p. 66-69 > Marco Palladini: Noi siamo altri – materiali per una diegesi familiare

Marco Palladini: Noi siamo altrimateriali per una diegesi familiare

(Editrice Zona, 2025)

di Raffaele Manica

 

Mettiamo che un libro come quello di Marco Palladini capiti tra le mani di un lettore che nulla sappia dell’autore, nonostante la poliedricità della sua figura di – almeno – poeta, narratore, teatrante, critico, performer e altro ancora. È una domanda che occorre porsi ogni volta che il libro è ad alto tasso memorialistico o autobiografico: non si dice autofiction perché non di questo si tratta, ma di altro, come, nel sottotitolo di Noi siamo altri, si legge: materiali per una diegesi familiare (edito da Zona). Mi fermerò su questa soglia, titolo e sottotitolo, perché ci definiamo secondo il linguaggio che parliamo, e questo è il linguaggio di Palladini. Palladini cita, e citare è una forma di linguaggio particolare, che rimanda a un campo condiviso, a una rete memoriale non solo individuale. Non solo, ma la citazione, anzi le citazioni, vengono manipolate, riportate a un diverso modo di porsi rispetto alla loro origine. Il titolo, Noi siamo altri (attenzione: altri, non gli altri) assorbe il celebre motto di Rimbaud «Je suis un autre» e lo volge al plurale: attento, lettore («mio simile»?), che non di un io e della sua alterità si parla, ma di un noi, di una comunità intorno all’io, che l’io contiene, ma in un campo di relazioni.

Il campo culturale di riferimento per il titolo (e dunque, forse, per l’autore, di sicuro per colui che agisce nel libro) è quello della rivoltosità intellettuale che di Rimbaud e del suo universo (esegeti compresi), aveva fatto un idolo, perfino un ideologo specialissimo: un ideologo senza ideologie, sostituite dalle visioni di rovesciamento di ogni dato logico a favore del vento dell’analogia, della metafora assoluta, del simbolo, dell’allegoria (che sono cose diverse tra loro, va bene, ma quanto spesso, però, coesistono in uno stesso temperamento). Il sottotitolo, materiali per una diegesi familiare, porta indicatori piuttosto netti verso quella stagione culturale, politica e letteraria, che va dalla fine degli anni Sessanta ai primissimi Ottanta, quando le nuove scienze si innestavano sul sostrato marxista.

Si tratta di un periodo, diciamolo pure, di ipertrofia teorica; ma rimandare a tale periodo vuol dire intravedere in quel momento teorico (ipertrofia a parte) una necessità, una sostanza, un rapporto con le cose: materiali è termine che si riferisce a un marxismo eterodosso quando non eretico, che ha il proprio ascendente nello splendido isolamento di Walter Benjamin pur correlato con altre eterodossie e altre eresie. Poi c’è un altro termine al quale va appuntata una nota per cogliere il senso dell’opera di Palladini (non solo di quella della quale andiamo discorrendo): diegesi è parola antica, come dice la sua veste greca, ma tornò in auge, fuori dei pensieri pensosi degli accademici greco antichi, bizantineggianti, nelle pagine semiotiche e strutturalistiche, quando la retorica si vestì con nuove vesti e fu una scienza nuova, tornando e ritornando vichianamente, e soprattutto assestandosi, per fare un solo esempio, in un fascinoso – pur nella tecnicità – libro di Roland Barthes.

Però, infilzati i materiali e la diegesi tramite una preposizione che neanch’essa deve suonare neutra, per (materiali per una esegesi), assai in uso in quel decennio abbondante, ma con radici ben più antiche, a sottolineare una precarietà, un all’incirca, una incompiutezza (non materiali e basta, ma materiali per svolgere un’opera, un manufatto, una scrittura, però materiali bisognosi di altro, materiali tra altri); però, si diceva, fatto questo, Palladini aggiunge  un aggettivo spiazzante, perché si muove in un altro campo e anzi riporta quei «materiali per una diegesi» a un altro piano, proprio: l’aggettivo designa infatti uno dei bersagli preferiti della stagione che si è detta, e lo mette a puntellare l’intero libro, o discorso: l’aggettivo familiare.

Quanto finora osservato non è un mero indugiare sul titolo, ma una ricerca dell’intonazione – più propriamente del tono – che lega unisce fonde i capitoli del libro di Palladini, e li fa diventare un’unità nella loro diversità, li intreccia strettamente l’uno attraverso l’altro; forza il lettore a percepire la rete di implicazioni e lo induce contemporaneamente a uno sguardo d’insieme, totale, e a uno sguardo che, per quanto ravvicinato e incentrato sulla vicenda o sulle vicende di un singolo capitolo, pure deve considerarlo una tessera dell’insieme più ampio. Credo, in sintesi, che la corretta lettura delle soglie del libro ci dia non soltanto il Dna dell’autore, ma il suo situarsi oggi, ovvero le sue coordinate culturali (e poetico-artistiche) che vivono tra permanenza di antichi saperi (per quanto, in altra sede, discutibili, da discutere) e loro diversa inclinazione odierna: una diversità non dettata solo dall’anagrafe ma dalla mutazione del punto di vista per come indotta da quell’aggettivo (che è poi ciò che induce a riformulare la portata di tutto il resto).

