Par cœur
Maria Teresa Carbone
Abstract.
For millennia, poetry was, quite literally, “memorable” and represented physical, intellectual and emotional baggage for millions of individuals. Today, no more, and the old doubt expressed by Plato through the mouth of Socrates comes up again: will technology (yesterday writing, today digitization) erase our memory?
Keyword.
Memoria, poesia, par coeur, Giuseppe Privitera, Paolo Maura, Primo Levi, Ana Blandiana
*
Nel cortile del Castello Ursino di Catania, una delle tante imponenti architetture erette da Federico II durante il suo regno, il visitatore attento potrà scoprire la quantità di graffiti incisi dai prigionieri nell’arco dei circa trecento anni, dal XVI al XIX secolo, in cui la fortezza venne adibita a carcere. Si tratta perlopiù, com’è logico, di parole singole, frasi brevi, disegni. Ci sono tuttavia anche alcune poesie più lunghe, ed è su una di queste che vorrei soffermarmi, perché mi pare abbia qualcosa da dirci sul rapporto tra poesia e memoria.
Scritta in un miscuglio di latino e di siciliano, la canzuna porta un nome, D. Ioseph Privitera, e una data, 11 Xbr. 1733.
Questo il testo originale:
Ora chi privu su di libertati
Omnes amici mei dereliquerunt
Tanti affanni e martiri mi anu dati
Et omnia membra mea laxa fuerunt
Tutti l’amici mei comu li frati
Sicut iudas mihi tradiderunt
Ora pacentia si stu cori pati
Non sine causa peccata fuerunt.
Ed ecco un tentativo di traduzione:
Ora che della libertà sono privato
tutti i miei amici mi hanno abbandonato
Tanti affanni e martiri mi hanno dato
e il corpo mio per intero hanno snervato.
I fratelli e tutti i miei amici
Al pari di Giuda mi hanno tradito
Ora pazienza se soffre questo cuore
non senza causa ci furono peccati.
Dell’autore, e dei motivi per cui a quel tempo si trovava detenuto nel Castello Ursino, non saprei dire nulla di più, ma un saggio di Francesco Giuffrida[1], studioso catanese di canto popolare e sociale, aiuta a ricostruire la genesi di questo testo. Secondo Giuffrida, i versi di Privitera ricalcano da vicino quelli di un poeta molto più noto della generazione precedente: Paolo Maura, nativo di Mineo, morto nel 1711. Da notare, però, ed è questo l’elemento di interesse, che nel 1733, quando Privitera incideva la sua canzuna sullo stipite di una porta del cortile nel Castello Ursino, la poesia di Maura non era ancora stata pubblicata. L’ipotesi più plausibile, quindi, è che Privitera, dopo averla ascoltata e imparata da uomo libero, se ne sia ricordato in carcere, forse dopo essere stato torturato (membra mea laxa fuerunt), e che abbia deciso di dare alla sua memoria sostanza di pietra.
Non è questo il solo esempio di quanto la memoria viva, incarnata, della poesia sia stata almeno in qualche misura di conforto a chi si è trovato in uno stato di prigionia e deprivazione: è celeberrima la pagina di Se questo è un uomo, in cui Primo Levi ricorda come l’avere ritrovato dentro di sé i versi di Dante su Ulisse nel buio di Auschwitz gli abbia dato coraggio in una situazione che è difficile immaginare più disperata. Meno conosciuto è un episodio di cui la poetessa romena Ana Blandiana ha parlato in una recente intervista:
A Sighet [a Sighet, o Sighetu Marmației, in Romania, si trovava un penitenziario sotto il controllo della Securitate, la polizia politica del regime comunista: qui, negli anni Cinquanta e Sessanta, vennero rinchiusi molti avversari politici del regime, accusati di essere nemici di classe. Oggi, per iniziativa della stessa Ana Blandiana e di suo marito Romulus Rusan, il carcere è diventato un museo-memoriale delle vittime del comunismo, ndr] c’è una stanza dove tutte le pareti e il soffitto sono ricoperti di poesie scritte dai detenuti. E attenzione, non si tratta di poesie politiche, perché in condizioni come quelle in cui si trovavano i carcerati, sospesi tra la vita e la morte, la poesia era l’unico modo per elevarsi al di sopra della tremenda situazione in cui si trovavano. E la cosa straordinaria è che in prigione mancavano le matite, mancava la carta, e quindi per ogni poesia era necessario che qualcuno la componesse, qualcuno la memorizzasse, qualcuno la trasmettesse con il codice Morse. Centinaia di poesie sono passate in questo modo da una cella all’altra, e pure da una prigione all’altra. Tanti vecchi detenuti ricordano che la prima domanda, quando un gruppo veniva spostato da un carcere all’altro, era: “Avete nuove poesie?”. A me sembra una cosa davvero emozionante[2].
Cito questi casi, ma tanti altri ce ne sarebbero, anche al di fuori dei recinti “penitenziari” (per esempio è nota e studiata l’influenza che la poesia ebbe nel periodo del processo risorgimentale[3]), per sottolineare quanto la “memorabilità” poetica sia stata viva e importante fino all’altro ieri. Dico “memorabilità”, ma preferirei usare l’espressione inglese “by heart” o quella francese, “par coeur” (registrata per la prima volta, pare, in Rabelais), che vede nel cuore la sede dell’intelligenza e della memoria, concezione poi confutata dalla scienza, che ha trasferito nel cervello il quartier generale delle nostre capacità intellettive, anche se sempre più spesso gli studi nell’ambito delle neuroscienze ci parlano di una “memoria del corpo” diffusa, sottile e persistente – forse la stessa che nell’età tarda fa riemergere quasi per incanto versi appresi nell’infanzia e poi apparentemente dimenticati, anche presso persone le cui capacità cognitive appaiono declinanti.
E tuttavia, viene da chiedersi quanto a lungo conterremo dentro di noi, spesso a nostra insaputa, questo potente serbatoio di sapienza e sentimento, ora che la nostra memoria trova posto ogni giorno di più in dispositivi esterni e addirittura in una impalpabile “nuvola” sulla cui durata nel tempo sarebbe azzardato fare previsioni. Interrogativo non nuovo, visto che già Platone, per bocca di Socrate, aveva espresso timori analoghi di fronte all’allora relativamente nuova tecnologia della scrittura. Siamo ancora qui, e proprio grazie alla scrittura possiamo conoscere i versi di Omero e di Saffo, di Virgilio e di Ovidio, può ribattere un ottimista. Replica il pessimista: Siamo ancora qui, ma fino a quando?
[1] Francesco Giuffrida, I graffiti del Castello Ursino, “La rivista del Galilei”, settembre 2011.
[2] Maria Teresa Carbone, Variazioni su un tema dato – Intervista a Ana Blandiana, https://www.leparoleelecose.it/?p=50245 Le parole e le cose, 24 ottobre 2024
[3] Troppo numerosi, per poterli citare, i testi sull’argomento, cui è stata fra l’altro dedicata di recente una giornata di studio a Piacenza: La poesia nel Risorgimento come strumento per la formazione di una coscienza nazionale