PAGLIARANI BIBLIOGRAFO.
La collaborazione a Wimbledon
di Marco Menato
RIASSUNTO
Elio Pagliarani, oltre che poeta, è stato collezionista di libri rari e autore di articoli riguardanti la storia del libro sulla rivista “Wimbledon” negli anni 1991-93. Questo aspetto di P. non è molto noto.
PAROLE CHIAVE: Pagliarani Elio – attività di collezionista di libri rari
Pagliarani Elio – attività di bibliografo
Wimbledon (rivista)
ABSTRACT
Elio Pagliarani, as well as a poet, was a collector of rare books and author of articles regarding the history of books in the magazine "Wimbledon" in the years 1991-93. This aspect of P. is not well known.
Quasi tre anni, dal marzo 1990 al febbraio 1993, è durata l’avventura del mensile ‘Wimbledon. La gente che legge’ diretto da Walter Buzzoli, edito a Roma da Vespina (azienda ora cessata), in vendita a un prezzo non proprio esiguo per quegli anni, settemila lire. Dedicato alle novità letterarie, artistiche e in genere di costume culturale, curato nella grafica, è presente in molte biblioteche italiane, ma forse non lo fu nella medesima proporzione nelle case, visto l’assai risicata durata.
Nel n. 11, febbraio 1991, è inaugurata la rubrica ‘Libri rari’, su due pagine, tranne la prima che è di una sola pagina, tenuta da Elio Pagliarani, che – fresco pensionato dal giornalismo militante - evidentemente era noto non solo per l’attività letteraria e giornalistica ma anche per quella che viene correntemente definita ‘bibliofilia’. Termine che non mi piace, ma che qui usiamo per semplificare e capirci. Io infatti ho voluto intitolare questo contributo a ‘Pagliarani bibliografo’, non bibliofilo[1], intendendo non il passivo raccogliere o collezionare libri (destino al quale vanno incontro un numero non grande ma nemmeno troppo piccolo di umani), ma la volontà non tanto di leggere quei libri da cima a fondo (e qui il richiamo è al witz di Umberto Eco in una famosa ‘Bustina di Minerva’ su ‘L’Espresso’), ma di studiarli nella loro storia intima: autore, editore, tipografo, illustratore, traduttore, direttore di collana, fino al possessore e al libraio che ha favorito l’incontro, insomma tutte quelle micro storie che si annidano intorno all’oggetto libro, fino all’attività principe (o meglio quella più conosciuta, ma sulla quale Pagliarani non si è mai esercitato) della bibliografia intesa come descrizione tecnica del libro con la conseguente costruzione di elenchi, censimenti, indici, inventari, cataloghi e, appunto, di bibliografie, che a loro volta possono essere distinte in vari modi. Pagliarani in ventitré puntate, fino al febbraio 1993, ultimo numero uscito, ha raccontato i libri dal punto di vista del bibliografo (o forse solo dello storico tout court, considerata la sua passione per la storia in generale), per usare le sue parole “nella maniera più svagata, eterodossa ed impicciona possibile”, “seguendo il metodo della divagazione”. Non si è limitato ai libri antichi, a quelli venerati dei primi secoli della stampa, sui quali esiste una ricchissima tradizione di studi, ma ha esteso il discorso fino al Novecento. Già nel primo numero, febbraio 1991, dopo aver chiarito quale sarà il suo metodo e quali saranno i confini dell’indagine, illustra cinque edizioni degli Ossi di seppia (la mitica prima edita da Gobetti nel 1925 e poi 1928, 1931, 1940 e 1965 magnificamente stampata a Verona da Mardersteig) per passare con nonchalance a due cinquecentine francesi (1557 e 1559) di Pietro Ramo, pesantemente censurate ab antiquo, rilegate in un volume acquistato per cento mila lire a Porta Portese “dopo una lunga contrattazione”. La scelta degli argomenti era dettata dalla casualità dei cataloghi e delle aste, non mi pare di aver rintracciato un filo conduttore, se non appunto nel piacere della svagatezza e di affrontare con levità temi ardui, come per esempio gli Indici dei libri proibiti o questioni aldine (a partire dall’ottimo catalogo di Fiammetta Soave, intitolato Bibliotheca Aldina).
