p. 60-71 > Ada Negri nell’Archivio del Novecento: le lettere al fedele critico Vittorio Orazi

Ada Negri nell’Archivio del Novecento: le lettere al fedele critico Vittorio Orazi.

Sara Gregori

 

Riassunto:

L’articolo prende in esame 40 lettere e cartoline inedite inviate da Ada Negri al critico Vittorio Orazi (pseudonimo di Alessandro Prampolini), oggi conservate nel Fondo Orazi-Prampolini dell’Archivio del Novecento della Sapienza Università di Roma. Le lettere coprono l’arco temporale dall’8 maggio 1931 al 14 aprile 1943. L’osmotico rapporto tra Orazi e la sua autrice si può leggere come presa di posizione del critico, che spende per Negri parole di grande stima. Dal punto di vista ermeneutico le lettere attestano la circolazione di categorie critiche come quelle di «poesia vecchia e nuova» e schieramenti (pro/contro ermetismo) utili ad inquadrare l’opera di Ada Negri, storicamente letta attraverso filtri politici e giudizi ormai obsoleti, entro il contesto culturale contemporaneo.

Parole chiave: Ada Negri; Vittorio Orazi; Meridiano di Roma; I canti dell’isola; Erba sul sagrato; ermetismo

Abstract:
The article examines 40 unpublished letters and postcards from Ada Negri to the critic Vittorio Orazi (pseudonym of Alessandro Prampolini) preserved in the Orazi-Prampolini Collection of the Archivio del Novecento of Sapienza University of Rome. The letters cover the period from 8 May 1931 to 14 April 1943, and are accompanied by two photographs of the author with correspondence on the back. The osmotic relationship between Orazi and his author can be read as the critic's stance, who expresses great esteem for Negri. From a hermeneutic point of view, the letters testify the circulation of critical categories such as “old and new poetry” and alignments (for/against hermeticism) that are useful for framing Ada Negri's work, historically read through political filters and now obsolete judgements, within the contemporary cultural context.

 

Nell’Introduzione all’antologia Lirici Nuovi (1943) Luciano Anceschi passava in rassegna alcune recenti pubblicazioni su cui si fondava una precisa e quanto mai necessaria acquisizione: la poesia di quegli anni irrequieti – ma diciamo pure disperati – si stava muovendo verso la ricostruzione, con slancio in avanti, e la critica letteraria tentava di inquadrarla, non senza sforzi. Così, partendo dai Poeti d’oggi di Papini e Pancrazi, il fenomenologo esaminava la distinzione tra i generi negli Scrittori nuovi di Falqui e Vittorini ed altre crestomazie, per porre in evidenza, infine, l’esigenza di una antologia dedicata non tanto alla tradizione e alla continuità, bensì alla lirica “nuova”, – escludente «il cauto leopardismo di Titta Rosa» e «la tenue elegia di Barile»[i], ma anche i deboli e solo esteriori rinnovamenti, come quello operato da Betti – configuratasi nella tradizione ermetica della generazione che aveva raggiunto una «situazione di innocenza e di verità della parola»[ii] risolvendo la querelle antichi e moderni con la rilettura leopardiana, attraverso la traduzione dei greci e dei latini, in vivo rapporto con la coscienza critica della poetica. Sull’aggettivo ‘nuovo’, dunque, si andavano costruendo significati e categorie che sottolineano una chiara necessità di ripensamento dei dogmatismi e delle strade battute. «Furono anni, quelli, se mai altri, aspri e duri, alterati e confusi, difficili da vivere tra la oscura, petulante indiscrezione di una polis estranea ed esigente in un mondo di astratti furori, e anche il ritardo, poi, del pensiero che nella polis non si riconosceva»[iii]. Così Anceschi fa riaffiorare i ricordi di quel tempo distratto e assurdo in cui la critica si sforzava di ritrovare le «chiavi perdute» della propria civiltà, riconoscibili, lo ricordiamo, nella «poetica dell’intensità, della purezza, della innocenza ritrovata, e, sempre sul crinale della idea di stile, rilievo della irrequietezza della parola, dei valori evocativi[iv].

