p. 2-15 > La fragilità del supplemento. Il caso di «Epoca Lettere» (1953-1954)

La fragilità del supplemento.

Il caso di «Epoca Lettere» (1953-1954)

Dario Boemia

 

RIASSUNTO

Questo saggio si propone di ricostruire, anche grazie a documenti d’archivio, le vicende editoriali di «Epoca Lettere» e indagare il periodico come terreno di tensioni contrapposte, in un momento di rimescolamento di valori, forme e forze nel campo dell’informazione letteraria. Le tensioni e gli interessi in campo sono tali che il supplemento non raggiunge mai una definizione stabile. Si cercherà di capire come si colloca il supplemento in relazione a «Epoca», vale a dire la testata che lo ospita e lo promuove e dalla quale conta di recuperare i lettori. Per affrontare tali questioni, esaminerò innanzitutto i primi quattro numeri della rivista, pubblicati sotto la direzione autonoma di Guido Piovene, per poi analizzare le successive otto uscite, nelle quali il supplemento si allinea progressivamente alla linea editoriale delle pagine letterarie del settimanale. Cercherò di dimostrare come la seconda fase della rivista sia dominata da un movimento centripeto, che riporta il supplemento letterario inizialmente guidato da Piovene sotto l’egida mondadoriana. La parabola di «Epoca Lettere» illumina così, in forma paradigmatica, la fragilità del supplemento come forma periodica nella stampa degli anni Cinquanta.

 

PAROLE CHIAVE: Informazione letteraria, Critica Letteraria, Epoca, Epoca Lettere, Guido Piovene

 

abstract

This essay aims to reconstruct—drawing also on archival documents—the editorial history of «Epoca Lettere» and to examine the periodical as a site of competing tensions at a moment of shifting values, forms, and forces within the field of cultural journalism. The pressures and interests at play are such that the supplement never attains a stable identity. The analysis will consider how the supplement positions itself in relation to «Epoca», the parent magazine that hosts and promotes it, and from which it seeks to draw its readership. To address these questions, I will first examine the initial four issues of the supplement, published under the autonomous direction of Guido Piovene, and then turn to the subsequent eight issues, in which «Epoca Lettere» gradually aligns itself with the editorial line of the weekly’s literary pages. I will argue that this second phase of the magazine is marked by a centripetal movement that brings the literary supplement—initially guided by Piovene—back under Mondadori’s institutional aegis. The trajectory of «Epoca Lettere» thus illuminates, in a paradigmatic form, the fragility of the supplement as a periodical format in the press of the 1950s

 

KEYWORD: Cultural Journalism, Literary Criticism, Epoca, Epoca Lettere, Guido Piovene

 

 

1. Introduzione

Il 17 gennaio 1953, sotto la direzione di Guido Piovene, esce il n. 1 di «Epoca Lettere», supplemento mensile letterario del settimanale di informazione mondadoriano.[1] Come scrive Enrico Decleva, l’inserto viene presentato come «un “dono” alla prestigiosa firma di Piovene appena acquisita dalla casa, un dono che solo un editore come Mondadori era in grado di offrire, attingendo al ricchissimo repertorio di autori e di critici che illustravano la sua Casa”».[2] Su «Epoca Lettere» intervengono, tra gli altri, Giacomo Debenedetti con un ritratto di Massimo Bontempelli, Carlo Bo con una recensione del romanzo Le moulin de Pologne di Jean Giono, Umberto Saba con una poesia inedita, Riccardo Bacchelli con uno scritto su Ippolito Nievo, Alberto Moravia con una autoesegesi del proprio percorso di scrittore (dichiara che il suo scopo è «chiarire ai lettori di EPOCA LETTERE la linea di sviluppo della mia opera»[3]), Fernanda Pivano con ritratti di scrittori americani. Nonostante l’impiego di risorse, il supplemento - «mai decollato ma ingegnosamente innovativo», come nota Clelia Martignoni[4] - non ha lunga vita: l’ultimo numero, il dodicesimo, compare il 24 gennaio del 1954, chiudendo l’avventura del supplemento dentro un margine di cento pagine esatte.[5]

I primi anni Cinquanta – lo chiarisce Raffaele De Berti – possono essere considerati il periodo più fortunato per la stampa a rotocalco, in grado di governare completamente il mercato e rispondere all’esigenza di un giornalismo per immagini ad uso di un lettore-spettatore dei mass-media.[6] «Epoca» emerge come uno dei settimanali illustrati più innovativi del panorama italiano. Lanciata da Mondadori nell’ottobre 1950, la rivista eredita l’esperienza di «Tempo» (1939-1943) e sfrutta appieno le potenzialità del fotogiornalismo e della stampa a rotocalco, modellandosi sul modello tecnico e visivo di «Life». La sua impostazione democratica, anticonvenzionale e vicina alla sinistra,[7] unita a una rapida crescita nelle tirature — dalle 200.000 copie del 1950 alle 500.000 del 1955 — consente a «Epoca» di affermarsi come una piattaforma culturale centrale nel decennio.[8] Nei primi anni di vita del settimanale si succedono diverse figure alla direzione: Alberto Mondadori guida «Epoca» nel suo primo anno, cedendo il ruolo a Bruno Fallaci nel dicembre 1951. Nell’ottobre 1952 la direzione passa allo stesso Arnoldo Mondadori, affiancato inizialmente da Renzo Segàla e, successivamente, da Enzo Biagi — prima come caporedattore responsabile e poi, dal marzo 1955, come condirettore. È proprio durante la direzione di Arnoldo che prende forma «Epoca Lettere».