Non ha lesinato richiami alla sua vita pratica, agli interessi, agli inizi, ad un certo punto scrive che il morbo della raccolta gli era sbocciato una dozzina d’anni prima, siamo cioè ai primi anni Ottanta, ma in quella magnifica autobiografia scritta per la figlia, Pro-memoria a Lia Rosa[2], ammette, quasi di sfuggita, “ho sempre speso in frivolezze e in libri” e non aggiunge altro, quindi penso che la divina mania di avere libri sia stata una costante della sua vita, magari a fasi alterne (per esempio la passione per l’antiquariato è venuta molto più tardi), come capita a tutti noi che amiamo circondarci di libri. Non so nemmeno se i titoli dei pezzi siano suoi o della redazione, ma oserei propendere per scelte o almeno indicazioni personali, dato che in alcuni ci sono evidenti giochi di parole, rientrano quindi nel suo mondo (d’altra parte se fate una ricerca a suo nome su Google, compare lo strano attributo di ‘paroliere’ e non di poeta come forse ci si aspetta).
Le opere citate sono centinaia e dimostrano come per Pagliarani sia agevole scorrazzare lungo tutta la letteratura europea, antica e moderna, e per ciascun documento sia in grado di rinviare ai punti fermi della bibliografia specifica (si documenta per esempio abbonandosi alla rivista di bibliografia “Il Bibliotecario” diretta dal prof. Alfredo Serrai[3]). Parte sempre dai librai, dalle fiere, dalle aste (Christie’s, Sotheby’s, Finarte, Semenzato) e dal commento ai relativi cataloghi di antiquariato e modernariato (in questo non frapponeva distinzioni di merito) che piovevano a casa e che sono andati o perduti o gettati dopo l’uso (e invece sono oggi, quando non se ne fanno più, fonti preziose per lo studio della Bibliografia). I librai sono temuti e nel medesimo tempo vezzeggiati: il torinese Pregliasco, l’aristocratica Mediolanum, il romano Scarpinato, il bolognese Marco Dell’Occa, autore di due bei cataloghi delle prime edizioni italiane del Novecento, le signore Fiammetta Soave e Sonia Natale, Francesco Ponte, allora giovane libraio romano, lo sfortunato Roberto Palazzi della libreria del Vascello a Roma, Gonnelli di Firenze, Rappaport di Roma, Govi di Modena, per finire con gli austeri e imprendibili Quaritch di Londra e Anton Gerits e figlio, librai ad Amsterdam specializzati in storia dei movimenti operai, delle dottrine politiche e dei movimenti riformatori religiosi, dei quali apprezza un catalogo interamente riservato ai filosofi dell’Otto e Novecento, da Kant a Hegel a Nietzsche, da Beccaria in francese a Croce in tedesco.
Ogni tanto fa capolino, in modo sornione e tra parentesi, il piacere di sottolineare un acquisto del quale andare orgoglioso, altre volte il dispiacere di aver visto andare verso altri lidi volumi molto costosi (“partito da 100 mila il lotto è arrivato a tre milioni, e non l’ho preso”, riguardo a due cinquecentine veneziane De auro, 1584 e 1586, n. 15). In un indice delle opere citate, che allestirò nell’edizione a stampa di questo contributo, un posto importante lo hanno i volumi posseduti, a cominciare dagli incunaboli (dei quali parlerà il prof. Marco Palma e che sono oggetto di un attento catalogo di prossima pubblicazione). Alcuni esempi: nella prima puntata, febbraio 1991, è preoccupato per lo stato di conservazione dei Charmes di Valery, Paris 1922, dato che la carta non è più fatta da stracci ma da pasta di legno industriale e così il suo amato Valery “è già lì per volatilizzarsi” (prima edizione che non sembra particolarmente cara sull’attuale mercato antiquario, ma solo tre sono le localizzazioni in biblioteche italiane); nel numero 16, luglio – agosto 1991, scrive dei libri illustrati (bel titolo: Parola e immagine accoppiata vincente) e a un certo punto confessa l’ultimo acquisto: Marinetti, Uccidiamo il chiaro di luna, edito a Milano nel 1911 “che ha fatto trecentomila lire e l’ho comperato io”. Un’altra volta, ottobre 1992, narra della sua passione per almanacchi, strenne e calendari (che infatti abbondano nella sua biblioteca) e del commento, acido, di Fiammetta Olschki: “Ah davvero? Non le resta che l’imbarazzo della scelta”, come dire che il materiale abbonda e che forse non è il caso di scomodare illustri collezionisti. Nel gennaio 1993, tra parentesi, confida al lettore: “mi stanno simpatiche le edizioni di Riga, anche perché ho un’edizione settecentesca delle Istorie fiorentine stampata a Riga”. Sono racconti bibliografici scritti con molto gusto e attenzione alle particolarità. Non è il caso in questa sede di citare tutti gli argomenti trattati, è noioso e andrei contro il programma che si era dato Pagliarani stesso: raccontare cose difficili e anche un po’ astruse in modo semplice e piacevole, per tutti. In appendice aggiungo l’elenco degli articoli, augurandomi che quanto prima vengano ripubblicati tutti insieme, magari con qualche nota (che non poteva esserci nella rivista), così che a Pagliarani sia concessa a buon titolo la palma del Bibliografo oltre che quella del Poeta. Pagliarani poeta e bibliografo è comunque in buona compagnia: almeno nel Novecento altri due poeti hanno fatto dei libri, la ragione della loro vita: Umberto Saba aprì nel 1919 la libreria che porta il suo nome e che nonostante tante vicissitudini è ancora in via san Nicolò, a Trieste; Roberto Roversi fu libraio a Bologna con la libreria Palmaverde (1948-2005): ambedue produssero cataloghi di vendita (che tecnicamente appartengono al dominio della Bibliografia), 150 Saba, 229 Roversi: cataloghi, graficamente non appariscenti, ma disputati oggi sul mercato proprio per essere stati costruiti da due Poeti – Bibliografi.