 

Queste distinzioni torneranno utili più avanti, nel nostro discorso, per inquadrare la poetica di una assente in queste antologie, Ada Negri, a lungo, e per motivi complessi, mal giudicata da una certa linea di critici (Croce, Pirandello, Gramsci, solo per fare alcuni nomi), anche se già nel Verso libero di Lucini era stata segnalata per la sua «poesia baldanzosa e selvaggia» in versi liberi costruiti su «dolcissima sinfonia armonica di parole e di pensieri» nel componimento Senza Ritmo accluso nel volume di versi Tempeste[v].

Per una ricognizione ragionata della fortuna e della posizione dell’autrice nel canone della nostra letteratura è fondamentale ripartire dai materiali d’archivio che, come spesso accade, anche nel caso di Ada Negri sono dispersi in varie sedi: dalla Biblioteca comunale laudense (Lodi) sono conservate lettere autografe, documenti personali, alcuni ritagli di articoli e scritti autografi della poetessa[vi], mentre nel Centro Manoscritti dell’Università di Pavia sono consultabili manoscritti autografi e alcune cartoline. Moltissimo materiale è stato catalogato e digitalizzato nel Fondo Negri per opera della Fondazione Banca Popolare di Lodi, che ha acquisito i materiali dagli eredi del nipote di Ada Negri, Gianguido Scalfi. Questo prezioso salvataggio restituisce un significativo apporto documentario e storico-critico, in particolare emergente dalla corrispondenza intrattenuta da Ada Negri con più destinatari. Da una conversazione privata con Paola Negrini, responsabile del Fondo, ad esempio, si sa che sono in corso di studio i carteggi tra l’autrice e Fernando Agnoletti; cospicuo anche lo scambio intercorso tra Negri e Gustavo Balsamo Crivelli; più esigue, ma non per questo meno interessanti per tracciare un profilo di Ada Negri, le testimonianze dell’amicizia con Benito Mussolini e Margherita Sarfatti che ci ricordano la sua vicinanza al Fascismo «non tanto quale scelta programmatica di tipo politico-ideologico, quanto piuttosto quale scelta “sentimentale” dovuta all'amicizia che la legava al Mussolini socialista»[vii], secondo la ricostruzione condotta con perizia giustificativa di Patrizia Guida, in cui si mostra anche il lato più «utilitaristico», «strumentale» di quel legame:

 

L’autorità del Vostro giudizio mi farà un gran bene, in un periodo nel quale la giovine poesia e la giovine critica mostrano di compatirmi o addirittura di ignorarmi. Dopo il Premio Mussolini a «Vespertina», il premio Firenze al «Dono» (che di Vespertina ebbe un successo anche maggiore) e il conferimento della Medaglia d’Oro alla mia poesia, concessomi da S.E. Giuseppe Bottai, dietro vostro consenso altissimo, vi sono antologie letterarie novissime che mi escludono per la poesia come per la prosa; e un giornale che si chiama «Il regime fascista» di Cremona pubblica, l’undici corrente, la stroncatura velenosa della mia opera completa. I diritti della critica li ho sempre rispettati, ma c'è un limite. E quell’ignobile stroncatura promette di continuare in altro numero. Io domando al Duce d’Italia: è giusto che un poeta il quale ha ricevuto riconoscimenti nazionali e del Governo sia in un giornale militante trattato così?[viii]

 

Riconoscimenti nazionali e governativi, come si legge, non erano in linea con la critica ‘giovine’ che nel 1939 aveva stroncato l’opera di Negri, mentre Filippo Tommaso Marinetti e Benedetta Cappa Marinetti erano tra i tanti estimatori della sua opera e le inviavano plausi per la sua elezione ad Accademica d’Italia nel 1940, come pure complimenti per I canti dell’isola, secondo le testimonianze leggibili nei documenti conservati nel Fondo e ora digitalizzati nella piattaforma ManusOnline[ix].

