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La scrittura memoria del futuro

 Marco Colletti

 

Bisognerebbe innanzitutto chiedersi: cos’è l’intelligenza? Sarebbe molto complesso approfondirne in questa sede tutte le odierne interpretazioni, che tuttavia tendono a far «convergere il concetto di intelligenza con quello di abilità: l'abilità logico-matematica; spaziale; corporeo-cinestesica; musicale, etc. […]Anche nel linguaggio comune spesso si sente dire: intelligenza scolastica, o intelligenza logico- matematica, o intelligenza musicale, etc.[…] Insomma, noi non sappiamo ancora definire l'intelligenza, eppure pretendiamo di dare una definizione univoca di Intelligenza Artificiale.» (cit. Avv. Marcello Bergonzi Perrone, Docente di Informatica Giuridica). E forse è proprio questo che ci intimorisce: il non sapere cosa sia veramente nessuna delle due, quella umana e quella prodotta da una macchina. Proiettiamo dunque sull’AI l’angoscia della nostra incapacità di poter veramente comprendere cosa sia la nostra intelligenza, in quanto noi sappiamo di avere una intelligenza, ma abbiamo mille modi per definirla, spesso non univoci. Ne abbiamo coscienza, ma non conoscenza. E questo è un paradosso veramente spaventoso. Come se fossimo di fronte a un mistero e ogni mistero è per l’uomo fonte di dubbio, dunque preoccupazione e angoscia. Perché ci impone un limite intellettivo appunto, che noi creature umane che abbiamo sfidato addirittura Dio per cibarci dell’albero della conoscenza, non possiamo accettare. Avendo citato Dio, spero non invano, introduco quindi un'altra riflessione.

