I MUSCOLI DI LENIN: esercizio di lettura (inconclusivo e prospettico) di una poesia di Pagliarani con la storia dentro
Luigi Ballerini
NdR: Il presente contributo è stato presentato nel Convegno Funzione Pagliarani
il 24 novembre 2022 e rivisto nel marzo 2023
In “Proseguendo un finale”, il testo che apre l’edizione feltrinelliana di Lezione di Fisica e Fecaloro (1968) c’è una frase che si può leggere in due modi: cosa non certo insolita nella poesia di Pagliarani, o, auspicabilmente, della poesia in genere, ma qui significativa in modo particolare perché non si tratta di una semplice anfibologia – un tratto di discorso in cui sono riconoscibili, allo stesso tempo, una dato di realtà e un suo valore allegorico – ma di due modi radicalmente diversi, e non complementari, di intendere il senso stesso della frase in questione.
Lo so perché lo dirò ma in un certo contesto
solo a dirlo mi sento grottesco
Da un lato l’autore avverte il suo interlocutore1 di essere a conoscenza delle ragioni che gli faranno dire quello che effettivamente dirà – un atto di parola che, solo a pensarci, lo fa sentire grottesco – e dall’altro, molto più oscuramente, afferma che il suo sapere dipende sostanzialmente da un potere divinatorio che potrà materializzarsi soltanto attraverso il dire, anzi attraverso l’aver detto, quando ciò avverrà, e pertanto anche attraverso il modo in cui sarà stato detto: modo che al momento, non è tuttavia, possibile esplicitare.
La domanda dunque, in ultima analisi è: come si uniranno le lettere a formare parole – dono insuperato, insieme ai numeri, di Prometeo agli uomini – cosicché ne possa nascere memoria, madre operosa di tutte le arti?2
Nel primo caso, il messaggio non potrebbe essere più chiaro: le due degnità scelte a sostegno di una certificazione dell’individuo – visto nella pienezza della sua specificità e, in quanto unico essere vivente capace di parola, nella giustizia del suo desiderio associativo3 --
e cioè l’intelletto – ovvero “la capacità della ragione di distinguere” e “la carnale scoperta dell’amore sintesi” si sono rivelate “insufficienti” e fatalmente “allontanate”. Di questa lontananza per altro il poeta dichiara di non addolorarsi perché un ben più grave problema lo sovrasta, ed è l’assenza di una terza componente, la forza, senza della quale
amore e intelletto nemmeno servono
a definire se stessi.
Nel caso poi che la deriva, il reciproco allontanamento, non si verificasse, e anzi si verificasse il suo contrario, all’attrazione subentrerebbe se non una catastrofe, certo una situazione tutt’altro che gradita o gratificante:
ma per quant’altro poco sappia della vita
quanto attrito che brucia, assieme come sono stridenti!
È dopo questo giro di considerazioni che, nel testo di Pagliarani, compare la figura di Lenin, raro esempio di individuo che seppe sì sostenere lo sforzo necessario a “spezzare una spirale / un ingorgo della storia”, ma soltanto perché, fino al momento in cui “sorte e tempo” si misero effettivamente in moto “a ritmo di rivolta”, non aveva mai toccato
… con le sue mani un pane
più costoso di tutti i suoi sospetti.
Paradossalmente, e contrariamente a quanto ci verrebbe spontaneo immaginare, è proprio questa mancanza di esperienza negativa che rende possibile e vigorosa la sua leadership. Infatti, se avesse
capito di persona il prezzo infame
della fame […]
i suoi muscoli incapaci
piuttosto che capaci come furono
non avrebbero retto allo sforzo.
La forza, e non potrebbe essere altrimenti, viene dal nutrimento. La fame non deve disturbare la contemplazione dei sospetti, delle regole, delle premesse, delle aporie da accogliere o da rigettare, insomma quella “intelligenza della storia” che per cercare di imparare a conoscerla
da noi può capitare che dei poveri
si spremano per fare un estraneo del figlio
perché non lo vogliono immondo
e oggigiorno contadini del Pavese
si tassano in cooperativa
pagano l’Università al più bravo
non importa di chi sia figlio
purché sia un figlio dei loro.
