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Il Club dei Ventitré: l'Archivio Guareschi a Roncole Verdi
Monica Fabbri

 

Metti un coperto in più: ho invitato il popolo a colazione

G.Guareschi

 

Gli archivi di un autore sono lo scrigno prezioso della memoria e consentono agli studiosi di scoprire documenti inediti, collaborazioni, epistolari. Permettono di aprire squarci sconosciuti e illuminare l’umanità di scrittori e di epoche che erano già state catalogate e definite. La digitalizzazione odierna rende più rapida la consultazione, ci sono archivi ben organizzati, disponibili anche on line. Ma se devo pensare ad una corrispondenza immediata al titolo Luoghi, oggetti, arredi e case d’autore, mi viene subito in mente l’Archivio Guareschi a Roncole Verdi. Non è appena un sito dove sono stati raccolti dai figli Alberto e Carlotta e ultimamente dalle nipoti di Guareschi, le figlie di Alberto, circa 250.000 documenti, ma è uno spazio dell’anima, una vera e propria casa accogliente. A dire il vero, quando si è lì, sembra che i muri, le cose e non solo le persone (ora soltanto Alberto e le figlie con le incursioni dei giovani nipoti di Alberto, ragazzi educati e affettuosi) siano sul punto di parlarti, di raccontarti un mondo che non c’è più, ma ancora vivo e palpitante.

Roncole Verdi (già Le Roncole) è un paesino della Bassa emiliana a due passi da Busseto. Lì si possono trovare alcune piccole e straordinarie attrazioni: il laboratorio Dallatana, dove campeggia sovrano il culatello, due ristoranti da consigliare assolutamente agli amici, ma soprattutto la casa natale di Giuseppe Verdi e l’Archivio Guareschi. Dall’altro lato della strada vi è la chiesa barocca di San Michele Arcangelo che presiede la piazza dedicata allo scrittore e vicino il cimitero dove sono sepolti Giovannino, la moglie Ennia, l’indimenticabile Margherita presente fin da La scoperta di Milano, la figlia Carlotta, la Pasionaria. Anche la casa natale di Verdi si potrebbe definire un archivio della memoria: l’itinerario, ben strutturato, mostra le stanze di quella che era l’osteria del padre del grande compositore. Ci sono le tazze da vino nei tavolini di legno e le storie narrate da dispositivi multimediali. Ed ecco vicino alla casa di Verdi, in via Della Processione, si trova il bar aperto da Giovannino Guareschi nel 1964, in origine un ristorante, che fu gestito dal figlio Alberto per ben trent’anni. Qui nel 1987 venne fondato Il Club dei Ventitré, associazione culturale che prende il nome dai presunti 23 lettori, menzionati in Diario Clandestino, due in meno di quelli di Manzoni. In realtà i lettori di questo straordinario scrittore, umorista, vignettista, giornalista sono molti di più, i suoi libri vengono tradotti in tutte le lingue (manca solo il cinese, mi ha detto il figlio), ed è al secondo posto dopo Pinocchio di Collodi.

Cominciare a esplorare il Mondo Piccolo di Guareschi è impresa ardua e da avventurieri.

Di lui è stato detto moltissimo. Cattolico, antistatalista, monarchico, libertario, scrittore mai nato, uomo qualunque, vignettista, umorista, sceneggiatore, cronista, pittore. Insomma uno scrittore che non si riesce a incastrare. Dalla mole di lavoro geniale. Incontrare Giovannino significa ripercorrere un secolo, il Novecento, e, attraverso di lui, la tradizione culturale italiana. Il suo Archivio è esattamente così: i figli, Alberto e Carlotta, e ora solo Alberto, hanno reso quel luogo lo specchio riflesso dell’anima del padre, il quale conservava scrupolosamente ogni cosa, dai ritagli di giornale alle lettere ricevute quando fu imprigionato per l’affare De Gasperi. I visitatori sono numerosissimi e dei più disparati: non ci sono solo studiosi, ma appassionati di Don Camillo, famiglie con figli, gruppi di amici che seguono il percorso Guareschi della Bassa emiliana, che comprende Fontanelle di Roccabianca, Brescello, Diolo di Soragna. I veri seguaci arrivano fino a Cervia in Romagna dove Giovannino morì il 22 luglio del 1968.

