p. 45-59 > Immagini devozionali. Le Gioconde di Luca Maria Patella.

Immagini devozionali. Le Gioconde di Luca Maria Patella.

Alcune considerazioni sulle Gioconde di Leonardo disseminate sulle pareti e nei cassetti della casa di Luca Maria Patella.


Giuseppe Garrera

 

Riassunto:

Indagine sulla presenza nella abitazione di Luca Maria Patella di numerose riproduzioni della Gioconda di Leonardo da Vinci. L’articolo, alla luce della ricerca artistica di Patella, cerca di fare ordine e di iniziare a fissare alcuni punti interpretativi di tale ossessione.

 

Abstract:

On some Mona Lisas scattered in the drawers of Luca Maria Patella's house.

Investigation into the presence in Luca Maria Patella’s house of numerous reproductions of Leonardo da Vinci’s Mona Lisa. The article, in the light of Patella’s artistic research, tries to bring order and begin to establish some interpretative points of this obsession.

 

Le innumerevoli riproduzioni di Gioconde (santini, cartoline, souvenir, locandine, ritagli da giornali) rinvenute dappertutto nel riordinare i cassetti di quella che è stata l’ultima abitazione di Luca Maria Patella a via Reggio Emilia a Roma, non solo attestano una magnifica ossessione e un culto privato, ma sono prova e segnali di una indagine ininterrotta di Patella sulle ragioni, le ragioni d’ombra, di una fissazione.

Le tante Gioconde di Patella sono capitoli e pezzi di un puzzle disperso per la decriptazione di una presenza e di un sogno. Accanto alle operazioni artistiche ufficiali di Patella sulla Gioconda (Gioconda con la mosca sul naso o Gioconda in fronte), e alla partecipazione ad importanti esposizioni sul tema (ricorderei qui almeno la grande mostra giapponese itinerante del 2000 Les 100 sourires de monna Lisa a cura di Jean-Michel Ribettes con tappe a Tokio, Shizuoka e Hiroshima) a illuminare l’oscurità ci sono anche queste intimità personali e apotropaiche. Intanto si parte sempre da Duchamp e sempre si torna a Duchamp. C’è, ad esempio, un ritaglio dell’orinatoio - Fontana – di Duchamp che Patella conservava gelosamente nel cassetto del suo comodino: scontornato, ridotto a sagoma, sovrapposto alla Gioconda, l’orinatoio rivela, in maniera fulminante, essere l’ombra della Gioconda. [fig.1]

Ma andiamo con ordine.

Una barzelletta osé, famosissima tra i ragazzini, già al tempo, per la sua arditezza fanciullesca, recitava di una lampada di Aldino trovata e della possibilità di esprimere tre desideri, tra questi immancabile il desiderio di poter vedere e toccare il didietro e in mezzo alle gambe di tutte le donne, con fulminea e comica trasformazione del desiderante nel water di un bagno pubblico per signore. (La versione completa dei tre desideri era ancora più svergognata: è un nero africano che dice di voler divenire bianco, avere sempre acqua da bere, vedere il di sotto di tutte le donne).

L’orinatoio di Duchamp è la semplice realizzazione del desiderio da mille e una notte di un desiderante gay: vedere gli uccelli di tutti gli uomini e riceverne addosso tutti gli zampilli; tanto più che l’orinatoio poi si presenta in mostra, collocato, “capovolto”: è un “invertito”: indicando con la posa la lettera, e anche l’angolazione dall’alto dei voyeurs del tempo quando si provavano ad arrampicare sul muro degli orinatoi per sbirciare. Ne abbiamo un gustoso racconto, riferito ai bagni turchi La Fayette - oltre alla serie di disegni di Uomini (marinai) che pisciano, basti vedere Two sailors urinating o Three sailors urinatings - di Charles Demuth (addirittura in Bagno turco con autoritratto non solo quello ritratto di spalle è l’amico Duchamp, ma ben visibile sullo sfondo è la scena concupita da orinatoio). [fig.2]

Il desiderio dell’orinatoio è di essere “orinatoiato” e quindi di essere vasca di fontana, ricevere e accogliere i getti, gli zampilli, le «voluttuose e calde urine», come scrive Fabrizia Ramondino: il desiderio dell’orinatoio è esplicitato dalla sua titolazione.