Prima di questo supplemento, «Epoca», con la sua foliazione che oscilla tra le settanta e le ottanta pagine settimanali, ha già dato vita a una serie di spazi ampi e diversificati dedicati alla letteratura. Oltre alla celebre sezione Italia domanda, che include regolarmente quesiti di natura letteraria, la rivista dedica alla cultura le pagine della sezione Letteratura, collocate al centro del giornale e variabili da una a sei pagine, e la rubrica di recensioni I libri, posta stabilmente in chiusura del settimanale e affidata a Eugenio Bertuetti e Giuseppe Ravegnani. Le pagine della sezione Letteratura sono sicuramente le più innovative, mostrando come, nel contesto di un rotocalco a base fotografica, anche l’informazione fotografica sia costretta a ripensare le proprie forme, le proprie strutture e il proprio linguaggio. Questa sezione sviluppa infatti due pratiche iconotestuali divergenti, che mostrano l’inestricabile miscela di fotogiornalismo e critica letteraria: (1) i fotoreportage letterari, basati su forme di racconto giornalistico a base fotografica; (2) i documentari illustrati a tema letterario, che integrano materiali eterogenei, quali fotografie, manoscritti, lettere, documenti, mappe, fotogrammi cinematografici, copertine.[9] «Epoca Lettere» nasce dunque all’interno di un progetto più ampio di informazione letteraria, caratterizzato da una forte sperimentazione iconotestuale e dalla volontà di costruire anche nelle pagine di informazione letteraria e culturale un discorso coerente con il regime visuale dentro cui il settimanale ha scelto di collocarsi.

In questo contesto nasce il supplemento mensile «Epoca Lettere», pubblicato in dodici numeri dal 17 gennaio 1953 al 24 gennaio 1954, per un totale di cento pagine complessive.[10] Diretto da Guido Piovene ma messo insieme concretamente da Guido Lopez, l’inserto nasce con un impianto visivo relativamente sobrio e scarno, che stona con tutto ciò che ha attorno. Come ha scritto Koenraad Claes, il supplemento dovrebbe essere inteso come un documento istituito in stretta associazione con un periodico (che Claes propone di chiamare «parent publication»), dal quale dipende il suo significato. Al contempo, però, un confine di demarcazione forte esiste tra supplemento e giornale, potremmo dire, contenitore.[11] Fin dall’inizio appare chiaro che si tratta di un prodotto eccentrico ed eclettico. Questa piccola rivista rappresenta una vera e propria estensione della sua testata madre, muovendosi costantemente tra il centro e i margini del periodico. Si tratta di un prodotto culturale che dimostra un ibridismo strutturale: una rivistina letteraria che si realizza completamente dentro i margini di un rotocalco fondato, come ha scritto Massimiliano Gaudiosi, «su un fotogiornalismo di qualità».[12] Già nell’editoriale di apertura, Piovene mostra una certa indecisione sulla forma di questo foglio, alternativamente definito «supplemento letterario mensile», «fascicolo di informazione letteraria», «rivista», «una nuova rivista letteraria».[13] Una forma ibrida che sembra nascere da due progetti distinti, due visioni del mondo che provano a interagire: quella dell’editore, Arnoldo Mondadori, che vuole valorizzare un autore entrato di recente nella sua scuderia e – in maniera concomitante – offrire un servizio di informazione letteraria, e Guido Piovene, che più che a un foglio di impianto giornalistico sembra impegnato a utilizzare questa iniziativa per promuovere il suo progetto culturale.

L’avventura di «Epoca Lettere» si verifica in un momento di passaggio cruciale per la storia dell’informazione letteraria, e per il giornalismo italiano tout court: il supplemento viene pubblicato tre anni dopo l’avvio di «Epoca» e tre anni prima dalla comparsa del quotidiano «Il Giorno», che avrebbe eliminato la terza pagina. Quotidiani e settimanali sono due generi periodici distinti, sembrano due mondi diversi, che non dialogano. In questo frangente, come nota Paolo Murialdi, «i rotocalchi di attualità e varietà si occupano anche di cose di cui la gente parla volentieri, e che i quotidiani trascurano. Inoltre i loro linguaggio è più immediato, più aderente alla realtà sociale persino quando si occupano di politica, di quello dei due quotidiani».[14] Insomma, quotidiani e rotocalchi sembrano viaggiare su carreggiate diverse e per certi versi parallele, e questo vale anche per l’informazione letteraria, che sembra più sollecitata dai settimanali che dai quotidiani. Non va trascurato che l’ampiezza dello spazio riservato da «Epoca» all’informazione letteraria rappresenta con ogni probabilità un unicum nel panorama dei settimanali illustrati del secondo dopoguerra, una peculiarità riconducibile in primo luogo al ruolo di Mondadori, editore librario prima ancora che di periodici.

Questo saggio si propone di ricostruire, anche grazie a documenti d’archivio, le vicende editoriali di «Epoca Lettere» e indagare il periodico come terreno di tensioni contrapposte, in un momento di rimescolamento di valori, forme e forze nel campo dell’informazione letteraria. Le tensioni e gli interessi in campo sono tali che il supplemento non raggiunge mai una definizione stabile. Si cercherà di capire come si colloca il supplemento in relazione a «Epoca», vale a dire la testata che lo ospita e lo promuove e dalla quale conta di recuperare i lettori. Per affrontare tali questioni, esaminerò innanzitutto i primi quattro numeri della rivista, pubblicati sotto la direzione autonoma di Guido Piovene, per poi analizzare le successive otto uscite, nelle quali il supplemento si allinea progressivamente alla linea editoriale delle pagine letterarie del settimanale. Cercherò di dimostrare come la seconda fase della rivista sia dominata da un movimento centripeto, che riporta il supplemento letterario inizialmente guidato da Piovene sotto l’egida mondadoriana.

