p. 69-71 > Due Poeti. Palazzeschi e Ungaretti

Due Poeti
Palazzeschi e Ungaretti

di Anna Lapenna Malerba

 

Il programma d’esame era “Liriche d’amore e di morte di Leopardi” la cattedra Letteratura Italiana Contemporanea, l’Università La Sapienza. Che poi contemporaneo, ossia del XX secolo che allora regnava, Leopardi forse non sarebbe – ma Ungaretti sempre di lui amava parlare – sempre quello l’argomento delle sue lezioni - che chiamerei più volentieri e più propriamente “letture”.

E tutte durante tutto l’inverno ce le aveva lette – le liriche di amore e di morte di Leopardi con la sua voce così speciale, con quei gridi gutturali altissimi e improvvisi – davanti a noi che ascoltavamo incantati. E furono ore stupende – uno spettacolo indimenticabile e bellissimo, di poesia e di teatro insieme.

Questo era stato il suo corso e frequentatissimo - che quell’anno era anche ahimè l’ultimo.

Dopo arrivò Giacomo Debenedetti - ma io l’esame volevo darlo con lui - volevo avere sul libretto la sua firma la firma di Giuseppe Ungaretti - del Poeta. Del Poeta che ammiravo e del quale conservavo e citavo la sua così bella così speciale definizione di Poesia, l’unica che mi avesse soddisfatto – breve e indimenticabile

la Poesia ha in sé nascosto un segreto.


E così andai a dare l’esame.

Mi interrogò non ricordo chi, uno dei suoi assistenti, forse Piccioni, e mentre stava per darmi il voto - ecco arrivare Ungaretti, che sempre presente passeggiando per la sala, era solito avvicinarsi ogni tanto a un esaminando con passo lento e difficoltoso - completamente piegato in due dall’artrosi, vestito tutto di nero - con il suo viso rapace. Si avvicinò dunque anche a me, per partecipare – forse per non sentirsi escluso.

Prima si informò come stava andando l’esame poi, dopo aver ascoltato un po’, mentre il professor Piccioni già stava scrivendo trenta sul mio libretto, ecco che Ungaretti dichiara che anche lui veramente aveva una domanda da farmi – e mi chiede, fissandomi con i suoi occhi rapaci che ne pensassi de Le sorelle Materassi.

Non lo avevo letto e coraggiosamente seppur intimorita dalla forza di quello sguardo, decisi di dire la verità

- Non l’ho letto, mi dispiace Maestro, e non è per pigrizia o distrazione. Davvero non comprendo la ragione di questa mia resistenza.

Ungaretti si illuminò di soddisfazione.

- Bene! Molto bene! E non lo legga mai, dia retta a me! - Strappò la penna dalla mano del professore - aggiunse di suo pugno un gigantesco “e lode” e firmò.

Uscita di lì corsi a casa a leggere subito Le sorelle Materassi.

Questa la storia che certo non raccontai a Palazzeschi quando lo andammo a trovare anni dopo con Arbasino, suo grande amico, nella casa dove abitava, appena dietro Corso Rinascimento – vicino al Teatro Valle.

Con Palazzeschi infatti a lungo - fu invece il riso argomento di conversazione.

Riso Gallo disse lui – questo il suo preferito per il risotto, che tanto gli piaceva. E io che sul riso non accetto volentieri confusioni non mi trattenni dall’osservare che Gallo era la marca non la qualità del riso. È come confondere l’autore con l’editore gli dissi.

Sorrise divertito di essere in quanto Poeta - assimilato da me al riso. Per il risotto ad ogni modo meglio usare Vialone nano – mi raccomandai - è il più adatto il migliore per questa ricetta, perché molto ricco di amido e il risotto si sa deve essere morbido all’onda insomma. Anche marca Gallo c’è, ma si può trovare “edito” anche da altre ditte. Per il pilaf invece o i risi bolliti che devono essere asciutti con i chicchi ben staccati – meglio usare i risi di tipo orientale – basmati per esempio – mentre è insuperabile per le minestre e per i timballi, il riso originario, dal sapore intenso.

La cosa lo divertì assaissimo e il riso aleggiò nell’aria fra noi in quell’incontro che fu per me memorabile e sul riso il Poeta tornò ancora sornione, per avere altre notizie, altre allusive indicazioni, anche nelle nostre successive visite. Mi aveva eletta ormai - così mi disse - sua referente esperta di riso.