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Gli archivi dei poeti al Centro Apice

Stefano Ghidinelli
(Università degli studi di Milano)

 

Può sembrare curioso, perfino un po’ paradossale, che nel portare a questo Convegno la voce del Centro Apice dell’Università degli studi di Milano[1] io abbia scelto di concentrare la mia attenzione sugli archivi dei poeti, sui fondi relativi alla poesia. Si tratta in effetti di un ambito a prima vista non proprio centrale o distintivo del patrimonio del Centro, ma che in realtà ne rappresenta una vena vivace e ramificata. Specialmente in questa sede, poi, privilegiare questa fra altre possibili prospettive mi è parsa una scelta quasi naturale.

A testimonianza dell’interesse tutt’altro che episodico di Apice per la valorizzazione della sua “anima” poetica, del resto, mi piace segnalare qui il ciclo di seminari annuali I poeti di Apice, che insieme alla collega Elisa Gambaro curiamo ormai da qualche anno: giunto alla sesta edizione, ha già prodotto una serie di pubblicazioni e altre sono in preparazione.[2] Si tratta di un’iniziativa che rientra in un programma peraltro molto articolato e vivace di appuntamenti scientifici analoghi (seminari, convegni, lectiones), che per un’istituzione come Apice rappresentano, è appena il caso di dirlo, uno strumento imprescindibile di promozione e valorizzazione del proprio patrimonio. Nel contempo, un aspetto che con Elisa teniamo sempre a sottolineare, rispetto al modo in cui abbiamo progettato il nostro ciclo di seminari, è che sì, naturalmente uno degli obiettivi che ci prefiggiamo è la valorizzazione dei fondi di Apice, conservati presso Apice; ma non solo. Fin da subito ci è anzi parso importante che il seminario accogliesse anche interventi volti a presentare e discutere casi di studio relativi a materiali custoditi altrove. In questi casi la scommessa è che sia semmai l’osservarli da Apice – i poeti e le loro carte, qualunque sia l’istituzione che le conserva – a rivelarsi un’opzione stimolante e feconda, in grado di imprimere una forza e curvatura peculiari a quel potenziale di scomposizione e stratificazione del nostro sguardo sulla poesia che la lente/filtro dell’archivio in qualche modo sempre sollecita.

Provo a spiegarmi meglio, cominciando anzitutto a circoscrivere con più precisione in che modo ci stanno, la poesia e i poeti, ad Apice. La prima cosa da dire è che della settantina di collezioni oggi ospitate dal Centro (l’elenco completo è consultabile qui: apice.unimi.it/collezioni), quelle ascrivibili a un coté poetico non sono poche, anzi. E questo è già un dato abbastanza significativo – perfino un po’ sorprendente, per l’appunto, considerato che fin dalla sua fondazione, nel 2002, Apice si è strutturato e sviluppato come un archivio non certo tradizionalmente letterario ma dalla vocazione spiccatamente plurale, con una struttura modernamente policentrica, di grande apertura tematico/disciplinare. Lo suggeriva del resto già l’acronimo: «Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale». Ad esserne evidenziato era ed è un interesse sì nitido e centrale per la letteratura, ma secondo un’accezione del letterario già molto articolata e mossa. Ciò significa intanto che, al di là dell’ovvio riguardo per alcuni scrittori fra i maggiori del secolo scorso (basti pensare, ad esempio, all’archivio di Elio Vittorini), Apice si contraddistingue per una attenzione specifica anche ad aree meno istituzionalizzate della produzione letteraria otto-novecentesca. Così, notevole è la ricchezza di fondi variamente legati alla letteratura di genere: dal poliziesco nelle sue varie modulazioni (fra le acquisizioni più recenti spicca l’archivio del padre del noir all’italiana, Giorgio Scerbanenco)[3] alla fantascienza (con la straordinaria collezione di opere periodici studi conservata nell’archivio Darko Sùvin) alla narrativa erotica (qui il riferimento d’obbligo è a Guido Da Verona); dal fumetto (per cui bisogna citare anzitutto gli archivi di Giovanni Gandini e della Milano Libri) alla letteratura per l’infanzia (centrale, ad esempio, nella collezione del bibliotecario/bibliofilo americano Peter Wick).