Appena si arriva all’entrata, si vede il manifesto della mostra antologica dal titolo: «Giovannino, nostro babbo» con l’immagine della famiglia Guareschi. A destra lo sguardo furbo e sagace della ‘pasionaria’ Carlotta, sorretta dalle amorevoli mani di Ennia-Margherita. Accanto a lei i baffi di Giovannino simile al suo Peppone, che abbraccia il riflessivo e malinconico Albertino. Si entra sotto un portico fino ad arrivare alla porta dell’Archivio, dove Alberto Guareschi ci aspetta. La stanza dal soffitto basso è ordinatissima: negli scaffali si trovano faldoni perfettamente organizzati con pazienza e cura da Alberto Guareschi, il quale ribadisce più volte di aver seguito i criteri di catalogazione di suo padre. Le sedie sono diverse l’una dall’altra, perché, come dice Alberto, non si spreca nulla, si riutilizza tutto.

Sul tavolo faldoni già pronti per essere consultati con la miriade di lettere spedite al carcerato Guareschi da parte di uomini, donne, famiglie, bambini e personaggi illustri. Si può considerare davvero incredibile la solidarietà che ricevette in quei tredici mesi trascorsi in carcere. Poi tante divertenti vignette, che fanno di Guareschi uno dei più importanti umoristi italiani. Sul tavolo vi è anche la scatola che lo scrittore aveva negli anni del lager con la bandiera italiana e lo stemma sabaudo. In fondo, esattamente di fronte all’entrata, il presepe realizzato dall’autore di Mondo Piccolo, bellissimo e commovente. Poi si procede fino ad arrivare in una stanza dove vengono conservati giornali di e su Guareschi. A destra una stanza con un tavolo pieno zeppo di locandine e manifesti originali dei film di Don Camillo, ma anche de La rabbia, sfortunato documentario realizzato con Pier Paolo Pasolini nel 1963, che fu subito ritirato dalle sale, ma che vale la pena riprendere. In questa seconda sala vi sono armadi con vetrate dove sono stati raccolti documenti di vario tipo. Il figlio Alberto, che rimane con noi dall’inizio alla fine, è l’anima di quell’Archivio, che è stato dichiarato di notevole interesse storico dal Soprintendente Archivistico per l’Emilia Romagna del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali. La sua voce flebile, ma decisa, capace di resoconti dettagliati e minuziosi («vi stancate prima voi di me»), gli occhi vispi e malinconici al contempo lo rendono il cuore pulsante dell’Archivio che per tanti anni ha curato con dedizione. Ecco alcuni stralci della nostra conversazione:

 

A.G.: la corrispondenza che riceveva giornalmente mio padre, dopo la lettura, la avvolgeva in pagine di giornale e legava il pacchetto con della garza perché in carcere1 [1]la corda era proibita. Ed è stata una cosa molto saggia, perché, non potendo tenere la corrispondenza nella cella, questa veniva portata in un magazzino che era umidissimo, tanto che lo zaino con cui era entrato in carcere – che era lo stesso che aveva portato dal Lager – vi è ammuffito. La carta di giornale ha isolato le lettere che sembrano appena ricevute.

Mio padre aveva numero questi pacchetti e io, riordinandoli ho mantenuto anche questi fogli di giornale sui quali mio padre aveva segnato la data di ricevimento della posta. Questo per mantenere intatto il corpus. Ho creato così un fascicolo per ogni pacchetto ordinando la corrispondenza in ordine cronologico. Quando trovavo qualche lettera di particolare interesse, la inserivo in una piccola camicia posta nel corpo del pacchetto con la scritta “Lettere scelte”. Si tratta di lettere con annotazioni sulle buste scritte di mio padre, lettere di ex Internati Militari nei Lager tedeschi i quali aggiungevano al loro nome la scritta ex-IMI con il numero di piastrino che era stato assegnato loro. E anche lettere di persone note.

D.: sarebbe bello far conoscere queste lettere.

