p. 66-80 > UN’ETEROBIOGRAFIA AUTOBIOGRAFANTE…

 

UN’ETEROBIOGRAFIA AUTOBIOGRAFANTE…

Alberto Princis

 

 

Nascemmo insieme a Gorizia nel 1959, e naturalmente ci venne affidato un medesimo corpo, quello che per decenni ci avrebbe portato in giro e vissuto gioie e tormenti o sofferto le sue malattie. Ci diedero anche lo stesso nome, come si conviene (del resto non eravamo mica gemelli…), ma non immaginavano quanto fossimo diversi, ma non incompatibili, proprio perché figli della stessa anima. Tuttavia facemmo irruzione nella vita quasi da clandestini e con qualche difficoltà: eravamo piccoli piccoli, ovvero settimini… (però così ostinati a vivere che ci si era aggrappati a una costola di quella nostra madre, che aveva già avuto problemi seri durante la gravidanza come il crollo dell’utero e quindi l’aborto spontaneo era stato annunciato). Riuscimmo a resistere e così dopo l’improbabile e precoce “espulsione” ci deposero in un’incubatrice di quei tempi e, prima che i medici potessero prevedere qualche garanzia di salvezza e una speranza di sviluppo, passò più di un mese. Debbo anche ricordare che, quando verso la fine dell’estate appunto uscimmo da quella trasparente e originaria prigione, i nostri genitori ci portarono al mare, nell’isola di Grado che galleggia all’interno e ai confini della laguna: il profumo denso delle sue acque salse e benefiche o la forza antica delle alghe sui lidi, la semplicità e i canti della popolazione locale, il via vai delle barche dei pescatori e le diverse personalità dei venti…  ci avrebbero inebriato per tutta la vita, donando la giusta umidità alle lacrime di nostalgia, l’energia selvatica che nutre la condivisione di un luogo libero e una sensazione indelebile di appartenenza. Avremmo certo avuto per anni un affetto profondo per Gorizia (fino al suo infame tradimento di cui direi in poche righe, o anche non qui) ma l’amore indissolubile era per quella Grado, piccina e corsara, in cui vissi una parte dell’anno per sei decenni.

Allora, appena liberi dal carcere e all’inizio di un’improbabile avventura, cioè la vita, ovviamente non potevamo conoscere né le nostre differenze (a cui accennerò più avanti) né la possibilità di unirci quasi sempre in una solidale collaborazione. Trascorsero poi circa trent’anni prima che, durante una passeggiata in un giardino pubblico dominato al centro da un’immensa e secolare magnolia (dove da bimbi tra i rami aggrovigliati avevamo appreso la nostra natura di serpenti…), ci cadesse ancora addosso una visione definitiva: l’incubatrice! Capimmo in un istante cosa già fosse e sarebbe in seguito accaduto dentro la nostra intima percezione dell’esistenza: se ci era mancato il primo calore, l’abbraccio della madre e la culla del suo seno, avremmo sempre sofferto la sensazione di un freddo costante, senza certezze. E poi quel vetro davanti ai nostri occhi! Il mondo era al di fuori, intoccabile e forse irraggiungibile: avremmo immaginato qua e là o fino alla fine di essere come dei bimbi col nasino schiacciato su una vetrina di un affascinante negozio di giocattoli… quelli colorati che d’inverno, nonostante la condensa che vi si formava, ci sembravano allegri danzare sul pavimento o sugli scaffali. Erano balocchi, ma a noi preclusi, come pure la vita, perché quella vera sarebbe rimasta a distanza, o destinata ad altri. In sintesi comprendemmo che non solo avremmo avuto una grande fame d’amore ma anche di non poter partecipare concretamente al gioco di quei giorni e notti che probabilmente avremmo in parte usato, ma non goduto nella loro totalità: vero è che molti di loro li rifiutammo con sdegno, ma eravamo ragazzi buoni e timidi, dissero…