Ma poi un peculiare sguardo obliquo sulla letteratura lo offrono i fondi propriamente editoriali, a cominciare da quelli di alcuni grandi protagonisti dell’editoria milanese (come Sonzogno o Hoepli o Bompiani) e non solo; o di professionisti e professioniste che in casa editrice hanno spesso occupato ruoli di primo piano, anche se fuori dal cono di luce della grande notorietà (come ad esempio Silvana Mauri Ottieri o Alba Morino).[4] Fino alla forte messa in dialogo del letterario con ciò che sta accanto e al di là della letteratura – la grafica, l’illustrazione, la fotografia, le arti visive e plastiche: e anche qui non solo nelle esperienze d’avanguardia o di contaminazione raffinata fra le arti (pur riccamente attestate ad Apice);[5] ma anche nella quotidianità della pratica editoriale o nel giornalismo (dagli archivi di illustratori come Vsevolod Nikulin e soprattutto John Alcorn, all’archivio fotografico della «Notte»), secondo una sensibilità in definitiva ben milanese, erede ed interprete di un patrimonio di esperienze e pratiche, consapevolezze e atteggiamenti, che è parte essenziale dell’identità culturale della capitale editoriale del Paese.

Eppure, nonostante questo assetto a prima vista tutt’altro che naturalmente accogliente per il dominio della letterarietà in versi, la presenza in Apice di fondi e materiali che in tanti modi diversi testimoniano aspetti e dinamiche di rilievo della vita della nostra poesia novecentesca è davvero notevole. Il ruolo più ovvio, in questo senso, lo giocano alcuni importanti archivi di singoli poeti – archivi d’autore in senso stretto, dunque. In effetti nei caveaux di via Noto sono conservate le carte di alcuni fra i massimi protagonisti della poesia italiana nel secondo Novecento, come Antonio Porta[6] o Giovanni Giudici;[7] ma anche di figure che potremmo definire, per ragioni diverse, certamente più appartate, eppure di notevolissimo interesse e rilievo, come ad esempio, fra le altre, quelle di Bartolo Cattafi[8] o Giovanna Bemporad.[9] In tutti i casi si tratta di archivi corposi e ricchi, la cui schedatura completa è peraltro consultabile on line attraverso il portale La statale archivi.[10] Le sezioni più consistenti dell’archivio Porta, che comprende anche una importante biblioteca di circa 5000 volumi (con una ricca collezione di periodici italiani e internazionali di poesia e di arte d’avanguardia), sono quelle della Corrispondenza (con oltre 1100 corrispondenti) e degli Autografi e prime copie (oltre 450 fascicoli di autografi e dattiloscritti, taccuini e quaderni di appunti, con materiali preparatori relativi alla sua attività pubblicistica ma anche a quella creativa – soprattutto i romanzi e racconti, il teatro, le raccolte poetiche degli anni Ottanta). Quanto all’archivio Giudici, particolarmente rilevante – oltre alla Corrispondenza, e alla sezione Poesie che raccoglie, libro per libro, stesure dattiloscritte e (in alcuni casi) materiali preparatori – è la sezione Agende, taccuini, quaderni, che copre un arco temporale esteso da metà anni Quaranta ai primi Duemila (anche se sono andate distrutte le agende fra il 1967 e il 1988): si tratta di un vero e proprio cantiere di lavoro quotidiano, in cui Giudici annotava fatti e incontri, appunti di lettura riflessioni sogni, ma anche i primi abbozzi delle poesie e dei libri a cui via via lavorava. Proprio dalla presenza ad Apice dell’archivio hanno tratto esplicita ispirazione, di recente, un paio di iniziative organizzate a Milano in occasione di importanti ricorrenze giudiciane: come il seminario Le carte di Giovanni Giudici: tra la scrittura e il mondo, curato da Alberto Cadioli, Carlo Di Alesio, Edoardo Esposito nel maggio 2021 per il decennale della morte;[11] o come l’imminente convegno Per i cento anni di Giovanni Giudici. La poesia e l'archivio, previsto per il 7-8 maggio 2024, che rientra nel quadro di un trittico di appuntamenti (le cui tappe successive di terranno a Genova, in giugno, e a Roma, in novembre) organizzato da Laura Neri, Massimiliano Tortora, Simona Morando nel quadro delle celebrazioni per il centenario della nascita. 

