Un archivio «formidabile»
Incursioni tra gli scatti di Mario Dondero
alla Fototeca Provinciale di Fermo
Francesco Pascali
RIASSUNTO
L’articolo racconta la storia del fondo fotografico di Mario Dondero, conservato presso la sede dell’Associazione Altidona Belvedere, in provincia di Fermo, passando in rassegna le principali tappe della biografia del fotogiornalista e i tratti peculiari della sua poetica, anche attraverso interviste, monografie e saggi a lui dedicati.
Parole chiave: archivio, fotografia, fotogiornalismo, impegno, humanitas
ABSTRACT
The article is about Mario Dondero's photographic archive, managed by the Altidona Belvedere Association, in the province of Fermo. It provides a summary of the photojournalist's biography and analyzes the peculiar traits of his poetics, adding several interviews, monographs and essays dedicated to him.
Keywords: archive, photography, photojournalism, engagement, humanitas
Nel bianco il nero
Per la levità del vero
Io sto con Dondero
T. DI FRANCESCO
Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere Mario Dondero l’avrà sentito pronunciare almeno una volta l’aggettivo formidabile. Una parola non consueta, eppure così ricorrente in quel peculiare gergo ormai inscindibile dall’uomo che lo utilizzava. Anche l’amico giornalista Emanuele Giordana ha avuto occasione di sottolineare l’uso tipicamente donderiano di alcuni aggettivi «persino un po’ desueti, che rendono il suo eloquio, da grande affabulatore, semplicemente… formidabile»[1]. Mario era solito autenticare in questo modo gli ammirevoli esseri umani che fotografava, essendo democraticamente l’humanitas il suo reale interesse e campo d’azione. È allora opportuno definire formidabile lo sterminato archivio fotografico che dal 6 novembre 2013 ha lasciato all’Associazione Altidona Belvedere – Fototeca Provinciale di Fermo, perché avviasse i lavori di un primo inventario, oltre alla digitalizzazione degli scatti migliori. Quello di Mario Dondero è anzitutto un archivio di volti. Ritratti – prevalentemente in bianco e nero – di persone celeberrime e ignote, accomunate dalla medesima appartenenza al genere umano. Ma l’aggettivo formidabile ha valore anche nel suo significato etimologico. Il verbo latino formidare evocava il timore; da qui una forza capace di suscitare sgomento e poi, per iperbolica estensione, la straordinarietà di una persona o di un evento. Si resta infatti impressionati, quasi impauriti, di fronte alla mole di materiale fotografico conservata negli armadi della Fototeca Provinciale di Fermo, sulle colline di Altidona, a pochi chilometri dall’Adriatico. Circa 500 mila fotografie, tra negativi in bianco e nero, stampe e diapositive a colori, cui vanno aggiunti duecento quaderni dove Dondero appuntava indirizzi, numeri di telefono, riflessioni.
Chi era dunque Mario Dondero, il fotografo che ha scelto di girare il mondo per raccontarlo nella sua sconfinata varietà con passione, amore per gli altri, talvolta con indignazione? Il sodale Luciano Bianciardi ne consegna un ritratto ‘giovanile’ alle pagine del suo romanzo più fortunato, La vita agra:
In bagno c’è il fotografo Mario che sogna Parigi e canta le rififi […] Si fa la barba e canta le rififi e io vedo la sua faccia bislacca con le gote spumose riflessa nel quadratino di specchio al bagno.[2]
È il 1954. Bianciardi è a Milano, condivide con Mario l’alloggio nella sgangherata pensione di via Solferino n. 8, terzo piano, quartiere Brera. Con loro ci sono i fotografi Carlo Bavagnoli (alias Carlone) e Ugo Mulas; in seguito, approderà anche Maria Jatosti (l’iconica Anna, nel romanzo), scrittrice e attivista infaticabile, grande amore di Bianciardi. L’anziana vedova Tedeschi, proprietaria dell’immobile, garantisce un bagno con acqua calda ogni sette giorni e il ricambio del lenzuolo di sotto ogni quindici, per ottomila lire al mese. Il volto di Mario appare al coinquilino nella cornice di uno specchio, come fosse una fotografia appesa alla parete. C’è molto del suo carattere in questa caustica descrizione: l’amore per la Francia, l’ottimismo e l’allegria dello chansonnier nonostante la vita ‘agra’. Poche le occasioni di guadagno stabile, dato anche l’astio di Dondero per le agenzie fotografiche. Come l’Interpix, nel romanzo di Bianciardi la Mondialpicts, pilotata da un furbo ragioniere «che si tratteneva il cinquanta per cento su tutto il fatturato, e in cambio dava a nolo le macchine e i rotolini, anticipava le spese e prestava la camera oscura per lo sviluppo»[3]. Sono anche gli anni del bar Jamaica, autentico cenacolo di artisti e intellettuali, «una specie di università alternativa»[4], come la definisce Dondero, che foraggiava l’ostilità della borghesia meneghina. Dopo il lungo silenzio nel tempo della dittatura fascista, sono libertà, speranza e impegno civile ad alimentare le conversazioni tra i tavolini di quel ritrovo elettivo, un «bistrot rive gauche, che gli dèi avevano depositato nel cuore di Milano»[5]. Agli occhi di Dondero il capoluogo lombardo appariva