Eppure già prima dei trent’anni ci avevamo provato… a vivere, amare, viaggiare, studiare e capire. E a scrivere, con la febbre quasi folle, pieni di cataste di emozioni che in un saggio delirio pensavamo ci avrebbero consentito di raccontarlo e soprattutto di reinventarlo quel mondo reale così lontano e che in fondo non ci piaceva molto, e le cui sciocche o malate modalità espressive ci facevano soffrire ma anche incazzare. Eppure il problema, mai risolto (quello della gelida e non scelta solitudine coatta o dell’esilio), era meglio non vederlo e proseguire alla cieca? e così sarebbe scomparso? No di certo, perché stava nel nostro cuore, nell’anima profonda che dunque avremmo continuamente cercato di stimolare affinché accettasse di trasformarsi, fino a quasi – pensavamo - riflettere la natura del cosmo. E la scrittura era apparsa, almeno per noi, come un adeguato strumento magico: ad altri era stata riservata la musica o la pittura, arti che comunque amavamo come autentiche e preziose compagne di viaggio, accanto alle quali si aggiungevano altre, come la scienza e la filosofia, la psicologia e la storia delle religioni, la musica e l’antropologia poi altre ancora sconosciute. In fondo, chi più e chi meno, noi eravamo in qualche modo e umilmente… leonardeschi, e oggi si direbbe “multitasking”, una minimale parola inglese non per dire curiosi e “disposti a una cultura interdisciplinare integrata!”, ma per intendere un “fare più cose contemporaneamente”, un’azione che sembra controproducente per gli umani e vettore di una dose notevole di stress.

 

Per quanto riguarda invece le nostre origini lontane (riferendomi al dubbio funzionale e all’antico fascino del Dna…) potrei dire solo che erano complesse e, considerata l’appartenenza a un territorio di confine, certamente prismatiche; tra di esse ricordo quella friulana (un tempo mitica garante di onestà e rigore morale), quella slovena e balcanica (portatrice anch’essa di valori contadini e di un’amichevole disponibilità al dono di sé, ma guerriera), e ancora, probabilmente, sia una componente mediterranea del sud italiano (essenziale per l’ospitalità e la fedeltà affettuosa nei rapporti umani) sia un più antico soffio ebraico (a cui dobbiamo non solo l’attitudine all’inesausta ricerca delle leggi umane e naturali ma anche la difficoltà a sciogliersi in altre culture per il timore di qualche possibile esilio). Tali origini, e proprio tutte, le vivevamo con i loro sani contributi, ma sapevamo quanto fosse importante la considerazione dei loro numerosi difetti e delle eventuali mancanze strutturali (che non mi attardo qui ora, o per ora, a citare); a noi inoltre è sempre parso evidente o necessario sia il rifiuto di qualsiasi fede cieca e consolante, sia il sentimento nazionalistico e le identificazioni territoriali dal sapore troppo provinciale, ma sentivamo anche nel presente un autentico ribrezzo nei confronti del dilagare di varie e spesso litigiose opinioni. A noi interessavano le leggi, della natura, dei sentimenti e dell’amore, della vita e della morte, o le lunghe osservazioni dei fenomeni umani e di quelle recidive riguardanti le piaghe storiche e politiche, non meno dell’incurabile e incorreggibile atteggiamento fisiologico di molte religioni e culture… considerando appunto come barbariche certe tradizioni o le stesse opinioni vendute e invadenti (ma sarebbe stato altrettanto barbaro negare il diritto a esprimerle), e delle invasive modalità social come uno sterco che infetta lo spirito e non contribuisce alla sua fertile evoluzione. Non amammo mai il Bar Sport e le abbaianti osterie (non quelle sane e ospitali…) né i circoletti intellettuali o le conferenze grezze dei tuttologi di turno.

 

Potrei ora tornare alle differenze prima citate, e poi provarmi a narrare la storia della nostra nascita nei sobborghi o nel centro storico di una possibile o tentata letteratura, il cui destino o il giudizio verrà offerto forse solo dal tempo.

Eravamo dunque ancora ragazzi (o meglio adolescenti sui quindici anni) quando ci invase un’influenza virale, non ancora “pilotata” da alcuno ma abbastanza decisiva per il destino di entrambi, perché, e per fortuna, non guarimmo in modo definitivo: molti sintomi, ovvero espressioni del linguaggio corporeo che peraltro ci apparivano piuttosto ricche di significato, sarebbero stati spesso ricorrenti, benché non sempre fastidiosi come un herpes… o peggio, ma in altri casi potevano offrire un profumo da non sottovalutare, come una buona malinconia o uno scoppiettante e febbricitante entusiasmo. Non si dovrebbe neppure dimenticare che alcune convalescenze sono davvero gentili, e offrono una pausa salutare alla fame di vita.