Anche per Bartolo Cattafi l’occasione del recente centenario, nel 2022, ha corroborato e impresso ulteriore slancio al rinnovato moto di interesse, critico ed editoriale, che negli ultimi anni si è registrato intorno alla sua poesia[12] – entrata in un singolare cono d’ombra e disattenzione dopo la morte del poeta.[13] E anche in questo caso la valorizzazione dell’archivio ha accompagnato e sostenuto le tante iniziative susseguitesi: dalla già ricordata giornata di studi “Qualcosa di preciso”. La voce di Bartolo Cattafi nella poesia italiana del Novecento, svoltasi a Milano nell’ottobre 2022 per il ciclo I poeti di Apice, all’importante numero speciale dedicato a Cattafi da «Paragone Letteratura», per le cure di Diego Bertelli e Francesco Rognoni (n. 162-163-164, agosto-dicembre 2022); fino al convegno internazionale “Lieto di non avere in me che cose amate”. Cattafi oltre il ‘900, organizzato a Messina da Diego Bertelli, Caterina Malta, Domenica Perrone fra il 23 e il 25 ottobre 2023. Senza contare che la prima edizione del Premio Cattafi, celebrata a Palermo nel dicembre del 2023, ha visto attribuire una delle borse disponibili ad Alba Castello, per un progetto di edizione digitale di un corpus di 35 poesie inedite (spesso attestate in redazioni plurime) conservate appunto nell’archivio, fra i materiali relativi alla gestazione della raccolta L’osso, l’anima.

Ma ben oltre il repertorio degli archivi d’autore, un rilievo di tutto rispetto ha presso Apice la pattuglia dei fondi relativi a editori di poesia: a cominciare dall’archivio Scheiwiller, naturalmente, davvero una miniera di notizie e materiali, per arrivare al neo-acquisito fondo Arturo Schwarz (ma testimonianze preziose conservano anche, ad esempio, archivi come quelli delle Edizioni della Meridiana, della casa editrice Cederna, di La Luna e il Gufo di Fabrizio Mugnaini); senza dimenticare gli archivi di critici e intellettuali che alla poesia hanno dedicato una parte importante del proprio lavoro (ad esempio Sergio Antonielli, Giosué Bonfanti, etc.). A ciò si aggiunge lo straordinario patrimonio bibliografico dei fondi di amatori collezionisti, con tante prime edizioni o edizioni rare di riviste e volumi poetici novecenteschi (la «Collezione ‘900» di Sergio Reggi, dove spicca la sezione delle opere futuriste; o la raccolta Paolo Franci; o ancora il Fondo Biblion, proveniente dalle biblioteche dello stesso Antonielli e di Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Franco Fortini, con le serie complete – fra le altre – di «Primo tempo», «Officina», «il menabò», «Questo e altro»).

