Il Carso come motivo poetico negli scrittori della prima metà del Novecento[i]
Elisa Donda
Riassunto:
L’intervento mette in evidenza l’importanza del paesaggio carsico della Venezia Giulia come motivo poetico in una selezione di scrittori. È proprio partendo dalle cruente vicende storiche che si sono susseguite nel Novecento nelle aspre lande carsiche giuliane, che molti autori hanno saputo trasformare le impressioni, gli stati d’animo e le inquietudini in motivi lirici. Tra gli autori affrontati, alcuni conoscevano già prima il Carso, come Umberto Saba, Dario de Tuoni, Srečko Kosovel, Scipio Slataper e più tardi Lina Galli, altri invece conobbero questo luogo solamente a causa delle vicende belliche, come Giuseppe Ungaretti e Carlo Emilio Gadda.
Il discorso prenderà in esame le opere note e meno note di alcuni autori, analizzando di volta in volta le peculiarità e lo sviluppo del motivo carsico presente nei loro componimenti, mettendo in luce come il tema del Carso subisca una trasformazione nel corso del secolo come conseguenza delle guerre che lo hanno visto come protagonista: dallo sfiguramento del paesaggio con le trincee nella Grande guerra, fino a giungere alla questione degli esuli e delle foibe.
Parole chiave. Carso triestino, Grande guerra, scrittori triestini, Novecento italiano, Seconda guerra mondiale.
Abstract:
The paper highlights the importance of the Karst landscape of Venezia Giulia as a poetic motif in a selection of writers. It is precisely on the basis of the bloody historical events that took place in the twentieth century in the harsh Karst lands of Giulia that many authors were able to transform impressions, moods and anxieties into lyrical motifs. Among the authors addressed, some were already familiar with the Karst beforehand, such as Umberto Saba, Dario de Tuoni, Srečko Kosovel, Scipio Slataper and later Lina Galli, while others knew this place only because of the events of the war, such as Giuseppe Ungaretti and Carlo Emilio Gadda.
The talk will examine the known and lesser-known works of some authors, analysing from time to time the peculiarity and development of the Karst motif in their compositions, highlighting how the Karst theme underwent a transformation in the course of the century as a consequence of the wars that saw it as a protagonist: from the disfiguration of the landscape with the trenches in the Great War, to the issue of the exiles and the foibe.
Keywords. Karst of Trieste, Great War, writers from Trieste, Italian twentieth century, Second World War.
1. Breve premessa
Se penso al Carso giuliano mi sorge alla mente l’immagine di un confine geografico naturale, una vera e propria barriera di roccia. Il Carso del nord est è un confine culturale e linguistico, perché qui si trovano a stretto contatto più culture, in particolar modo quella italiana e quella slovena; è anche un confine geopolitico, che in seguito alle intricate vicende del Novecento, ha mutato più volte forma. Spesso il confine viene identificato come luogo di cesura, di separazione, ma questo distanziamento non avviene nelle poesie, in quanto la scrittura diviene il luogo deputato all’incontro delle differenze, uno spazio dove le diversità si assottigliano per diventare un unico motivo poetico universale, contrassegnato dall’immagine del Carso.
L’intervento si prefigge di individuare, attraverso la presa a campione di alcuni autori giuliani e di altri che hanno conosciuto invece il Carso a causa delle vicende storiche intercorse nel Novecento, le diversità e le convergenze del motivo del Carso in vari componimenti; inoltre mira ad approfondire alcune tematiche storiche che emergeranno nelle poesie scelte, evidenziando anche le scelte stilistiche degli scrittori.
2. Il motivo carsico nella poesia degli scrittori giuliani
Molti degli autori che tratterò provengono dalle terre del Carso, specialmente la città di Trieste viene assunta dagli scrittori di confine come luogo privilegiato. Ciò è dovuto alla ricchezza dei commerci nel porto di Trieste, che incentivarono la vita culturale nei caffè cittadini.
I critici letterari Pietro Pancrazi, Carlo Bo e Bruno Maier si sono soffermati nell’individuazione delle peculiarità della letteratura triestina, togliendola così dall’etichetta di “letteratura regionale” per identificarla nella più vasta letteratura europea. Al di là di certe caratteristiche,[ii] come, per esempio, la propensione allo scavo interiore, dovuto anche all’apporto della psicanalisi, ogni scrittore presenta delle tematiche preferenziali. Nonostante ciò, sicuramente la descrizione paesaggistica è uno dei motivi soventi in questa letteratura. In particolar modo, il tema marino ricorre nelle poesie in dialetto gradese di Biagio Marin, molto amate da Pier Paolo Pasolini, e nei componimenti del filosofo goriziano Carlo Michelstaedter, nei quali troviamo il richiamo al mare come luogo di libertà e di vitalità.
Grazie a una breve indagine su alcune poesie degli scrittori di confine, ho notato che il Carso viene assunto frequentemente negli scrittori giuliani, assumendo ogni volta un significato diverso per ognuno.
Umberto Saba è sicuramente il poeta più famoso della città di Trieste. Alla sua città, Saba dedica la sezione Trieste è una donna del Canzoniere; tuttavia nelle sue poesie la tematica carsica si presenta soltanto in modo marginale, poiché il poeta è interessato a mettere in evidenza i propri sentimenti. Nella poesia Verso sera si possono leggere i seguenti versi:
Trieste, nova città,
che tiene d’una maschia adolescenza,
che di tra mare e i duri colli senza
forma e misura crebbe;
dove l’arte o non ebbe
ozi, o, se c’è, c’è in cuore
degli abitanti, in questo suo colore
di giovinezza, in questo vario moto;
tutta esplorammo, fino al più remoto
suo cantuccio, la più strana città.
Ora che con la sera anche si fa
vivo il bisogno di tornare in noi,
vogliamo entrare ove con tanto amore
sempre ti ascolto, ove tu al bene puoi
volgere un lungo errore?[iii]
In questa poesia si può scorgere il motivo del «cantuccio a me fatto»[iv] della più celebre poesia Trieste, mentre nel componimento intitolato Dopo la tristezza, il paesaggio triestino è solamente menzionato con i suoi monti, contraddistinti dalla presenza del faro che fa da sfondo al sentimento di malinconia del poeta nei versi «E della birra mi godo l’amaro, / seduto del ritorno a mezza via, / in faccia ai monti annuvolati e al faro».[v] Non diversamente nella poesia Un ricordo, dove il Carso triestino è lo spettatore della prima delusione amorosa del poeta per un giovinetto «[…] Fu un dolore, / uno spasimo fu verso sera; / che un’amicizia (seppi poi) non era, / era quello un amore; / il primo; e quale e che felicità / n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste».[vi] Anche nella poesia L’ora nostra, nella quale Saba racconta qual è l’ora più bella della giornata, il motivo paesistico emerge soltanto come sfondo.