Se lui abbastanza precocemente si accorse di essersi preso una forte e sospetta influenza, cioè una possibile variante virale che poteva facilmente identificare come “romanticismo acuto”, io più tardi considerai la mia come “cinismo coatto” (non però appartenente ai filoni di quella deviazione filosofica chiamata nichilismo). I due virus, latenti o sintomatici che fossero, non solo erano condivisi dal medesimo corpo-anima, ma potevano anche risultare sia separati che intercambiabili ovvero come una metafora mista o un ossimoro: in quest’ultimo caso, a seconda del periodo o dell’umore, potevamo considerare il suo come un “romanticismo cinico” o un “cinismo romantico”, i quali naturalmente si nutrivano di nascosto a vicenda oppure usavano il nostro “gemellaggio funzionale”  per saltuarie ma cordiali baruffe. In ogni caso lui era prevalentemente un romantico, quindi a tratti rivoluzionario e ingovernabile, entusiasta e portato a osare, ad abbandonarsi alle emozioni (soprattutto amorose) e al teatro, alla goliardia irriverente con cui anche in poesia riusciva a prendere in giro il mondo. Tuttavia è stato fondamentalmente l’autore di un Canzoniere d’amore, proprio lui che forse quasi sempre amò chi non lo amava, e fu amato da chi non amava: scrisse versi dedicati agli amori sbocciati e attesi fino a quelli moribondi o già morti. “Ho cercato”, mi diceva, “dal vivo di esplorare o cantare le possibilità espressive e le contraddizioni feroci dei sentimenti, usando la speranza e anche abbandonando ogni preconcetto collegato alle dinamiche del desiderio”. Non si era mai avvelenato per le ripetute sconfitte, e in ogni caso per lui la donna e l’uomo erano alla pari proprio nelle differenze (“è la differenza che dona energia e pone severi limiti all’Ego”, diceva “ed è necessario un grande rispetto per le libertà reciproche… in fondo si può sempre dire NO!”. Nelle convalescenze dopo ogni abbandono soffriva molto, ma anche da solo sapeva guarirsi l’errore… con la mente, non con la ragione. Probabilmente si trattava di un modo corretto di affrontare una questione auto-clinica: l’accurata anamnesi, una precisa diagnosi e la buona terapia, cioè il ritorno a se stessi dopo aver deragliato… Sì, lui aveva vissuto molte esperienze amorose, ma non era un Casanova benché le avesse amate quasi tutte, le ragazze e le donne, e a lui non importava che il rapporto durasse pochi giorni o qualche anno, perché in ogni caso non le aveva mai cercate né “pedinate”: erano semplicemente apparse, spesso bellissime, ricamate o dolenti che fossero, ed erano il vero tessuto della sua anima, quindi non era un don Giovanni! Invece io, a causa di tante delusioni umilianti, tendevo con il passare del tempo ad affidarmi a qualche forma di misoginia, benché non pregiudiziale, o a ripetuti e necessari allontanamenti fino a vivere quasi come un monaco zen, ma ancora cullando ogni tanto una specie di disperazione sorda e sempre avendo addosso una commossa nostalgia per quelle “febbri”… e quindi lo invidiavo con tenerezza.

Un giorno trovai un appunto sulla sua scrivania e lo trascrissi: “Ho amato molto, nella mia vita, e l’ultima volta fu fino ad alcuni mesi fa, tradito poi più nella complicità che in qualche vicenda di cornacchie... Non so quando sarò libero dal lutto e dall’appartenenza a quella musica, ma lascio l’orgoglio ai sorci e la depressione agli imbecilli. Colgo, con quel che mi rimane, ciò che posso, denunciando il tutto: chi accetta questo tramonto è ovviamente benvenuto. E’ già un miracolo vivere questo, anche questo ma, non amando – in quel punto sacro e misterioso, dentro, che ti scatena pipistrelli nel cervello e nel sangue – siamo onesti, nulla è stabile, perché quando lo senti vero e prezioso l’amore ti dà quel sapore d’eterno... Quindi te ne fotti dell’illusione: ti illudi e basta, perché ami, e voli”. In questo atteggiamento verso le cose d’amore lui era davvero un grande, ed io mi sentivo sempre bocciato o rimandato nella scuola della vita!