La progettata assunzione di un erede delle classi subalterne, al rango di guida, di agente di una radicale trasformazione sociale, non sembra avere tuttavia grandi probabilità di successo. Non si tratta ben inteso di fragilità strutturali, anche se più avanti nel testo il poeta avvertirà che “È più brusco / trovarsi a tu per tu con le strutture tutto in una volta”; il fatto è che la storia, a stravolgerla, ci vuole un lungo allenamento, e direi quasi un talento allucinativo, come quello che hanno certi cuochi che sentono i sapori prima di averli creati intuendo però quali ingredienti, nell’insieme, li creeranno.
L'indole va quindi preparata, affinché non si arresti davanti a tentazioni conclusive, ovvero, in altre parole, non si faccia ricattare né dal godimento di privilegi – da parte di chi li possiede ereditandoli – né, costi quel che costi, dalla loro assunzione (anche violenta) da parte di chi non essendovi nato dentro intende comunque farli propri. Peggio di tutto, ed è il caso forse più frequente, è la messa in scena di una patetica arroganza che consente a chi sta peggio di credere sentirsi meglio di chi sta, a tutti gli effetti, molto, ma molto meglio di lui. È un sentimento fasullo, palliativo, che nessuna evidenza ha il potere di contraddire. Funziona, per i non aventi, come una specie di religione: immaginarsi naturalmente compensati di una mancanza e, viceversa, di immaginare punito per il fatto stesso di avere, quelli che hanno, che hanno avuto o che possono avere.
Tutto questo, e altro, sembra di potersi desumere facendo proprio il caveat con cui Pagliarani introduce il lungo excursus che costituisce la successiva porzione del testo
Però non è campata in aria l’obiezione reazionaria
che insiste “e dopo?,” dopo che è un uomo
dopo che ha fatto l’università chi lo mantiene
forte?
nella quale si illustrano, con esempi, situazioni in cui la “rimonta sociale”, l’inseguimento dell’“intelligenza della storia” da parte dei poveri subisce effettivamente uno scacco sospettato come inevitabile e prospettato come pressoché definitivo. Di Frattini, uno dei prescelti alla rimonta, si dice infatti che
è stato istitutore al Beccaria, studente e ripetitore di filosofia
ora è in Francia e in meno di un anno, in dieci mesi di lavoro in Normandia
ha ridipinto il castello del duca d’Harcourt. Lì cercano gl’imbianchini.
È evidente che Pagliarani, quando vuole, sa suscitare un amaro sorriso ariostesco. Ma c’è di più: il brano si conclude con due accenni che, fuggevolissimi – a fronte della lunga tiritera dedicata allo smarrimento dei preposti emancipatori – e, a prima vista, sconcertanti, risultano perfettamente congrui alla necessità, al momento inceppata, ma da tenere comunque “al caldo” di “proseguire un finale”.
Si tratta, nel primo caso, della frase “allié aux Montmorency par les Rohans” un breve lacerto lasciato cadere con apparente non noncuranza, in realtà perfettamente idoneo a contrastare “gl’imbianchini” di. cui abbiamo detto, con gli eredi di un’iniqua aristocrazia feudale. Viene da Guerra e Pace che si apre, come è noto, con la descrizione del ricevimento chez “la ben nota Anna Pavlovna Šerer, damigella d'onore e amica personale dell'imperatrice Mar'ja Feodorovna” in cui l’ospite ospitante non meno degli ospiti ospitati, esprimendosi prevalentemente in francese, mischiano pettegolezzi e notizie privilegiate, senza dimenticare di segnalare disprezzo per il plebeo Napoleone Bonaparte che sta per invader le loro terre, ed esaltare quindi la nobiltà di chi lo fugge:
“A propos,” aggiunse Anna Pavlovna, che aveva ritrovato un tono tranquillo, “oggi da me ci saranno due persone molto interessanti: le vicomte de Mortemart il est allié aux Montmorency par les Rohans, una delle più grandi famiglie di Francia. È un emigrato di quelli buoni, degni di tale nome”4
Subito dopo salta fuori il nome di Stendhal, un eroe di estrazione borghese ma inesorabilmente affascinato, sia tramite i suoi personaggi, sia personalmente, dal luccicare degli specchi in casa Serbelloni, a Milano, e attratto in generale dalle raffinatezze materiali psicologiche del sangue blu, e di quello emiliano e lombardo in particolare. Anche qui però la verve tragicomica e pervicacemente grottesca di Pagliarani manda segnali inequivocabili:
agganciandole al collo la collana anche Stendhal
si gonfiava per i gas nello stomaco.