L’orinatoio invertito, capovolto, e solo in tale posizionatura, rivela e mostra una forma archetipica: lo si è voluto vedere infatti portante un’immagine sacra, di Madonna velata, la testa velata di una Madonna rinascimentale nel contorno. In realtà, e a meglio guardare, è facilissimo soprattutto nelle riproduzioni fotografiche (secondo la reale volontà dell’autore) riconoscere nel perimetro o nell’ombra interna la silhouette della Gioconda, vedervi stagliarsi l’ombra della Monna Lisa (e così, con aggiunta di baffi e pizzo, i conti cominciano a tornare). [figg.3,4]

Patella, come già annunciato, nelle sue carte, ritagli, fotocopie, pone ossessivamente e significativamente la Gioconda accanto alla Fontana-orinatoio di Duchamp. L’accostamento visivo, con ritagli puntuali, per sovrapporre scontornate le due immagini diviene in poco tempo chiaro, evidente e illuminante all’occhio (tipico procedimento ipnotico di Patella, come per i Letti o per Mut/Tum).

Il riconoscimento di una Madonna Velata e il gioco di sovrapposizioni introduce nella Fontana il tema dell’orinatoio come Gioconda, e la sua evidenza. E si è sempre nella stagione infantile di pensieri sacrileghi e oltraggiosi.

L’orinatoio come feticcio. Il pene della madre a cui abbiamo creduto: l’orinatoio conserva la memoria della convinzione della madre munita di pene, lo presuppone: come opera d’arte funge da feticcio, sostitutivo del pene o meglio prova e funzione della sua esistenza: con la sua evidenza materiale, come luogo onirico ed oracolare della pratica artistica, ripristina la verità, la convinzione originaria come realtà scontata, fino ad assumere la funzione e l’evidenza d’oggetto.

Ricordiamo, già a partire dal 1912, la diffusione capillare in Italia di quella che viene detta la prima acqua minerale purgativa italiana, chiamata Gioconda e reclamizzata non solo con tanto di effige della Gioconda leonardesca, ma con lo slogan “Libera il corpo e allieta lo spirito”. Nelle indicazioni era poi precisato che L’Acqua Minerale Purgativa Italiana “Gioconda” «è indicata, per i sali che contiene, in tutte le affezioni ove necessita sgombrare il tubo digerente o esercitare per esso un’azione depletiva su altri organi e ciò senza causare irritazione alcuna. È soprattutto utile: nella stitichezza semplice; nell’imbarazzo gastrico e intestinale, nell’ingorgo e stasi epatica; in alcune diarree croniche causate da fermentazioni putride, ecc., ecc.» [figg.5,6]

E a riguardo, Ardengo Soffici, nel suo Giornale di bordo (1915, pp.147-148), annotava puntualmente: «Vedo scritto sur un muro a grandi lettere bianche su sfondo blu: Gioconda Acqua purgativa italiana. E poi giù la faccia melensa di Monna Lisa. Finalmente! Ecco che si comincia anche da noi a far della buona critica artistica.» (e va anche ricordato che il ready-made rettificato realizzato da Duchamp della Gioconda è del 1919). [figg.7,8,9]

La grande madre e il sogno del trapianto fecale. La custodia delle feci o il luogo dove farsi infilare l’uccello. L’orinatoio come Gioconda. Uno dei primi interventi di Patella sulla Gioconda risale al 1985 ed è La Gioconda con la mosca. [figg.10,11]

La mosca è posizionata sul naso, e dunque si inizia giocando con il detto «la mosca al naso» e «far saltare la mosca al naso», per subito guidarci nei reami dei bagni pubblici e delle feci secche o abbandonate, e delle latrine: tutto, per una dichiarazione dell’artista fatta a chi scrive, provocato da quel «nero villoso corsetto di mosche splendenti/Che ronzano intorno a crudeli fetori», di rimbaudiana memoria e che nel sonetto Vocali,  in cui la  lettera A (noir) capovolta ancora una volta come nel disegnetto osceno di un  bambino, indica, prima della E seni, della I bocca, U  capelli e O gli occhi, la vagina e il pelame pubico («corsetto villoso di mosche splendenti /Che ronzano intorno a crudeli fetori» appunto, secondo una vista ravvicinata,  con la faccia messa lì tra i golfi d’ombra delle cosce, traumatizzante e fetida esperienza per l’imprudente fanciullo capitato tra le voglie di una donna – “vois elle” appunto -, da pervertire irrimediabilmente l’intero abbecedario). La Gioconda con la mosca (al naso) diviene latrina, feci, fetore, vagina e zona sfinterica. Da Patella battezzata  anche “con la puzza al naso” («che in realtà  – scriveva nel comunicato stampa per l’esposizione alla Nuova Pesa di Roma nel 2014 - «è …un meraviglioso profumo!» – con tanto di punto esclamativo). Se l’espressione con la mosca al naso, far saltare la mosca al naso, avere la mosca al naso è tutta legata a modi per dire pericolo di collera, perdita della pazienza e il timore di una sfuriata (e appartiene all’immaginario delle scenate materne), in realtà accoglie il pensiero sacrilego della mosca che si posa su cose sudice: cacca, urine, sudore, peli. Siamo sempre nello splendore degli orinatoi e di fantasticherie da batticuore.