Ecco: nella loro singolarità un po’ anomala, a me pare che proprio i concretissimi modi di presenza della poesia in Apice possano in certo modo concorrere a sollecitare, in chi vi si accosti per condurvi le proprie ricerche, un peculiare tipo di sguardo, non solo in relazione alle carte dei poeti ma anche, attraverso quelle, a quella forma di letteratura vitalissima e resiliente, seppur per molti versi minacciata o marginalizzata, che la poesia è stata anche nel cuore del nostro Novecento (e in forme diverse continua ad essere tuttora). Ė uno sguardo che muove dalla consapevolezza elementare, eppure mai troppo ribadita, che la poesia – ben lungi dal potersi ridurre ad un auratico corpus di testi da delibare, e sottoporre alla nostra acribia critica, nella loro perfetta e compiuta autonomia – è anche e anzitutto una forma di interazione complessa, in cui l’iniziativa autoriale è già sempre inscritta in un brulicante reticolo di relazioni dialogico/responsive con altre soggettività, altre intenzioni e attese. Il che significa poi ricordarsi che anche la poesia novecentesca si scrive e si legge, continua ad essere scritta e letta, nella misura in cui è in grado di mantenere e rinegoziare un proprio spazio e una propria funzione all’interno della comunità cui si rivolge. E ciò non solo in termini teorici astratti ma in un senso molto concreto, che convoca in causa scelte e atteggiamenti che ciascun poeta è chiamato ad assumere e di fatto sempre assume, ne sia consapevole o meno, nei più o meno turbati rapporti che stabilisce con il resto della corporazione poetica, con le istituzioni letterarie e socio-culturali del suo tempo – e in questo modo, in definitiva, con il proprio pubblico di lettori.

Chiudo questa rapida comunicazione con un breve affondo sull’ultimo degli archivi d’autore a cui avevo accennato, quello cioè relativo a Giovanna Bemporad (a sua volta oggetto, peraltro, del recente Seminario di Apice Interferenze poetiche: Giovanna Bemporad traduttrice, organizzato da Alessandra Preda e Roberta Cesana il 20 novembre 2023). Non è naturalmente il caso, adesso, di dilungarsi a rievocare i caratteri di questa figura per più rispetti davvero fascinosa – perfino ammantata, nella sua marginalità raffinatissima, da un’aura un po’ leggendaria. Al d là dell’articolata e prestigiosa rete di rapporti intellettuali testimoniata dalla Corrispondenza (dall’amicizia con Pasolini al legame con Sbarbaro,[14] dal cruciale debito con il suo maestro/scopritore Carlo Izzo[15] agli scambi intrattenuti con letterati e traduttori come Mario Praz, Leone Traverso, Vincenzo Errante, etc), uno degli aspetti forse più interessanti dell’archivio consiste nell’intensità con cui ci restituisce una fisionomia autoriale davvero ambivalente, caratterizzata da un talento traduttivo eccezionale vissuto, per un verso, come una sorta di missione, di sacerdozio cui consacrarsi con una dedizione disperata (tanto da far vacillare la stessa distinzione fra traduzioni e scrittura creativa in proprio, come sintomaticamente attesta la sua unica vera opera, Esercizi. Poesie e traduzioni);[16] ma per altro verso in grado di configurarsi come una vera e propria professione intellettuale, sostenuta da un patrimonio di competenze di sorprendente solidità, sancita da tanti e ramificati contratti editoriali, risolta in una trama di collaborazioni fitta e cospicua (tratti del tutto eccezionali per una donna traduttrice nell’Italia di quegli anni).

