niente, a un’attrice poi, si capisce, magari una donna,
parlano dell’uomo, prendo partito non gli ordini,
ora è vero le antiche rivolte, la lotta con l’ombra,
un riserbo si slancia, un sorriso affiora, quel critico
alla conferenza fenomenolontologizzante e tutto
marxoloso, lo studente all’uscita «castiga Kandinsky tu
che castighi tanto Kant», lo vorremmo più di un Raffaello.
Quando sarà ti dico i vermi li avremo nutriti, non l’odio
abbastanza, e manca, del resto l’amore, l’educazione
alla morte in questa età grama di colpe, già
da sé distante, brava, e certo la bomba...
Puntata nove (venerdì 9 maggio)
Buonasera. Quella che vi leggerò a mio rischio e pericolo è una poesia drammatica, nata da uno spunto per me abbastanza insolito. Mentre leggevo un famoso libro del linguista americano Noam Chomsky, Strutture della sintassi, sono rimasto colpito da un esempio che Chomsky dava a un certo punto del suo discorso. Il passo di Chomsky è molto breve, dice così: «Le frasi (1) e (2) sono entrambe dei nonsensi, ma qualunque parlante inglese riconoscerà che solo la prima è grammaticale: (1) colorless green ideas sleep furiously. (2) furiously sleep ideas green colorless». Ecco, il parlante inglese certo riconosce che il primo esempio è grammaticale, anche se secondo Chomsky non significa nulla, mentre nel secondo caso avverte un’accozzaglia di parole non rette dalla sintassi. La cosa curiosa è che, essendo io un parlante italiano, mi era facile accorgermi che la combinazione delle stesse parole nei due esempi, in italiano, ricalcati esattamente, risultavano ugualmente grammaticali: perché la nostra sintassi – non ci si riflette forse mai o quasi mai – è infinitamente più duttile, più pieghevole di quella inglese.
Allora, io ho tradotto, ho provato a tradurre queste parole. E faccio un avvertimento, sono molto semplici, solo che per tradurre colorless io ho tradotto proprio facendo un calco, cioè «senza colore», perché in italiano avremmo potuto dire «incolore», per esempio, ma «incolore» avrebbe delle connotazioni perché per noi «incolore» può avere anche un significato morale, psicologico, invece la parola inglese colorless è veramente una parola neutra, significa ‘senza colore’. Allora io sono stato costretto a tradurre «senza colore». Le altre parole sono tutte molto semplici. Naturalmente è successo che poi, diciamo, io mi sono anche interessato al senso. La prima delle frasi di Chomsky… il primo esempio di Chomsky tradotto in italiano è: «senza colore verdi idee dormono furiosamente». Ora, questa semplice frase che Chomsky considera priva di senso, in realtà per me è suonata come una strana suggestiva frase poetica. Santo cielo, dopo decenni di avanguardie, post-avanguardie, surrealismo, ci sembra questa una frase priva di senso se trasferita, diciamo, nel territorio del poetico? E allora ho combinato le possibili traduzioni italiane, tutte perfettamente grammaticali tra l’altro, di questa frase e sono andato avanti incontrando per strada una quantità di cose, il cosmo, pianoforti, coccodrilli, il vento solare, la classica lei, la donna di pietra della poesia dantesca (e infatti c’è e mi ha soccorso anche un verso di una famosa sestina di Dante), poi ho incontrato cani, gatti e altri animali, e forse ho incontrato anche un po’ di me stesso. In onore di chi ignaro me l’aveva ispirata, ho chiamato questa stranezza Poema Chomsky.
