p. 54-56 > Marzia Spinelli, La stagione è ancora questa, Samuele Editore, 2025

Marzia Spinelli, La stagione è ancora questa, Samuele Editore, 2025
Una interpretazione di Letizia Leone

 

 

Accogliere l’invito a parlare di un libro di poesia, significa allargare l’orizzonte dell’interpretazione oltre l’oggetto testuale in questione, e sondare certi movimenti segreti della Poesia in generale, il suo spirito alare ed ecumenico o il suo ruolo nella realtà contemporanea. Essere ‘poeta’ come afferma Montale è capacità di vedere al di là di quello che è l’aspetto superficiale della realtà. Il linguaggio poetico ha origini numinose, e dunque la parola poetica salva la lingua dal logoramento, dall’automatismo inerziale dell’uso massificato, è una modalità di innovazione, un nuovo conio della parola. 

Ecco perché si è rivelata occasione fruttuosa tornare a parlare della poesia di Marzia Spinelli alla Biblioteca Pagliarani, negli incontri settimanali dedicati alla poesia contemporanea da Cetta Petrollo Pagliarani. Come già scritto precedentemente, il discorso lirico della Spinelli ha radici ben piantate nella tradizione, là dove la memoria storica della poesia è assimilata come valore dinamico della vita stessa. Una poesia che oscilla dialetticamente tra istanze interiori (tempo interno memoriale) e una dimensione storico-sociale come evidenzia un excursus tra le pagine della sua ultima raccolta, La stagione è ancora questa.

Mi è piaciuto allora aprire il libro a caso, fiduciosa di qualche scoperta inattesa, e dedicarmi all’analisi testuale di una poesia che, infine, si rivelerà trait d’union di una trama di senso più generale:

Da dove veniamo

I poeti sulla metro

nella bolla romana

di periferia, stretti in una piccola conca

a parlare di cose normali

 

nel vagone che si svuota

piano piano

fino a restare noi padroni

di un tragitto che non ha fine

 

leggiamo a voce alta

le fermate

per ricordare da dove veniamo

 

la stanchezza sui volti della gente

muore là dentro

 

Un vento ci accoglie

sulla scala mobile

infinita

infinita distanza

delle case delle piazze

anche il vento è sembrato

diverso, come dirlo

in un verso che avvicini

città e selciato.

 

Il titolo significativo, Da dove veniamo maschera nell’evento ordinario di un viaggio in metro, una delle interrogazioni ontologiche fondamentali sull’origine dell’Essere. “Perché in generale vi è qualcosa invece del nulla?” Si chiede Heidegger, e apre all’autoriflessione poetica. La poesia quale ponte o ‘soglia’ tende a sbilanciare ogni contingenza e fatto verso il mistero dell’Essere, o il sogno dell’infinito.

La poesia, come ci avvisa Leopardi, è legata ad una contemplazione dell’Universale partendo da un punto di osservazione minimalista. 

Non sorprende dunque che i poeti siano i protagonisti di questo tragitto romano, insieme come un gruppo di amici che viaggia in metro ‘a parlare di cose normali’. Il tono della lirica è piano, fluido, dal tenore argomentativo e va spiando una lenta modificazione nella percezione del circostante.

Funzionale si rivela l’uso dell’epanalessi: vagone che si vuota/ piano piano...un tragitto che non ha fine...Scala mobile /infinita/ infinita distanza...

Il poeta è viator e sentinella (legge a voce alta le fermate) per orientarsi in un percorso iniziatico dove al tempo lineare, esperibile e misurato dall’orologio, si sostituisce un nuovo orientamento nello spazio sotterraneo metropolitano, e già va configurandosi la maestosità dell’archetipo di una catabasi. Il canto di Orfeo abita le profondità così come vuole la tradizione.

Marzia Spinelli utilizza una lingua che evita esuberanze espressioniste o amplificazioni immaginifiche, e con voce nitida ci guida verso un Oltre, in uno stato ultroneo o in quella eccedenza di senso che offre la poesia.  La parola poetica è un pozzo profondo dove sono stratificate risonanze e memorie, incandescenze, significati e silenzi, e Marzia Spinelli ne va marcando i limiti: così la ‘scala mobile’ che dovrebbe riportare i poeti in superficie nel traffico caotico della città, assume connotazioni metafisiche: un vento / ci accoglie sulla scala mobile / infinita...appare evidente qui l’analogia con la Scala di Giacobbe. Nella Bibbia essa è l’asse verticale lungo il quale gli angeli salgono e scendono, simbolo di comunicazione tra materia e spirito. Immagine carica di tensione metafisica.

Il senso simbolico della scala mobile meccanica, dove si è trasportati verso la superficie (in una sorta anabasi mitica) è attivata dalla parola infinita ripetuta due volte.

La dimensione del sacro si insinua così nei gesti più comuni, ogni salita può diventare un attraversamento simbolico, un andare e venire tra vari piani dell’esistenza.

La connotazione ‘infinta distanza’ ci ha già catapultato in un’altra realtà. Il mondo, la città, non sono più davanti al poeta per essere rappresentati ma sono ormai i termini di una visione, tesa a irraggiare qualche rivelazione: anche il vento / è sembrato diverso. Come dire tutto questo in un verso, ci si chiede confrontandosi ancora una volta con l’insufficienza espressiva, con i limiti del linguaggio...eppure ancora la Spinelli riesce a sorprenderci perché se è vero che la poesia guida oltre il visibile, e apre alla trascendenza, qui deve pur farsi anche parola responsabile calata in una dimensione storico-sociale. E allora l’ultimo verso è una contromossa che avvicina di nuovo città e selciato. Una responsabilità etica e ‘poietica’:Restare dentro l’inferno con marmorea volontà di capirlocome afferma Pasolini, bensì da altezze spirituali che ne chiarifichino il senso e la visione.