Virgilio Giotti è un altro poeta molto importante per Trieste. Egli ha scritto la maggior parte delle sue poesie in un dialetto triestino colto,[vii] volutamente epurato dal lessico popolare.[viii] Nei componimenti di Giotti ritroviamo qualche piccolo scorcio carsico ma sempre con la sola funzione paesistica, incontrata anche nel suo amico di gioventù Saba. Nella lirica El sanbuco, contenuta nella prima raccolta poetica Piccolo canzoniere in dialetto triestino, il poeta risente il profumo del sambuco; questo odore lo riporta ai ricordi della sua infanzia, quando scorgeva dietro la propria casa un bosco di sambuco. Il ricordo della fanciullezza diviene doloroso nel raffronto con la realtà. Inoltre, si riscontrano alcune lievi somiglianze sabiane: l’accenno al “cantuccio”, in questo caso con diversa accezione, e il cielo, terra e mare caratteristiche del paesaggio triestino:[ix]
Xe passà d’i bei ani, del bel tenpo:
pur mi, qua ‘desso, con sto odor che sento,
con tuti i bruti pensieri, me vien,
sì, de vardarme ‘torno,
se xe le mie canpagne e quel mio pozzo,
la mia barca e el mio mar:
e sto canton de orto,
el me diventa come quel de ‘lora,
grando, col cel de sora
che gira, e tuto ‘torno
co’ la tera ‘l s’incontra e col mio mar.[x]
Anche nei versi «co’ drio i monti co’ la ferovia / e soto in fondo ‘l mar»,[xi] della poesia ‘Na bela giornada, il mare e il Carso fanno da sfondo a una passeggiata amorosa in Val Rosandra, dove passava la linea ferroviaria diretta verso l’Istria.[xii] Il tema non si presenta in modo diverso in altre poesie, come, per esempio, in La casa, dove si può leggere: «vardo fora el mio monte, / vardo par ària el ziel»[xiii], oppure in La casa incantada, dove viene descritta una piccola dimora contadina nella val Rosandra, nella quale il poeta trova un po’ di pace; o ancora In una matina in riva, nella quale Giotti delinea la sua voglia di estraniarsi dal mondo vedendo una barchetta nel golfo di Trieste:
Ghe xe ‘na navisela sul mar blu,
e su, in zima del monte, xe un paeseto
nel sol, contro grandoni bianchi nùvoli.
E un altro mi che xe in mi, lu’ el voria
mèterse drento in quela navisela
e andar andar su la mareta alegra;
e anca andar el voria lontan là suso
in quel ciaro paeseto.
E mi, ridendo, ghe go dito de no,
e lui me ridi e el me disi sì sì.[xiv]
Il Carso diviene il soggetto privilegiato nella prosa lirica ne Il mio Carso di Scipio Slataper. L’opera è dedicata alla fidanzata Anna Pulitzer, morta suicida qualche anno prima. Lo scritto si presenta con il sottotitolo di “autobiografia lirica” ed è un’opera in prosa poetica caratterizzata dallo stile del frammentismo vociano. È interessante notare che Slataper nomina il Carso sempre con l’iniziale minuscola, per evidenziare l’accezione naturalistica e non toponomastica. Inoltre, il Carso slataperiano assume i connotati di una rinascita, di una rigenerazione dello scrittore. Il libro è suddiviso al suo interno in tre parti, nelle quali il tempo e lo spazio si fondono e confondono: ripetuti sono gli spostamenti tra il mare e il Carso, tra la città, simbolo della borghesia mercantile, e la vetta del monte da conquistare; per poi ritornare in città, rigenerato, dopo aver sopportato il dolore e la perdita, «benedici il tuo dolore e scendi, sereno e severo, fra essi».[xv] L’autore accetta il dolore e scopre alla fine una nuova solidarietà umana, che diviene un appello universale «noi vogliamo amare e lavorare».[xvi]
Tra i molti passi che potrei citare, appare sicuramente emblematico il brano nel quale il Carso viene identificato come un fratello:
Carso, che sei duro e buono! Non hai riposo, e stai nudo al ghiaccio e all’agosto, mio carso, rotto e affannoso verso una linea di montagne per correre a una meta; ma le montagne si frantumano, la valle si richiude, il torrente sparisce nel suolo.
Tutta l’acqua s’inabissa nelle tue spaccature; e il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, gli occhi vacillano nell’inferno d’agosto. Non c’è tregua.
Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso.
Egli è senza polpa. Ma ogni autunno un’altra foglia bruna si disvegeta nei suoi incassi, e la sua poca terra rossastra sa ancora di pietra e di ferro. Egli è nuovo ed eterno. E ogni tanto s’apre in lui una quieta dolina, ed egli riposa infantilmente fra i peschi rossi e le pannocchie canneggianti.
Disteso sul tuo grembo io sento lontanar nel profondo l’acqua raccolta dai tuoi abissi, una sola acqua, e fresca, che porta la tua giovane salute al mare e alla città.
L’acqua delle tue grotte io amo che s’incanala benefica per le strade dritte. Amo queste donne carsoline che stringendo fra i denti, contro la bora, la cocca del fazzolettone, scendono a gruppi in città, con in testa il grande vaso nichelato pieno di latte caldo. E la striscia bianca dell’alba, e il bruciar doloroso dell’aurora fra la caligine della città.[xvii]
In questo pezzo vengono messe in risalto le caratteristiche del Carso, l’amore dello scrittore per l’altipiano carsico, per i suoi abitanti in contrapposizione alla città, dove si trova la borghesia. In un altro passo la fratellanza tra il Carso e lo scrittore diventa talmente forte da arrivare al motivo panico:
Il monte Kâl è una pietraia. Ma io sto bene su lui. Il mio cappotto aderisce sui sassi come carne su bragia; e se premo, egli non cede: sì le mie mani s’incavano contro i suoi spigoli che vogliono congiungersi con le mie ossa. Io sono come te freddo e nudo, fratello. Sono solo e infecondo.