senza colore idee verdi dormono furiosamente
furiosamente dormono idee senza colore verde
senza colore dormono idee furiosamente verdi
furiosamente dormono verdi idee senza colore
supponiamo che il mondo non sia verde bello
o senza da nubi roventi nevi piovono sulfuree
venti veloci abbaglianti inconcepibilmente
nel buio sonno a dirotto solcano senza colore
che dorme la traccia purpurea solare sensazione
mondo è masturbazione di un dio furiosamente
non ridono i verdi coccodrilli senza idee verdi
di squame e denti i pianoforti senza muoiono
colore imitano poeti farnetico dicono d’ombra
furiosamente il cane ride il gatto gatta il cane
idee verdi nel nevischio buio dormono veloci
piovendo dal vento solare la mia furiosamente
verde idea senza colore di lei stare nell’ombra
furiosamente verdi dormono idee senza colore
furiosamente verdi dormono idee senza colore
di lei gelata che il mondo sia bella come pietra
poco giorno al gran cerchio d’ombra s’infiamma
furiosamente verde rovente di nessun colore
se dorme l’idea verde che senza è nella pietra
identica da te nel salto d’ombra sta furiosamente
uccello sospende suoni ghirlanda di gentile verde
cane che aspetta palla al balzo gatta il cane
furiosamente senza colore la mia idea di stare
s’ignorano gatta cane merlo nello stesso verde
senza animato è questo cosmo parti d’ombra vive
non l’ho veduta verde né bramata di morto colore
terriccio vomitato idea lombrica in sottoverde
di lei furiosamente dorme verde idea senza colore
non scoccano i ramarri senza pietra verde abbaglio
paura occulti puzzando d’ombra al cerchio d’aria
imposizione grigia commiato d’ogni erba animale
furiosamente dormono idee senza colore verde
furiosamente verdi dormono idee senza colore
tra rosee zampe a becco furiosamente il prato
dorme del verde fuori alato corpo d’acqua pietra
sesso fuso di chi muore a stare in ombra cosa
quando senza colore è tutto l’erba che mi serra
nel liquido verde senza e tanto vivere poco
furiosamente dormono idee verdi di nessun colore
Questa sera il tempo se n’è andato tutto con il Poema Chomsky e ci risentiremo lunedì sera, e spero di avere il tempo di leggere più di una poesia. A risentirci.
Puntata 10 (lunedì 12 maggio)
Buonasera. Poesie sulla poesia ce n’è un’infinità ed è molto difficile sceglierne. Più che una traduzione vera e propria, io ora vi leggerò un’imitazione che ho fatto di una poesia dell’americano Wallace Stevens. La poesia di Stevens è intitolata La poesia è una forza distruttiva; la mia imitazione è intitolata Cuore Leone.
Questa è davvero miseria
non avere niente insomma
È avere eppure niente
È una cosa avere
un leone un bue nel petto
Sentire lì il suo ansare
Cuore gagliardo cane
vitello orso arcuato
Gusta il suo sangue non sputa
Simile a un uomo nel corpo
di bestia selvaggia
gli stessi muscoli
Leone che dorme al sole
fiuta con le zampe
può uccidere un uomo
Che cosa dicono questi versi? Che la poesia non è una cosa addomesticabile, che è alcunché di ostile e pericoloso. Ma della poesia si può dire pressoché tutto. Può apparire anche come un animale grazioso. Lo stesso Stevens in un altro momento l’ha definita così: «La poesia è un fagiano che scompare nella macchia». La poesia si può anche immaginare come una signora affascinante e crudele con la quale si ha una relazione straziante, perché lei compare quando vuole, ti cerca, poi ti dimentica, se ne va, ti lascia. E qual è la tua condizione di abbandonato? La migliore è quella di dimenticarsi di lei, quindi usare questa strategia, diciamo, un po’ opportunista rimanendole fedele, ma senza soffrire, una volta o l’altra si ripresenterà. Questo è sempre stato un po’, diciamo, il mio rapporto con la poesia.
Mentre la signora poesia è, si spera soltanto momentaneamente, scomparsa, e in attesa che ricompaia, non è detto che non si possa continuare a giocare con la sua presenza, diciamo così, fantasmatica, giocando un po’ alle domande e alle risposte. Le domande e le risposte: le domande dei bambini, ma non solo dei bambini… le risposte dei bambini e degli adulti spesso sono fuorvianti, fantasiose, insensate. Ma in fondo ci fanno scoprire che nel nostro mondo ci sono più domande che risposte. Questa breve poesia che vi leggerò prima di salutarci forse è una parodia o un gioco sui bambini e sugli adulti. O forse vuol dire qualche altra cosa che non so.
Perché questa formica
Perché questa formica cammina così in fretta
il tempo è un luogo se indugia a consumarsi
il fuoco fa la pioggia il vento non ha testa
per fare una sorgente ci vuole anche un badile
il nome sa il suo nome quando lo chiamiamo?