 

Durante la seconda giovinezza scelse per anni di cedere alle bizze del linguaggio: non aveva la convinzione di dover sperimentare per distinguersi qualche nuova stilistica letteraria (studiata a tavolino…), ma considerava seriamente, proprio in quanto persona dotata di una flessibile consapevolezza, l’ipotesi di essere solamente un “filtro” per poter dare alloggio alla naturale tendenza della lingua a mutare spontaneamente. “Ah, la lingua italiana - diceva sorridendo - è come una donna: se vuoi capirla sei davvero pazzo e quindi la dovresti accogliere per quello che è: poi vederla volare nel suo destino, pure se la potrai perdere, è fantastico, perché non sarai mai un suo proprietario. Quindi perché non donarle la possibilità e il piacere di divertirsi e di offrirsi alla sua vocazione? Io sono qui per questo!”. E infatti anche lui con lei si divertiva, sorpreso per le sue soluzioni impreviste, strane, misteriose e piacevoli che riusciva come una maga a tirare fuori dal cappello delle sue occasioni e gliele donava senza chiedere nulla in cambio… tranne la fedeltà, perché era un’amante e non una mignotta! A volte l’unica barriera, dinanzi alle furie a volte inconsistenti delle parole scritte, era costituita dalla musica interna che lui riteneva dovesse uscire dalle singole lettere e divenire una danza o un’onda con diverse variabili e vibrazioni, perché sentiva quanto la poesia avesse avuto origine nel canto o nell’urlo antico, e non solo in un pensiero, che si sarebbe rivelato un nodo ben difficile da sciogliere. Mi ricordava infatti che il balbuziente quando canta non balbetta, perché è attiva un’altra area del cervello. La poesia per lui era un mare e anche un modo di vivere. Diffidava sia dei poeti difficili o complicati (sosteneva che facevano di tutto per essere considerati nuovi o ancor peggio bravi…) sia di quelli troppo “intimistici”, tutti consolati dal loro diarietto personale e melenso, spesso letto con l’attesa di un applauso. Ricordava un autore che suggeriva di considerare come alla fine di un viaggio fino in fondo al nostro Io (e non all’Ego…) si potesse trovare il Noi, ovvero la natura universale della Psiche, benché probabilmente ci fosse un prezzo piuttosto alto da pagare. Un nostro maestro e amico più anziano, un poeta e narratore argentino, gli aveva suggerito questa regola: “se in una mano avrai la penna… nell’altra dovrai tenere la frusta, perché se le parole sfuggono e si lasciano dire o si gonfiano vuote, sarà bene governarle o rinunciare a loro”. Di questo autore (Juan Octavio Prenz) io tradussi dallo spagnolo il suo primo romanzo pubblicato in Italia: La favola d’Innocenzo Onesto, il decapitato (Marsilio, 2001). Durante la vecchiaia ne scrisse altri, straordinari, come Il signor Kreck e Solo gli alberi hanno radici.

Tuttavia in una lettera quasi telepatica un giorno lui mi scrisse questo: “Vorrei che i miei fossero testi più o meno sullo stesso tema o immagine (disposti non tanto in modo cronologico ma come una sorta di montaggio cinematografico per dare ritmo alla storia sottostante, che può appartenere anche a tempi diversi o lontani): accetto che siano scritti con il linguaggio comune e pure con quello più anomalo – esercitato con scarti di senso – e dunque più vero, proprio perché meno nostro: tutto per mostrare come nella scrittura non si tratta di usare una lingua, ma di viverci dentro una lingua, l’unico modo per uscirne con i suoi tesori, cioè con il futuro, proprio perché da sola una lingua accompagna e racconta il mondo che cambia, anticipandone il viaggio e l’esperienza”.