Fratello, su di te passa il sole e il polline, ma tu non fiorisci. E il ghiaccio ti spacca in solchi dritti la pelle, e non sanguini: e non esprimi una pianta per trattenere le nuvole primaverili che sfiorandoti passano oltre e vanno laggiù. Ma l’aria ti abbraccia e ti gravita come grossa coperta su maschio che aspetti l’amante.
Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora. È il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo. Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiù.[xviii]
In questi brani è possibile ravvisare il significato di luogo dell’anima, della verità e della sincerità che il Carso aveva per Slataper; inoltre, si avverte anche come il motivo carsico entri nelle scelte linguistiche adottate dallo scrittore.
Vicino allo Slataper del clima vociano, è lo scrittore Guido Devescovi. Quest’ultimo nell’opera Ritorno alla montagna, dedica una sezione al Carso in Preludio carsico. Il Carso di Devescovi è però ben diverso da quello dello Slataper: non più simbolo di forza da contrapporre alla città, significato di sanità e forza morale, ma si insinua una componente contemplativa, che Bruno Maier ha definito con la «poetica del guardare»[xix], nella quale Devescovi gode delle scoperte della natura carsica, con i suoi fiori e gli uccelli.
Il Carso si fa compagno dello scrittore, «poso la fronte su un sasso e ne suggo, animale desideroso di pace, tutta la dura freschezza. L’osso riconosce il fratello»[xx], dove nell’ultimo verso è possibile ritrovare una ascendenza slataperiana; in Il sonetto di pietra è presente il gioco della rima dantesca pietra-impetra, nei versi «Che spacca al sole e nel gelo la pietra, / Da Dio soltanto una grazia egli impetra»; in Il morto, lo squillo di una tromba proveniente dal Carso preannuncia la morte di un contadino «Certo tu annunzi col rintocco sparso / Per l’altipiano sterile che un morto / La terra ha accolto in uno spazio corto / E l’ha coperto con il suol riarso»[xxi]; mentre in altre pagine, che si caratterizzano dall’alternanza di prosa e poesia, ricorre il motivo dello stupore provato dall’autore nella scoperta della natura. Alla Natura spesso si contrappone il motivo della morte:
Primavera, con quanta forza vieni su anche in questo arido Carso, spaccato dal gelo e dalla bora invernale. Al vedere le foglie ruvidette del rovo che trionfano giovani e verdi delle pietre e ad ammirare tra i pini questo cielo così caldo, eppure netto; a sentire lo schiamazzo degli uccelli grassi nel bosco e il cinguettio di quelli esili e piccini, tutti ebbri di questa vita che prorompe irresistibile dalla terra, dopo il lungo mancare, ho le vertigini.
O primavera, quando non sarò più e tu ritornerai pur sempre a deliziare la terra. chissà se ancora tremerà per te, nell’aria, questo mio sospiro.[xxii]
In altre composizioni il paesaggio carsico diviene un motivo di conforto per il poeta, come nella poesia Mio desolato Carso:
Mio desolato Carso, quante volte,
Avido di contrasti ho combattuto
Con l’aspra terra tua, perché da molte
Pietre talor sprizzasse un canto arguto.
E tua sterilità sempre un acuto
Stimolo fu per me, che nelle folte
grasse contrade mi trovai perduto,
in possesso di facili raccolte.
Ma ora vengo a te come un mendico,
che depone il fardel delle sue pene
sulle ginocchia all’obliato amico:
in queste fredde e solitarie scene,
nel mondo tuo sì rigido e pudico,
che in suo silenzio della morte tiene.[xxiii]
In Srečko Kosovel, poeta sloveno morto appena a ventidue anni, il paesaggio carsico è il protagonista di gran parte della sua produzione poetica. Lo scrittore Boris Pahor ha definito chiaramente il significato del motivo carsico in Kosovel:
Non è affatto strano che il giovane, innamorato della sua terra, senta confondersi nel suo essere un mare di energia, oppure provi l’impulso di inginocchiarsi davanti all’infuocata solennità dell’astro solare, andando poi per il Carso come un re, pieno di nuova vitalità.[xxiv]
Il Carso assume dei toni espressionistici, diviene il simbolo dell’amore del poeta per la sua terra. Nelle sue liriche il motivo carsico non è solo descrizione paesistica, ma diviene esistenziale. Kosovel accosta il suo sentire alla descrizione dello stridere della bora sul Carso, come in Villaggio del Carso; il divampare della sera sul «carsico paesaggio nel fuoco come d’oro»;[xxv] o il paesaggio nella variazione delle stagioni; frequente è l’immagine dei pini, che quasi si ergono a sentinelle per il poeta. Come nella celebre poesia Canto carsico, che riporto nella traduzione di Michele Obit:
Fragranti pini, pini odorosi,
il loro profumo è sano e possente
e chi torna dalla loro solitudine
qui non è più sofferente
perché in questa landa pietrosa
tutto è bello e reale,
essere, vivere, lottare
e sentirsi sano e gioviale.
Pini, amici, fraganti, forti,
del Carso sperduto compagni silenti,
della mia solitudine io vi saluto.
Colmi di gravi, malinconici incanti![xxvi]
Dario De Tuoni, critico d’arte e scrittore, ha lasciato due opere dedicate al Carso. Un carme intitolato Dalla pietraia carsica in risposta all’Elegia dell’Ambra dell’amico Ardengo Soffici. In quest’opera De Tuoni contrappone con orgoglio la tradizione giuliana a quella toscana dell’amico, opponendo per contrasto il dolce paesaggio toscano a quello impervio del Carso, “simbolo eterno di violenza”. De Tuoni ripercorre le vicende storiche della Venezia Giulia partendo dalla storia antica a quella recente della Grande guerra. In seguito, l’autore compose, dopo essere stato colpito dalla morte della moglie, la raccolta poetica Il Carso, nella quale questo luogo come «una patria della sua solitudine, della sua malinconia, della sua pensosità afflitta che si ripiega su sconsolati ricordi».[xxvii] Nella rivista jugoslava «Sodonost» del 1939, Lino Legiša in una recensione accosta De Tuoni a Kosovel, entrambi cantori del motivo carsico esistenziale, come negli ultimi versi della lirica Conforto:
Un mistero che inganna una promessa
è questa vita, e mi rivela il Carso
quanto ignorai confuso nella ressa:
però che tutto, dal pietrame al fiore,
sa quel muto conforto che nessuna
voce umana mai disse al mio dolore.[xxviii]
Il componimento Carso De Tuoni lo dedica a Luisa Carniel, vedova Slataper. In questa poesia il Carso si fa inizialmente motivo autobiografico dell’autore nato a Innsbruck «mi sento figlio, anche se qui non nato», per poi tramutarsi in una descrizione paesistica che sfocia nella delicata menzione a Scipio Slataper a «Chi della vita conobbe l’asprezza» che morì sul monte Calvario durante il Primo conflitto:
Un ciuffo d’erba tra il secco pietrame
più mi conforta che un esteso prato:
mi sento figlio, anche se qui non nato,
del Carso dalle zolle rosse e grame.