Nel Fondo Negri nessuna traccia, invece, delle missive che Vittorio Orazi (nom de plume di Alessandro Prampolini) aveva sicuramente inviato in risposta alle numerose scritte da Ada Negri che appaiono nel lascito Orazi-Prampolini dell’Archivio del Novecento della Sapienza Università di Roma: la generosa donazione da parte degli eredi Prampolini[x] all’Archivio consente di leggere per la prima volta testimonianze del rapporto tra l’autrice e il critico; infatti, sedimentate tra materiale personale e numerose agendine di minuscolo formato del poeta, drammaturgo, fratello maggiore dell’artista Enrico Prampolini, si trovano 40 tra lettere e cartoline autografe firmate «Adanegri» che coprono l’arco temporale dall’8 maggio 1931 al 14 aprile 1943, cui si aggiungono due fotografie dell’autrice. Alessandro Prampolini, noto con lo pseudonimo di Vittorio Orazi, nasce a Venezia nel 1891; più giovane della scrittrice, svolge il suo lavoro presso il Banco di Roma ma parallelamente porta avanti l’attività di pubblicista e numerose collaborazioni per diversi giornali, in particolare riviste d’avanguardia. Dal 1920 è nella redazione di «Noi» insieme al fratello Enrico e anni dopo è responsabile della pagina culturale della rivista d’impronta reazionaria e futurista «L’Impero», diretto da Mario Carli e Emilio Settimelli, e scrive sul «Meridiano di Roma», sotto la direzione di Cornelio di Marzio. Il legame tra Negri e Orazi-Prampolini, secondo quanto si legge nelle lettere che documentano la sola voce dell’autrice, è dapprima costruito tramite i contatti epistolari e solo più avanti, Negri manifesta il forte desiderio di incontrare Orazi-Prampolini durante i suoi viaggi romani, sempre svolti all’insegna della fretta e perciò sporadicamente arricchiti da quei momenti di socialità necessari e auspicati. Gli argomenti che si leggono nelle lettere al critico sono, dunque, prettamente letterari, perlopiù incentrati sulla produzione della scrittrice. Il primo contatto è assai rapido, sbrigativo, e prende l’abbrivio nel maggio 1931 proprio da una recensione di Orazi dedicata a Vespertina uscita su «Oggi e domani»[xi] e particolarmente apprezzata da Negri che la definisce una delle migliori, per acutezza e nobiltà. Non trascorre nemmeno un mese quando una nuova lettera raggiunge Orazi: l’attacco della missiva è una domanda diretta al critico per sapere se avesse letto Il libro di Mara e I canti dell’isola e per confessargli, in forma gentile e modesta, che la sua opera ha una parte attiva nel rinnovamento della poesia italiana, riproponendo così il tema della poesia «vecchia e nuova» già apparso nel messaggio del 10 maggio 1931 e ricorrente, ad esempio, nella lettera del settembre 1931: «E non le pare che vi si trovi novità di ritmi? Chiusi naturalmente entro un freno musicale. Io non so concepire la poesia senza ritmo», scrive Negri a proposito dei Canti, che sono scritti per «necessità di sofferenza»[xii] in forme ritmiche libere, talvolta modellate su schemi di canzoni popolari e filastrocche evocanti certe atmosfere scapigliate alla Boito di Re Orso («Sette fiammelle di barche che vanno a pescare:/ L'Orsa Maggiore è caduta, è caduta nel mare./ L'Orsa Maggiore cammina nel chiaro di luna/ lungo i sentieri dell'acque cercando fortuna./ – Sette fiammelle dell'Orsa, che andate a cercare?/ – Donna, cerchiamo un fanciullo perduto nel mare.», Filastrocca, vv. 1-6).

Poesia « vecchia e nuova»: il punto è centrale per inquadrare la poetica di Negri, che si deve far risalire a un periodo in cui la poesia italiana è letta e compresa proprio nei termini di quelle categorie di cui si sarebbe servito anche il fenomenologo Anceschi.