La mia ipotesi è che «Epoca Lettere» rappresenti un caso emblematico dell’ambivalenza strutturale propria della forma del supplemento: sospeso tra aspirazione all’autonomia e necessità di integrarsi nella testata madre. L’intera vicenda del mensile può essere letta come il percorso attraverso cui questa tensione - tra specializzazione culturale e logiche editoriali del rotocalco generalista - finisce per renderne precaria l’identità e, infine, superflua l’esistenza. La definizione proposta da Koenraad Claes aiuta a circoscrivere il problema: il supplemento non è una semplice aggiunta, ma un dispositivo editoriale fondato sulla dipendenza dalla parent publication. È quest’ultima a fornire pubblico, capitale simbolico, cornice grafica e ritmo editoriale; e tuttavia il supplemento mira sempre a ritagliarsi uno spazio autonomo, specialistico, spesso più autorevole o culturalmente ambizioso rispetto al contenitore. «Epoca Lettere» incarna pienamente questa logica di doppio movimento: è pensato per distinguersi dall’informazione generalista di «Epoca», ma al tempo stesso non può fare a meno dell’infrastruttura, della rete di lettori e della visione del mondo del settimanale illustrato. Questo conflitto strutturale sarà decisivo per comprenderne l’evoluzione e la precoce estinzione.

 

 

2. Guido Piovene direttore: i primi quattro numeri

 

“[…] io non dipendo dal mio direttore nelle mie scelte letterarie, la pagina culturale la dirigo io e io scelgo gli scrittori che mi interessano”.

Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, p. 42

 

La testata del primo numero di «Epoca Lettere» (l’unico da dodici pagine, gli altri saranno di otto pagine) è inserita dentro un rettangolo rosso e accompagnata dal sottotitolo «Supplemento letterario mensile, numero 1, 17 gennaio 1953». Poco fuori, sotto, è indicato il direttore (Guido Piovene), l’editore (Editore Arnoldo Mondadori), l’indirizzo (Via Bianca di Savoia 20, Milano) e il numero di telefono. Questa stessa titolazione, leggermente decentrata a sinistra, prosegue per tutti e quattro i numeri diretti da Guido Piovene. Chiaramente non compare nessun prezzo, in quanto il supplemento è dentro il settimanale. Il periodico dimostra una numerazione propria, che suggerisce ulteriormente un’idea di autonomia (per dire, il primo numero del supplemento ha pagine che vanno da E.L.1 a E.L.12, il secondo inizia con E.L. 13…, e così via).

Questo fascicolo si apre con un editoriale programmatico del direttore Guido Piovene, una poesia inedita di Umberto Saba e un’inchiesta coordinata da Roberto Cantini sulle Conversioni religiose nella letteratura contemporanea, accompagnata da una fotografia che ritrae Francois Mauriac e Graham Greene («l’inconvertibile e il convertito», come recita la didascalia). L’editoriale comincia così:

 

La rivista EPOCA ha, da oggi, un supplemento letterario mensile. È un eccellente indizio che una rivista come EPOCA, di varia informazione e di vasto smercio, senta il bisogno di affiancarsi un fascicolo di informazione letteraria.

 

L’editoriale, che chiaramente racconta più un’intenzione che un programma, tematizza subito il rapporto tra il settimanale di casa Mondadori e il supplemento letterario mensile che si sta presentando. La parola chiave con cui Piovene presenta questa rivistina è «informazione», che interpreta così: «Non soltanto essa denota rispetto e amore per tutto quanto esiste e avviene, ma è aperta a tutti gli sviluppi possibili. Certo non è passività. Nello spettacolo del mondo e delle idee, ci siamo anche noi stessi e le nostre idee; l’informazione, come la carità, ci comprende».[15] Un’informazione letteraria che intende essere critico-informativa, anche giornalistica. Lo scopo dichiarato è quello di portare «il più gran numero di libri, d’idee, di scrittori, a conoscenza dei lettori di EPOCA, che sono centinaia di migliaia e di cultura eterogenea». Il programma sembra molto vicino a quello di un’informazione libraria sistematica, ideale che guiderà di lì a pochi anni le principali pagine-libri dei quotidiani, come Letteratura e arte del mondo del «Giorno» (1956-) e Libri-Paese Sera di «Paese Sera» (1960).[16] Per raggiungere questo scopo, dichiara Piovene nell’editoriale, occorre «abbondanza» di notizie, «oggettività» nello sceglierle e nello stenderle e «semplicità nello stile». «Ma essere buoni informatori non significa cancellarsi», chiosa Piovene nell’editoriale. Si sostiene l’idea che un’informazione letteraria di servizio possa essere critico-informativa, forse anche militante.

In questa prospettiva, l’editoriale insiste anche sul fatto che per accompagnare un reale cambiamento – e Piovene pensa in particolare al processo di integrazione europea – è necessario il contributo degli «uomini di pensiero e d’arte». A intervenire su «Epoca Lettere» saranno dunque gli scrittori più amati e più esperti, «i più abili nell’osservare e nel valutare le idee in rapporto col costume, coloro che parlano ai lettori senza sussiego ma con più alta autorità». Gli argomenti della rivista, «presi dall’Italia e da fuori», delineano fin da subito un orizzonte internazionale coerente con la vocazione europeista di Piovene e con il respiro commerciale dell’editore. L’ultimo passaggio dell’editoriale collega esplicitamente questo internazionalismo alla difesa integrale dell’arte come dato di realtà: «Epoca Lettere» intende difendere le ragioni dell’arte, secondo il principio evocato dal titolo stesso dell’editoriale, L’arte è necessaria. Scrive Piovene:

 

Vorremmo che EPOCA LETTERE ci servisse a difendere, così come in qualunque occasione ci fosse offerta, le ragioni dell’arte, e in modo speciale dell’arte letteraria. Difenderle proprio nel cuore di una rivista, come EPOCA, che specchia i multiformi avvenimenti della vita, quell’insieme di eventi che si definisce realtà; difendere il diritto dell’arte d’essere considerata realtà, di rimanere nel novero delle notizie.

 

Accanto a ciò, c’è una piuttosto netta presa di posizione politica, apertamente europeista e implicitamente anticomunista. Si tratta di una posizione che mira a considerare prevalentemente o esclusivamente i valori estetici dell’opera d’arte. Una posizione che risulta in linea con la posizione di Piovene scrittore, che non aderisce esplicitamente alla poetica del neorealismo e della letteratura a tesi. Come nota Alberto Asor Rosa, che inserisce Piovene tra gli «scrittori non impegnati»,[17] a uno schieramento letterario tende a corrispondere uno schieramento politico.