In lui sferza la bora ogni ciarpame
di sentimenti fiacchi, e il mare irato
si gonfia e schiuma in furore serrato
contro gli scogli un’émpito di brame.
Carso, divino nel bianco squallore
che t’immisteri in caverne paurose
pur sorridendo nella foiba in fiore!
Chi della vita conobbe l’asprezza
ti adora quale simbolo immortale
di una tenace e tacita fierezza.[xxix]
3. L’influenza del contesto storico nelle diverse connotazioni poetiche del Carso
Eppure, quando si pensa al Carso, sorge alla mente spontaneo il ricordo delle poesie di Giuseppe Ungaretti. Egli è riuscito, più di ogni altro, a esprimere il paesaggio carsico mutato, stravolto dalla guerra, emblema d’eccezione del dolore del poeta. In Sono una creatura, poesia scritta in Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916, la pietra carsica del Monte S. Michele diviene la metafora del dolore del poeta:
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.[xxx]
Anche lo scrittore Carlo Emilio Gadda ha lasciato una testimonianza paesistica dello stesso monte durante la Grande guerra nella poesia Sul San Michele, nella quale ritorna il tema della pietra aguzza e grigia, specificità, ancor oggi, di questo monte, che fu teatro delle più sanguinose battaglie dell’Isonzo:
Lo chiamano monte, così,
perché fu tremendo il salire.
Non c’era vento a lambire
La fronte,
ma la mitraglia passava di qui.
Grigia terra, deserto salire
Al culmine
E riscendere della pietraia,
grigio d’erbacce e di ghiaia,
pietre infrante, rottami, travi,
come cose finite dal fulmine:
il mio passo vi cerca la strada.
Son colmi gli scavi
Delle trincere
Rivoltate e sommerse.
Non vedo che schiere
Nel cielo di nuvole perse
Tetre, nere,
passare, col vento, di là
come una gente che vada
verso l’eternità.[xxxi]
Per gli scrittori di confine la drammatica esperienza del Primo conflitto mondiale fu sentita in modo diverso, poiché il terreno carsico era un luogo noto che spesso veniva accostato ai ricordi dell’infanzia, degli affetti e dei primi amori. Tra gli scrittori triestini che rientrano in questo contesto è rilevante la figura del giovane Carlo Stuparich, fine scrittore morto suicida all’età di ventidue anni sul Monte Cengio. Nella raccolta postuma Cose e ombre di uno, curata dal fratello Giani, si scorgono alcuni cenni carsici.[xxxii] Il primo nella poesia Trionfo della vita, nella quale Carlo cerca un po’ di quiete; la ricerca prima davanti al mare di Barcola a Trieste e poi nel Carso che, nelle sue conformità geologiche, si assimila ai sentimenti dell’autore:
L’ho cercata poi fra i nudi dirupi
deserti del Carso…
E invece di pace ho dato al mio cuore
un tormento tagliente
come le sue spaccature
e un dolore aspro aggrovigliato
come i suoi gineprai.
Non c’è riposo per me.
Ma io mi ribello.
Chi domanda pace?
Chi vuole annientarsi
nel nirvana?
Anche l’inebetito ha la pace nel cuore.
[…]
Alzo la fronte
turbato ma forte
gonfio di rabbia e di amore.[xxxiii]
Più evidente in Elegia, dove Stuparich riprende un lessico che richiama gli elementi naturali carsici: «Soltanto il mio destino m’addolora: / la mia vita calcarea, grotta chiusa, / volta in sé stessa con occhi incantanti / che guardano il suo buio stillicidio».[xxxiv] Infine, nelle sue ultime poesie, scritte durante la disillusione della guerra, è riscontrabile il tema paesistico che diviene esistenziale, una vena malinconica si insinua nel poeta. In Principio di novembre:
Oggi l’aria è chiara e fine
e i monti son cupi e tersi,
poveri anni persi
in fantasie senza confine.
Qui ogni pietra ha un contorno
Ogni fibra un colore,
i rami tendono intorno
una rigidità senza languore.
Foglie gialle cadute
per troppa secchezza,
segnano l’asprezza
di grandi arie mute.
Il cielo è azzurro di profondità
Le cose son ferme e recise.
Passò un respiro d’eternità
In queste solitudini derise.[xxxv]
In particolar modo, nell’ultima poesia intitolata Impressione si può vedere condensata la sua poetica esistenziale, il suo «esame di esistenza»,[xxxvi] mentre il motivo carsico ritorna come paragone dello stesso Stuparich:
Oggi la terra fuma, e nebbia vela il leggero vestirsi della primavera. Intravedo la dolcezza della sua carne rosa-celeste.
Più dolce è questa prima primavera attraverso una parete diroccata.