Grazie a un’indicazione autografa di Orazi-Prampolini posta all’interno della coperta del fascicolo si conserva un vero e proprio indice delle missive e una nota biografica – «ho conosciuto Ada Negri a Milano, avendole fatto visita il 12 maggio 1933 nella sua casa, in viale dei Mille n.7»[xiii] – che consente di datare il primo incontro tra i due corrispondenti. Prima di quel giorno Ada Negri si recava spesso a Roma dove aveva potuto visitare la Mostra della Rivoluzione Fascista, evento propagandistico d’impatto, che la mosse a scrivere un commosso articolo sul «Corriere della Sera», non privo di retorica, dedicato alle Madri di martiri:

 

La vedova può, col tempo, passare ad altro legame, ad altre nozze. La sorella, entrare in una nuova famiglia e prendere un altro nome. La madre, no. Resta fedele al suo nato, e più non lo abbandona. […]

Di tutto l’amore che circonda Benito Mussolini, non v’è, io credo, sentimento più devoto, più appassionato e tenace di quello delle madri che per la causa fascista hanno perduto i figlioli. Egli ha detto: “è questo l’aculeo che non ci farà dormire”. Non ha dormito. Né ha lasciato che alcuno dormisse. Le madri lo sanno bene che la devono a lui la rivendicazione del martirio dei loro ragazzi. Il sangue sparso, egli se l’è preso dentro di sé: il dolore, l’ha adoperato quale semenza: le acerbe giovinezze abbattute le ha fatte rivivere, insieme con quelle dei morti in guerra.[xiv]

 

In quegli anni l’autrice di Vespertina, raccolta poetica uscita per Mondadori e giunta alla terza edizione nel 1934, aveva già raggiunto un periodo di piena maturità: la collocazione editoriale notevole e i rapporti con gli intellettuali sono indizi di un «impegno continuativo, profuso con perspicacia, sotteso alla dialettica tra il proprio laboratorio creativo e l’orizzonte d’attesa coevo»[xv].

Proseguono le lettere come un continuo scambio di battute tra autrice e critico; raggiungendo un tenore colloquiale e affabile, Ada Negri risponde alle recensioni di Orazi-Prampolini con osservazioni critiche sulla propria poetica, talvolta ragguagli in difesa di scelte particolari. L’entusiasmo e la gratitudine verso il critico, sempre più fedele alla sua autrice, aprono spazio alle confessioni private sul lavoro di scrittura, scavato e tormentato, in particolare per la raccolta di prose uscita nel 1939 dopo lunghi ripensamenti e labor limae, Erba sul sagrato, che le valse numerosi plausi, come quelli che si leggono in una recensione di Orazi: l’«intermezzo di prose» secondo il critico è una nuova conquista di valori concettuali, dove si dà elevatezza di «tono interiore», spiritualizzazione dello sguardo, diventato – possiamo aggiungere – creaturale, assoluto, e allo stesso tempo acquisizione di valori formali, costruiti su di un «armonico parallelismo» tra la produzione poetica e prosastica. Dal punto di vista stilistico, infatti, Orazi apprezza l’espressione finissima, purificata fino al raggiungimento della linearità classica. Appassionato e convinto lettore dell’opera di Negri, il critico si muove con facilità da un genere all’altro, e rintraccia, così, «l’ansia della ricerca che alfine si placa nella certezza dell’Eterno» del Dono nel «sommesso accento» di «chi parla» nelle prose[xvi]. Nate in tempi diversi, le prose erano uscite prima su rivista, poi rielaborate per dare vita a bozzetti, come quello dedicato alla Casa in Liguria, o a racconti brevi caratterizzati da descrizioni di personaggi, tra cui ricordiamo la nobile madre di Delcroix, exemplum di madre italiana, l’amica Delia Notari, il dramma umano dei fratelli Arnaldo e Sandro Mussolini. Non mancarono, tuttavia, critiche volte a sottolineare lo scadimento in sentimentalismo di certi passaggi; Goffredo Bellonci ci dà prova delle procedure meno riuscite in una recensione uscita sul «Giornale d’Italia» dove ne elenca alcune in forma di stillicidio:

 