A.G.: Queste lettere testimoniano l’affetto e la stima che i suoi lettori hanno voluto comunicargli e l’hanno aiutato moltissimo rendendogli sopportabile il lungo periodo di detenzione. Io provo un profondo senso di gratitudine per tutte quelle persone per bene che l’hanno sorretto. Tutte le lettere che hanno il timbro della censura e se c’era qualcosa che non andava bene la coprivano con una pennellata di inchiostro di china.
Era la censura. Questa è di un ragazzino di tredici anni, ci sono lettere di Natale, sono quelle cose che l’hanno confortato in quei giorni in cui si sentiva il distacco dalla famiglia.

D.: Mi piacerebbe portare avanti l’idea della pubblicazione delle lettere. Sarebbe bello trascriverle. Le lettere scelte con un occhio preciso potrebbero essere un libro di lettura con una contestualizzazione. Soprattutto sarebbe significativo riportare le lettere degli IMI.

A.G.: È un’idea molto impegnativa, ma molto bella. Per i tedeschi gli IMI erano dei numeri, per gli italiani uno zero assoluto. La Repubblica Sociale aveva creato, con l’accordo dei tedeschi, il settimanale «La voce della Patria» che era stampato a Berlino e aveva fatto chiedere a mio padre di dirigerlo. Mio padre disse di no. Se fosse andato a Berlino, avrebbe una vita molto più facile, ma avrebbe dovuto aderire alla Repubblica Sociale. Il periodico dava agli IMI notizie disastrose su quanto avveniva in Italia, mentre forniva ai loro familiari notizie quasi idilliache della situazione degli IMI. Una disinformazione subdola e disonesta che logorava gli animi.

D: Siccome farò un convegno sugli archivi d’autore, io ho pensato subito a quello di Guareschi. Che cosa vogliamo mettere subito in evidenza oltre alla cura nel conservare di tutto. Perché suo padre conservava ogni cosa, secondo lei?

A.G.: Pur essendo una persona umile, sapeva di avere delle qualità speciali. Secondo me ha conservato ogni cosa della sua vita e del suo lavoro in bell’ordine per vedere se noi figli avremo tenuto viva la sua memoria. Mi piace di pensare che questa fosse una sorta di consegna.

D: Spesso Guareschi mette in evidenza fatti di cui, ancora oggi, non si ha piena conoscenza.

A.G.: Era molto anticipato rispetto ai tempi in cui viveva. Aveva creato uno slogan che ricordava spesso ai suoi lettori: «Pensar non nuoce». Non si lasciava condizionare quindi da ideologie, da mode del tempo, o dal “politicamente corretto”. Pensi che lui nel 1946, era terminata da poco la guerra civile in Italia, sul «Candido» cominciò a parlare delle foibe e dei delitti perpetrati nel tristemente famoso “triangolo della morte” quando nessuno ne parlava...

D: Parlò anche di una televisione deleteria, capace di modificare il cervello ancor prima di Pasolini. A.G: Mio padre aveva capito subito quali erano i pericoli della televisione soprattutto nei primi tempi in quanto la gente non era ancora in grado di decodificarne i messaggi e dava per scontato che quello televisivo rispecchiasse la realtà.

D: Voi conservate in archivio gli scritti e i disegni?

A. G.: In archivio abbiamo gli scritti e i disegni raccolti da mio padre. Ma non solo. Abbiamo una ricchissima emeroteca. Mio padre, già nel 1945, di ritorno dal Lager, aveva raccolto tantissimi quotidiani, soprattutto umoristici conservandone i primi numeri. Questi documenti sono utilissimi perché ci permettono di ricostruire l’atmosfera di quel periodo storico, rivelando le reazioni e le necessità delle persone dopo quella temperie di guerra.

D.: Mi ha sempre colpito il suo spirito di iniziativa, che svolge soprattutto nel periodo del Lager A.G.: Nei Lager lui ha condotto, assieme ad un altro gruppo di IMI, un’azione di resistenza contro i tedeschi e la propaganda della Repubblica Sociale, la famosa “Resistenza bianca”. Gli IMI erano prigionieri volontari: hanno rifiutato di collaborare coi tedeschi pur sapendo che avrebbero avuto condizioni di vita migliori (specie nel vitto!). La stragrande maggioranza di loro ha rifiutato di aderire alla Repubblica sociale, pur sapendo che, aderendo, sarebbero potuti tornare in Italia. Ma avevano giurato fedeltà al Re e così decisero di rimanere rinchiusi nei Lager.