Lo spacco m’incornicia con duri frastagli di pietra colori teneri di cose nascenti.[xxxvii]
Nello stesso modo in molte prose poetiche di Giani Stuparich è ravvisabile il tema carsico, come, per esempio, nelle pagine di Guerra del ’15, dove si delineano ricche descrizioni del Carso: un luogo conosciuto dall’infanzia che però si tramuta con la guerra; il conflitto deturpa non solo l’essere umano ma anche la natura. Risultano toccanti e intense le descrizioni della terra di nessuno, dove giacciono i morti e i feriti e dove la terra stessa soffre: «Non ho provato mai un sentimento cosiffatto di tenerezza, come da vivo a vivo, per questa povera terra, nuda terra, sassosa e piena di ferite, che ci dà riposo e protezione».[xxxviii]
Nella raccolta di novelle Pietà del sole, il Carso ritorna nei frammenti poetici di Giani: nei ricordi dell’infanzia alla ricerca dei primi bucaneve, nel quale ricorre la figura dell’amato fratello Carlo; oppure nel senso di meraviglia provata nello scoprire ogni volta le bellezze paesistiche del Carso, «Mi sono chiesto varie volte per quali motivi questa terra così povera, così scheletrica riesca a mantenere un fascino di paesaggio […] E mi convinco sempre più che tali motivi sono da ricercarsi proprio in questa sua povertà onesta, senza belletto.», un paesaggio dove «cielo e aria dominano quassù» in un «contrasto di luce», «un pallido deserto, a una terra non fatta per gli uomini», fino ad arrivare a definire questa una terra che «ha l’anima del poeta, che spreme da sé, con tormento, in orgogliosa povertà, la sua vena».[xxxix]
Il triestino Giulio Camber Barni, che Saba disse «la guerra fece poeta»,[xl] fu l’autore del volume La buffa. Barni rappresenta la guerra in una prospettiva universale, nella quale i poveri fanti (già il titolo richiama in modo il termine dispregiativo utilizzato dagli altri reparti per definire la fanteria) si ergono a eroi dei folli comandi dei generali “imboscati”, il nemico è uguale al soldato italiano. In modo evidente, nel componimento Mi seppellirete, appare il soggetto carsico come ultima dimora del fante.
Mi seppellirete
in mezzo una dolina:
vorrei un po’ di terra
di quella carsolina,
vorrei un po’ di terra
di quella gineprina,
un po’ di terra rossa
di sopra la mia fossa!
E non perdete tempo
a dire chi io sia:
lo capiranno tutti
ch’ero di fanteria.
Ma se trovate un cardo:
il fiore della via,
ma se trovate il fiore emblema di dolore
cresciuto dall’amplesso
del sasso e dell’amore,
al posto della croce
io lo vorrei vicino.
E poi frugatemi pure,
potrete ber del vino,
potrete andar a bere
da qualche vivandiere.[xli]
Un’altra testimonianza importante è data dal viennese Kornel Abel, che nella sua opera Carso (qui tradotta da Renzo Segala) descrisse la sua esperienza bellica. Fin dal titolo il luogo deputato al combattimento assume una propria connotazione soggettiva. Abel si sofferma a descrivere il terreno carsico e il significato che questo luogo assume per i soldati austroungarici:
Altopiano carsico. Due parole, poche sillabe. Un concetto che a ogni borghese e a ogni imboscato è ormai divenuto familiare. Un’espressione che, attraverso il suo uso quotidiano, ha perso la sua terribile violenza, sì che l’umanità osa voltare il foglio sul quale essa è scritta. Solo coloro i quali se ne stanno appiattiti nelle trincee tra Monte San Michele e Duino, tra gli implacabili sassi del deserto carsico, difendendo la patria in pericolo e sbarrando con i loro corpi la strada che conduce a Lubiana e a Trieste, solo essi sanno come quelle otto sillabe rappresentino il titolo di uno dei più eroici capitoli della storia dell’umanità.[xlii]
Il Carso diventa un implacabile nemico, privo di acqua, afoso nei lunghi pomeriggi assolati, nei quali il pietrame non offre riparo; ma aguzzo e difficilmente scavabile con le vanghe lascia insepolti i corpi dei morti, che giacciono nelle buche rocciose provocate dalle granate:
Il Carso è un nemico. Un nemico instancabile, sempre sveglio, terribile, invisibile, onnipresente come Dio. Ovunque si urta contro di esso. A ogni momento mostra, sotto i più innocenti travestimenti, il suo livido volto di fantasma. In mezzo all’erba delle doline, sui lunghi pendii apparentemente terrosi, in anfrattuosità coperte di muschio, ovunque una vanga si affondi per qualche ragione nel terreno il Carso fa la sua apparizione, con la prepotenza del suo essere e di ciò che è sempre stato e sempre sarà.
In ogni luogo si può constatare il rapporto e il contatto tra l’uomo e la terra. Solo qui non esiste comunicazione di sorta. Insanabile contrasto, separazione senza soluzioni di continuità tra la vita e la morte. Perfino i Caduti rimangono degli estranei per queste roccie, che contrastano loro l’entrata nel luogo dell’ultimo sonno.[xliii]
Se questo è stato il Carso per chi ha combattuto la Grande guerra, non è andata meglio dopo la Seconda guerra mondiale, quando la sconfitta italiana fu resa chiara nella divisione del territorio dell’Istria dalla Venezia Giulia.[xliv]
La poeta Lina Galli in Notte sull’Istria canta nelle sue liriche di un «tempo senza pietà»[xlv] che affligge le vite degli uomini, un’epoca nella quale l’odio si manifesta in tutta la sua brutalità. La Galli esprime questo dolore da esule senza lacrime, con una dignità che si fa nostalgia del passato e del paesaggio di Parenzo, la città della sua infanzia. Al di là della nostalgia, il Carso assume anche i connotati macabri delle foibe. In Riconoscimento (novembre 1943) il Carso si fa inquietante, custode silente di morte:
Lente da voragini
risalgono salme senza volto umano.
Odor di morte infetta l’aria piovosa.
Stanno senz’occhi, incontro al cielo bianco.
Riversi sopra l’erba dolce
sono i vivi corrosi.
Sfilano i vivi –
cercano invano qualche caro segno
nella putredine priva di sigillo.
L’anima impietra
– spietato strazio –
Poi urla un nome temuto.
Stanno senz’occhi, incontro al cielo bianco.[xlvi]
Il dramma è quello degli esuli che decisero di abbandonare la terra natìa. In Sasso levigato è ravvisabile il motivo, presente in molte altre liriche, dell’abbandono e del senso di recisione con le proprie radici.
Perduta la nostra terra, perduta!
Spoglie di città s’allungano coi promontori
sopra la coltre azzurra.
Nella lucente aria s’incrociano
i gridi desolati dei gabbiani.
Nessuno taglia più le rose degli orti
né la secchia ridente
scende nei pozzi antichi.
Secco è il geranio sui davanzali vuoti.
Sull’uscio buio la vecchia centenaria
muta s’incurva verso il suolo amaro
fissa un risucchio lento che l’inghiotte
Più che i suoi morti,
più che i suoi morti
premono alle spalle
i visi degli esuli dispersi.
Arida foglia trema la sua mano.