sì una città altamente drammatica, però aveva grandi qualità di propulsione sociale. Io ci vivevo in mezzo alla banda dei miei amici fotografi, che erano insieme dei partner e dei fratelli, Ugo Mulas, Carlo Bavagnoli, Alfa Castaldi cui si sono poi aggiunti altri come Uliano Lucas e Gianni Berengo Gardin: tutti volevamo fare i giornalisti-artisti e guardavamo alla Francia, allo stile dei suoi grandi reporter che usavano il biancoenero, la fotoluce-ambiente e non il flash, che non aggredivano le persone ma raccontavano la loro vita.[6]
A Milano, città di sua madre, Mario Dondero era nato il 6 maggio 1928. Il padre è originario di Genova, luogo cui si è sempre detto molto legato (tanto da diventare – con grande orgoglio! – membro onorario della Compagnia Unica dei Portuali Genovesi). Intenzionato a frequentare l’Istituto Nautico per diventare marinaio, Mario segue infine la passione per la letteratura iscrivendosi al Berchet di Milano. Dopo l’8 settembre 1943, sfollato con la madre nella campagna lombarda, a San Colombano, aiuta due soldati del Commonwealth britannico evasi dal campo di concentramento, nascondendoli nel fienile dello zio. Quello che egli definisce «una sorta di gesto paleocristiano»[7], compiuto ancora in nome dell’humanitas più che di una matura consapevolezza politica, apre la stagione della Resistenza. A sedici anni, insieme all’amico Ettore De Fiori, scappa di casa per unirsi ai partigiani della Val d’Ossola, brigata ‘Cesare Battisti’: un’esperienza che ha sempre continuato a nutrire la sua vita, soprattutto sul piano etico. Il giornalismo appare a Dondero il mestiere ideale per tenere desta la propria partecipazione alla vita pubblica, dopo la guerra: scrive dei pezzi per l’«Avanti!» e per «l’Unità», nella cui redazione ha modo di conoscere Filippo Gaja, fondatore insieme ad Aldo Saba della piccola agenzia Attualfoto. È Gaja a insegnargli i primi rudimenti di fotografia, utili anche a completare la sua attività di cronista. Dondero approda poi a «Milano Sera», quotidiano del pomeriggio, fratello del romano «Paese Sera», che ospita le firme di grandi intellettuali comunisti e progressisti. La chiarezza dello stile, la facile accessibilità ai pezzi sono i dettami democratici che la testata richiede ai suoi collaboratori. Nel 1953 Giuseppe Trevisani, redattore di «Milano Sera», già nel «Politecnico» di Vittorini, fonda con Salvato Cappelli e Pasquale Prunas la gloriosa rivista «Le Ore», che eleggeva il fotoreportage come peculiare cifra comunicativa facendo proprio il motto di Walter Benjamin: «Una foto vale più di mille parole». Mario Dondero viene assunto con regolare stipendio e ha il suo esordio nel primo numero della rivista: realizza un reportage sulla rivolta nel manicomio criminale a Reggio Emilia. «Le Ore» segna la formazione di Dondero, consacra il suo interesse per una fotografia capace di raccontare o denunciare, se necessario, la verità. Del gruppo che gravitava attorno al bar Jamaica, Mario è uno dei pochi a non tradire mai il fotogiornalismo[8]. Nonostante l’ambiente piacevole e le discrete condizioni lavorative, si licenzia dopo un anno con l’idea di andare all’estero per maturare professionalmente. Ritardato solo dall’incontro casuale con Ugo Mulas, l’arrivo a Parigi, nel Quartiere Latino, alla fine del 1954, segna l’inizio di una nuova epoca nella vita di Dondero. Un decisivo allargamento di orizzonte. Salvo alcuni periodi in Inghilterra e in Italia, vi rimarrà per quarant’anni. «Della Francia avevo sempre amato due cose: la Rivoluzione francese, di cui ancora oggi apprezzo l’immensa eredità, e la fotografia in bianco e nero della scuola parigina»[9] ha raccontato Mario a Simona Guerra. Libertà, uguaglianza, fraternità sono i princìpi che l’hanno sempre guidato, i medesimi su cui si fonda la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Da qui l’entusiasmo memorabile di poter camminare sul Pont des Arts, a Parigi, pur non avendo neppure un soldo in tasca. In Francia resta sempre un freelance. Incarna quel carattere poliedrico e flessibile che ben si addice al fotoreporter: «un individualista che però spera sempre di integrarsi in un lavoro collettivo»[10]. Collabora da esterno alla potente agenzia Reporters Associés e nel tempo a varie testate francesi: «Regards», «Humanité Dimanche», «Le Monde», «France Observateur», «Miroir Sprint». Come corrispondente estero ha inoltre occasione di cementare il suo legame con le italiane «Il Giorno», «Vie Nuove», «Tempo illustrato», «L’Espresso», «L’Europeo», «Epoca», negli