I suoi difetti nascono sempre dal corrompersi del sentimento in sentimentalismo; allora, questa prosa diventa retorica. Guardate, ad esempio, la bella descrizione dei rossi mattoni di San Teodoro a  Pavia, come finisce sforzata e stonata; nel loro impasto, ella dice, contengono “brace stanche di ardere, rose rosse disfatte, sangue impallidito di migliaia di cuori il cui battito duri oltre la morte”. Più innanzi descrive una vecchia che ogni giorno prega in una chiesa pavese “le mani uscenti dalle frange rotte dello scialle a sghembo che ebbe un giorno il colore delle sue labbra quand’erano giovani”, e va bene; ma sente poi il bisogno di contrapporre il rosso di quello scialle al rosso delle pietre, a questo romantico modo: “rosso incorruttibile di fede e di preghiera fissato nella pietra; rosso caduco e tragico di un’oscura esistenza umana che non si rende conto nemmeno di se stessa”. Più innanzi ancora un’altra e più letteraria contrapposizione… [xvii]

 

L’osmotico rapporto tra Orazi e la sua autrice si può leggere dunque come presa di posizione del critico, che spende per Negri parole di grande stima: la purezza, il nitore, la capacità sintetica di far aderire il racconto alla realtà con dolcezza e con tinte impressionistiche, tenendo sempre presente la connessione tra «la sua anima e l’anima delle creature e lo spirito che ella dà alle cose»[xviii] sono i cardini del suo discorso, che prosegue senza sosta, e con carattere sempre più schierato, dopo la nomina di Ada Negri ad Accademica d’Italia. Infatti, il 13 dicembre del ’40 lei scrive:

 

Caro Amico

Mi giunge oggi la Bibliografia Fascista del Nov. Col Vostro articolo su Stella Mattutina. Pensatissimo articolo, con luce che viene dal profondo. Mi pare così poco dirvi grazie. E mi torna in mente l’altro ugualmente saldo e forte scritto da Voi su Erba per il Meridiano di Roma.

A proposito: a me il Meridiano di Roma giunge irregolarmente: non so perché. Non vidi il N°. del 24 novembre, nel quale forse il periodico avrà parlato della mia nomina all’Accademia.[xix]

 

La rivista diretta da Cornelio di Marzio e la penna di Vittorio Orazi si fanno portavoce dell’opera di Negri, fino a quando, però, alcuni critici dai nomi poco noti rovesciano il tentativo di laudatio finora disegnato:

 

Caro Amico: già Vi scrissi ieri, per ringraziarvi dell’art. su Stella: ed ecco che oggi vi debbo ancora scrivere, lieta del Vostro vibrante articolo nella Rassegna Nazionale. La vostra fedeltà alla mia opera è uno dei conforti della mia vita. Così vi avessero incaricato di parlare sinteticamente dell’opera mia in Meridiano di Roma: del quale mi capita oggi stesso sotto gli occhi un articolo di Settanni (chi è?) che dice e non dice, e non significa nulla. Quel signore afferma che la mia poesia non appartiene al presente: ch’ è superata, insomma. Ha letto i miei ultimi libri di versi? E se questa poesia fosse proprio superata, avrei forse da affrontare, ora, l’ondata di passione che m’investe da tutto il Paese?

Vorrei che diceste queste cose a Cornelio Di Marzio, che mi è sempre stato molto cortese. E mi sembra che il Meridiano dovrebbe…ma insomma lasciamo andare.[xx]

 

Il dispiacere per la polemica avviata dai giovani critici nel 1939 si fa più aspro una volta letto l’articolo di Ettore Settanni che colloca la lirica dei Canti di Negri in un tempo e in un modo poetico «non più prossimi a noi», finendo per definirla non più «genuina» e di una «povertà espressiva» di «maniera»[xxi]. Un ulteriore dibattito emerge in una lettera del gennaio 1941, quando l’autrice recupera polemicamente le ultime pagine scritte da Settanni sul «Meridiano di Roma» e acclude un ulteriore «trafiletto velenoso» che non le è sfuggito:

 