Ma l’aspetto su cui qui interessa soffermare brevemente l’attenzione – per quanto si tratti di un episodio relativamente circoscritto, nella vita di entrambi i protagonisti – è ovviamente il rapporto con Elio Pagliarani: che come noto, secondo quanto lui stesso ricorda in Pro-memoria a Liarosa, aveva conosciuto Giovanna Bemporad già nell’estate del 1939 o del 1940, a Viserba, dove lui viveva e lei trascorreva abitualmente le vacanze estive. Nell’archivio Bemporad sono conservate, in particolare, otto lettere datate tra il febbraio del ’47 e il giugno del ’48 (più una, decisamente più d’occasione, di una decina d’anni successiva: sono le svelte congratulazioni per la notizia del matrimonio di Giovanna con Giulio Orlando), alcune delle quali manoscritte, altre dattiloscritte (come quella datata «Milano, 4 febbraio 1948», in cui subito dopo le prime righe – in cui Elio chiede a Giovanna notizie circa l’uscita imminente del suo primo libro – si legge questa concisa, fulminante chiosa fra parentesi: «Terribile come io non possa sopportare lo scrivere a macchina, come senta la mediazione meccanica fra me e il mio pensiero, tale che mi prende la mano, e mi si sovrappone e non mi riconosco»).[17] Rimandando ad altra sede una disamina più puntuale di questi materiali, non è forse inopportuno approfittare di questa occasione per indicarne almeno tre generali ragioni di interesse. La prima riguarda il fatto che lo scambio si colloca appunto a ridosso dell’uscita della prima edizione degli Esercizi, che Elio Pagliarani segue con viva partecipazione; e a cavallo d’altronde del suo primo, significativo trasferimento a Milano (dove dal dicembre del ’47 al maggio ’48 risiede in via Ripamonti). La seconda ragione d’interesse riguarda il profilo screziato del rapporto, che dallo scambio aggalla, fra il modo di concepire e scrivere poesia di Giovanna e le convinzioni e opzioni che Elio sta cominciando a maturare in proprio. Pur senza mai deflettere dall’ammirazione sincera, profonda, per la vocazione lirica dell’amica, questo Pagliarani ventenne non risparmia qualche riserva rispetto alla radicalità della sua assolutezza («in te non ho quasi mai trovato quel minimo di obiettivo che è indispensabile ad ancorare quaggiù le poesie, di loro natura e necessità così pericolosamente e disperatamente soggettive», le scrive il 4 febbraio 1948 da Milano), di contro alla propria crescente ambizione «a fare poesie della durata di un giorno», pur di corrispondere alla «istanza precisa di diventare poeta del mio tempo», di «sentire poeticamente il mio tempo». Ultimo ma non ultimo, il breve carteggio è accompagnato dall’invio di alcuni fra i primissimi testi in versi ad oggi noti di Pagliarani, in larga parte inediti: prime prove di un apprendistato poetico che Pagliarani stesso, d’altronde, ritenne opportuno mantenere al di qua della soglia della pubblicazione, fatti salvi i pochi scelti esemplari (si tratta in particolare dei componimenti Ninfale, «Nessuna meraviglia se ombre rosse», «Primo facile impulso rimane») che scelse di includere nel drappello di poesie pubblicate, nell’aprile dello stesso 1948, sulla rivista bergamasca «La Cittadella» (III, 7/8, 15-30 aprile, p. 4).

 

 

[1] Volentieri ho corrisposto al cordialissimo invito di Cetta Petrollo Pagliarani e Carla Subrizi appunto in qualità di membro del Consiglio d’indirizzo del Centro Apice.

[2] Gli atti della prima edizione del seminario, tenutasi presso l’Università degli studi di Milano il 18 settembre 2018, sono stati raccolti nel volume E. Gambaro, S. Ghidinelli (a cura di), La poesia in archivio. Progetti autoriali e processi editoriali, Milano, Unicopli, 2019. Quelli delle due edizioni seguenti, svoltesi nell’autunno del ’19 e del ’20, sono confluite in E. Gambaro, S. Ghidinelli (a cura di), La circolazione della poesia nel secondo Novecento. Mappare il campo da vicino e da lontano, Vicenza, Ronzani, 2023. I lavori dell’edizione del 2022, dedicata a Bartolo Cattafi in occasione del centenario della nascita, saranno a breve raccolti nel volume E. Gambaro, S. Ghidinelli (a cura di), «Qualcosa di preciso. La voce di Bartolo Cattafi nella poesia italiana del secondo Novecento, in corso di stampa per la Milano University Press. I contributi delle edizioni del 2021 (Al ritmo dell’occhio. Iconotesti poetici nel secondo Novecento) e del 2023 (L’eredità della poesia delle donne. Ricerche d’archivio e nuovi canoni) sono stati o saranno a breve ospitati sulla rivista open access «Configurazioni. Ricerche sulla poesia contemporanea» (rispettivamente nel Vol. 2, n. 2, 2023 e nel Vol. 3, n. 1, 2024). 