anni in cui è direttore Enzo Biagi. Sulle pagine de «L’Illustrazione Italiana» viene pubblicata una foto, realizzata il 16 ottobre 1959, che diverrà celeberrima: i protagonisti del Nouveau Roman riuniti davanti alla sede delle Éditions de Minuit, come una squadra calcistica. Pare Alain Robbe-Grillet abbia dichiarato che il gruppo si è costituito sotto quel nome grazie allo scatto di Mario Dondero, sottaciuto ‘inventore’, in un certo senso, della corrente letteraria. Nel 1961 Mario si sposta per qualche mese a Londra, dove conosce Simon Guttmann, maestro del suo idolo Robert Capa, e collabora in modo episodico con «The Guardian» e «The Times». Rientrato in Italia, si reca a Roma con Corrado Stajano per un reportage da pubblicare su «Tempo»: aveva previsto di restare una settimana, vi trascorrerà nove anni. È uno dei periodi più bohémien della sua vita. Mario impara «ad apprezzare questa straordinaria città che non si finisce mai di conoscere»[11] e continua i suoi innumerevoli viaggi, realizzando reportage all’estero, soprattutto in Africa, per la rinata «Le Ore», diretta da Vittorio Bonicelli, o per «Jeune Afrique», la cui redazione, durante la guerra d’Algeria, si era trasferita a Roma. Ha modo di pubblicare anche su «L’Astrolabio» e sull’americano «Newsweek». È un habitué della Fiaschetteria Beltrame, alias Cesaretto, e della trattoria Otello alla Concordia, oltre che ospite assiduo a casa di Laura Betti, autrice di risotti memorabili. A dividere il companatico si ritrovavano, tra gli altri, Paolo Volponi, Bernardo Bertolucci, Alberto Moravia, Goffredo Parise, Elsa Morante, Enzo Siciliano, Romano Costa e Pier Paolo Pasolini. «L’ho veramente conosciuto, non soltanto incontrato – racconta Mario a Massimo Raffaeli, rievocando Pasolini – c’era come una corrente di simpatia e anche una sintonia su tanti temi della vita. […] era un uomo veramente straordinario, nel senso che aveva una grande curiosità per gli altri, una grande disponibilità e non aveva nulla di snob, niente di mondano. Era una persona autentica, con una sincerità molto grande, una quota di umanità molto alta»[12]. Roma offre a Dondero l’opportunità di accostarsi al mondo del cinema e della televisione. Inizia a collaborare con l’Unitelefilm, organo cinematografico del PCI. Con Anders Ehnmark, corrispondente dell’«Expressen» di Stoccolma, e il regista Giorgio Pelloni gira un documentario, Comunisti, sulle cooperative rosse di Reggio Emilia. Realizza alcuni reportage per la RAI, partecipando anche al programma Fotostorie, una serie di racconti fotografici destinati alla TV dei Ragazzi. Mario Dondero fa ritorno a Parigi nel 1968 per documentare il maggio francese e dal 1970, con la compagna Annie Duchesne, giovane storica assistente di Fernand Braudel, sceglie ancora la Francia come base da cui partire per i suoi viaggi. «Nel cuore dell’Europa, Parigi è un ottimo luogo per seguire ciò che accade nel continente, ciò che segna la storia, la politica»[13]. In quegli anni consolida il suo rapporto con altre testate italiane («L’Illustrazione Italiana», «il manifesto», «Diario», «Il Venerdì di Repubblica») e con Radio Tre. Simona Guerra ha notato come Mario avesse la naturale capacità di trovarsi «nei luoghi in cui si fa la Storia, proprio quando è necessario documentarla»: riesce così a fotografare la guerra «a diverse latitudini»[14], la condizione sociale e politica di molti paesi, la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Solo nel 1986 Dondero espone per la prima volta le sue fotografie in una mostra, nel piccolo borgo marchigiano di Sant’Elpidio a Mare; fino a quel momento aveva temuto le antologiche come un vizio narcisistico e una distrazione dal lavoro di fotogiornalista. In quell’occasione visita Fermo e, vittima di un coup de foudre, sceglie di prendervi casa. Dopo la morte di Annie, nel 1995, si stabilisce nel suo cielo-terra di vicolo Zara n. 6, che diviene lo spontaneo punto di raccolta per uno stuolo di nuovi amici tanto cari. Contro i costumi e i disvalori dell’Italia berlusconiana, Mario continua a resistere nel suo impegno civile sostenendo Emergency, di cui documenta l’attività in Afghanistan: «I medici che sono lì sono esemplarmente fedeli al giuramento di Ippocrate: curano tutti, senza distinzione, la popolazione civile e i feriti di tutte le fazioni e di tutte le etnie. Come tutti i medici dovrebbero fare»[15]. Il 14 dicembre 2014, alle Terme di Diocleziano, a Roma, si inaugura l’ultima mostra al cui allestimento Dondero ha preso parte in prima persona: una grande antologica con circa 250 foto a cura di Nunzio Giustozzi e della compagna di Mario, Laura Strappa. Mario Dondero è morto il 13 dicembre 2015. La Fototeca Provinciale di Fermo continua a tenerne viva la memoria attraverso il suo archivio.