Caro Orazi, la Vostra lettera mi prova (se pur ve n’era bisogno) quanta onestà e lealtà di critico e di amico esiste in Voi. Avete fatto bene a parlare a Cornelio Di Marzio che sempre, d’altronde, mi dimostrò stima e affetto. È certo che, dopo il vostro articolo su “Erba sul sagrato” e quello, di pochi mesi fa, dell’Alessandrini, l’art. di Settanni stona maledettamente, tanto più essendo uscito nel periodo della mia nomina, mentre i nemici o facevano o si univano al coro (che oserei dire plebiscitario, se non fosse, lo so, un luogo comune). Non solo. Vi accludo un trafiletto che forse vi è sfuggito: più recente: del 29 dicembre ’40: è di un certo Giov, che non so chi sia, e combatte pro’ ermetisti – o press’a poco – contro Ramperti, a proposito d’una polemica sorta intorno a un violento articolo dello stesso Ramperti, nell’Illustrazione Italiana, articolo nel quale il Ramperti esaltava la mia poesia contro…..l’altra poesia, sempre in tema d’Accademia. Questo trafiletto velenoso anzichenò. Intanto è falso che solo Vittorio Sella sia insorto contro il nemico-critico che mi ammetteva «ancora vivente». Insorsero l’Ammirata e altri. Ma ci fu chi pensò che era meglio lasciar cadere pagina così vile. (Il nemico-critico è Biondolillo). Fatto sta che il sig.r Giov*** mi sembra del parere del sunnominato. Ciò si stampa in Meridiano di Roma, direttore Cornelio di Marzio? Dunque?[xxii]

 

In un articolo uscito nel 1940 sull’«Illustrazione italiana», Marco Ramperti contrapponeva due linee poetiche con un tono velenoso e tutt’altro che imparziale: la linea dei «pedantucci bizantini» eredi di Saba e Ungaretti, «scrittori letti da venti persone, citati da duecento e riveriti da duemila», «responsabili di crestomazie che sono soltanto liste», e «spacciatori d’orvietano in pillole, parlanti per abracadabra con le stelle in testa e il robone addosso», contro quella dell’inno «Schreibe mit blut!» discendente da Papini e da D’Annunzio e portata al suo apice solo con la «Musa» Ada Negri, colei che «ha sempre scritto col sangue suo» e che mostra «le virtù dell’ardente cuore insieme a quelle del lucente ingegno»[xxiii]. Quasi contemporaneamente alle vecchie questioni, il nuovo focolaio di critici si era pronunciato in risposta all’articolo di Ramperti, dunque le nuove posizioni del «Meridiano» si assestano da quella parte della polemica dei nemici-critici rappresentata da Biondolillo, Settanni e ora anche dal «sign.r Giov», che scrive:

 

Avete già capito contro chi sono scagliati questi fulmini. Si sono accesi e sono partiti in occasione dell’onore accademico fatto a Ada Negri, che Ramperti ritiene fosse prima ignorata dagli ermetici. Temo che di tale colpa non soltanto gli ermetici fossero colpevoli. Quando, non molto tempo fa, un critico scrisse ironicamente: “Ada Negri, ancora vivente”. Vittorio Sella, sul suo “Popolo Biellese” sorse a dargli sulla voce; ma quanti furono ad imitarlo? Con tutto ciò mi piace pensare che Ada Negri né si crucciasse del silenzio d’allora, né s’esalti per le lodi d’adesso.[xxiv]

 

Negri interpreta le posizioni del critico in senso favorevole all’ermetismo e contrario all’autrice e reputa inaccettabile la loro pubblicazione nel «Meridiano», tanto che decide di proporre all’amico e critico fedelissimo di controbattere in un «articolo-saggio» in difesa della sua poesia «viva», «attuale», «sincera»:

 

Sì, sarebbe assai bene Voi scriveste un “articolo-saggio”. Prendendo le mosse dalla nuova edizione “Le Pleiadi” che vi ho mandato, e sarà completata fra non molto da un secondo volume: “Il libro di Mara e I canti dell’Isola” (La nuova ed.ne di “Stella Mattutina” l’avete avuta, anzi ne avete nobilmente parlato). Non trovo che un saggio di tal genere stonerebbe con l’art. Settanni, esiguo e superficiale. Non c’è bisogno di polemizzare: uno dice ciò che pensa. L’intervista mi sembra cosa più difficile. Perché, intanto, il titolo = Poesia d’A. N. e Poesia d’oggi =? “Il dono” e “Vespertina” non sono d’oggi? Tante e tante anime se ne dissetano: perché non dovrebbero essere d’oggi? E anche Mara, e anche I canti di Capri; e anche le XXXX [parola illeggibile]. Tutte le critiche si possono fare; ma è poesia viva, e lo sostengo, e la prova è l’enorme ripercussione di gioia e d’amore che da tutto il paese mi è pervenuta, e ancor mi perviene da tutto il paese, a proposito della nomina all’Accademia.