Avviando a chiudere, provvisoriamente, è chiaro, e suggerendo non solo che nessuna catena di smontaggio sembra intravedersi all’orizzonte, ma che perfino la mera convinzione di aver “tenuto duro di cuore e di testa finora “ deve ascriversi esclusivamente al fatto di essere stato generato da “genitori giovani e robusti / come non avverrà per miei eventuali figli”, l’assenza di un’adeguata muscolatura (fisica ma, a questo punto, anche e soprattutto allegorica) viene ribadita a tinte che più fosche non potrebbero dirsi:
Vero è che l’età nostra privata e più quella del tempo
ambiscono a ridurci in solitudine.
E un essere solo
Non è mai forte, né può amare o misurare l’intelletto.
Che fare, davanti a questa triade incompleta, dove la forza (diseredata) impugna, come in un testamento fasullo, il concetto e l’esperienza della solitudine, una condizione in cui l’amore e la misura dell’intelletto non possono che essere illusori? E quale saranno allora, alla lunga, le conseguenze, gli effetti collaterali delle razionalizzazioni che ingolliamo quotidianamente come pillole per poterci tollerare come servi volontari dell’insufficienza?
Ma non sarà che noi
lo si faccia pazienti nel reale?
Intanto se tu
volessi rispondermi.
Corre voce che una risposta di Fortini, inedita, esista. Se ciò corrispondesse a verità saremmo felici di prenderne atto, e di analizzare l’affinità o la distanza che intercorre tra le irrequietezze dei due poeti, presumendo che, nei tardi anni sessanta il “reale” venisse inteso da entrambi come equivalente della “realtà”, piuttosto che, alla maniera di Lacan, come incontro, tra l’altro, del non riconducibile al previsto o al prevedibile.
Un abbozzo di risposta per altro Pagliarani ha cercato di darsela da solo, a cominciare da un’altra lettera in versi, indirizzata questa volta ad Alfredo Giuliani, in cui una certa forza egli pur attribuisce come afferente al poeta, una parola che, va usata con discrezione, ma che:
… occorre questa volta perché
respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi
sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci?
Ci vuole forza per respingere ogni consolazione, e ancora di più ce ne vuole per dichiararsi e per illuminare. L’equazione quindi è presto fatta: forza uguale poesia e, come corollario, poesia uguale uso “smodato” del linguaggio. Fabbrica di messaggi che non possono essere detti se non nel modo in cui vengono detti. E si prenda nota del
felice slittamento del suffisso pronominale riflessivo – da dichiararsi a illuminarci – del passaggio dunque dalla condizione di individuo nella società a individuo con la società, dell’atto, infine, di resistenza e di testimonianza del no che emerge in numerosi punti dell’opera di Pagliarani. E basterà qui ricordare l’incipit di Dalle negazioni:
No a Michelangelo se debordava sangue da ogni canale
corporale no al riscatto dell’usura in termini di spazio e di volume
no a un’idea di figura come doppione
o le parole che chiudono la Ballata di Rudi:
ma dobbiamo continuare
come se
non avesse senso pensare
che s’appassisca il mare.
Ci sono, ovviamente, tra le due occorrenze, differenze di eloquio e di timbro – ardito nel primo caso, sommesso nel secondo – ma se sulla prima aleggia soprattutto lo spirito della rinuncia e del non mollare, nella seconda è lecito cogliere un invito all’azione e una proposta di “che fare”. Si consideri infatti non solo che questi versi tirano le fila di un’opera la cui gestazione e gestione è durata più di trent’anni, ma anche che essi riprendono e, al tempo stesso, sembrano contraddire quanto Pagliarani ha scritto in calce al segmento XXIII, sezione C1, della Ballata stessa
Epperò ha senso pensare che s’appassisca il mare.
Conviene rintuzzare la voglia di affrontarla subito, questa supposta contraddizione e fare un breve passo indietro. Può essere fruttuoso, infatti, procedere prima di tutto a una rapida ricognizione del brano nella sua interezza per rilevarne quanto di più o di meno esso contenga rispetto alla sua prima apparizione in Rosso Corpo Lingua, Doppio Trittico di Nandi (Cooperative scrittori, 1977), segnalata, per altro, già allora, come assaggio anticipato della Ballata.