Un archivio formidabile, si diceva. Ma assai lontano da quel ‘principio d’ordine’ cui spontaneamente si associa una raccolta di preziosi documenti. Fotografo legato all’istante e all’incontro, Mario Dondero non ha avuto cura di ordinare il materiale fotografico prodotto nel corso dei decenni. «Non è intenzionale – ha dichiarato – solo trovo che il mondo è grande e non ci siamo soltanto io e le mie foto, e poi mi interesso molto di più di quello che farò domani piuttosto che di quello che ho fatto ieri»[16]. Dondero ammette di essere disordinato, rivendica la propria distrazione e il bisogno di seguire le contingenze, oltre al totale disinteresse per ogni senso di proprietà. Una serie di notevoli ostacoli a ogni pratica archivistica. Chi ben l’ha conosciuto, come il sodale Corrado Stajano, lo ricorda
vagabondo incurante delle necessità della pratica. Le sue fotografie sono finite nei decenni nei posti più impensati, nelle soffitte degli amici, al mercato romano di Porta Portese, dentro valigie abbandonate, sulle reticelle dei treni, in camere d’albergo dove ha dormito una sola notte. Sono gli archivi dei più importanti giornali del mondo il vero archivio delle sue immagini.[17]
Sembra quasi ossimorico parlare di archivio per un fotografo come Mario Dondero. Al di là dei suggestivi aneddoti, che in quanto tali mantengono pur sempre un fondo di verità, la parte più consistente della sua produzione fotografica è conservata oggi presso la sede dell’Associazione Altidona Belvedere, Fototeca Provinciale di Fermo. Dopo la sottoscrizione del comodato d’uso, nel novembre 2013, è stato avviato un lungo lavoro di selezione e inventariazione degli scatti cui lo stesso Mario Dondero ha dato in principio un fondamentale contributo. È stato il fotografo a voler cominciare dalle diapositive. Una scelta felice: si tratta infatti della sezione più integra, fonte di rilevanti informazioni. Nel corso dell’anno successivo, il presidente dell’Associazione, Pacifico D’Ercoli, ha organizzato quaranta incontri pomeridiani nella casa fermana di Dondero. Hanno ogni volta partecipato almeno tre collaboratori della Fototeca: uno compilava sul proprio computer una scheda di pre-inventario con alcuni dati di prima mano sulle immagini; un altro segnava e ordinava le diapositive visionate in un raccoglitore; un terzo affiancava Dondero nella gestione del materiale. Tutti gli incontri sono stati registrati e gli audio di quei pomeriggi (ottanta ore) costituiscono oggi una sorta di appendice sonora del fondo. Alla fine del 2014 erano state visionate e inventariate più di 70 mila diapositive, da cui si era tratta una selezione degli scatti migliori, circa 20 mila. Successivamente, in sede, sono state digitalizzate e sottoposte a un processo di restauro 2300 diapositive tra quelle che avevano giù superato il vaglio qualitativo. Molte di esse, fino ad allora inedite, sono state esposte in occasione della grande mostra alle Terme di Diocleziano. Dal 2015 l’archivio è stato trasferito nei locali dell’Associazione Altidona Belvedere, dove sono ospitati, tra gli altri, i fondi fotografici di Luigi Crocenzi, Luigi Di Ruscio e Vittorio Gioventù. Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (oggi MiC) l’ha dichiarato «Archivio di interesse nazionale» nell’agosto 2016, dopo l’accertato valore storico «particolarmente importante» dalla Soprintendenza Archivista e Bibliografica dell’Umbria e delle Marche. La sezione in bianco e nero ha una consistenza di circa 270 mila foto, distribuite in faldoni numerati progressivamente, ciascuno con cento negativi. L’ordine rispetta ove possibile una cronologia. L’inventario è stato completato ed è consultabile in sede grazie a un database; è possibile effettuare anche una ricerca avanzata per anno, soggetto ritratto, luogo e argomento, e vengono ogni volta segnalati, oltre alla collocazione, lo stato dell’immagine e l’eventuale mancanza