 

Al contrario il mio personale “cinismo”, che mi si rivelò pienamente molto tempo dopo, aveva le discrete caratteristiche della prudenza e della crudezza fenomenologica, e procedeva spietato senza pretendere di abbozzare fantasiose o sterili ipotesi su cose e persone e tantomeno di fingere scorciatoie, ovvero quei derelitti luoghi comuni che appannano ogni possibilità di crescita spirituale: quindi scrissi prevalentemente in prosa, in ogni caso tentando di donarle una qualità abbastanza musicale. Tuttavia dovevo anche eventualmente accettare prima o poi l’esilio persino dalla comunità sociale, ed  essere disposto a fucilare simbolicamente i pregiudizi, anche quelli personali e sfuggiti al controllo delle guardie coscienti; quindi le umane ferite (ricevute in qualsiasi tipo di battaglia), benché da alcuni considerate come madri naturali dell’anima, potevano rimarginarsi solo con un incorruttibile e feroce atteggiamento verso l’esperienza stessa di sé e delle relazioni sociali, senza utilizzare alcun tipo di alibi. Bisognava eventualmente abbracciare anche il dolore e da lui farsi attraversare: se lui scriveva poesia a me toccava scrivere appunto in prosa per mettere a fuoco le questioni con l’adeguata lentezza riflessiva, con scientifico distacco, o meglio con una partecipazione vitale e affettiva che fosse però libera da ogni coinvolgimento: un traguardo di fatto difficile, ma solo apparentemente contraddittorio. Di certo tale modalità di approccio al mondo, alle persone e alla vita mi portava ad aggiungere nella padella del tempo vissuto non solo le spezie della pigrizia, arretrando dinanzi alle isteriche urgenze e alle frenesie, ma anche quelle della fiducia notturna verso l’affiorare casuale di pulsazioni visionarie inviate dagli abissi delle immagini oniriche e dai brividi del corpo o del suo cervello limbico, che era comunque rimasto intatto.

Forse i pensieri semplicemente ci accadono e non è vero che davvero abbiamo la facoltà di “voler pensare”: è opportuno dunque prepararsi, disporsi ad alzare le antenne e pure ad accogliere al suo passaggio anche l’asteroide cavalcato da un’idea (appunto dal greco eidos, cioè visione). Per scrivere la buona letteratura e la poesia (poiesis, cioè fare) c’è da sempre bisogno di un apprendistato “tecnico” o almeno artigianale, come in tutte le altre arti, e può avere diverse modalità: esperienza, esercizio, ricerca… ma, come in cucina, non esiste una ricetta stabile e perfetta con il pedigree, ed è utile un estro interiore disponibile alle variazioni, perché la poesia ci “accade” dentro come arriva e bussa, e poi se n’esce per una sua necessità e con tempi da noi non sempre prevedibili o governabili. Può trattarsi di una fase breve, saltuaria oppure ci ruberà tutta la vita cosicché dovremo considerarla come un ergastolo ambivalente, ma non certo da trascorrere dietro le sbarre.

A volte penso che quel personaggio chiamato “poeta” sia spesso un guerriero dedicato alla critica onesta del mondo sociale, oppure un educatore della sua epoca (come sosteneva Carl Gustav Jung); in altri casi è uno scienziato “lirico” o un giurista eccelso che riporta a livello visibile la quasi scomparsa Costituzione dei vari e possibili sentimenti umani. Oppure è un invisibile sciamano che vive fuori dal villaggio globale e si occupa della cura delle anime perdute, mettendo in comunicazione i vivi e i morti. O un acrobata che su un filo incerto attraversa scalzo palazzi e mondi rischiando la vita: per non perdere l’equilibrio, quindi cadere o impazzire, avrà sempre bisogno di un’asta abbastanza lunga… ovvero una solida coscienza o una consapevolezza flessibile sia della propria mente che del cuore, sapendo comunque che i nostri veri maestri sono i sogni, l’unica dimensione assolutamente autonoma della Psiche e del Destino.