Vi consiglio di leggere il lungo saggio di Aldo Capasso – fra i nostri giovani poeti forse il migliore, il più inspirato e sincero – uscito lo scorso anno nel “Libro Italiano” di Roma: credo nel maggio o nel giugno. Fu esso, con bel coraggio, egli sostiene che la critica di punta, ungarettiana eccetera, ha torto marcio a passarmi sotto silenzio o a combattermi (e sono suoi amici): sostiene con esempi e citazioni che molte ultime liriche mie possono stare accanto ? a certe strombazzate liriche estremistiche. Vorrei proprio lo leggeste.

Dunque la mia poesia è attuale, visto che è letta e amata, e infiamma le anime. Ed è sincera, sì, dalla prima all’ultima parola. […][xxv]

 

Nel 1941 l’autrice, che conservava la rassegna stampa riguardante la sua produzione e aveva l’abitudine di condividere saggi e articoli con quanti scrivevano pagine critiche sulla sua opera, invia numerosi suggerimenti di lettura per orientare Orazi all’interno della sua poetica: il 12 febbraio[xxvi] acclude alla corrispondenza il saggio La poesia di Ada Negri di Giovanni Titta Rosa uscito poco prima su «Nuova Antologia»[xxvii] e invita a consultare la breve pagina «equa e serena» di Adriano Grande su «Maestrale»[xxviii] in cui il poeta identifica in Negri un «vivente segno dell’esistenza di una sicura tradizione letteraria italiana», ma anche un ponte tra «vecchi e giovani» nel campo letterario, sempre attenta alle «nuove ricerche espressive» e ad «aggiornare la propria arte secondo le esigenze del gusto più avanzato», senza mai «rinunciare a quel contenuto di vita davvero vissuta» che è il nucleo fondativo della sua arte.

 

 

[i] L. Anceschi, Introduzione ai Lirici nuovi, Milano, Hoepli, 1943, p. 17.

[ii] Ivi, p. 20.

[iii] L. Anceschi, Saggi di poetica e poesia, Bologna, Massimiliano Boni Editore, 1972, p. xvii.

[iv] Ivi, p. xxxiii.

[v] G.P. Lucini, Risposta all’inchiesta internazionale sul verso libero, «Poesia», 1906-7 ora in Id. Per una poetica del simbolismo, a cura di G. Viazzi, Napoli, Guida, 1971, p. 216.

[vi] L. CremascoliLettere di Ada Negri nella Biblioteca laudense, in «Archivio storico lodigiano», n.1, 1954, pp. 19-40 registra la presenza di un corrispondente Vittorio Orazi, ma ad oggi non è stato possibile rintracciare le lettere.

[vii] P. Guida, «Quaderni d'italianistica», vol. XXIII, n. 2, 45, 2002, p. 45.

[viii] Il critico a cui si fa riferimento è Francesco Biondolillo. La lettera di Ada Negri a Mussolini risale al 20 marzo 1939 e si legge ora in S. Comes, Ada Negri da un tempo all'altro, Milano, Mondadori, 1970, pp. 150-151. Qui si trascrive da P. Guida, cit., p. 48.

[ix]Si veda ad esempio la lettera di Benedetta Cappa Marinetti del 1925 nella pagina di Manus al link: https://manus.iccu.sbn.it/risultati-ricerca-manoscritti/-/manus-search/detail/739106?fondo_id_s=1552&page=84 [28/10/2025]

[x] Un sincero ringraziamento al professor Massimo Prampolini per aver consentito la pubblicazione dei materiali e alla professoressa Cecilia Bello Minciacchi, responsabile dell’Archivio del Novecento della Sapienza, a cui devo l’idea aurorale e fondativa di questa ricerca.

[xi] «Oggi e domani: mensile di cultura e attualità» è la denominazione del settimanale diretto da Mario Carli, fondatore del periodico fascista «L’Impero».