Il cuore è un sasso scavato
da tutto il sangue fluito lontano.[xlvii]
Similari sono alcuni componimenti di Sisinio Zuech, nella sua raccolta L’arco della notte. Nella seconda parte dell’opera appare la tragedia dell’Istria, mentre nella terza sezione è presente il soggetto carsico, visto come un mondo di barbarie e di violenza nel quale: «sotto le grumazze / aride / del Carso / s’annodano / in sublimi trame / vibrazioni di sangue / e palpiti / di vita».[xlviii] In altre poesie invece, come negli Sterpi, la morte per infoibamento riappare: Tra i sassi / affiorano / cenci / di martiri obliati / ch’hanno sofferto / nel tormento / della vita assai / per giungere / a questa eternità / di nulla. / … Ma poi / nessuno porterà / di là del fosso, / di là del veto / l’obolo di fiamma…»[xlix]
Sempre istriano di nascita, Pier Antonio Quarantotti Gambini è noto soprattutto per le opere in prosa, come L’onda dell’incrociatore e Gli Anni ciechi; tuttavia, egli ha scritto anche alcune opere poetiche, come, per esempio, Racconto d’amore, uscito postumo. Questa raccolta poetica è accompagnata da una lettera in memoria del caro amico Umberto Saba che ha la funzione di introduzione. Le poesie raccolte narrano un turbamento amoroso che Gambini provò, uomo oramai giunto alla soglia della mezza età, per una giovane. Il paesaggio triestino fa da sfondo alle prime uscite, alle nuotate in mare e il motivo carsico si affaccia in modo sabiano con la sola funzione descrittiva nella prima strofa della V poesia, dove si possono leggere i seguenti versi: «In acqua parlavamo, nella baia / di Sistiana, silente, / tra la costa rocciosa e il golfo blu» o poco più avanti: «Anche Trieste in fondo, bianca e gialla / a pie’ delle montagne sue violette, / tremolava nella mattutina / foschia del sole, sparendo e riapparendo / tra l’onde».[l] Non dissimile ritorna nella lirica successiva:
O gita interminabile, sfibrante;
e bella tuttavia, per quell’azzurro
tutto liscio del mare come un lago
e quelle verdi rocciose pendici
precipiti; fiorite di villette
nascenti; ma più bella per qualcosa
che nasceva, esitando, entro di noi.[li]
Nella poesia XXXIV un’osteria carsica che si affaccia sul mare diviene la muta testimone di un pomeriggio trascorso assieme: «La colazione in Carso all’osteria, / […] Il Carso era freschissimo, / tra le sue rocce, i boschi e le doline; / e domestico a noi per la sua povera / bellezza informe, delicata ed aspra».[lii] Il paesaggio di Trieste si carica di due nuovi diversi significati nel corso della raccolta: il primo è ravvisabile nel XXIV componimento, in cui si scorge il sentimento dell’esule: «Sopra un mozzo sperone si erge il faro / che agli esuli ricorda la svanita / vittoria, e lo circonda un belvedere, / forse un antico spalto».[liii] Il secondo motivo, riscontrabile in alcune poesie, sopraggiunge con l’avvicinarsi del termine della relazione, il paesaggio carsico si carica di malinconia, come nella LIV poesia: «I luoghi delle nostre gite antiche, / ora felici ed ora travagliate. / Il paradiso dell’estate / con te trascorsa: il mare, il cielo e il Carso».[liv] o meglio ancora si riscontra nei versi della lirica CV:
La roccia che precipita nel mare
fra stenti pini dal ciglione carsico,
i lievi promontori ove gli ulivi
ed i vigneti schiudono alla bora
il corso, e l’Adriatico selvaggio
e mite: tutti il vario mio paese
aspro e gentile, ritrovavo in te.[lv]
In quest’ultima poesia è ravvisabile anche la ripresa dell’aggettivo “aspro” di chiara ascendenza sabiana per descrivere il paesaggio triestino.[lvi]
Al clima di rinascita post bellica si può far risalire la raccolta poetica La gioia è dura del poeta monfalconese Sergio Miniussi. Il giovane descrive la terra carsica come luogo della propria origine:
Terra della mia gente e di mio padre
sei la pietra che spacca
la scorza del Carso
ed esplode la luce,
sei la piova terrestre che induce
questo mio corpo all’unico suo vanto
d’assorbirti
nelle mie vene dentro nel mio cuore
come tutte le cose della vita:[lvii]
Sempre alla tematica familiare è la poesia Lo spaccapietre dedicata alla figura del nonno spaccapietre alle cave d’Aurisina: «Ero pietra del Carso / amavo la bora. / Fu allora che divenni tagliapietre».[lviii] A questo motivo si aggiunge quello dell’allegria della gioventù, della “muleria” in dialetto triestino. Nella poesia Osteria d’Aurisina, le compagnie di giovani si ritrovano a bere il terrano, il vino che nasce dalla terra asprigna del Carso, nelle osterie carsiche, come negli ultimi versi: «Estate è vento sulle cave, / ormai al cuore bastano le brave / sorsate di terrano»,[lix] oppure in Vendemmia a Sgonico, viene rappresentato il momento della vendemmia contrassegnato in una giornata di bora: «Rapida aggiorna / la terra e torna / la bora, / bella sul rosso / dei campi stella / l’uva».[lx] La giovinezza porta con sé anche il motivo del turbamento amoroso:
Fischia l’estate, mularìa, nei porti
della costa, sui grebani del Carso:
il sale della vita arioso è sparso
negli occhi delle mule. In tanta festa
plana come un fringuello la tua testa,
Momi che esulti il sale dell’amore
sui grebani del Carso. Nei miei porti
fischia l’estate: ho una ragazza in cuore.[lxi]
4. Conclusioni
Questa rapida indagine poetica, che non vuole definirsi esauriente ma solamente esemplificativa, ha messo in luce quanto il motivo paesistico sia uno tra le caratteristiche peculiari degli scrittori triestini. In questo contesto, il Carso ha assunto diversi significati, non derivati solamente dalla cifra stilistica dello scrittore, ma in parte assimilabili al contesto storico. Si è visto come il tema carsico sia stato utilizzato come semplice sfondo per le vicende autobiografiche ed emozionali di Saba e Giotti; mentre ha assunto una propria soggettività espressionista nella lirica di Slataper. In Devescovi il Carso è simbolo dello sguardo attento dello scrittore, che spesso contrappone il rigoglio della natura all’ombra della morte. Il motivo carsico ha poi acquistato un tono esistenzialista nelle poesie di Kosovel e di De Tuoni. Nell’ultima parte del saggio, è marcatamente più presente il legame con il contesto storico. Si vedono prima gli autori che, sebbene non nati nelle terre giuliane, hanno conosciuto il Carso durante la Grande guerra (Ungaretti, Gadda e Abel), ma anche in questa connotazione, è possibile notare le divergenze con autori del territorio (fratelli Stuparich, Barni) che hanno utilizzato questo motivo per problematizzarlo con nuovi temi. Infine, il soggetto del Carso si affaccia anche nei componimenti della metà del Novecento, nelle liriche degli esuli fino a giungere alla realtà della ripresa economica.