Oltre all’editoriale, Piovene firma per il supplemento di «Epoca» un solo altro scritto, una recensione di Radiorecita su Marcel Proust di Giacomo Debenedetti (1952).[18] Si tratta, anche in questo caso, di un significativo punto d’incontro tra critica letteraria e media di massa, analogo a quello sperimentato dal rotocalco. Nella proposta di Debenedetti, la radio si configura infatti come un medium popolare capace di rimodellare l’informazione culturale e la critica in funzione del nuovo contesto storico e sociale. Lo scritto di Piovene – una vera e propria recensione – analizza questo esperimento di critica che mira a trasformarsi in divulgazione, come lo stesso autore osserva nelle prime righe dell’articolo.[19] L'idea è stata quella di affidare alla radio un'analisi dell’opera di Proust sotto forma di dialogo: una critica recitata, «divisa in personaggi realistici ed allegorici, il Critico, la sua Coscienza, il Pubblico, due Lettori; la musica interviene a momento giusto». La recensione di Piovene, secondo e ultimo testo che compare su «Epoca Lettere» a suo nome, nasce dall’interesse di Piovene per Debenedetti (che per altro firma un articolo su «Epoca Lettere»[20]), per Proust e per la dimensione transmediale della critica recitata via radio.[21] Emerge così, in filigrana, l’immagine di una critica capace di reinventarsi attraverso i nuovi media di massa. In questo modo, l’esperimento recensito da Piovene mostra come la critica, pur restando fedele alle proprie funzioni, possa trovare vie nuove per ampliare il proprio raggio d’azione e raggiungere pubblici altrimenti lontani.

È chiaro che i discorsi sulla letteratura negli anni Cinquanta acquisiscono forme nuove, che risultano tutt’altro che neutre. Come sottolineano Gian Carlo Ferretti e Stefano Guerriero, l’informazione letteraria è quella branca dell’informazione periodica che dà notizia degli eventi letterari e che media tra opere, editoria e pubblico dei lettori.[22] L’informazione letteraria si serve di diverse tipologie di articolo, quali la scheda, l’intervento, il saggio, la rassegna, l’intervista, il servizio, il testo inedito e il necrologio.[23] Sul supplemento letterario diretto da Piovene la scelta dei generi di informazione risulta innovativa, come dimostra l’inchiesta con cui si apre il numero 1, dedicata, come accennato, alle conversioni religiose nella letteratura contemporanea, presentata come «Inchiesta di “Epoca Lettere” coordinata da Roberto Cantini».[24] A questa inchiesta tematica si accostano rassegne letterarie in forma di lettera redatte da collaboratori dislocati in Italia e in Europa[25] e forme più tradizionali di recensioni.[26] Non è un caso che le uniche rubriche a durare per l’intera parabola del supplemento siano quelle dedicate ai librai (Il ritratto del libraio) e una intitolata il Segnalibro. La prima è dedicata a una figura fondamentale della comunicazione tra opera e lettore, tra editore e lettore. La seconda, invece, raccoglie fotonotizie su pubblicazioni, premi ed eventi. Ma «Epoca Lettere» non ha solo un’attitudine critico-informativa, ma anche un’indole creativa. Pubblica, infatti, opere edite e inedite in versi e in prosa, come spesso e volentieri fa anche «Epoca».[27] Di fronte a questa varietà di forme e questa moltitudine di autori e collaboratori stenta però ad emergere una linea, una struttura, una trama lineare. Non si affermano negli spazi più esposti del giornale, così come nelle pagine interne, forme e firme ricorrenti, che diano un’identità più solida o che creino l’impressione di un dialogo interno. Lo stesso Piovene pubblica solo due articoli. I grandi nomi che Mondadori regala al direttore fanno apparizioni significative ma fugaci, dando più l’impressione di un incontro fortuito più che di un intervento organico.

        Tra le rubriche interrotte forse la più interessante è quella dei ritratti americani di Fernanda Pivano, che compare nella prima pagina di «Epoca Lettere» nei numeri 3 e 4 e che chiaramente rappresenta il tentativo di instaurare una consuetudine. Accomunati dall’occhiello «Ritratto in bianco e nero», i due articoli a firma della Pivano sono dedicati a James T. Farrell e Albert Maltz. Lo spunto di cronaca è dato, per il primo, dalla pubblicazione della traduzione italiana della trilogia dedicata al personaggio di Studs Lonigan per i tipi di Einaudi e, per quanto riguarda il secondo, dalla comparsa in libreria del romanzo The Journey of Simon McKeever, nella mondadoriana Medusa.[28] Interessante l’alternanza grafica, che accosta alla prima presentazione una fotografia dell’architetto Ettore Sottsass (al tempo marito e sodale della Pivano)[29] e al secondo un anonimo ritratto disegnato, a testimonianza di un’identità grafica che le ingerenze di Mondadori e il conseguente allontanamento di Piovene non daranno modo di trovare.

È proprio la varietà visiva sperimentata nei ritratti della Pivano a mettere in luce un tratto decisivo del supplemento: il rapporto ancora incerto con l’immagine, che nei primi numeri di «Epoca Lettere» assume funzioni ben diverse da quelle, più integrate e narrative, del settimanale illustrato. Tra le cose che distinguono i primi quattro numeri di «Epoca Lettere» in relazione alla sua parent publication è un diverso utilizzo dell’immagine (e della fotografia in particolare), molto più tradizionale rispetto a quanto propone il settimanale, alle volte pure indeciso e poco sistematico, anche nelle pagine d’informazione letteraria. Se nei documentari illustrati e nei fotoreportage letterari prende vita una commistione proficua di immagine e testo critico, su «Epoca Lettere» la fotografia e l’illustrazione sintetica hanno un valore prevalentemente accessorio e ancillare.