Oltre ad alcuni interventi prosodici intesi a rendere meno laboriosa la recita dei versi, e alla decisione di trattenere solo una delle iterazioni che formano lo scheletro della stesura primitiva, qualcosa di ben più inquietante salta subito agli occhi: l’assenza, ivi, di qualsiasi riferimento all’appassimento del mare.
Si tratta dunque di un’aggiunta tardiva, posta a sigillo di una sezione della ballata la cui collocazione è a sua volta fonte di curiosità e occasione di riflessione. Le acque di questo grande fiume che fino alla sezione XXII (Contatta Sagredo) si sono mosse con impeto diseguale, in un’alternanza di tratti a scorrimento placido e rapide improvvise (ancorché trasparenti, come nei brani che raccontano le disavventure del tassista clandestino) precipitano nella meravigliosa cascata di Rosso corpo lingua, una prolungata e convulsa serie di implacabili stringhe (fortissima la presenza della vocale o) scandite da un unico martellante imperativo (“proviamo ancora”) in netto contrasto con la trama degli indicatori ipotetico-condizionali (“avessimo”, “se avessero”, “se dirama”, “ci fosse” etc.) che tendono perversi agguati all’ombra di Nandi, il deuteragonista della ballata. che appare in filigrana, teso nell’ascolto di parole che aspirano a sciogliersi in voce senza mai cadere però nell’indistinto:
rosso quel vento nel tempo del rosso, rosso il fiato del vento nel rosso del tempo
rosso il bosco se dirama nel bosco quel vento rosso fiori rossi
su gambo rosso con petali rossi nel bosco rosso del tempo dove il vento
è rosso: troppo rosso Nandi o troppe parole di rosso o un rosso sgomento dal rosso?
Ora, oltre che sorprendente, è altamente significativo che dopo, e, più probabilmente, in conseguenza di, questo tripudio di fonetiche precipitazioni organizzate intorno a tre ben precisi significanti: “rosso”, “corpo”, “lingua” – rovesciati, in seconda battuta, in “oro” “pope” e “scienza”5 – il decorso fluviale della Ballata di Rudi non sia più contenibile in un alveo di provata riconoscibilità. È come se queste mitragliate di fonemi avessero non solo tolto di mezzo la possibilità di dare continuazione al percorso diegetico precedente che, sia pure minacciato da formidabili escursioni, ha pur sempre promesso una peripezia e addirittura annichilito qualsiasi volontà e intenzione di individuare o fabbricare un denouement.
Tempo addietro, parendomi non insensato esprimermi nei termini di una metafora fluviale avevo messo a contrasto la foce a estuario di Carla con quella a delta di Rudi. Nel riproporre oggi questa stessa “messa in scena” mi preme attirare l’attenzione non solo sulla intrinseca differenza strutturale dei due esiti, ma anche e soprattutto sul contrasto tra la relativa fissità del primo e la respirante mobilità, e dunque sulla ricchezza transfigurativa del secondo. I brani che seguono “rosso corpo lingua” – un’etichetta che in realtà in Rudi è stata eliminata – e cioè “Prima che dai giudici”, “Dalla ‘bella addormentata’”6, “Rap dell’anoressia o bulimia che sia” sono barene mobili, minuscoli continenti alla deriva in cerca di un aggancio o, più dolcemente, di un naufragio. Ciò che li lega è l’impulso alla creazione di un’atmosfera, di una febbricitante tangibilità culturale redatta in termini implacabilmente e amaramente umoristici. Valga per tutti l’esempio di
Se il seme possa o no adire artificialmente la vagina,
questo come e quando lo decide il cardinale Ratzinger,
bisogna chiederlo a lui – e poi siamo fuori tema Ach so
ripetuto due volte, senza nessun intervallo. Non si tratta dunque di un’anafora vera e propria che comporterebbe sì la ripetizione del paradigma ospitante, ma anche una variazione del sintagma ospitato, ma, per strano e blasfemo che possa sembrare, di una giaculatoria che calpesta la sua stessa tradizionale funzione parenetica.