Della poesia che ora leggerò, e che è intitolata L’omino di buona volontà, penso sia utile spiegare soltanto una cosa. A un certo punto, verso la fine, sentirete dire a proposito dell’omino: «un K». È chiaro, il riferimento è al protagonista dei romanzi, i famosi romanzi di Kafka, Il processo e Il castello. Sono due protagonisti differenti, ma entrambi si chiamano K. (con il punto), e hanno in comune, diciamo, un destino negativo, cioè sono due uomini volenterosi destinati al fallimento. Quindi il K. del Processo non capirà mai di che cosa è accusato e morirà senza saperlo. E l’agrimensore K. del Castello non riuscirà a farsi riconoscere, accogliere dai padroni del medesimo e anche per lui si annuncia una morte ingloriosa da esiliato, insomma, da espulso, che poi è un’immagine dell’onesto individuo di oggi. Spiegato questo, passiamo alla lettura.
Un rintontito, un rotto in incubi (elaborati
a perdere), un vago maghetto indaffarato,
labirintico, accanito poveretto, concentrato
sullo spasmo groviglioso del pedinamento,
inseguimento, ostinamento verso (?) lo sfogo,
l’uscita in fondo.
Stacco
e rinvenimento (?)
dell’oggetto perduto, oggetto trovato, treno
partito, strade a cul-de-sac in un quartiere-casba
e baratri percorribili sul ciglio; un tutto fosco
affossato, ombra stranita di caligine. Un buffo
che non sa dove ha smarrito il cappello, gli scivola
di dosso il cappotto ma poi se lo palpa sotto
la camicia e si scopre: chiavi in mano, talismani,
guanti di donna illibati (uscendo da una latrina)
imbarazzanti; e qui incontra vecchi conoscenti
sconosciuti, amiconi mai visti, ghignanti festosamente
gli fanno da guida, astuti invitanti, alticci gai,
stupore
si gettano in un lago a strapiombo
da dietro
il fianco uno lo trattiene, fioco angelo stracciato,
e lui penoso alla cerca del passaggio buio,
riproponendosi volenteroso di destino, mai ristorato.
Un K. proprio una bella mattina si sveglia
col becco
aperto degli uccelli, il dovere all’orizzonte, la sete
in gola e
il sogno che ha di suo lo accusa.
Tra i poeti che amo c’è Tristan Corbière, il poeta francese nato nel 1845, morto a trent’anni. Di lui vorrei leggervi per accomiatarmi da voi l’inizio di Epitaffio.
Si uccise per ardore o morì accomodante.
Se vive è per dimenticanza, ecco di sé ciò che lascia.
Il suo solo rimpianto fu di non essere la propria amante.
Nacque senza alcun costrutto,
dal vento di prua sempre sospinto
e fu uno spezzatino,
adultero miscuglio di tutto.
Spero di avervi fatto amare un po’ di più le possibilità della poesia, se non la poesia mia in particolare, e vi saluto cordialmente. Buonasera.
[1] Devo la conoscenza di questo programma radiofonico ad Andrea Cristiani e ad Antonio Schiavulli, che ringrazio insieme a Luca Giuliani, che ha acconsentito alla pubblicazione del testo.
[2] Le trasmissioni radiofoniche che hanno coinvolto scrittori del Novecento sono state negli ultimi anni oggetto di studi approfonditi. Non è la sede per una ricognizione completa dalla bibliografia, ma rimando almeno, per le questioni generali sul rapporto fra scrittori e medium radiofonico, a R. SACCHETTINI, Scrittori alla radio. Interventi, riviste e radiodrammi per un’arte invisibile, Firenze, Firenze University Press, 2018; sul fronte dei radiodrammi, il più frequentato in questi anni, si veda anche almeno R. SACCHETTINI, N. TURI, Storie da ascoltare nell’Italia del boom. Il radiodramma da Primo Levi a Giorgio Manganelli, Roma, Carocci 2023.
[3] Sull’organizzazione delle raccolte di Giuliani rimando alla Nota al testo contenuta in A. GIULIANI, Poesie, a cura di L. BALLERINI, F. MILONE e U. PEROLINO, Venezia, Marsilio, 2024, pp. 39-48.