 

 

3. Un moto centripeto: gli altri 8 numeri

Effettivamente il supplemento letterario risulta troppo estroflesso, non sufficientemente informativo e giornalistico. Dà agli autori e alle autrici che ospita la libertà di divagare, di allontanarsi dalla stretta attualità. Ben presto Arnoldo Mondadori, ben poco interessato a un prodotto editoriale di siffatto genere, chiede di cambiare tiro. Questo risulta da una lettera inviata all’editore dal fedelissimo Giuseppe Ravegnani il 4 maggio 1953:

 

Caro Presidente,

 

apprendo, se è vero quanto mi si dice, che è sua intenzione di cambiare il tono e la struttura del supplemento letterario di Epoca per portarlo su un piano più decisamente giornalistico: di cultura per trecento mila lettori. […]

                                          Giuseppe Ravegnani[30]

 

Da questa lettera, che prosegue con la proposta di Ravegnani di implementare il supplemento letterario con alcune sue vecchie idee, si evince che l’impostazione fino a quel momento data da Piovene a «Epoca Lettere» rende scontento Arnoldo. Questo malcontento deve essere giunto a Piovene tramite il figlio di Arnoldo, Alberto. Piovene, tuttavia, si rivela non disposto ad accettare ulteriori compromessi, tanto da decidere di abbandonare il progetto. Scrive Piovene:

 

Tu capirai, caro Alberto, che per me la parola direzione è una parola effettiva; la proprietà, per me, ha sempre diritto di cambiare direttore, ma finché quel direttore rimane essa non può né intervenire se non col consiglio.

Ti chiedo quindi di far togliere il mio nome come direttore di EPOCALETTERE.

 

Il quinto numero di «Epoca Lettere», effettivamente, arriva in edicola con una testata diversa: scompare non solo l’indicazione del direttore, ma anche quella dell’editore, l’indirizzo e il numero di telefono, così come la gabbia rossa dentro cui la titolazione è comparsa fino al numero precedente. La nuova titolazione indica solo «Epoca Lettere» e appena sotto «Supplemento letterario n. 5 – 7 giugno 1953». In questo modo da organo autonomo il supplemento è come se tornasse sotto l’egida della rivista, sotto il medesimo direttore. Possiamo presumere che l’incarico di guidare la testatina sia preso direttamente da Arnoldo, con l’aiuto di Alberto.

Per quanto riguarda i contenuti, proseguono a fine supplemento le rubriche Il ritratto del libraio e Il segnalibro, vale a dire gli spazi più informativi del foglio. In maniera irregolare compare anche una sezione di Libri ricevuti. Ma a distinguere questa seconda fase della rivista sono alcune caratteristiche che la riconducono alle pagine interne a «Epoca» dedicate alla letteratura, vale a dire l’interesse per la scoperta sensazionale (il quinto numero si apre con un servizio dedicato alle lettere inedite di Grazia Deledda),[31] il mescolamento di diversi media visuali (fotografie, ritratti disegnati, illustrazioni, riproduzione di manoscritti), la prevalenza di fotoreportage letterari su premi e convegni[32] e documentari illustrati su figure istituzionali della storia letteraria (come quello dedicato a Vincenzo Cardarelli a firma di Roberto Cantini).[33] Da compiti di analisi e militanza, il supplemento vira verso compiti di servizio, verso un’informazione spettacolarizzata e altamente divulgativa.

Il servizio di Cantini su Cardarelli è altamente significativo, e racconta di una continuità che dalla prima serie di «Tempo»[34] arriva fino a «Epoca Lettere», per la scelta di raccontare le grandi figure della letteratura attraverso la lente del quotidiano, aprendo finestre sulla vita privata degli scrittori. Una fotografia di Cardarelli impegnato nella lettura di un giornale viene accompagnata da una didascalia che sottolinea il suo essere «disordinato ma abitudinario: ogni mattina verso le ore 11 lo potrete trovare al caffè di Via Veneto». Una seconda, che lo rappresenta sul divano con la giacca addosso, racconta che il poeta vive solo in una pensione con la stufetta accesa talvolta anche a luglio. Come scrive Raffaele De Berti, «l’interesse per la vita dei personaggi famosi ripresi dall’obiettivo fotografico […]  può essere declinato in forme diverse: dalla singola fotografica emblematica, a quella semplicemente illustrativa di una biografia o di un articolo giornalistico, fino ai fototesti».[35] Ecco, tali forme sono tutte presenti nella seconda fase del supplemento letterario. Questa centralità del corpo dello scrittore raggiunge l’apice con la pagina dedicata alle mani degli scrittori, con le fotografie di Giovanni Vian e un testo di Guido Lopez. Questa pagina raccoglie otto fotografie delle mani di Bontempelli, Moravia, Brancati, Quasimodo, Buzzati, Ungaretti, de Céspedes e Vittorini, con lo scopo di far emergere il rapporto tra il temperamento e la poetica degli scrittori e le caratteristiche fisiche delle loro mani.[36]

Come ha osservato Claes, la stessa esistenza del supplemento presuppone che il periodico avvertisse il bisogno di ospitare informazioni che non avrebbero trovato una collocazione stabile nelle sue pagine ordinarie.[37] Con questo servizio, però, il supplemento rientra pienamente nella linea editoriale della rivista, nel suo stile informativo e nella sua particolare visione del mondo. La progressiva sovrapposizione di forme e generi finisce così per annullare la necessità stessa del supplemento. Non sorprende, dunque, che la sua pubblicazione venga presto interrotta.