Ammesso dunque che abbia senso assegnare “rosso corpo etc.” il ruolo non di semplice innesto, ma di agente deflagratore di provato successo (vedi, appunto, la conclusione repentina e “slegata” di Rudi), possiamo, adesso sì, cercare di trasformare in enfatici versi che, a prima vista, si sarebbero potuti scambiare per meramente fatici.7 Mettendoli a confronto, e rilevando come il primo lacerto sia posto alla fine del marchingegno deflagratore e il secondo, in totale autonomia, alla fine del poema, e cioè a deflagrazione avvenuta, diventa più facile rilevare come la consapevolezza di un mare che “appassisce” si contrapponga a una volontà, e direi meglio, una forza di volontà, che agisca senza ritenersene scalfita o indebolita, e dunque impedita dalle circostanze in cui è chiamata ad agire. Il tutto non all’insegna di un assurdo, ma di una norma costruttiva.
Si potrebbe sostenere, che con l’avvento di “rosso corpo etc”, Rudi rende palpabile l’irrequietezza necessaria alla scoperta (invenzione) di una, a lungo ricercata, nuova via verso regioni poetiche illuminate da logiche defunzionali come quelle che intessono le appropriazioni “indebite” degli Esercizi platonici dove, tra l’altro, si incontra la perfetta intuizione di
Vedi, oblio è sparire di memoria.
Nel nostro caso, invece, il ricordo
non si è ancora formato. Ed è cosa assai strana
perdita di cosa che ancora non c’è e non è ancora avvenuta.
Le date hanno pur sempre una loro importanza e succede spesso che le inevitabili sistemazioni editoriali creino qualche confusione. Senza l’esordio del Trittico di Nandi, infatti, che anticipa di otto anni gli Esercizi, chi vedesse questi ultimi pubblicati ben diciotto anni prima di Rudi, incontrerebbe qualche difficoltà ad assegnare alla ripresa di rosso corpo quel ruolo di chiave di svolta sui cui mi preme insistere, per segnalare l’enorme importanza di una terza fase (dopo quella degli esordi e dei poemetti narrativi) nell’esplorazione poetica di Pagliarani
Collocata tra la consapevolezza di un impedimento (in emblema, “l’appassimento” del mare) e la sua temeraria negazione, l’“ostinazione” del poeta avvia il delinearsi di una condizione non lontana dall’intuizione para-ipotetica del Samuel Beckett di The Unnamable,
In ogni caso non posso proseguire. E però devo proseguire. Allora proseguirò. Aria, aria, cercherò aria, aria nel tempo, aria del tempo, e nello spazio, nella mia testa, ecco come proseguirò. Va tutto bene, ma la voce viene meno, è la prima volta, no, ci sono già passato attraverso, si è perfino arrestato, più di una volta, e così si arresterà di nuovo. Diventerò silenzioso, per mancanza di aria, poi mi tornerà la voce e io ricomincerò da capo. La mia voce. La voce.
[I can’t go on in any case. But I must go on. So I’ll go on. Air, air, I’ll seek air, air in time, the air of time, and in space, in my head, that’s how I’ll go on. All very fine, but the voice is failing, it’s the first time, no, I’ve been through that, it has even stopped, many a time, that’s how it will end again. I’ll go silent, for want of air, then the voice will come back and I’ll begin again. My voice. The voice.]
Che il farsi e l’evolversi della poesia nel linguaggio dipenda da questo intramontabile “come se” è una lezione che si esplicita, segnalate le opportune differenze, nelle sovversioni dei futuri epigrammi da Savonarola e da Lutero, di cui offriamo qui , a mo’ di richiamo, alcuni versi in cui antiche predilezioni lessematiche (il significante “corpo”, per esempio”) che trattengono qualche antico sapore di realistica concretezza ci vengono incontro strapazzate dal ritmo paralogistico in cui, adesso, Pagliarani le ha calate:
Le cose spirituali non hanno bisogno del corpo
in quanto all’essere, come l’Angelo e l’anima dell’uomo
non hanno bisogno del corpo in quanto all’essere;
ma gli animali hanno bisogno del corpo in quanto all’essere
perché è in loro morto il corpo morta l’anima;
l’anima dell’uomo ha bisogno del corpo in quanto
all’operare, benché non in quanto all’essere.
Iddio dunque ha chi ha bisogno del corpo gli dà el corpo.
Adunque hanno bisogno del corpo gli operai
Ci troviamo, a questo punto, davanti a una doppia responsabilità. Un Giano bifronte redivivo e surriscaldato, ci invita, da un lato a immergerci nel finale “da proseguire” che si annida nell’ultima fase dell’opera di Pagliarani, assediata da una esacerbata pulsione invocante e, dall’altro, a indagare se e come, ciò che, stipulato all’inizio come necessario alla prosecuzione di un finale, e cioè la compresenza attiva di intelletto, amore e forza, si travasi, ora, nel finale “proseguito” e “proseguendo” a partire da “rosso corpo lingua”, (fertile discrimine in una partita, esigua, forse per chi l’ha proposta e giocata, ma di fondamentale importanza per chi ne vuole ereditare la funzione).