[xii] Lettera inedita autografa di Ada Negri a Vittorio Orazi (Alessandro Prampolini), Milano, 2 settembre 1931, conservata nell’Archivio del Novecento della Sapienza di Roma (d’ora in avanti AdN), Fondo Orazi-Prampolini.

[xiii] Nota inedita autografa di Vittorio Orazi (Alessandro Prampolini,) AdN, Fondo Orazi-Prampolini. La datazione, tuttavia, viene smentita o almeno resa ambigua da una lettera del 14 dicembre 1940 di Ada Negri che scrive «Chi sa che non ci conosciamo un giorno di persona. Vostra affettuosamente Adanegri», ibidem.

[xiv] A. Negri, Madri di martiri, «Corriere della Sera», 11 marzo 1933.

[xv] I. Crotti, rec. a Ada Negri, Vespertina, edizione critica a cura di Cristina Tagliaferri, prefazione di Giorgio Baroni, Venezia, Marsilio, 2020 in «Lettere italiane», 2021, p. 556.

[xvi] V. Orazi (Alessandro Prampolini), rec. a Erba sul sagrato, in «Meridiano di Roma», a.4, n. 44, 5 novembre 1939, p. X.

[xvii] G. Bellonci, rec. a Erba sul sagrato, in Cronache del libro, «Il Giornale d’Italia», 14 dicembre 1939, p. 3.

[xviii] V. Orazi, rec. a Erba sul sagrato, cit.

[xix] Lettera inedita autografa di Ada Negri a Vittorio Orazi, 13 dicembre 1940, Milano in AdN, Fondo Orazi-Prampolini.

[xx] Lettera inedita autografa di Ada Negri a Vittorio Orazi, 14 dicembre 1940, Milano in AdN, Fondo Orazi-Prampolini.

[xxi] E. Settanni, Lirismo di Ada Negri, in «Meridiano di Roma», 8 dicembre 1940, p. IV.

[xxii] Lettera inedita autografa di Ada Negri a Vittorio Orazi, 8 gennaio 1941, Milano in AdN, Fondo Orazi-Prampolini. Si legge del Ramperti anche nelle lettere destinate a Romeo Ricci, fortuitamente ritrovate e ora consultabili in rete all’indirizzo <https://www.deliapress.it/1-cronaca/lettere-inedite-della-poetessa-ada-negri-a-romeo-ricci-critico-letterario-della-rivista-raccolta-nel-150-anniversario-della-nascita/>[ultima consultazione 27 ottobre 2025].

[xxiii] M. Ramperti, Saluto ad Ada Negri, in Osservatorio, «L’Illustrazione Italiana», n. 47, 24 novembre 1940, p. 776.

[xxiv] Il trafiletto firmato «b. giov.» è intitolato Fra biada e loglio e si legge nel «Meridiano di Roma», 29 dicembre 1940, p. XII.

[xxv] Lettera inedita autografa di Ada Negri a Vittorio Orazi, 8 gennaio 1941, cit.

[xxvi] Lettera inedita autografa di Ada Negri a Vittorio Orazi, 12 febbraio 1941, Milano, AdN, Fondo Orazi-Prampolini. Nella stessa lettera l’autrice allude anche ad altri scritti critici: Ettore Cozzani, Ada Negri all’Accademia, in «L’Eroica», a. 29-30, nn. 266, 267, 268, ott.- nov- dic. 1940, pp. 3-4, e di Romeo Ricci in «Raccolta» (già «Circoli») diretta da Guglielmo Danzi, nonché ai primi numeri dell’anno (gennaio e febbraio) della «Lettura».

[xxvii] G. T. Rosa, La poesia di Ada Negri, «Nuova Antologia», n. 412 , nov.-dic. 1940, pp. 285-291.

[xxviii] A. Grande, Ada Negri all’Accademia, in «Maestrale», 1940, n. 6, nov.-dic. 1940, p. 121. L’articolo di Grande fa anche cenno alla fedeltà di Negri al Fascismo e alla sua qualità di «buona italiana […] senza titubanze, senza compromessi».