 

4. Conclusioni

A differenza del libro, il giornale è un oggetto aperto, costruito nel tempo attraverso una molteplicità di voci, intenzioni e interventi. Come ha mostrato Matthew Philpotts, riprendendo la riflessione foucaultiana sulla funzione autore, la stampa periodica disloca e distribuisce l’autorialità su una serie di soggetti e pratiche, rendendo problematica ogni concezione unitaria e personalistica della scrittura. In questa prospettiva, l’idea di «enunciazione editoriale» proposta da Emmanuel Souchier permette di cogliere la dimensione collettiva e materiale della produzione testuale nei periodici: il testo nasce infatti da un’impresa collaborativa che coinvolge autori, redattori, grafici, tipografi, illustratori e altri attori, le cui scelte concorrono alla definizione dell’enunciato, come gli editori.[38] Queste considerazioni valgono anche per un supplemento come «Epoca Lettere», che cerca una sua autonomia all’interno del più ampio progetto del settimanale mondadoriano. Il gesto di Piovene, che rifiuta un ruolo solo nominale e rivendica la piena titolarità della direzione, rivela che anche nei giornali si può riconoscere una trama, fatta di scontri e di compromessi, ma anche di separazioni. La trama di «Epoca Lettere» - che si è venuta a trovare in una posizione troppo vicina all’editore per poter godere dell’autonomia auspicata da Piovene – racconta di una formazione non giunta a compimento.

Resta tuttavia cruciale stabilire la posizione che un supplemento occupa rispetto al giornale che lo ospita. Il termine stesso - supplemento - evoca simultaneamente un di più e un’estensione: qualcosa che pare accessorio ma che può altresì ampliare la sfera d’azione della testata madre. Si possono isolare due tratti costanti dei supplementi, siano essi di quotidiani o di settimanali:[39] (i) un frazionamento della periodicità rispetto alla sua parent publication (il settimanale «Epoca» ha come supplemento il mensile «Epoca Lettere») e (ii) un restringimento tematico e settoriale degli interessi (se «Epoca» è una rivista generalista, «Epoca lettere» restringe i suoi interessi alla sfera culturale, e letteraria precipuamente). Il giornale contenitore costituisce così un paratesto, una soglia,[40] ma anche una fonte a cui attingere lettori, una piccola porzione di lettori potenzialmente interessati. Ciò che caratterizza formalmente il supplemento è dunque un’oscillazione permanente tra dentro e fuori: da un lato un moto centrifugo che lo rende autonomo, sperimentale e apparentemente «superfluo», dall’altro un moto centripeto che lo ricondurrebbe a una funzione integrativa, colmando lacune nell’offerta informativa del contenitore. Questa ambivalenza - autonomia vs. complementarità - spiega molte delle tensioni istituzionali e pratiche dei supplementi e ne chiarisce la precarietà statutaria.

«Epoca Lettere», come abbiamo visto, giunge a completamento di un’offerta di informazione letteraria già ampia. Il supplemento inizialmente diretto da Piovene, così, cerca uno spazio altro, autonomo, non a completamento ma a lato, uno spazio ulteriore, che ogni aspetto grafico e compositivo dei primi quattro numeri tenta di sottolineare, secondo le modalità illustrate in questo saggio. Tuttavia, il contenitore è troppo ingombrante per un progetto culturale che in fondo dimostra fin da subito un’aspirazione di autonomia. Eppure, si tratta di una rivista che, paradossalmente, non sarebbe potuta esistere al di fuori di casa Mondadori. Nell’editoriale del primo numero, Piovene parla di una rivista «appoggiata a una grande casa editrice la cui azione è internazionale, che dispone di tanti scrittori stranieri e della loro opera, EPOCA LETTERE dovrebbe averne le caratteristiche».[41] Se condivide con Mondadori l’apertura internazionale, non si trova però sulla dimensione giornalistica e apolitica del periodico.

«Epoca Lettere» appare come il prodotto di una tensione strutturale che accompagna il genere del supplemento: oscillante tra autonomia editoriale e integrazione nel contenitore. Nato per offrire uno spazio culturale distinto dall’informazione generalista di «Epoca», il mensile finisce progressivamente per assumere i codici grafici, narrativi e tematici del settimanale, fino a diventare indistinguibile dalla sua testata madre. La sua interruzione non è dunque un incidente, ma l’esito coerente di questa dinamica: quando il supplemento smette di colmare una mancanza e di rappresentare un “di più” riconoscibile, la sua funzione viene meno. La parabola di «Epoca Lettere» illumina così, in forma paradigmatica, la fragilità del supplemento come forma periodica nella stampa degli anni Cinquanta.

 

 

[1] Cfr. C. Martignoni, Cronologia, in Guido Piovene, Opere narrative, tomo I, a cura di Clelia Martignoni, Mondadori, Milano 1976 pp. LIX-LXXI, p. LXVII.

[2] E. Decleva, Arnoldo Mondadori, Torino, UTET, 1993, pp. 413-414. Piovene è uno degli scrittori più in vista nel panorama italiano. Nello stesso 1953 in cui prende il via l’avventura di «Epoca Lettere», Piovene comincia a scrivere per «La Stampa» di Torino e la RAI gli chiede di raccontare le regioni italiane in una serie di trasmissioni radiofoniche bisettimanali, in onda dal dicembre '54. Contemporaneamente, Piovene accetta di collaborare per «Epoca» a patto di portare anche i suoi testi letterari sotto lo stesso editore della rivista, vale a dire Mondadori. Nello stesso 1953 Mondadori riproporrà ai lettori italiani La gazzetta nera (1943) e Pietà contro pietà (1946), originariamente pubblicati da Bompiani.

[3] A. Moravia, Storia dei miei libri, «Epoca Lettere», n. 3, 24 marzo 1953, p. E.L. 23. In questo scritto riprende una provocazione di Luigi Russo che, ne I narratori, aveva scritto: «se Moravia si provasse a scrivere la sua “storia passata” che noi non abbiamo saputo scrivere… potrebbe darci uno dei libri suoi più ingegnosi e interessanti».

[4] C. Martignoni, Guido Piovene: il complicato laboratorio del giornalismo, in C. Serafini (a cura di), Parola di scrittore. Letteratura e giornalismo nel Novecento, Roma, Bulzoni, 2010, pp. 349-358, p. 352.

[5] La collaborazione complessiva di Piovene al periodico, invece, durerà fino al 1960, una collaborazione che si realizza in forme diverse, servizi di viaggio, italiani e stranieri (dalla Francia, dove Piovene risiede abitualmente, dal Brasile), commenti politici e moralità.