del provino o del negativo. Pur privilegiando il bianco e nero, Dondero fotografava anche a colori, soprattutto per i periodici; la macchina prediletta è stata la Leica M3 a due colpi, con cui si era formato, ma ha avuto modo di utilizzare almeno la giapponese Pentax Spotmatic, la Nikon e una Contax identica a quella del suo idolo Robert Capa. Per quanto riguarda le diapositive a colori, più di 200 mila, è stata distinta la selezione di 20 mila scatti compiuta con Dondero nel 2014 e si sta ora procedendo al riordino delle altre, in gran parte prive di indicazioni specifiche sul soggetto, sul contesto e sulla datazione. Dopo esser state divise in maxi-gruppi tematici, tali diapositive sono attualmente oggetto di una nuova organizzazione per luoghi, argomenti, personaggi. Le informazioni necessarie all’inventario sono deducibili, non senza difficoltà, grazie a un’accurata analisi dei telaini, dei soggetti ritratti, di eventi o circostanze databili, oltre che dal prezioso contributo delle registrazioni sonore realizzate durante le sedute del 2014. Il lavoro di catalogazione e selezione compiuto dai volontari di Altidona Belvedere – citiamo almeno Fernando Felicetti, Sonia Lattanzi, Anna Rita Principi, Maria Luisa Sacchini e Laura Strappa, meritevoli della palma di dedizione – ha tutti i caratteri dell’impresa titanica. Con impegno a termine, hanno collaborato anche giovani laureati in beni culturali provenienti dall’Università di Macerata. La digitalizzazione e il restauro delle fotografie sono curati da Diego Pizi, direttore scientifico e consulente della Fototeca Provinciale. Pacifico D’Ercoli, coadiuvato dal dinamico Andrea Del Zozzo, ha costruito uno strumento per fotografare in modo rapido i negativi, così da mettere a fuoco il valore effettivo dei giacimenti. «Purtroppo molti lavori sono andati dispersi – ha confidato con amarezza D’Ercoli a Angelo Ferracuti, autore di una biografia donderiana – soprattutto il periodo neorealista, le periferie milanesi, i tempi del bar Jamaica»[18]. Si è potuto però constatare con gioia il ritrovamento di tre importanti reportage fatti a Cuba, più di mille scatti tra gli anni Ottanta e Novanta attraverso cui Mario ha raccontato l’organizzazione sociale, gli ospedali, le scuole e le fabbriche di sigari, e di alcuni lavori sulle borse di Parigi, Atene e Stoccolma: «tre realtà rappresentate in maniera completamente differente, gli svedesi composti, freddi, i francesi agitati, in un salone affollatissimo, mentre quella greca sembra un mercato»[19], ha aggiunto D’Ercoli raggiante. Molte di queste foto sono state esposte nel 2020 alla mostra Inediti dall’archivio della vita[20], a Fermo presso il Terminal che la città ha dedicato a Mario Dondero: un antico capolinea degli autobus, oggi luogo recuperato per esposizioni e incontri culturali. Obiettivo della Fototeca è infatti quello di rendere l’opera di Dondero sempre più fruibile, grazie all’allestimento di mostre che possano ospitare foto celebri e splendidi inediti emersi nel corso di un’attenta ricerca iconografica. Dopo la morte di Mario si contano almeno una decina di esposizioni, spesso accompagnate da raffinati cataloghi: Le Marche di Mario Dondero, mostra itinerante che ha debuttato ad Ascoli Piceno nel 2016; Il Grande Teatro del Mondo a Montegranaro (FM); La distilleria Ciarrocchi, realizzata in collaborazione con il Comune di Pedaso (FM); la grande antologica Un uomo, un racconto, allestita a Bergamo presso la Galleria Ceribelli; Dalla culla dell’umanità, una monografica sui reportage africani proposta a Fermo nel 2017. E ancora Scatti d’artista, ospitata alla Galleria Licini di Ascoli Piceno nel 2019; Senza confini, una selezione di cinquanta scatti tra il 1954 e il 2011 esposta all’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen nel 2022; la grande mostra La libertà e l’impegno al Palazzo Reale di Milano, nell’estate del 2023.