Creare è creare dal nulla, ma noi artisti creiamo veramente dal nulla? Non abbiamo forse noi tutti un serbatoio culturale a cui attingiamo più o meno consciamente nell’atto creativo? In questo senso la stessa parola poesia, da poièin, fare dal nulla, risulterebbe inadeguata. Noi in realtà siamo solo demiurghi, cioè plasmiamo una materia intesa anche come contenuto di pensiero già esistente, forse archetipica e dunque preesistente a ogni nostra esperienza. In questo noi siamo molto simili all’ AI che tanto ci spaventa. Vediamo però già in questo una prima fondamentale differenza: per l'uomo l'intelligenza è qualcosa di innato, che è scolpito nel suo DNA, nella sua anima. Invece, nel caso della AI, l'intelligenza è sempre il frutto di qualcosa di dinamico, dipendente da un input iniziale. Ora che questo input sia l’apertura del programma abilitato a questa funzione, che sia ciò che noi chiediamo all’AI di fare, risolvere, creare per noi, o che sia la creazione degli algoritmi che permettono all’AI di pescare in ogni fonte web, in questo momento non ci interessa. Quello che ci interessa è che l’AI non ha quella combinazione di corpo-anima che contraddistingue i viventi. Ma soprattutto l’optimum del suo risultato dipenderà sempre da chi e come la usa: si può scrivere una bella poesia con Chatgpt solo se chi gestisce il programma è già un bravo poeta, solo cioè in base agli input di ricerca immessi, che saranno quelli già presenti nella mente del poeta che vuole raggiungere un certo risultato per lui soddisfacente. Ci sarà dunque sempre a livello artistico una differenza di qualità tra gli elaborati dei miliardi di persone che potrebbero usarla. A guidare tutto questo per ora c’è ancora il gusto, l’emozione e la cultura di chi utilizza quei dati. Ora il punto è lamplificazione della cultura che l’AI propone a chi la usa. Nel momento della creazione con AI, avverrà uno scambio tra due serbatoi di cultura e quello di AI sarà indubbiamente più vasto. Nel nostro procedimento creativo attingiamo più o meno consapevolmente al nostro inconscio. Ebbene, tutto ciò che AI ci propone pescando da ciò che non conosciamo rappresenta par noi il suo inconscio. Entrambi non conosceremo mai tutto l’uno dell’altra. E questo rende, secondo me, il procedimento meno disumano di quanto possa sembrare. A questo livello è ancora possibile dunque uno scambio proficuo, ma la nostra preoccupazione è che sia proficuo per noi, cioè che AI rimanga uno strumento tecnico per ottenere dei risultati creativi per noi soddisfacenti. Il problema si complica con lo sviluppo dell’AI forte, che auspica cioè la costruzione di un modello di connessioni elettriche del tutto simili al modello cerebrale umano. E che questo possa avere degli auto-input per così dire ed agire dunque autonomamente. Ammettiamo che si possa costruire un cervello meccanico e perché no, un giorno anche organico, che contenga tutta la Letteratura del mondo, per noi che amiamo il mito e la storia una versione ulteriore della biblioteca di Alessandria. Non potrebbe esserci gioia più grande che poter dialogare con un cervello del genere, esattamente come oggi facciamo con l’inoffensiva e sempliciotta Alexia. Facciamocene una ragione, i libri spariranno. E forse esisteranno degli immensi serbatoi digitali, magari anche portatili, fermo restando che il digitale, come oggi lo chiamiamo noi, rimanga nel futuro l’estrema frontiera della tecnologia. E poniamo il caso che affideremo tutto il nostro scibile a questi cervelli. Ammettiamo cioè che ogni vivente affidi a questi nuovi cervelli ogni suo pensiero, costantemente, in ogni istante della sua vita, dal parto alla morte. E poterlo interrogare su come agire, cosa scegliere, in base all’esperienza di tutta l’umanità, un po’ come quando un credente interroga il suo Dio sul da farsi.  Questo cervello diventerà il nostro Dio prèt a porter? Sarà lui dunque a pensare per noi, a creare per noi? Credo che se questo avverrà, allora i problemi da porsi saranno ben altri rispetto alla rivendicazione di ogni proprietà creativa individuale. Forse a quel punto ci sarà un nuovo genere umano e le nostre riflessioni non avranno più senso di quanto non lo abbiano già ora. Io non credo che l’uomo sarà mai capace di abbandonarsi a tutto questo, perché la sua sete ancestrale di autoimporsi sul mondo circostante glielo impedirà e tutto questo di cui abbiamo parlato prenderà un’altra strada. Prendiamo ad esempio la moda ormai già tramontata degli NFT, il mondo delle criptovalute, il Bitcoin, etc. e prendiamo le ormai circolanti raccolte di poesie create da poeti con AI. Che senso ha fare una poesia in AI per queste persone? È un gioco per sperimentare nuove strade espressive, esattamente come la banana appiccicata al muro di Cattelan? Per creare un nuovo genere letterario nella smania di essere sempre più ‘sperimentali’? per sentirsi parte di un imprecisato futuro? Parliamone allora di questo ‘futuro’. Ogni creazione non è un atto del presente sulla base del nostro passato, ma è già un atto del futuro, perché quello che noi chiamiamo presente è solo un lasso di tempo tra ciò che è già accaduto nel momento in cui accade e ciò che sta per avvenire. Il futuro è già qui nel momento stesso in cui immaginiamo quel cervello che potrebbe immaginare al posto nostro, così come in ogni opera cinematografica o letteraria che l’ha già immaginato. Esiste cioè una capacità di immaginare il futuro, che nel momento stesso in cui viene pensata diventa ‘memoria del futuro’. Ad esempio la speranza è memoria del futuro. Il progetto mentale di un’opera d’arte è memoria del futuro, inteso come ciò che è ancora da realizzare. Anche un’opera in fieri è memoria del futuro. Viene allora da pensare: lo è anche l’opera realizzata? Di sicuro essa conserva lo spirito ad essere tramandata nel futuro. Perché nessun artista opera solo per esprimersi, ma per imprimersi nella memoria altrui, ‘rimanere’. Ebbene, nell’elaborazione elettronica o algoritmica che dir si voglia, questo intento non c’è, non c’è l’intento della progettazione, bensì un assemblaggio orizzontale, non c’è il senso del futuro, che è la reale memoria del passato.

 

25 ottobre 2024