p. 31-33 > Ho iniziato a scattare fotografie

Ruggero Passeri

 

Ho iniziato a scattare fotografie a dieci anni, dopo avere avuto in regalo dai miei genitori una piccola e semplicissima Comet Bencini. Erano anni semplici, un po’ primitivi come la mia macchina fotografica. Si pubblicavano ancora riviste di fotografia e da lì si potevano pazientemente imparare i principi tecnici e piccoli trucchi che noi dilettanti sperimentavamo con esitazione, attenti sempre a non sprecare la costosa pellicola avvolta in rullini di carta e che si esauriva nello spazio massimo di trentasei pose.

Non ho mai preso molto sul serio l’idea di fare della fotografia un mestiere. Me lo impediva l’essere venuto su da una famiglia piccolo borghese di impiegati, poco incline all’avventura e legata all’abitudine di uno stipendio garantito. Con gli anni ho continuato a percepire quella mia passione quasi come un vizio che avrebbe sottratto  tempo agli  obblighi familiari, e che assorbiva comunque  denaro a bilanci  mai molto  brillanti. Insomma, per tutta la vita ho dovuto lottare contro i miei sensi di colpa per essermi accanito comunque a tentare di fermare una forma di bellezza attraverso le mie immagini. Nella migliore delle ipotesi, mi sono ritrovato ad essere considerato da chi avevo vicino un sognatore da lasciare a trastullarsi ogni tanto con le sue fotografie.

La mia attività un po’ traballante di fotografo riprese negli anni novanta, incoraggiata dall’amicizia con Mirella Bentivoglio, una conoscenza ripresa inaspettatamente dopo i miei studi letterari conclusi vent’anni prima e una tesi sulla poesia visiva in cui mi ero avvalso del suo aiuto. In realtà,  avevo ormai messo nel cassetto la laurea in lettere e il sogno di dedicarmi al giornalismo e alla scrittura, attività che poi, solo molto più tardi, ho capito essere troppo impegnativa per un individuo come me,  assorbito dalla quotidiana routine e forse troppo pigro per trascorrere lunghe ore da dedicare ad un testo scritto.

Mirella apprezzava, forse persino con eccessivo entusiasmo, le mie fotografie, e un giorno si lasciò ritrarre da me in casa sua. Le occorreva una sua foto per un catalogo di una mostra, e inizialmente tentammo qualche scatto abbastanza banale sul balcone della sua casa. Io pensavo, mentre scattavo, a qualcosa che potesse connotarla in maniera assoluta. Non so neppure io come, a un certo punto le chiesi se avesse in casa delle uova: c’erano in frigo delle uova di quaglia, più piccole di quelle di gallina. Le prese e io le suggerii di metterne due davanti agli occhi, a mo’ di lenti. Lei comprese il gioco e scattammo quel suo ritratto, che poi fu pubblicato molto spesso e che collegava bene Mirella al suo lavoro, spesso basato sull’immagine  simbolica dell’uovo.

Ne nacque una specie di catena di sant’Antonio: Mirella Bentivoglio mi introdusse ad altri amici artisti, che io fotografia, e loro, a loro volta, ad altri personaggi della cultura . Cominciai a ritrarli spinto da una strana domanda, che sempre mi ero fatto, chiedendomi che volto avessero quegli uomini e quelle donne che esprimevano la cultura dei nostri tempi. Cercavo in loro uno sguardo, un gesto, che rivelasse il loro segreto. In realtà ,col tempo, ho capito che non c’erano segreti da svelare: il nostro era un incontro, e quello che io registravo nella macchina fotografica era il rapporto umano che si instaurava tra due sconosciuti, e la vera bellezza che ne risultava, forse, era tutta lì, in quella sottile reazione chimica che nasce tra due esseri umani.

 

Fotografavo comunque a tempo perso. Il lavoro mi occupava molto, e la famiglia faceva il resto. Riuscii ad esporre al pubblico delle foto, con discreto successo. Cominciai a capire, man mano che andavo avanti, che non sarei mai stato fotografo di oggetti o di paesaggi. Il mondo attorno mi interessava solo quando era vissuto da esseri umani. In questo riconosco in me una tendenza alla narrazione, che forse deriva da una costante passione per il racconto scritto, come pure da una opposta difficoltà nell’affrontare un testo lirico. E poiché io possiedo una visione pessimistica del mondo, cerco di raccontarlo in prosa, a volte ricorrendo a un po’ d’indispensabile ironia che permetta di attenuare in qualche modo il dolore esistenziale.   E’ stato così che è nato il mio progetto “Kaputmundi” su Roma, una città scomposta, disordinata, assurda, in cui sulle inestimabili rovine di un impero si sono cinicamente sovrapposte presenze quotidiane che generano a volte sconcerto, a volte sorrisi. E parallelamente, è man mano cresciuta in me la volontà di rappresentare la vita umana nella sua a volte dolorosa, a volte leggera follia. Credo che mi abbiano ispirato alcune fotografe del passato, e in particolare, Lisette Model, Diane Arbus, Vivian Maier. Non so se riuscirò mai a produrre qualcosa di importante che possa accostarsi al loro talento, ma spero che in questo mondo così affollato di immagini del quotidiano, in cui comunichiamo tutto e nulla, possano rimanere alcuni spazi da esplorare.

Possiedo un archivio di decine di migliaia di foto. Sono in effetti poche se confrontate alla mole di archivi di personaggi come Gianni Berengo Gardin, Gary Winogrand, Henry Cartier Bresson. Ma il mio lavoro, pressochè tutto digitale, consente di sfoltire enormemente il numero delle immagini da salvare, se lo si paragona ai vecchi archivi analogici, in cui conservare un fotogramma implicava generalmente riporre  l’intera sezione di pellicola di cui faceva parte.

Non ho progetti per il futuro, non ho pubblicato mai libri di fotografia, e non credo di farlo in futuro. Continuerò a fare finchè potrò quello che so e posso fare, col rimpianto costante di non avere saputo fare di meglio. Il successo è una strana creazione, spesso frutto di circostanze casuali che si incrociano alla esistenza del talento. Ammesso che io possieda quel talento, non ho una grande opinione del comportamento del fato. Quindi, come si dice: staremo a vedere.