In un archivio così sconfinato, sintesi tangibile del lavoro di un fotografo proverbialmente “ubiquo”, le scoperte sembrano non finire mai. Le immagini sfilano davanti agli occhi in un elenco di nuovi indizi che confortano la conoscenza del passato, moltiplicando possibilità, ancora inedite, di narrare la Storia. Il compito del fotogiornalista autentico è sempre stato per Dondero «raccontare la vita con sincerità e lealtà e, per dirla con Ryszard Kapuściński, “con amore per la gente”»[21]. Mario è consapevole di far parte dei concerned photograpehers, i fotografi di impegno civile che
vogliono raccontare l’irraccontabile, quello che non si può e non si deve raccontare. Devono affrontare censure e resistenze, sia quelle delle istituzioni politiche sia quelle che esistono in seno alle stesse redazioni dei giornali.[22]
A Mario la fotografia non interessa come opera d’arte, ma in quanto attestazione di realtà. I suoi scatti riescono a far coesistere, nello sguardo di chi li osserva, quei due elementi che avevano risvegliato l’interesse di Roland Barthes verso il mezzo fotografico: lo studium, ovvero l’emozione trasmessa sotto l’avallo del «relais raziocinante di una cultura morale e politica»[23], e il punctum, una ferita o un pungolo irresistibile provocato dalla visione. Si entra facilmente in sintonia con le fotografie di Mario Dondero: eloquenti latrici della sua curiosità verso le persone, riescono ad animare tanto il soggetto ritratto quanto i loro fruitori, proprio in nome della comune natura umana. Sorretto da grande cultura e onestà intellettuale, fedele a un fotogiornalismo privo di ogni pregiudizio, Dondero usa la Leica con discrezione, senza mai offendere nessuno. Sa che alle volte «una foto può essere una fucilata»[24]. Non a caso, Massimo Raffaeli ha riassunto tutta la poetica donderiana nella parola humanitas: un interesse schietto per i protagonisti da fotografare, prima ancora che per il mezzo stesso. Nessuna teoria premeditata, nessun movente di mero estetismo. Solo – e non è affatto poco! – una naturale inclinazione ad accogliere l’altro, a imprimere sulla pellicola l’istante dell’incontro:
Col suo essere lì, Mario mette a proprio agio l’interlocutore – aggiunge Raffaeli – lo lascia nel suo spazio di luce ovvero nel cono d’ombra che gli corrisponde, non lo mette mai in posa ma lo lascia gestire ed esprimersi: la sua foto raccoglie, ogni volta, un gesto di partecipazione e di condivisione, essa è il tac che fissa uno scambio senza immobilizzarlo, semmai isolandolo in una figura di senso che rivela un carattere, un temperamento, un modo specifico e infungibile di stare dentro la vita.[25]
Anche quando fotografa gli scrittori, Dondero non ha bisogno di dare atto del loro ambiente lavorativo. Preferisce coglierli nella casualità di un’occasione non premeditata: per strada o durante un evento pubblico, avendo però sempre cura di rapportarli al peculiare universo che albergano. Tiene inoltre a sottolineare di non essere un ‘fotografo di scrittori’, come non è un ‘fotografo di guerra’, benché ne abbia documentate molte con lo scopo di registrare il dolore e la loro orribile inutilità. Si definisce «onnivoro»:
mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita – continua Dondero – cerco di farlo il più possibile, e poi penso che certe volte delle cose apparentemente neglette risultano importanti e necessarie. Col tempo, ho finito per convincermi che la fotografia ha una sua vitalità sociale.[26]
Di «antropologia visiva»[27] ha parlato Antonio Gnoli, mettendo in luce come la fotografia di Mario riesca ad arginare la provvisorietà e i paradossi insiti nella stessa natura umana attraverso il suo sguardo politico. Un agire spontaneo per il bene comune, oltre la speranza illusoria, l’ideologia e il rancore fine a se stessi. Si capisce allora l’urgenza della foto, ogni volta declinata al tempo presente. Fotografare significa agire, per Mario Dondero. L’istante, l’incontro hanno la meglio su una studiata composizione dell’immagine, sul paratesto formale. Uomo colto e affabile, Mario dialoga anzitutto con il soggetto, interagisce con il suo mondo, fino a coglierne l’essenza stessa che verrà poi restituita dall’immagine sulla pellicola. Ecco perché la suggestione che davanti a una fotografia di Dondero si fatichi a distinguere lo studium dal punctum. Si coglie (e si accoglie) all’istante l’intenzione del fotografo, il peculiare paradosso di una situazione casuale che nella sua elaborazione iconografica non sembra però lasciare nulla al caso. Una fotografia di Dondero riesce a pungere fatalmente quello che Barthes chiama lo Spectator, nell’atto stesso di rivelare gli intenti