Rapporto stretto tra madre e figlio durante il dolore e il piacere della defecazione. La liberazione fecale tra le braccia della madre. L’Eden anale.

Le urla e le esclamazioni di gioia di nostra madre per le nostre feci. Il chiederci se ci scappa e se l’abbiamo fatta e la vogliamo fare.

Il gelo che sale dal basso e si installa nel corpo definitivamente alla perdita di nostra madre. Il freddo insito nell’oggetto orinatoio e nel biancore della porcellana. Il sogno del trapianto fecale.

Giulia Niccolai ha più volto insistito nell’ipotizzare che sorriso e posizione delle braccia della Gioconda sono maternamente rivolti ad ogni guardante con l’invito a venire ad accoccolarsi tra le sue braccia, come neonati. L’invito è rivolto ad ognuno di noi, ed è questo che lo fa risultare sconvolgente. Ma ancora una volta se andiamo ad analizzare le innumerevoli stampe e prove di stampa e i rami originali del motivo ossessivo e leonardesco, nel primo Patella, della “Fanciulla” o della “Donna” seduta sorridente su una sedia in un giardino e con le mani conserte in grembo, risalta, imbarazzante e traditrice, per i segni e le proporzioni giganti, una delle mani, a conca e con il dito indice dentro una delle pieghe della manica della veste, da illuminare di luce impudica immediatamente l’analoga positura della mano, della mano destra e del dito destro, della Gioconda. Tutte allusioni onanistiche. Come detto: sempre pensieri sacrileghi e inzozzanti. In due lastre, poi non stampate, addirittura Patella inserisce alle spalle o di lato un’altra fanciulla, un’amica, che s’affaccia ed è questa che di soppiatto allunga la mano tra le gambe della compagna; nella seconda variante la mano ha la medesima postura a conchiglia e il medesimo gioco di dita della mano, questa volta quella sinistra, della Gioconda: ogni mano della Gioconda, in queste letture, rimanda ad una identica lubrica allusione digitale. [fig.12]

Dalla Nascita di Venere di Botticelli, con il drappo tenuto in alto da Flora a comporre e mostrare in primo piano, nella stoffa, l’anatomia di una vagina, giù fino agli studi femministi di Suzanne Santoro sui panneggi della statuaria, sappiamo quanto l’arte ha nascosto e mostrato e custodito dell’intimità femminile tra le pieghe di mantelli e vesti. [fig.13]

Avvertiva Luca Maria Patella nell' accompagnare una sua versione del 2013 della Gioconda in risposta a Duchamp (Gioconda in fronte – Risposta a Duchamp):

«Nel 1919, il grande innovatore e amico Marcel Duchamp propone la sua nota Gioconda con i baffi, che porta scritto in basso: LHOOQ, Lei ha caldo al.. Lungi dall’essere una battuta un po’ sciocca, si tratta di un suo magnifico “aided ready made”! È che la Gioconda, il Femminile (ecc.) [la junghiana “Anima” in latino], cioè: l’Inconscio risulta attivo ..dal basso».