[6] Cfr. R. De Berti, Il nuovo periodico. Rotocalchi tra fotogiornalismo, cronaca e costume, in R. De Berti, I. Piazzoni (a cura di), Forme e modelli del rotocalco italiano tra fascismo e guerra, Milano, Cisalpino, 2009, pp. 3-64, p. 13.

[7] G.C. Ferretti, S. Guerriero, Storia dell’informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a internet. 1925-2009, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 109.

[8] P. Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, il Mulino, 2006, p. 213.

[9] Di questi aspetti della proposta culturale di «Epoca» mi sono occupato altrove: D. Boemia, L'informazione letteraria come fotoreportage e documentario illustrato: Il caso «Epoca» (1950-1955), «Elephant & Castle», n. 35, 2025, pp. 44-57.

[10] Di seguito i dettagli dei dieci numeri di «Epoca Lettere»: n. 1, 17 gennaio 1953 (12 pagine); n. 2. 21 febbraio 1953 (8 pagine); n. 3, 24 marzo 1953 (8 pagine); n. 4, 25 aprile 1953 (8 pagine); n. 5, 7 giugno 1953 (8 pagine); n. 6, 12 luglio 1953 (8 pagine); n. 7, 16 agosto 1953 (8 pagine); n. 8, 13 settembre 1953 (8 pagine); n. 9, 11 ottobre 1953 (8 pagine); n. 10, 15 novembre 1953 (8 pagine); n. 11, 27 dicembre 1953 (8 pagine); n. 12, 24 gennaio 1954 (8 pagine).

[11] K. Claes, Supplements and Paratext: The Rhetoric of Space, «Victorian Periodicals Review», estate 2010, Vol. 43, n. 2, pp. 196-210, p. 197.

[12] M. Gaudiosi, Magnum Photos, Epoca e il fotogiornalismo degli anni Cinquanta, «Elephant & Castle», n. 35, luglio 2025, pp. 32-43, p. 33.

[13] G. Piovene, L’arte è necessaria, «Epoca Lettere», n. 1, 17 gennaio 1953, pp. E.L. 1 e 12.

[14] P. Murialdi, Storia del giornalismo italiano, cit., p. 213.

[15] G. Piovene, L’arte è necessaria, cit.

[16] Cfr. D. Boemia, Cronache letterarie negli anni del Boom. Recensioni sui quotidiani italiani, Bruxelles-Berlin-Chennai-Lausanne-New York-Oxford, Peter Lang, 2025, p. 45.

[17] A. Asor Rosa, Breve storia della letteratura italiana. Vol. II: L’Italia della Nazione, Torino, Einaudi, 2013, p. 281

[18] Giacomo Debenedetti, Radiorecita su Marcel Proust, Roma, Macchia, 1952.

[19] «Quanto si vada estendendo la divulgazione lo dimostra uno dei nostri migliori critici, ed anche dei più limpidi, Giacomo Debenedetti». G. Piovene, Debenedetti su Proust, «Epoca Lettere», n. 2, 21 febbraio 1953, p. E.L. 15.

[20] G. Debenedetti, Bontempelli contrabbanda innocenza, «Epoca Lettere», n. 4, 25 aprile 1953, pp. E.L. 32-33. Il saggio critico di Debenedetti è accostato a una serie di quattro fotografie. Lo spunto di cronaca è dato dalla pubblicazione da parte di Mondadori del romanzo L’amante fedele, nella collana Grandi Narratori Italiani.

[21] Piovene stesso riflette sulle intersezioni tra media diversi in maniera esplicita lavorando al suo Viaggio in Italia, uscito a puntate su «Epoca» e trasmesso in Radio. Cfr. C. Martignoni, Guido Piovene, cit., p. 354. Scrive, a proposito dei rapporti tra radio, rivista e libro Guido Piovene: «Prova e riprova (prendere l’avvio non è stato facile) sono venuto alla conclusione che la versione RAI e la versione libro (ed Epoca in precedenza) non potevano essere la stessa. La Radio ha esigenze che non possono essere le stesse dell’editore e, se permetti, dello scrittore. Avrei finito per non accontare né gli uni, negli altri. | Gli scritti di un libro mirano tutti a un risultato: dare il materiale che può servire, in ultimo, ad un giudizio riassuntivo e conclusivo. Non si può sovraccaricare un libro di cifre, di dati, che distrarrebbero e annoierebbero il lettore. | […] Ritengo poi che le due versioni, editoriale e radiofonica, si faranno sempre più diverse. Io ho intenzione di dare nel libro anche una galleria di personaggi molto viva, e nella versione RAI, d’altra parte, devo escludere ogni elemento troppo “artistico” o soggettivo per quella sede». Insomma, la riflessione sulla specificità di ciascun formato — radiofonico, giornalistico, librario — non è solo un tema tecnico, ma investe l’idea stessa di scrittura e di lettura pubblica nell’Italia del dopoguerra.

[22] G.C. Ferretti, S. Guerriero, Storia dell’informazione letteraria, p. 7.

[23] Cfr. D. Boemia, Cronache letterarie negli anni del Boom, p. 10.

[24] A intervenire sono Goffredo Bellonci, Alberto Moravia, Padre Giuseppe Ricciotti e Ignazio Silone. R. Cantini, Le conversazioni religiose nella letteratura contemporanea, «Epoca Lettere», n. 1, 17 gennaio 1953, p. E.L. 1.

[25] Maria Bellonci, nel primo numero, firma “una cartina topografica della Roma letteraria”, facendo la cronaca di come i tanti scrittori che vivono nella capitale si relazionano con la città e i suoi spazi. M. Bellonci, Lettera da Roma, «Epoca Lettere», n. 1, 17 gennaio 1953, p. E.L. 5. Va osservato che si tratta di un servizio che avrebbe beneficiato di un adeguato corredo fotografico; tuttavia, l’articolo è accompagnato unicamente da un’immagine evocativa di Piazza San Pietro. Alla lettera da Roma seguono, nell’ordine, quella da Parigi di Giovanni di San Lazzaro, dedicata alle nuove e alle vecchie riviste francesi; la lettera da Torino di Geno Pampaloni, incentrata su case editrici, giornali e partenze; e infine quella da Firenze di Anna Banti. Questa sequenza configura una modalità diversa di esercitare la critica e di mettere ordine nel panorama letterario del secondo dopoguerra.