che hanno animato il suo formidabile autore (l’Operator). Questa consonanza quasi amorosa che si instaura tra Mario e il fruitore della sua opera – e ancora di più tra Mario e il soggetto ritratto – si deve anche a precise scelte stilistiche, all’apparenza invisibili. Un obiettivo da 50 millimetri, il rifiuto categorico del grandangolo e di ogni focale colpevole di falsare la realtà, la scelta di inquadrature in soggettiva. L’osservatore (ovvero lo Spectator) arriva a sentirsi «testimone della scena insieme al fotografo», il quale «rinuncia a immagini esemplari che assurgano a simbolo di un’epoca, ma coglie invece un momento del flusso dell’esistenza sottraendolo all’evanescenza e restituendolo in tutta la sua ricchezza»[28]. Dondero si sente ed è in primis un fotogiornalista, dunque un testimone. Lo ha ribadito anche a Emanuele Giordana, sottolineando la passione e l’impegno civile che rendono davvero «umano» uno scatto:
I fotografi continuano comunque a essere chiamati a raccontare storie, a raccontare i drammi dell’uomo. Ad essere, in una parola, testimoni. E questo è vero oggi come cinquant’anni fa. Per alcuni eventi c’è una palese assenza di testimoni e l’esempio più vicino è quanto accade nel nostro mare, così poco raccontato se non nell’occasione di qualche ciclica strage. Poi in agguato ci sono sempre gli argini di ordine burocratico e una voglia di censura e silenzio sempre vigili.[29]
Mario resiste contro l’ipocrisia del silenzio. Lotta con l’onestà intellettuale di chi sfoderando la Leica è consapevole che l’immagine carpita varrà «più di mille parole». Mario mostra, senza mai giudicare. Ma se la fotografia è per Giorgio Agamben il luogo dove si consuma il Giudizio Universale, Dondero viene eletto ambasciatore del genere umano per la sua capacità di cogliere la natura escatologica del gesto più ordinario che si fa compendio dell’esistenza di una persona:
Anche se la persona fotografata fosse oggi completamente dimenticata, anche se il suo nome fosse cancellato per sempre dalla memoria degli uomini, ebbene malgrado questo – anzi, precisamente per questo – quella persona, quel volto esigono il loro nome, esigono di non essere dimenticate. […] L’immagine fotografica è sempre più che un’immagine: è il luogo di uno scarto, di uno squarcio sublime fra il sensibile e l’intelligibile, fra la copia e la realtà, fra il ricordo e la speranza.[30]
La fotografia nutre così l’esigenza di «cogliere il reale che si sta perdendo per renderlo nuovamente possibile»[31] e Mario raduna tutti quei nomi smarriti che allora bisognerà ricordare attraverso i volti. Dondero non immortala, testimonia. Evita dunque quel «velo mortifero della Posa»[32] di cui parla Barthes, reo di ridurre allo status di oggetto la persona ritratta nella foto. Il soggetto resta sempre soggetto. Non diventa mai ciò che il fotografo ha deciso di fissare. Come ha scritto Antonio Gnoli, le foto di Mario sono prive di enigmi. Colpisce la loro funzione testimoniale,
la trasparenza di un passato da ricercare nel presente. Tra ciò che la storia ha giudicato archiviabile e il nostro vissuto che si serve del filtro della memoria. Che sia il luogo dove si è combattuta una guerra, o dove è emersa la sofferenza come la forma più indifesa dell’umano, Dondero testimonia una forma di sopravvivenza. […] La sopravvivenza non è solo un andare al di là della morte prima della morte. È una messa in discussione della vita senza che questa si disperda del tutto nel nulla. La mancanza lancinante di una parte di noi (un cuore, una mente, una voce) è restituita sotto forma di immagine: il resto di un tempo fluido e vitale si trascrive come fosse un documento visivo. Si trasforma in una sorta di desiderio di inconfutabilità.[33]
Nessun passatismo iconografico. Nessuna trappola di illusoria eternità. Mario Dondero esiste e fotografa costantemente al presente. Nei suoi sessant’anni di attività si può dire abbia incarnato l’antitesi di quello che Derrida definiva il Mal d’archive, il mal d’archivio: la nostalgia delle origini, di un luogo al quale si vorrebbe tornare. Un bisogno di proiettarsi e ‘conservarsi’ oltre il tempo, fronteggiando costantemente desiderio e pulsione di morte. Mario amava troppo gli esseri umani e gli incontri per cadere vittima del mal d’archivio. Il suo amore per la vita gli aveva fornito tutti gli anticorpi necessari a difendersi. È la stessa vitalità a guidare il gruppo di Altidona Belvedere negli allestimenti delle mostre e nei vari progetti, tra cui quello di rilevare la casa fermana del fotografo per farne un centro studi. È la stessa vitalità a rendere oggi l’archivio di Mario Dondero un luogo davvero formidabile.