 

Quanto alla nascita delle nostre scritture mi ricordo una fase dell’infanzia e della prima giovinezza. I genitori ci regalarono una cucciola di barboncina nera, chiamata Pepita, dolce e allegra, molto sveglia e un po’ buffa. Divenne presto la sorella fedele a cui noi, così soli e figli unici spesso incompresi, potevamo confidare tutto: progetti irreali, emozioni ancora in erba, dispiaceri confusi e disperazioni non ben definite. Purtroppo pochi anni dopo un’estate si ammalò e iniziò rapidamente a dimagrire. Con nostra madre la portammo in corriera fuori città da un bravo veterinario che, considerata la diagnosi infausta, ci convinse che sarebbe stato meglio sopprimerla subito per non farla soffrire. Tornammo dunque a casa senza la bestiola e tra le mani tormentate solo il guinzaglio. Si pianse entrambi a lungo e per mesi… ma poi una notte ci “accadde” dentro una buona condanna: era febbraio, ci svegliammo di notte e scrivemmo insieme la prima poesia: “I giorni grigi/con gli umori del fosco cielo/passano./Ho dimenticato il vero sole”. Probabilmente in questi versi giovanili, avevamo circa sedici anni…, sono già contenuti tutti i temi di quelli che sarebbero stati scritti in seguito e fino ad oggi. Tanta malinconia, con la coscienza e il timore di aver dimenticato o perduto davvero la bellezza del calore, che riempie il mondo di vita. L’acqua limpida dei ruscelli d’amore ora ci manca… e abbiamo ancora sete… ma di buon vino, ormai!

Debbo tuttavia segnalare che a parte alcune presenze in riviste, antologie  etc., e nonostante diversi volumi negli anni siano stati pubblicati (e talora molto tempo dopo la loro stesura), finora la maggior parte dei testi è ancora inedita, e ciò non ci disturba: del resto il primo editore che ebbe la convinzione di realizzare una pubblicazione un giorno ci disse che avremmo ovviamente dovuto coltivare l’arte della pazienza, ma che “un buon libro non invecchia…”. Ecco dunque che forse è il momento di citare almeno i libri usciti e probabilmente ormai introvabili.

Lui pubblicò, in versi, Le orme e i cancelli (Braitan, 1985), L’amore opaco (Braitan, 1989), Parole senza cornice (Istituto Giuliano di Cultura, Storia e Documentazione, 1993), Le lucciole del corpo (Braitan, 1999), Versi al Cappello (Transmedia, 2004), Campionario Estate/Autunno (Hammerle editori, 2008), I lari del seminario (Ibiskos, 2014) oltre a un’antologia tradotta in lingua serba con testo a fronte ovvero Il vampiro innocente (Smederevo, Belgrado 2008). Debbo ammettere che forse lui in poesia è stato un filosofo o uno psicologo più preciso e raffinato di quanto lo fossi io.

E come anteprima comunico che in tempi ancora incerti è prevista la pubblicazione di un suo volume intitolato Concerti di Silvio (un dialogo monologante in versi scritti tra il 1992 e il 2007) dedicati a un altro maestro e amico, Silvio Cumpeta, poeta e filosofo raffinato e durissimo, che oltre a essere stato docente e preside fu negli anni Ottanta anche un illuminato presidente (socialista...) della Provincia di Gorizia.

 

Io invece pubblicai in prosa (nella forma di brevi filosofie, aforismi e varie sciancate o paradossali riflessioni e greguerías…) La grandezza e l’alibi (Campanotto, 1994), un libro che potrebbe essere ampliato a dismisura con i testi, ancora quasi totalmente manoscritti, dei successivi trent’anni. Mi piace tuttavia ancora ricordare due piccoli saggi, nati come conferenze, e pubblicati negli atti di un paio di convegni del 1997, a Gorizia: La terra e la parola (Atti del convegno “Questa bella d’erbe famiglia”) e Il veleno della salute (Atti del convegno “Per una psichiatria senza cerebrofarmaci”).