Indice degli articoli pubblicati su “Wimbledon”
- Il mio prezioso Valéry, II, 1991, n. 11, febbraio, p. 65.
- Parole di Dante disegni di Botticelli, II, 1991, n. 12, marzo, p. 60-61.
- Divo raggio o raggio divino? Vivo raggio starìa meglio, II, 1991, n. 13, aprile, p. 66-67.
- La Ioria del Codro, la Coria dell’Iodro, II, 1991, n. 14 maggio, p. 68-69.
- Bibliofili in aumento e i prezzi scendono, II, 1991, n. 15, giugno, p. 66-67.
- Parola e immagine accoppiata vincente, II, 1991, n. 16, luglio-agosto, p. 66-67
- Aldo il Vecchio e le sue insegne, II, 1991, n. 17, settembre, p. 66-67.
- Tutte le prime volte del Belli, II, 1991, n. 18, ottobre, p. 66-67.
- La Vaiasseida poema delle colf, II, 1991, n. 19, novembre, p. 66-67.
- Pudor stolatus. Stolata virginitis, II, 1991, n. 20, dicembre, p. 66-67.
- La spagnola e il bacio americano, III, 1992, n. 21, gennaio, p. 66-67.
- Invenduto Plutarco in latino, III, 1992, n. 22, febbraio, p. 66-67.
- Index librorum prohibitorum, III, 1992, n. 23, marzo, p. 66-67.
- Voltaire e la Pulzella, III, 1992, n. 24, aprile, p. 66-67.
- Le lotterie politiche e il puttanesimo di Roma, III, 1992, n. 25, maggio, p. 66-67.
- Chi castrò le prediche del Savonarola, III, 1992, n. 26, giugno, p. 66-67.
- La purga ufficiale del Boccaccio, III, 1992, n. 27, luglio-agosto, p. 66-67.
- A Roma settimana di passione, III, 1992, n. 28, settembre, p. 66-67.
- il n. 29 è saltato.
- Almanacchi, strenne e calendari, III, 1992, n. 30, ottobre, p. 66-67.
- C’è il boom delle prime edizioni, III, 1992, n. 31, novembre, p. 66-67.
- “Oro alla patria”, III, 1992, n. 32, dicembre, p. 66-67.
- Filosofi per tutti i gusti, IV, 1993, n. 33, gennaio, p. 67-68, per errore nella testatina è scritto “dicembre 1992”.
- A Goethe con la dedica di Foscolo, IV, 1993, n. 34, febbraio, p. 67-68.
[1] Per la sostanziale differenza tra bibliofilo e bibliografo, rinvio a O. Diliberto, La magia dei libri. Scritti di bibliografia e bibliofilia, Milano, Luni, 2024, p. X. Giampiero Mughini, noto collezionista del Novecento librario, si è spinto ancora più in là, avvicinando pericolosamente il termine ‘bibliofilo’ a ‘pedofilo’!
[2] Venezia, Marsilio, 2011, p. 42.
[3] Un numero del 1990 è infatti posseduto dalla Biblioteca Pagliarani; le altre annate sono purtroppo andate distrutte in occasione di una perdita d’acqua nel magazzino dove erano conservate.