[1] M. DONDERO; E. GIORDANA, Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York, Bar, Laterza, 2014, p. XII. Gli altri termini cui Giordana fa riferimento sono solenne, possente, assoluto, intrepido, memorabile.
[2] L. BIANCIARDI, La vita agra in Id., Trilogia della rabbia, prefazione di F. PICCOLO, Milano, Feltrinelli, 2022, p. 244.
[3] Ivi, p. 236.
[4] M. DONDERO cit. in Mario Dondero, a cura di S. GUERRA, Milano, Bruno Mondadori Editore, 2011, p. 26.
[5] Ibidem
[6] Id. cit. in M. RAFFAELI; A. FERRACUTI, Donderoad. Gli scrittori di Mario Dondero, Bologna, Cattedrale, 2008, p. 116.
[7] Id. cit. in Mario Dondero, cit., p. 15.
[8] Dopo un sodalizio con Dondero, Ugo Mulas era rimasto affascinato dalla fotografia come arte e dalla ricerca, anche sperimentale, della tecnica dell’immagine; Carlo Bavagnoli, interessato al cinema e al documentario, aveva preso parte anche alla redazione di «Life»; Alfa Castaldi, “iniziatore” di Mario alla poetica di Robert Capa, si era poi rivelato un eccellente fotografo di moda; Giulia Niccolai, musa di quel cenacolo in prevalenza maschile, aveva deviato verso la poesia.
[9] M. DONDERO cit. in Mario Dondero, cit., p. 36.
[10] Id. cit. in M. DONDERO; E. GIORDANA, Lo scatto umano, cit., p. 10.
[11] Id. cit. in Mario Dondero, cit., p. 82.
[12] Id. cit. in M. RAFFAELI; E. DONDERO, Scatti per Pasolini, Falconara Marittima, 5 Continents Editions, 2005, pp. 71-72.
[13] Id. cit. in Mario Dondero, cit., p. 128.
[14] S. GUERRA, Mario Dondero, cit., p. 127.
[15] M. DONDERO cit. in Mario Dondero, cit., p. 197.
[16] Ivi, p. 124.
[17] C. STAJANO, Il cantore dei piccoli mondi in Mario Dondero, a cura di N. GIUSTOZZI e L. STRAPPA, Milano, Electa, 2014, p. 33.
[18] P. D’ERCOLI cit. in A. FERRACUTI, Non ci resta che l’amore. Il romanzo di Mario Dondero, Milano, il Saggiatore, 2021, p. 248.
[19] Ivi, p. 249.
[20] Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’archivio della vita, a cura di P. D’ERCOLI, N. GIUSTOZZI, L. STRAPPA, Sant’Arcangelo in Romagna, Maggioli, 2020.
[21] M. DONDERO cit. in M. DONDERO; E. GIORDANA, Lo scatto umano, cit., p. 28.
[22] Ibidem
[23] R. BARTHES, La chambre claire. Note sur la photographie, tr. it. La camera chiara. Nota sulla fotografia a cura di R. GUIDIERI, Torino, Einaudi, 2003 [ivi, 1980], p. 27.
[24] M. DONDERO cit. in M. DONDERO; E. GIORDANA, Lo scatto umano, cit., p. 76.
[25] M. RAFFAELI, Gli scrittori di Mario in Mario Dondero, cit., 2014, p. 67.
[26] M. DONDERO cit. in M. RAFFAELI; A. FERRACUTI, Donderoad, cit., p. 111.
[27] A. GNOLI, In assenza di testimoni in Mario Dondero, cit., 2014, p. 27.
[28] U. LUCAS; T. AGLIANI, Nel tempo della vita. Mario Dondero e il fotogiornalismo italiano in Mario Dondero, cit., 2014, p. 11. Cfr. anche Id., La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia, Torino, Einaudi, 2015, p. 266.
[29] M. DONDERO cit. in M. DONDERO; E. GIORDANA, Lo scatto umano, cit., p. 75.
[30] G. AGAMBEN, Il Giorno del Giudizio, Roma, nottetempo, 2004, pp. 6-8.
[31] Ivi, p. 8.
[32] R. BARTHES, La chambre claire, cit., p. 17.
[33] A. GNOLI, In assenza di testimoni, cit., p. 28.