L’Olobionte e la Parola: Marilina Giaquinta oltre l'Orizzonte degli Eventi
Marco Colletti
Per analizzare la raccolta poetica Senza Gravità di Marilina Giaquinta, Samuele Editore, 2025, partirei dalla nota introduttiva dell’autrice, che trovo illuminante, come se l’autrice volesse mettere ad apertura della propria opera una bussola per i lettori, un faro per guidarne e illuminarne appunto il percorso e intitolata non a caso Avvertenza. Dunque ponendo subito il lettore in uno stato di allerta mentale e di una esplicita complicità per agevolarne il percorso di lettura, un prenderlo per mano. Partiamo dunque dalla citazione dostoevskjiana: “vasto è l’uomo, troppo vasto, io lo restringerei”. L’autrice desta subito forte l’attenzione sulla vastità dell’essere umano, il suo essere “olobionte”, cioè un’entità che non è soggetto del mondo, ma è parte del mondo, che invece è il vero soggetto e con esso in totale relazione. Quando l’autrice parla di “anisotropia” per descrivere il valore della direzione nei rapporti umani, o ricorre alla “forza sinaptica” per spiegare la persistenza del ricordo, non sta cercando una metafora: sta cercando una legge. Vi è in queste pagine una tensione costante verso la comprensione dei bordi e delle frontiere dell’organismo vivente. È la visione dell’uomo come un’entità non chiusa in sé stessa ma definita dal territorio che occupa e dalle relazioni che instaura. Ora, ideologie e poteri, nel corso dei secoli e ancor più oggi, hanno invece teso a restringere, separare, ridurre l’uomo a tessere di mosaico sconnesse, a disintegrare ciò che dovrebbe essere e rimanere uno, come l’atomo di Democrito e quello lucreziano, indivisibile, come appunto l’etimologia della stessa parola suggerisce con evidenza: a-tomos, ciò che non può essere tagliato, e che invece la falsa scienza ha separato, generando distruzione. Allo stesso modo separare scienza e arti, e in particolare l’arte della parola che è la poesia, è il vero pericolo che dobbiamo combattere ovvero il separare la scienza dalla totalità del pensiero e farne uno spicchio a parte, un’ideologia di potere e controllo degli altri spicchi in cui viene diviso l’uomo. Il separarla dalle emozioni e dall’etica fa della scienza un arido strumento di potere, un’ideologia sovraumana e disumanizzante. Galileo ha scritto oroscopi, dice Giaquinta con la sua ironia, ma anche poesie, sonetti in particolare, e molti altri scienziati del passato lo hanno fatto. Ora, ci sarebbe da chiedersi quando la poesia ha smesso di essere strumento di sapere. Sicuramente la rivoluzione industriale e il postindustriale tecnologico hanno accentuato questo divario, portando a un uso del pensiero scisso, esattamente come l’atomo delle due bombe atomiche Little boy e Fat man, non a caso due nomi che definiscono i contorni di due condizioni fisiche opposte di un uomo, non a caso un ossimoro. La scienza ha portato a scindere ciò che in origine, all’origine della sua stessa intuizione, a-tomos lo ricordiamo, non poteva essere separato. Questa non è solo un’affascinante metafora, è l’espressione di quella tendenza dell’uomo alla separazione dal tutto, è il daimon del suo diabàllein, il prevalere del sé sulla relazione, è la sua ancestrale condanna all’infelicità, che tutte le religioni hanno tentato di spiegare simbolicamente in vari modi. La poesia non è separazione, se non dal precostituito linguaggio ordinario, l’arte della parola dà uno schiaffo alla lingua comune e la risveglia dal sonno del reale apparente, l’arte della poesia apre la porta non sull’individuo, ma sul Tutto. Il titolo Senza Gravità rimanda a tanta letteratura e filmografia fantascientifica, laddove la fantascienza si nutre delle ultime ricerche scientifiche e delle sue future possibilità. Io ho sempre creduto che la fantascienza anticipi la scienza, che la ricerca scientifica nasca da un’immaginazione prescientifica, cioè dalla possibilità della mente di immaginare un futuro migliore per l’uomo, per ampliare il suo benessere. La maggior parte della ricerca scientifico-medica procede infatti con questo intento e così via. Tutto questo per dire che la gravità intesa in senso fisico/scientifico ha assunto una sempre più grande importanza nell’immaginario collettivo recente e attuale e, grazie alla sua polisemia, evoca altri concetti, etici e stilistici. Ad esempio non può non sovvenirci la gravitas latina, che a sua volta ha vari significati, ma in particolare mi soffermerei su uno che è più calzante alla poetica di Giaquinta: la gravitas come virtù cardinale della retorica e dell’immagine dei leader dell’antica Roma. Come se l’autrice volesse scardinare tutto ciò che è immagine e apparenza di serietà, quell’autorevolezza posticcia che oggi impera nella comunicazione manipolante, “la tautologica verbosità politica” che è proprio l’ultimo verso della raccolta, per partire da un recupero di un parlato foriero di significati onesti e non ingannevoli, non senza una naturale attenzione a un andamento prosodico che solleva questo parlato dall’ordinario e ne fa poesia. Poi c’è la gravitas come pesantezza emotiva del discorso e qui arriviamo all’ultimo aspetto con cui Giaquinta chiosa il suo messaggio: l’ironia che sconfigge la retorica e mette a disagio il pensiero. Il motto di spirito segue gli stessi percorsi mentali dell’artificio poetico, lo scardinamento delle regole comuni del senso e gioca anche col suono, esattamente come la poesia. Lo stile è frammentato, sincopato, a tratti dialettale (“ce l'asà attipo onniquo”, “servitù dello zìttiti”), come se la lingua stessa dovesse subire una distorsione spazio-temporale per contenere la vastità dell'esperienza. La parola, qui, occupa spazio, non è un oggetto statico come un piatto sulla tavola, ma un'entità che vibra e si aliena per diventare l'altro. La lingua si sfilaccia, si “sdillabbra” e si “stirallonga”, accogliendo dialettalismi che sono schegge di realtà: dal “bastardo sferico” di Zwicky alle “patate al forno” cosmiche di un asteroide, fino a quella “servitù dello zìttiti” che per secoli ha silenziato il dubbio. A livello macrotestuale la raccolta assume un andamento poematico e direi un respiro shakesperiano con grande e curata consequenzialità di tematiche che si snocciolano, ma sarebbe più esatto dire che si gemmano, l’una dall’altra, perché questa raccolta mi ricorda i cespugli fioriti dei miti, quelli che crescono su sé stessi e che attraverso il sempre più fitto velo dei rami della prima sezione sbocciano in ondate di infiorescenze nella distensione stilistica della seconda sezione. Di una sapienzialità contemporanea che recupera l’antica, quella del pensiero prescientifico e della comunione con il creato, un creato da indagare con l’immaginazione, pensiamo ai presocratici, e l’uso di termini dialettali rafforza questo riverbero di ancestralità. Immagini sapienziali, abbiamo detto, che è ben diverso dall’essere didascaliche, che non svelano, ed è qui la cifra della vera poesia secondo me, ma si fanno svelare dal lettore, lo obbligano a essere co-creatore: è una raccolta che si schiude per continui rimandi, echi, in cui la fine lontana si riconnette all’inizio, come nell’entanglement quantistico.