Sa e te parla al culo è scritto, come titolo, ai piedi di un’altra delle versioni-omaggio di Patella alla GiocondaGioconda in fronte risalente al 1985, con questa scritta in risposta sempre all’L.H.O.O.Q., Elle a chaud au cul, ella ha caldo al culo, di sotto, ha il calore che sale da sotto, di Duchamp. In questo caso non solo la esse del “sa” iniziale è al di sopra ritrascritta anche nella forma di una ç cedigliata (da trasformare il sa in ça e cioè nella dicitura francese dell’es e dell’id psicoanalitici) ma l’intera, irrispettosa e romanesca, frase, sa e te parla al culo, si rivela essere un anagramma di Luca e Rosa (artista a sua volta e sposa di Luca) Patella. [figg.14, 15]

All’irriguardoso, con anche la presenza del gesto di profanazione da parte del bambino della propria madre-donna, appartiene il racconto fantascientifico di Bob Shaw Una vergogna per l’Italia del 1977, uscito in Italia nel 1980 nella collana Urania della Mondadori (n. 864), di cui ho rinvenuto una copia nella casa di Patella, sempre parte delle cose e ossessioni leonardesche. In questo caso il perturbamento dell’intera narrazione è dato dall’immaginare il rinvenimento in una grotta di una serie di Gioconde tutte di mano di Leonardo, appese a un meccanismo girevole (come un’anticipazione del cinema e del fotogramma) che azionato mostra progressivamente la Gioconda calarsi il velo dalla spalla e scoprire un seno e scuoterlo, ridendo divertita. Nel racconto l’idea della profanazione, riconducibile poi all’autore stesso, che comporterebbe, per il capolavoro, tale rivelazione, spinge follemente lo scopritore del tesoro a bruciare e distruggere tutte le copie, pur non potendo più cancellare dalla sua mente e da quella dei lettori l’immagine della Gioconda che fa “la mossa” con il seno scoperto e quindi le ragioni del suo sorriso. [figg.16,17]

Come l’”Angelo incarnato”, annunziante, delle reali raccolte di Windsor, con, sotto la cintola, come solo nel disegno si può vedere, il membro virile in piena erezione (e dunque come gli altri angeli e san Giovanni Battista di Leonardo tutti con il di sotto celato), così la Gioconda, se si arrivasse a vederla per intero, risulterebbe allora seduta su seggiola (una ”comoda”) per defecare con vaso bianco di porcellana, o faccia del suo bambino pronto ad accogliere ogni minzione e produzione odorosa, e, lei, ridere felice e amorevole, ad esaudire ogni desiderio. [fig.18]

I gesti sacrileghi (baffi e pizzetto, o mosca al naso) svelano la colpa, i pensieri colpevoli, l’inevitabile esperienza della profanazione e rabbia per la perdita d’innocenza della madre e per la sua oscenità di donna. Nella versione della Gioconda di Patella in cui lei porta scritto sulla fronte a chiare lettere “Gioconda”, l’indicazione, infantile e vendicativa, è quella di “scema”. È “la scema”, “la scemarella”. “E che c’ho scritto Giocondo?” è infatti espressione popolare per dire, indicando la fronte: «mi hai preso per un cretino?». In questo caso la scritta c’è e trattasi di cretina («quella scema di nostra madre», come si diceva per vendicarsi).

Su questa linea, fantastiche sono le immaginette devozionali e pubblicitarie della Gioconda di area tedesca e inglese, che vengono raccolte da Patella per la ragione che vi è adottata e preferita (appare anche nei testi e nei cataloghi ufficiali d’arte) la nominazione “Mona Lisa”, con una n sola, con la caduta attestata della seconda n e la conseguente indicazione e rivelazione comica e oscena in italiano di “vagina lisa, fica vecchia e consumata”. Dunque, in area francese “la Joconde” (allegrotta, pazzarella, scemetta), in area tedesca e inglese la “mona lisa”, in entrambi i casi con slittamenti e presunte adozioni ortografiche e linguistiche, che permettono di giocare e, alla lingua, di operare per proprio conto in maniera imprevedibile e arbitraria ma sempre significativa e rivelatoria. [figg.19,20,21,22]

 

 

Ricordiamo che tali isterie, a livello mondiale, sorgono soprattutto all’indomani della scomparsa della Gioconda (furto, agosto 1911, e scomparsa per due anni), che coincide anche con il  periodo di maggiore affluenza di visitatori al Louvre per la Gioconda, a vedere l’assenza, il vuoto, il posto “dove stava”, ( il museo deve  mettere una guardiania allo spazio vuoto per i tentativi da parte di diversi avventori di impossessarsi dei chiodi che la sorreggevano come reliquia; i chiodi saranno adibiti a sostenere mazzi di fiori e omaggi floreali quotidiani, fino al 4 gennaio 1914).  [fig.23]