[26] Difficilmente un supplemento di informazione letteraria potrà fare a meno della forma recensione, per quanto i paratesti di questi articoli parlino di romanzi presentati, e non recensiti. Nel primo numero compaiono tre testi assimilabili alla forma recensione: una recensione di Remo Cantoni del saggio La vita come amore di Ugo Spirito (Sansoni), una recensione di Lorenzo Gigli del romanzo Quaderno proibito di Alba de Céspedes (Mondadori) e una retrospettiva di Mario Vinciguerra sul libro del 1908 La rivolta ideale di Alfredo Oriani.

[27] Si ricordi che su «Epoca» esce, tra gli altri, la prima traduzione italiana di The Old Man and the Sea di Ernest Hemingway. Cfr. D. Boemia, L'informazione letteraria come fotoreportage e documentario illustrato, cit., p. 48. Nei quattro numeri diretti da Piovene compaiono una poesia per ogni numero che compare sotto la sua direzione (in prima pagina compaiono Il poeta e il conformista di Umberto Saba e Silenzio e Plenilunio di Marco Visconti, mentre all’interno versi inediti da Una canzone delusa di Gian Piero Bona e Bacino di carenaggio e Un addio di Dino Buzzati) e anche racconti in copertina ai numeri 3 e 4 (Il più povero di Luigi Santucci e Non si passa di Enzo Bettiza). Bettiza sarebbe stato presentato l’anno dopo da Piovene al convegno di San Pellegrino del luglio 1954. Cfr. D. Scarpa, “Chi sono i contemporanei?”, in S. Luzzatto, G. Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana. Vol. III, Torino, Einaudi, 2012, pp. 793-799, p. 794.

[28] Albert Maltz, Il viaggio di Simon Mc Keever, Milano, Mondadori, 1953. James T. Farrell, La vita di Studs Lonigan, Torino, Einaudi, 1952, 2 voll. La trilogia è composta dai romanzi Young Lonigan (1932), The Young Manhood of Studs Lonigan (1934), and Judgment Day (1935).

[29] Cfr. D. Carmosino, Il giornalismo culturale di Fernanda Pivano: tre “Americhe”, un solo metodo, in C. Serafini (a cura di), Parola di scrittore. Altri studi su letteratura e giornalismo, Roma, Bulzoni, 2014, pp. 143-155, p. 148.

[30] Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, Archivio storico Arnoldo Mondadori Editore, Arnoldo Mondadori, fasc. Giuseppe Ravegnani.

[31] F. Chiappelli, Grazia Deledda lettere inedite a uno straniero, «Epoca Lettere», n. 5, 7 giugno 1953, pp. E.L. 37 e 41.

[32] Basti citare due fotoreportage pubblicati sul n. 11 del 27 dicembre 1953, vale a dire un servizio sul Premio Salento vinto quell’anno da Carlo Bernari e Livia De Stefani (R.C. [presumibilmente R. Cantini], Dialoghi fra nord e sud, p. E.L. 90) e un altro sul convegno di giovani scrittori tenutosi a Roma e organizzato da Ugo Moretti (Giovani senza chiasso, p. E.L. 92). Il servizio contiene tre fotografie che ritraggono Italo Calvino e Milena Milani, Santucci e Oreste del Buono, Enzo Bettiza, l'editore toscano Landi e Ugo Moretti.

[33] R. Cantini, L'etrusco Cardarelli conquistò Roma con 7 lire, «Epoca Lettere», n. 6, 12 luglio 1953, pp. E.L. 50-51.

[34] Cfr. D. Boemia, La letteratura alla prova dei rotocalchi italiani. I primi novantasei numeri di «Tempo» (1939-1943), in D. Boemia, E. Gipponi, S. Locati (a cura di), Immagine e testo nei periodici illustrati degli anni trenta e quaranta, Milano-Udine, Mimesis, 2024, pp. 95-128, si vedano in particolare pp. 115-116.

[35] R. De Berti, Storie fotografiche di personaggi famosi nel rotocalco “Oggi” (1945-1949), in D. Boemia, E. Gipponi, S. Locati (a cura di), Immagine e testo nei periodici illustrati italiani degli anni trenta e quaranta, cit., pp. 225-251, p. 250.

[36] Cfr. D. Boemia, L'informazione letteraria come fotoreportage e documentario illustrato, cit., p. 52.

[37] Cfr. K. Claes, Supplements and Paratext, cit., p. 197.

[38] E. Souchier, L’image du texte pour une théorie de l’énonciation éditoriale, «Les Cahiers de médiologie», n. 2, 1998, pp. 137-145.

[39] I supplementi si sarebbero diffusi nel contesto dei quotidiani nella seconda metà degli anni Settanta e negli anni Ottanta, a partire dalla comparsa nel 1975 di «Tuttolibri» della «Stampa». Per un panorama di supplementi di quest’epoca del giornalismo italiano si rimanda a E. Guagnini, Letteratura e giornale. Note sull’informazione letteraria nel quotidiano agli inizi degli anni Settanta, Palermo, Palumbo, 1979, p. 11 e G.C. Ferretti, S. Guerriero, Storia dell’informazione letteraria, cit., p. 251.

[40] Secondo Claes, il supplemento è il più cospicuo paratesto del periodico, in quanto la nozione di supplemento sembra centrale ad ogni definizione di paratesto. Scrive Claes: «Like any other paratext, the periodical supplement "supplements" a body of text that paradoxically already ought to be finisched in itself». K. Claes, Supplements and Paratext, cit., p. 203.

[41] G. Piovene, L’arte è necessaria, cit.