Il Carso come luogo deputato alla “triestinità” è stato rappresentato chiaramente nelle pagine appassionate dell’opera Autoritratto triestino di Alberto Spaini. In più pagine lo scrittore descrive la motivazione per la quale i triestini vanno sul Carso, come, per esempio, quando l’autore tratteggia la nostalgia provata in gioventù a Firenze durante le passeggiate estive con i compagni della «Voce»:
L’Italia. Terra che l’estate indora, ci sembra lontana e straniera proprio in questo momento. Allora, là su, tutto è verde.
Ricordo le colline sopra Firenze, le passeggiate, anzi le lunghe marce che la domenica facevamo, noi piccolo gruppo di giuliani, ansando per il passo celere e il fervore delle discussioni. A un certo punto ci si buttava per terra, e ogni volta restavamo quasi offesi da questo fatto: che per terra non c’era un filo d’erba. Nessuno lo diceva, ma un’ombra ci passava in fondo agli occhi, un’ombra di rimpianto.[lxii]
Spaini spiega che per i triestini portare un amico sul Carso di domenica è la norma, poiché «La gita in Carso diviene la più straordinaria e originale avventura, un po’ la trama della nostra vita». Ogni domenica in Carso si ritrova la città, «noi triestini siamo un poco strambi. Ma non è colpa nostra. Come Nostro Signore ci ha dato per giardino e passeggio questa erta impervia bruciata muraglia del Carso, così ci ha messo al confine del mondo; tre mondi per lo meno vengono a scontrarsi nelle nostre contrade». Il tema è quello «spinta a andare assai lontano, ad attraversare il Carso brullo e deserto»[lxiii] alla ricerca forse di una patria lontana, di qualche antico nonno che qui si è fermato.
Lo stesso triestino viene assimilato da Vincenzo Sagona a una pietra del Carso. Egli ha «una conformazione “scannellata”, forata da dissoluzioni di sentimenti, che, come le acque piovane, cercano il profondo. L’anima triestina scorre e penetra con quasi epigenetica intimità. Il triestino ha le qualità immediate della poesia.»[lxiv]
In conclusione, il Carso è davvero una peculiarità degli scrittori triestini o di chi si è affacciato a questo luogo e forse vale ancora quello che diceva lo Slataper a Sibilla Aleramo: «quando poi qualcuno viene, noi non sappiamo fare altro che condurlo per queste grigie vie e meravigliarci che egli non capisca».[lxv]
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[i] Questo contributo è frutto di un lungo periodo trascorso lontano dalla mia terra e dalle riflessioni su intime contraddizioni che mi hanno accompagnata fin dall’infanzia. Voglio dedicare questo articolo alla memoria della professoressa Anna Storti alla quale devo l’amore per la letteratura triestina.
[ii] Rimando il lettore ai seguenti saggi: P. PANCRAZI, Scrittore triestino, in «Corriere della Sera», 18.06.1930; C. BO, Introduzione al volume Scrittori triestini del Novecento, Trieste, Edizioni LINT, 1968; B. MAIER, Scrittori triestini del Novecento, Trieste, Edizioni LINT, 1968.
[iii] U. SABA, Il canzoniere, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1961, p. 86.
[iv] Ivi, p. 85.
[v] Ivi, p. 95.
[vi] Ivi, p. 154.
[vii] Rimando il lettore al saggio di P. P. PASOLINI, La lingua della poesia, in Virgilio Giotti. Opere, Trieste, Edizioni Lint, 1986, pp. 27-41.
[viii] A tal proposito, è importante sottolineare l’importante funzione avuta del dialetto a Trieste: il triestino è stato fino all’abbattimento del muro di Berlino la lingua franca tra italiani e le popolazioni balcaniche. Inoltre è stato l’idioma delle persone provenienti da altri luoghi che si recavano nella città giuliana, come Joyce che abitò a Trieste per dodici anni e che parlava e scriveva fluentemente in triestino, tanto da utilizzarlo per la formazione della neolingua nell’opera, Finnegans Wake. Rimando alla lettera del 5 gennaio 1921 che Joyce scrisse in triestino all’amico Italo Svevo per chiedere di portargli a Parigi il manoscritto dell’Ulisse: «Dunque, caro signor Schmitz, se ghe xe qualche d’un de Sua famiglia che viaggi a per ste parti la mi faria un regalo portando quel fagotto che non xe pesante gnianche per un omo poiché, La mi capisse ze pine de carte che mi go scritto pulido con la pena e qualche volta anca col bleistiff quando no iera pena. Ma ocio a no sbregar lastico, poiché allora nasarà confusion fra le carte. El meio sarà de cior la valigia che se pol serrar colla ciave che nissun pol verzer. Ne ghe xe tante de ste trappole de vender da Greinitz Neffen rente al «Piccolo» che passa mio fradel el Professore della Berlitz Cul. Ogni modo La mi scriva un per de parole, dai, come la magnemo. Revoltella me ga scritto disendo che xe muli da esaminar par 5 fliche ognidun e dopo i xe dottori de Revoltella e che mi vegno là per dar lori aufgabe per inglese e 5 fliche, ma non go risposto perché iera una monada e po la marca mi vegnaria costa co la carta tre fliche come che xe val 10 coi bori e mi avanzaria do fliche per cior el treno e magnar e bever tre giorni, cossa La vol che sia». I. SVEVO, James Joyce, Firenze, Passigli Editori, 2020, p. 101.