[3] Ma si veda la preziosa collezione dei Gialli Mondadori – una delle più complete in Italia – conservata nella Biblioteca del copywriter Marco Vecchia. 

[4] Nipote di Valentino Bompiani, Silvana Mauri Ottieri lavorò per un quarantennio nella casa editrice dello zio, mentre Alba Morino fu figura chiave dell’ufficio stampa di Feltrinelli.

[5] Fra l’altro negli archivi di editori ben legati, come vedremo, anche alla poesia – come Arturo Schwarz o Giovanni e Vanni Scheiwiller.

[10] Sul sito di Apice, nella pagina di presentazione di ciascuna collezione, è sempre presente, ove disponibile, un link di rinvio alla relativa pagina del portale La statale archivi dalla quale è possibile esplorarne analiticamente l’inventario completo (mentre un secondo link al Catalogo d’Ateneo consente l’esplorazione dei volumi dell’eventuale biblioteca). L’elenco di tutti i fondi di Apice il cui inventario è disponibile per la consultazione on line attraverso il portale La statale archivi si trova qui: archivi.unimi.it/Ente/apice_archivi_della_parola_dell_immagine _e_della_comunicazione_eitoriale/ (alcuni fondi – come ad esempio l’Archivio Scheiwiller – sono invece consultabili solo ad Apice, da postazione locale).

[11] Gli atti del seminario sono stati raccolti nel volume A. Cadioli, E. Esposito (a cura di), Le carte di Giovanni Giudici: tra la scrittura e il mondo, Vicenza, Ronzani, 2022.

[12] Avviato dalle importanti monografie di Paolo Maccari (Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Firenze, SEI, 2003) e Stefano Prandi (Da un intervallo del buio. L'esperienza poetica di Bartolo Cattafi, Lecce, Manni, 2007), questo risveglio di interesse è stato alimentato, più di recente, dall’impegno soprattutto di Diego Bertelli, che per l’editore Le Lettere ha curato dapprima il volume integrale di Tutte le poesie (2019, con introduzione di Raoul Bruni) e quindi l’edizione riccamente commentata di L’osso, l’anima (2022). 

[13] Dopo gli esordi presso piccoli editori di prestigio nella Milano dei primi anni Cinquanta (le Edizioni della Meridiana, sotto l’egida di Sereni; l’immancabile Scheiwiller), con cui aveva cominciato a intessere rapporto già dalla fine del decennio precedente, con Le mosche del meriggio (1958) e poi soprattutto con il notevolissimo L’osso, l’anima (1964), Cattafi si afferma come uno dei più significativi poeti della nuova generazione che Sereni, dopo il suo ingresso in Mondadori, accoglie nello Specchio (dove usciranno poi anche i suoi libri degli anni Settanta). Su questo si veda E. Gambaro, Fare libri di poesia: la funzione Mondadori nel campo poetico milanese (1958-1970), in E. Gambaro, S. Ghidinelli (a cura di), Come circola la poesia nel secondo Novecento. Mappare il campo da vicino e da lontano, cit., pp. 85-112.

[14] C. Sbarbaro, Cara Giovanna. Lettere di Camillo Sbarbaro a Giovanna Bemporad (1952-1964), Milano, Archivi del '900, 2004.

[15] C. Izzo, Lettere a Giovanna Bemporad. 1940-1943, Mlano, Edizioni Archivio Dedalus, 2013.

[16] Apparsa in prima edizione nel 1948, per il piccolo editore veneziano Urbani e Pettenello, viene riproposta nel 1980 nella prestigiosa Verde di Garzanti. Una nuova edizione ampliata, con il titolo Esercizi vecchi e nuovi, esce nel 2010 per Archivio Dedalus, per poi essere riproposta, con ulteriori integrazioni, nel 2011 da Sossella, per le cure di Valentina Russi.

[17] Centro Apice, Università degli studi di Milano – Archivio Bemporad, Corrispondenza, busta 77.