Poi si entra. E qui un’altra questione, che prosegue quelle indicate da titolo e sottotitolo: come definire il libro, secondo propri princìpi (che sono quelli dell’autore): ed ecco la pioggia che cadde talmente fitta da essere ora presa per vera ora parodiata, perché si trattava di qualcosa dato a ogni momento per morto e che a ogni momento era vivo; ma, vivo, era tuttavia impraticabile in maniera tipica, quasi da doversene vergognare, nel caso: la questione del romanzo. Scrive Palladini: «Questo libro, romanzo-antiromanzo, pararomanzo-saggio-memoir o romanzo mosaico, tutto vuol essere meno che una sistematica e ordinata cronaca bio-familiare. È semmai un palinsesto, appunto, di materiali di memoria anche diacronica e molto spurî, che attraversano la vita mia e dei miei familiari». Non sottolineerò che qui Palladini si mette un po’ sulla difensiva («tutto vuol essere meno ecc.») giacché, proprio, l’ammissione del fatto familiare sarebbe stata ai bei giorni inammissibile, figurarsi se accoppiata pure al famoso romanzo; ma ciò va sottolineato: che ancora una volta si tratta di una cautela (rientrato il rigetto) dovuta al «noi» piuttosto che all’«io». Si tratta, infine, ancora di una questione culturale, e direi antropologica, più che individuale, soggettiva e in qualche misura (variabile) psicologica.

Per quel che riguarda le variazioni intorno alla parola romanzo, còlta nelle sue varie e possibili accezioni, non si tratta di una precisazione strettamente letteraria: chi sa di quegli anni per averli vissuti o studiati o diversamente conosciuti sa anche quanto la questione del romanzo fosse questione – incredibilmente, oggi e non solo – capitale: di vita o di morte, si direbbe con un po’ di non ingiustificata enfasi Si trattava di uno dei modi in cui prende forma la vita, ben altro e ben oltre rispetto alla questione letteraria pure e semplice: un’incarnazione della lotta tra l’anima e le forme, tra la soggettività e il mare dell’oggettività, tra l’io e gli altri, o la cosiddetta realtà.

Con queste premesse, con queste considerazioni sull’uscio, riesce difficile entrare nelle singole parti delle quali si compone, caleidoscopio o puzzle, il libro, dal momento che una singola parte, isolata dall’insieme delle altre, rischierebbe di tirarsi addosso un alone di aneddotico che invece mai appartiene al libro (a meno che non si conceda all’aneddoto ciò che pure merita, ovvero la capacità di essere risonante, di essere significativo, di andare oltre se stesso, in una portata più ampia rispetto a se stesso: ma il problema, qui più che in altri casi, sussiste, e proprio per la natura all’origine familiare del dettato). Ma correremo il rischio, però avvertendo che di tutto Palladini è consapevole: come quando, nella stringata ma efficacissima nota al lettore, richiamate alcune sue precedenti esperienze di scrittura che con la presente colloquiano e che con la presente si costituiscono in polittico, ma mobilissimo, ne vede l’insieme (un quarto di secolo di scritture, dal 2002 di I rossi e i neri a oggi) come una «linea di decostruzione narrativa» da lui percorsa quale «mnemonauta». Ma benché simile, l’esperienza è diversa perché diverso, per ampiezza, è il suo arco temporale, così che «il palinsesto si allarga e si amplia coprendo, sia pure assai parzialmente, l’arco di un’intera esistenza. Còlta in alcune sue matrici, ricorrenze, distonie, specificità e diversità». Poi un mettere le mani avanti (in senso teorico) che, ancora una volta, ha il gusto di un’epoca, nel richiamare un termine – finzione – già molto in voga (Pessoa, Borges…) e ormai, mi sembra, caduto in disuso, se non in disgrazia (in questo rimetterlo alla ribalta credo si possa vedere anche un intento polemico): lo so, dice Palladini, «che come l’Io anche il Noi è una finzione, e che il rammemorare è poi anche, pur sempre, un inventare, un immaginare una o più storie in cui, credendo di vedere noi stessi, in realtà vediamo altri da noi, pur se in qualche modo essi ci concernono e ci riflettono». Ecco, dunque, un rimorso originario e una colpa riconosciuta tardi, il fratello, i genitori, i lavori svolti, le attività culturali e artistiche, le passioni andate, politica compresa, gli amici che si sono congedati…

Così, nel suo insieme, il libro – insieme specchio e occhi, e occhi sullo specchio e riflesso degli occhi da uno specchio – è una sorta di paradigma, di voci variamente declinate e declinabili che Palladini ha orientato secondo la propria esperienza in quanto correlata ad altre esperienze. Scrivendolo, il suo intento maggiore, con ogni evidenza, è stato quello di lasciare traccia scoperta di sé e degli altri che questo sé hanno accompagnato, sorretto, condizionato, contribuito a comporre e a compiere (e viceversa), nel bene e nel male, durante il corso di una vita intera.