[ix] Per esempio, nella poesia L’ora nostra, prima menzionata di Saba, si scorge proprio il mare e la montagna al calar della sera: «È l’ora che lasciavi la campagna / per goderti la tua cara città, / dal golfo luminoso alla montagna / varia d’aspetti in sua bella unità». U. SABA, Il Canzoniere, ivi, p. 101.
[x] V. GIOTTI, Piccolo canzoniere in dialetto triestino, Firenze, Editore Ferrante Gonnelli, 1914, p. 53-54.
[xi] Ivi, p. 69.
[xii] Ibidem.
[xiii] V. GIOTTI, Sera, Trieste, Emilio Dolfi e Manlio Malabotta, 1946, p. 23.
[xiv] V. GIOTTI, Versi 1948-1951, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1953, p. 41.
[xv] Il mio Carso, a cura di A. Storti, Trieste, Transalpina Editrice, 2015, p. 133.
[xvi] Ivi, p. 138.
[xvii] Ivi, pp. 135-136.
[xviii] Ivi, pp. 40-41.
[xix] B. MAIER, Scrittori triestini del Novecento, Trieste, Edizioni LINT, 1968, p. 246.
[xx] G. DEVESCOVI, Ritorno alla montagna, Milano, Casa Editrice A. Corticelli, 1937, p. 11.
[xxi] Ivi, p. 49.
[xxii] Ivi, p. 30.
[xxiii] Ivi, p. 77.
[xxiv] B. PAHOR, Srečko Kosovel, Pordenone, Studio tesi, 1993.
[xxv] S. KOSOVEL, Quel Carso felice, a cura di M. Obit, Trieste, Transalpina, 2017, p. 19.
[xxvi] Ivi, p. 5.
[xxvii] S. BENCO, Carso di Dario de Tuoni, in «Il Piccolo di Trieste», 14 gennaio 1938, p. 5.
[xxviii] D. DE TUONI, Carso, Trieste, Libreria E. Borsatti, 1938, p. 34.
[xxix] D. DE TUONI, Sonetti azzurri, Trieste, Libreria E. Borsatti, 1936, p. 13.
[xxx] G. UNGARETTI, Vita di un uomo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1969, p. 41.
[xxxi] A. CORTELLESSA (a cura di), Le notti chiare erano tutte un’alba, Milano, Bompiani, 2019, p. 555.
[xxxii] In generale, è doveroso evidenziare che il motivo paesistico è una delle cifre stilistiche dei fratelli Stuparich. Il tema marino, fortemente presente negli Stuparich, è legato alle origini istriane, ai ricordi d’infanzia e nel caso di Giani il motivo è anche legato alla famiglia, in particolar modo alla figura del padre e al ricordo di Carlo.
[xxxiii] C. STUPARICH, Cose e ombre di uno, a cura di G. Stuparich, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore, 1968, p. 30-31.
[xxxiv] Ivi, p. 43.
[xxxv] Ivi, p. 47.
[xxxvi] Riprendo il titolo di un frammento di Stuparich, che richiama il periodo prebellico descritto anche nella celebre opera di Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, nel quale Carlo delinea il lavoro di “scavo interiore”: «“Esame di coscienza” meglio che di coscienza, perché “coscienza” è un concetto troppo puro, troppo semplicistico, che ci illude su una nostra libera potenza sempre dilatabile, ci fa esser giudici ingiusti, che insomma ci fa trascurare massimi fattori determinanti. Per il mio esame voglio che sia un tessere non un disfare o fare liste di peccati e di meriti». Ivi, pp. 53-54.
[xxxvii] Ivi, p. 49.
[xxxviii] G. STUPARICH, Guerra del ‘15, Macerata, Quodlibet, 2015, p. 143.
[xxxix] G. STUPARICH, Pietà del sole, Firenze, Sansoni, 1942, pp. 8-12.
[xl] B. MAIER, Scrittori triestini del Novecento, cit., p. 191 cita Saba.
[xli] G. CAMBER BARNI, La Buffa, Trieste, Lo Zibaldone, 1969, p. 61-62.
[xlii] K. ABEL, Carso, a cura di R. Segala, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2020, p. 68-69.
[xliii] Ivi, p. 69-70.
[xliv] Mi limito in questa breve nota ad accennare al motivo carsico di un altro scrittore istriano più ampiamente indagato. Fulvio Tomizza ha trattato a lungo il motivo dell’esilio dalla propria terra. Il Carso per Tomizza diviene luogo identitario separato dai cambiamenti geopolitici. Riporto solamente un passo del celebre romanzo, Materada, nel quale il profumo della terra rossa dell’Istria, portato dal vento, ricorda la vita agreste precedente dell’esule: «Dal mare veniva un po’ di tramontana e portava con sé il profumo della terra appena arata: profumo di terra rossa, che non se ne trova un altro eguale». F. TOMIZZA, Materada, in Trilogia istriana, Milano, Mondadori, 1967, p. 136.
[xlv] B. MAIER, Scrittori triestini del Novecento, cit., p. 253.
[xlvi] L. GALLI, Notte sull’Istria, L’Arena di Pola, 1958, p. 27.
[xlvii] Ivi, p. 50.
[xlviii] S. ZUECH, L’arco della notte, Padova, Rebellato Editore Cittadella, 1960, p. 104-105.
[xlix] Ivi, p. 88-89.
[l] P. A. QUARANTOTTI GAMBINI, Racconto d’amore, Milano, Mondadori, 1965, p. 33.
[li] Ivi, p. 35.
[lii] Ivi, p. 71.
[liii] Ivi, p 59.
[liv] Ivi, p. 95.
[lv] Ivi, p. 161.
[lvi] Gambini riprende da Saba anche la personificazione di Trieste con una donna, in questo caso la giovane amata. Vedi lirica LVI, p. 97.
[lvii] S. MINIUSSI, La gioia è dura. Poesie (1955 - 1957), Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1958, p. 39.
[lviii] Ivi, p. 43.
[lix] Ivi, p. 57.
[lx] Ivi, p. 75.
[lxi] Ivi, p. 37.
[lxii] A. SPAINI, Autoritratto triestino, Milano, Giordano Editore, 1963, p. 267.
[lxiii] Ivi, p. 22-25.
[lxiv] V. SAGONA (a cura di), Piccola antologia della poesia triestina del Novecento, Trieste, Libreria Editrice Internazionale Italo Svevo, 2017, p. 6.
[lxv] S. Slataper, Epistolario, a cura di G. Stuparich, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1950, p. 312.