Lasciando ad altra occasione, se mai verrà, il compito di soddisfare la prima istigazione, torniamo allora – e qualcuno dirà: finalmente – alla frase che costituisce l’assillo iniziale di questo intervento, e anzi sul suo primissimo tratto (“lo so perché lo dirò”) per domandarci se non sia sommamente più profittevole e nutriente cogliervi il senso di una inconsulta e profetica proiezione, dove rosso rimpiazza e, stravolgendolo , rinnova intelletto (un intelletto politico di non equivoco colore); corpo sobilla e si adegua ad amore; e lingua incarna la forza, diventando simbolicamente il muscolo, l’agente miscelatore e propulsivo di una vera, non metabolizzabile differenza nella produzione del significato e della sua circolazione:
lingua: lingua di rosso sul rosso del corpo, lingua rosso canale sul corpo fra essere e avere,
lingua per Nandi
lingua rossa del corpo del rosso, lingua del cerchio creato da lingua e da lingua spezzato
mistica lingua del rosso mistica lingua del corpo mistica lingua del cazzo
(se è mistica è del privato, Nandi non sa che farsene,
se nel codice è già incastrata, Nandi ti abbiamo fregato)
ma la tua lingua rossa
del tuo corpo
Abbandonato ogni fasullo dualismo mistico di corpo e mente, in questa laica trinità del rosso, del corpo e della lingua di Nandi che si dibatte con, si sradica da, si sottrae e si libra sulle deiezioni del senso depositate da una storia che contrabbanda come naturali cicli produttivi e distributivi ridotti a perdite e profitti – brilla negli epigrammi di Pagliarani il segnale di un’uscita … con strada da farsi, … e che qualcuno, provocato da Karl Popper che ha rovesciato l’assunto fondamentale della scienza intesa come “conoscenza che includa / la garanzia della propria validità” dimostrando come in realtà “l’armamentario della scienza […] è diretto alla falsifica / non alla verifica delle proposizioni”, comincia a percorrere ogni mattina “continuando [inoltre] a lustrare il coltello”8.
New York, 16 marzo 2023
1 Il poeta Franco Fortini al quale è indirizzata la poesia, anzi la “lettera in versi” come opportunamente la definisce lo stesso Pagliarani, nonché, ovviamente, ogni lettore che abbia la ventura di giungere a questo testuale crocevia e cerchi o di attraversarlo o, una volta raggiunto il centro, di voltare a destra o a sinistra.
2 Eschilo, Prometeo incatenato, 459-61.
3 L’uomo (zòon politikòn) è l’unico essere ad avere la parola. La voce è espressione di dolore e di piacere, perciò la posseggono anche gli altri animali […], invece la parola serve a comunicare ciò che è utile e ciò che è nocivo, e quindi anche ciò che è giusto e ciò che è ingiusto; questo infatti è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, l’avere egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e delle altre cose; e l’avere in comune tutto questo costituisce la famiglia e lo stato […]. [1253a]
4 Vorrei attribuirmi la paternità di questo affondo, ma non escludo di averne avuto l’imbeccata dallo stesso Pagliarani … sono passati quasi sessant’anni dal nostro primo incontro.
5 Tipograficamnte, le due triadi sono riassunte ciascuna in unica rubrica: “proviamo ancora col rosso” e “proviamo ancora con l’oro”. Rosso e oro fanno quindi da richiamo, da punto di partenza e da venatura dell’intera liturgia.
6 Diviso, anzi, lacerato a sua volta in “Tutta oro e pizzi barocchi”, “Un computer come giudice”, “Enel prepara una mappa dei terremoti” (di cui esiste solo il titolo), “Quel buco nero” e “Nel 1953”.
7 “Versi prima fatici e poi enfatici è il titolo (veramente geniale) di una poesia di Pier Paolo Pasolini. Vedila in Trasumanar e organizzar. A
8 In quest’ultimo paragrafo le citazioni sono tolte dalla sezione C1 di Rosso corpo etc., dedicato alla scienza e contraltare di C dedicato alla lingua.