Confesso con qualche umile pudore che anch’io ho scritto nella forma poetica dei versi, ma si trattava piuttosto d’invettive e vendette la cui motivazione non riuscivo a spegnere, di poemetti umoristici e disordinati, di percorsi selvaggi e piuttosto informali di protesta civile, o di dediche o necrologi per persone amate. Inoltre scrissi anche alcuni soggetti cinematografici e nel 2007 una sceneggiatura per un lungometraggio, alla quale sono molto affezionato ma che non ha ancora avuto esito: è La buona assenza, tratta (e non liberamente tratta) dal suo libro preferito, come mi disse, di Claudio Magris ovvero Un altro mare, uscito nel 2001 e dedicato alla vita “per sottrazione”di Enrico Mreule, l’amico speciale di Carlo Michelstaedter (il filosofo e poeta goriziano di origine ebraica che si uccise a soli 23 anni nel 1910 con la pistola che “Rico” un anno prima gli aveva lasciato prima di emigrare in Argentina dove per tredici anni fece il gaucho, prima di rientrare in Italia insegnando greco e poi svanire ignorato a Punta Salvore, nell’attuale Croazia). Carlo, questo autore illuminato, con i suoi libri postumi (tra cui La persuasione e la rettorica e Il dialogo della salute, nelle edizioni Adelphi) e sulle basi di una conoscenza straordinaria dell’antica cultura classica greca è considerato uno dei più grandi e primi interpreti internazionali della malattia sociale moderna (ritrovando il conflitto tra la sua codarda natura e le esigenze intime dell’individuo) e di una conoscenza quasi iniziatica della cura possibile, ovvero la sottrazione dai finti bisogni. Prima che Rico partisse gli sussurrò: “Tu sei l’uomo che metterà nella vita la mia filosofia”. Del resto il professor Nussbaum, al liceo classico ovvero Staatsgymnasium (a cui il nostro primo editore, Hans Kitzmüller, anche ottimo narratore di viaggi, dedicò un volume), disse ai suoi studenti: “L’arte è la virtù di potare…”.

 

Non posso qui tuttavia evitare di dedicarmi a un’operazione di “becero” marketing: cioè esiste, ovviamente tra gli inediti, un nostro anomalo volume tuttora in formazione e dal titolo ancora imprecisato che raccoglie un lungo elenco dei possibili titoli dei libri che non sono stati ancora scritti e che probabilmente non avremo il tempo, la voglia o la forza di scrivere. Ogni titolo proposto a, e da, noi stessi è leggermente nutrito (ma per fortuna non sempre…) da adeguate e provvisorie didascalie o da immaginarie descrizioni sintetiche di temi, sensazioni, destinatari: è naturale che tale avara dimensione possa rivelarsi quantomeno disarmante o persino pericolosa (sarebbe come chiamare “nemico” il tempo che fugge e ci sbrana). L’eventuale lettore in ogni caso sarebbe sempre libero di scegliere in prestito qualche titolo e inventare un suo percorso letterario, che non andremo certo a condizionare con le nostre ingombranti polluzioni personali. E c’è anche in formazione un mio libro di cucina intitolato Manualetto o Bignami di cucina Mittel-Med (solo per gente di padella e alla larga dagli chef), con indicazioni generali per piatti con ingredienti e spezie appartenenti alla cultura mitteleuropea e mediterranea, la cui sperimentazione è tuttavia affidata completamente agli eventuali lettori o appassionati, sperando che non avvengano decessi tra i conviviali.

Essendo inoltre noi degli autentici “australopitechi informatici” confidiamo nell’assistenza di qualcuno che sappia porre le fondamenta di un sito (ovvero una biblioteca virtuale) alla quale affidare sia la nostra decennale produzione letteraria, edita e inedita, che una selezione di fotografie e audio/video relativa alle nostre “azioni o presenze” nel cosiddetto mondo reale e quindi abbastanza visibile. Il lettore potrà dunque affrontare il suo viaggio (spero non turistico) e utilizzare, a sua discrezione e a suo rischio e pericolo, il nostro piccolo mondo letterario (comunque denso come il miele e talora duro come la roccia, ma davvero autentico).