D.: Diario Clandestino è la descrizione di una speranza con uno spirito cristiano che vuole vivere e sopravvivere. Ma vorrei approfondire la questione del Grande Diario che voi avete pubblicato recentemente.

A.G.: Mio padre non volle pubblicare, al suo rientro dal Lager, il materiale del Grande Diario perché era troppo crudo: vi erano descritti fatti o eventi che rischiavano di dividere le persone e aumentare quindi la spirale della violenza ancora che sopravviveva ancora dopo la fine della Guerra Civile. Ci voleva invece una testimonianza che unisse le persone e così scelse di inserire nel Diario Clandestino raccontini e favolette che, letti nelle baracche dei Lager, avevano avuto il beneplacito, dei suoi compagni. Quando nel 2008 mia sorella ed io abbiamo ritrovato e pubblicato il materiale del Grande Diario ormai quegli argomenti erano divenuti fatti storici.

D.: Guareschi all’estero. Dove viene pubblicato, in quante lingue è tradotto e dove ha un’importanza considerevole?

A.G.: È stato tradotto in tutte le lingue principali, ad eccezione del mandarino. Dopo che è caduto il muro di Berlino, i suoi libri sono entrati anche nelle ex repubbliche socialiste sovietiche, meno che in quelle a maggioranza di religione islamica. Comunque è stato tradotto anche in arabo-libanese. Mi è giunta in questi giorni un’antologia che contiene un suo racconto in montenegrino. C’è un sacerdote salesiano che va in missione e per impratichirsi nella lingua sta traducendo Don Camillo in Swahili.

D.: Come si spiega questo grande desiderio di conoscere Guareschi nel mondo?

A.G.: Io sono convinto che gli scritti di mio padre siano in massima parte scritti in chiave autobiografica. E credo che i lettori amino gli scritti autobiografici. Inoltre mio padre descriva nei suoi scritti una realtà contadina. Realtà nella quale, mutatis mutandis secondo le zone, variano le modalità e le condizioni, ma la realtà contadina è sempre la stessa: un agricoltore, un pastore, un pescatore si comportano sempre allo stesso modo, seguendo le leggi della natura. Gli argomenti che

mio padre tratta sono argomenti che interessano a tutti, perché riguardano l’uomo che è al centro di ogni cosa.

D.: Cosa le ha lasciato più di tutto il rapporto con suo padre?

A.G.: La tenacia. Non ho le sue qualità, ma sono tenace come lui. Inoltre sono un discreto archivista, quasi bravo come lui. Da quando ho messo insieme l’archivio di mio padre molte persone, anonime e importanti, hanno dato al mio archivio dei fondi, del materiale che vogliono depositare qui da me. Sto curando il fondo di un famoso giornalista, che è stato per anni direttore di

«Avvenire» e de «Il Giorno», il cui figlio mi ha lasciato del materiale redazionale. Un altro fondo mi è stato lasciato da una professoressa di lettere che aveva mantenuto con mia sorella Carlotta la corrispondenza con i lavori svolti dei suoi studenti. In archivio conservo tutte le sceneggiature fatte da mio padre per i film della serie “Don Camillo e Peppone” e per “La Rabbia” girato in antagonismo con Pier Paolo Pasolini e Guareschi.

 

Prima di concludere il nostro giro, entriamo nella sala dove le figlie di Alberto gestiscono la vendita dei libri del loro nonno esposti in un mobile di legno antico e bellissimo, che contiene anche edizioni preziose. Sul tavolo cartoline natalizie, biglietti con le vignette di Guareschi. Questo luogo è un incanto e le eredi dello scrittore della Bassa sanno tutto, precise e determinate come Alberto.

Non si può non entrare a far parte de Il Club dei Ventitré.

 

 

* fotografie di Cristina Patuelli

 

 

[1] 26 maggio 1954: Giovannino Guareschi entra nel carcere San Francesco di Parma per uscirne il 4 luglio dell’anno successivo, dopo 409 giorni trascorsi sotto la più stretta sorveglianza. È l’atto che chiude quella che il giornalista parmense aveva definito la vicenda del “Ta-pum del cecchino”: lo scontro con Alcide De Gasperi.