La scenata della madre, la sua minaccia di andarsene per sempre e abbandonarci perché non siamo buoni, accaduta e divenuta realtà. La vendetta del sacrilegio con baffi e associazioni oscene come pisciatoi e puzze, o insulti di scema e cretina, in realtà, come si diceva, rivela la colpa e in cosa consiste il non fare i bravi e il non essere stati buoni. [figg.24,25]

Durante l’allontanamento, l’assenza, della Gioconda, innumerevoli cartoline-souvenir, a mo’ di santini divozionali, vengono allegate a giornali e quotidiani, e date in omaggio ai propri lettori e abbonati, innumerevoli quelle che recitano e rassicurano che la Gioconda tornerà a sorriderci;  e quando finalmente sarà di ritorno, addirittura vengono confezionate immagini della Gioconda non solo sorridente – ovviamente ( è il sorriso della riconciliazione e in tutto simile a quello che Beatrice, voltandosi un attimo, rivolge a Dante dopo la tremenda sfuriata in cima al Purgatorio dove l’aveva minacciato di andarsene via e lasciarlo lì da solo) – ma già affacciata al finestrino di un treno, con accanto il treno in corsa che mostra chiaramente che sta tornando, che è già in viaggio, e al di sotto la scritta rassicurante: «Mais oui, c’est moi, Mona Lisa. Je suis de retour, me voilà.» [fig.26]

Ci si può finalmente lasciar andare.

Il potere purgativo della Gioconda ad esempio risulta attestato, come desumo da un’altra cartolina conservata nei cassetti della stanza da letto di Patella, proprio nel periodo del rilascio e dei festeggiamenti per il suo ritrovamento (1913), con il giro turistico italiano prima della riconsegna al Louvre: infatti nell’ illustrazione scherzosa firmata N. Polli, si vede la Gioconda su un carro, in arrivo a Milano, dopo i trionfi a Firenze e prima del ritorno in Francia, con la folla milanese festosa: e tra i cartelli e striscioni inneggianti si leggono espressioni anche del tipo «W la Mona», «Contro la stitichezza» e «W il piacevole ghigno». [fig.27]

Ed è ancora Ardengo Soffici (sempre nel suo Giornale di bordo, p.257), che nel riportare la notizia dei giornali, all’indomani del ritorno della Gioconda, di 30.000 persone in fila con il cappello in mano che le hanno reso omaggio, ad annotare furioso: «L’hanno ritrovata la vecchia crosta. Lo specchio di tutto il filisteismo artistico. La pietra di paragone del feticismo estetico. La cuccagna delle letterature. La calamita degli snobismi. L’icona del passatismo. Il paradigma del luogo comune. La cloaca dell’imbecillità internazionale. L’hanno ritrovata, la mediocre fotografia della melensa paolotta. L’hanno ritrovata, la Gioconda

Infine, nel punto più alto, la Gioconda, per Patella, come quadro, immaginetta devozionale, insieme ad una Madonnina di Filippo Lippi (posata sempre sul comodino accanto al letto), omaggio anche alla pittura tutta, per epopea fanciullesca, protezione e sostegno.

Le immagini consolano e proteggono: fanno da schermo all’inconscio. Più avanza nella pratica psicanalitica, più Patella si convince (come risulta chiaramente dai diari e dai quaderni dei sogni) che l’incontro con l’inconscio è la morte. Le immagini fanno da iconostasi, da tramezzo e barriera, come il muro scalcinato dell’infanzia, amatissimo e continuamente rievocato (è su questo muro che si erge la parete figurata); anzi la posizione delle immagini, che aumentano nella produzione artistica e sulle pareti di casa, permettono di giacere (tutta la scrittura di Patella avviene stando steso, dal letto) e, da stesi, guardare in tralice e sottecchi il buio dietro, recondito, senza rotolare giù o abbandonarsi al pianto. Già la fotografia, ad esempio, era stata impiegata nella giovinezza come sottile parete e reagente di luce all’oscurità incombente. Così la camera oscura, e prima ancora il laboratorio calcografico, erano stati, inconsapevolmente, edificio, spazi, dell’artigianato artistico, significanti, e allegorie architettoniche e tombali per le animazioni dell’ombra, di cui la Gioconda è sovrana e pronuba.