Ora, immaginando di concludere con qualche anticipazione, da appunti o fogli di manoscritti trascriverò un grappolo di testi, ma prima ci sarebbe da segnalare il titolo di un libro inedito che il poeta vorrebbe concludere e realizzare, La fiamma nera di cui dice: “è l’immagine di qualcosa che stranamente illumina e riscalda il mondo anche se è invisibile, come il calore che ci abita dentro, in questo antico focolare che è il cuore (la patria, la famiglia e la radice di ognuno), è anche il segnale dell’incendio possibile e della distruzione. Quella fiamma grida e non la intravvedi nemmeno di notte, e se all’incirca senti dove sia ugualmente temi che il suo calore t’insegua. E’ la speranza cieca di baciare l’ultima donna, lei che è altrettanto invisibile da sembrare inesistente: la senti fredda e lontana… eppure ti osserva e forse ti chiama. Lei consente per pudore (non è più una ragazza…) di spegnere le troppe luci e di contemplare le stelle e poi di ascoltare la carezza lunga e costante della pioggia. La fiamma nera è un vero rimedio per molti mali, quasi omeopatico: ed è vero che se per qualcuno è davvero quello giusto (la persona in realtà è il suo proprio rimedio) potrà produrre quelle varie e anche forti sintomatologie che tuttavia in letteratura sono definite “aggravamenti terapeutici”. E tra le fiamme nere ci sta proprio il rimedio della poesia, quella che emerge e si manifesta anche sulla pelle o altrove, con fuochi, rossori, dolori e incendi… ma tutto passa, anche se a causa di tali tempeste (prima ignorate o nascoste) molti rinunciano alla cura, alla fastidiosa poesia e preferiscono le chimiche velenose che spengono rapidamente solo i sintomi. Tuttavia quando la fiamma nera viene soffocata, per un po’ si dibatte e sembra resistere, ma poi si spegne: e ci cade addosso il peso e il vero gelo dell’immenso cosmo… ma quando prima, trascurata dalla nostra presuntuosa inedia, già si trovava intontita e ormai sola senza nessun corpo accanto, decise con potente dignità di trascinarsi nel nulla insieme alla nostra vita vuota e divenuta anch’essa invisibile. Per noi forse è ora giunto il momento di chiamare in soccorso quelle stelle lontane che sembrano tremare… ma d’inutile allegria”.

Ecco il mio grappolo finale:

“Sì, senza la poesia (e le arti in generale) la nostra vita è niente, come un animale perduto o così spesso una specie di robot programmato per far denaro o male al mondo.

Così la poesia, senza la vita e il suo arcobaleno di sentimenti, dolori e passioni, è un gioco sterile nell’inferno delle vanità.

Non credo però che la poesia possa salvare il mondo o l’umanità dal loro sonno sempre geneticamente interrotto, ma eppure qualcuno qui o là si ostina a continuare… forse perché l’unico e sereno riposo abita nella Bellezza, nella sua botta in pieno petto che ci risveglia dal pallido e noioso torpore delle nostre esclusivamente biologiche funzioni.

 

Un essere umano, emozionalmente cosciente delle contraddizioni dell’esistenza e della sua fine, se vive la vita pienamente e con generosa partecipazione, nonostante l’eventuale solitudine e i dolori, si troverà a considerare la sua morte non tanto con un razionale e freddo giudizio dedicato alla protezione dall’angoscia, ma solo come un fastidio ingannatore o persino un tradimento del proprio amore e del rispetto dedicati ai giorni trascorsi da queste parti: così essa non diverrà mai un mostro vorace da cui difendersi a ogni costo, magari pure violentando la vita altrui e del piccolo e marginale pianeta che abitiamo troppo spesso da avari e ingordi. Tutto scorre, diceva il greco Eraclito, e anche noi, come foglie abbandonate che docili da un fiume vengono condotte al mare”.

Ora, alla fine di questa narrazione forse lunga e imperfetta, il lettore allenato alle stravaganze degli autori e talvolta al mistero delle loro scritture potrà di certo comprendere che la nostra iniziale separazione fu davvero compatibile con l’espressione delle esigenze di ciascuno. Qui ho cercato semplicemente di raccontare, attraverso le differenze e i caratteri più visibili, una sensibilità complessa e le esperienze che furono all’origine di alcune delle nostre letterature possibili, ma solo un genio come Pessoa avrebbe potuto inventare da quel se stesso autori eteronimi con nomi e stili diversi.

Andrebbe anche detto tuttavia che, nel corso degli anni e soprattutto in quelli in cui la nostra età si portava innanzi verso una “zona malsicura” (come scrisse mio padre in una lettera che trovai dopo la sua scomparsa e accompagnata da alcune raccomandazioni) e il corpo avrebbe potuto essere afflitto da malanni di varia natura, i due, qui solo apparentemente protagonisti, appunto si trovarono abbastanza uniti in un’entità nuova, sia umana che letteraria, e iniziarono a prepararsi con una certa serenità a salire fino al colmo del trampolino e ad affrontare la discesa e quindi il salto… verso l’infinito e quel mistero che li aveva coinvolti fin da ragazzi.

 

Gorizia, 20.02.2024