p. 11-19 > Ricostruire le stanze degli scrittori: l’autore e i suoi oggetti

Ricostruire le stanze degli scrittori: l’autore e i suoi oggetti

Eleonora Cardinale

 

Riassunto:

L’intervento presenta il progetto museale di Spazi900 della Biblioteca nazionale centrale di Roma, focalizzando l’attenzione sul ruolo degli oggetti nella ricostruzione delle stanze d’autore

Parole chiave: Biblioteca nazionale centrale di Roma, Museo Spazi900, Sala Italo Calvino, Elsa Morante, Grazia Deledda, Umberto Saba

 

Abstract:
The essay presents the Spazi900 museum project of the National Central Library of Rome, focusing on the role of objects in the reconstruction of the rooms of authors.


Keywords: National Central Library of Rome, Spazi900 museum, Italo Calvino Room, Elsa Morante, Grazia Deledda, Umberto Sab

 

Archivi letterari e biblioteche d’autore sempre più si presentano come fondi d’autore complessi, caratterizzati da diverse tipologie di beni culturali, che richiedono uno specifico trattamento per la loro corretta conservazione, gestione e valorizzazione[1]. Nella cessione di fondi d’autore agli istituti di conservazione, una caratteristica degli ultimi anni è stata, infatti, quella di acquisire non solo carte e libri, ma anche tutti quegli elementi che contribuiscono a ricostituire il laboratorio di scrittura dell’autore: arredi, oggetti e opere d’arte. La loro acquisizione ha connaturata un’immediata valenza espositiva, risulterebbe riduttivo la loro mera conservazione nei depositi librari. La Biblioteca nazionale centrale di Roma ha avviato così il progetto di ricostruire le stanze degli scrittori e di realizzare il primo museo dedicato alla letteratura italiana contemporanea in una biblioteca pubblica: Spazi900. Inaugurato nel 2015 da un’idea e progetto dell’allora direttore Andrea De Pasquale e curato dalla scrivente, il museo, con un allestimento sempre in fieri, dà voce a diverse figure del Novecento attraverso stanze e sezioni d’autore, in un intreccio tra carte, libri, oggetti, opere d’arte e arredi[2].

Spazi900 si apre, non a caso, con una stanza d’autore, La stanza di Elsa, che ha costituito nel 2015 il nucleo fondativo del museo. Infatti, il Fondo Morante ha rappresentato per la Biblioteca il primo caso di acquisizione non solo dell’archivio, a partire dai manoscritti delle opere, e della biblioteca personale, ma anche degli arredi, oggetti e opere d’arte del suo studio a via dell’Oca 27. Come ricorda Carlo Cecchi nel 2015:

 

Restavano ancora a casa mia la biblioteca, la discoteca, i mobili e gli oggetti dello studio, i quadri di Bill Morrow e i due ritratti di Elsa.

Se la biblioteca di Elsa era da sempre destinata ad aggiungersi al Fondo manoscritti, che cosa sarebbe successo delle altre cose, quando io fossi morto?

Soprattutto mi preoccupava il destino dei quadri di Bill Morrow. Non volevo che si disperdessero. […]

Ora quello studio è stato ricostruito nell’area museale Spazi900 della Biblioteca nazionale centrale di Roma. Sono stati aggiunti, rispetto allo studio originale, i due ritratti di Carlo Levi e Leonor Fini e quei quadri di Bill Morrow che erano ciò a cui Elsa teneva più di ogni altra cosa.[3]

 

Nel ricostruire le stanze d’autore una particolare attenzione è rivolta agli oggetti, che non risultano mai casuali, anzi rivelano con la loro presenza rapporti, incontri, viaggi e contribuiscono alla conoscenza dell’autore, della sua biografia, della sua opera, del suo mondo e immaginario. Le fotografie degli ambienti originari divengono una fonte documentaria di primaria importanza, attraverso la quale è possibile riconoscere, ritrovare, riscoprire e ricollocare gli oggetti. Si crea così una nuova narrazione che prende corpo dalla relazione tra gli oggetti e tra questi e il visitatore/utente, dove tutti gli elementi entrano in gioco:

 

Prioritaria e imprescindibile rimane pertanto l’attenzione agli oggetti, anche d’uso quotidiano, legati alla figura e alla vita dello scrittore o della scrittrice, poiché di fronte a quegli oggetti, dove la lingua non ha alcun ruolo, il visitatore non avverte distanza e può stabilire senza alcuna difficoltà un primo, immediato rapporto empatico con quella figura. Si tratta poi, però, di creare un contesto espositivo in cui gli oggetti siano usati per dar corpo – mettere in scena – la relazione tra chi scrive, il suo ambiente umano e geografico e la sua opera, in primo luogo, e tra lo scrittore o la scrittrice e la storia, la società, la tradizione.[4]

 

La stanza di Elsa alla Nazionale di Roma conduce il visitatore nel laboratorio della scrittura: al centro della stanza la scrivania con la macchina per scrivere elettrica IBM utilizzata per Aracoeli, insieme alla sedia, alla panca in vimini e alla poltrona in cuoio; ai lati due librerie speculari con la collezione dei dischi e il giradischi, e una libreria più piccola con alcune edizioni delle sue opere. Alle pareti i ritratti a olio di Carlo Levi e dell’amica Leonor Fini, che raffigurano Morante negli anni della giovinezza, e i nove quadri dai variopinti colori del giovane pittore americano Bill Morrow[5].

Tuttavia, alle pareti, oltre alla riproduzione di Don Quichote di Pablo Picasso, cattura l’attenzione anche il collage da lei realizzato con diversi ritagli di stampa, dove compaiono, insieme ai gatti, molti volti tra i suoi preferiti: Mozart, Rimbaud, Rembrandt, Spinoza, Simone Weil. Se lo sguardo poi si sofferma sugli scaffali delle librerie, alcuni di quei volti si ritrovano incorniciati: il ritratto di Mozart e due ritratti di Rimbaud, insieme al Ritratto di fanciullo di Giovanni Bellini. Ma sui ripiani sono presenti anche un piccolo portaritratti di colore verde con la fotografia di Simone Weil e il più grande portaritratti in cuoio che conserva 5 fotografie di Bill Morrow, insieme al dépliant della sua mostra parigina, la fotografia di Morante pubblicata nella quarta di copertina de L’isola di Arturo e due fotografie di gatti. Non stupisce, inoltre, la presenza di gatti e della Veduta della terra e marina di Procida.

Anche nel suo studio Elsa Morante si circonda dei Felici Pochi, schedati e rubricati nella croce de La canzone degli F.P. e degli I.M. in tre parti ne Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi. Nella croce si incontrano i nomi di Arturo Rimbaud «(l’avventura sacra)», Giovanni Bellini detto Giambellino «(la salute dell’occhio, che illumina il corpo)», Simona Weil «(l’intelligenza della santità)», Volfango A. Mozart «(la voce[6].

Nello spazio della scrittura Morante è in compagnia di figure per lei centrali, ma il bene più prezioso rimane la carta. Risme di carta Fabriano Cartiere Miliani (chinese paper bianco) sono presenti tra gli scaffali, sulla scrivania, e soprattutto fogli bianchi sono custoditi all’interno di un “forziere” in ferro chiuso a chiave, posto accanto alle librerie, quasi nascosto alla vista.

 

 

Fig. 1 – La stanza di Elsa, Spazi900, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

Il potere evocativo degli oggetti caratterizza anche la prima Galleria degli scrittori del museo, che si apre con lo spazio dedicato a Grazia Deledda dal titolo Sotto il cedro del Libano. Grazia Deledda a Roma. Viene ricostruita la sala da pranzo del villino romano di via Porto Maurizio 15 con gli arredi, oggetti e quadri originari[7]. Se alle pareti risaltano il suo ritratto a olio firmato da Plinio Nomellini e la casa di Nuoro rappresentata sia da Tino Pelloni sia dalla sorella Nicolina Deledda, l’attenzione anche in questo caso cade su due oggetti: una bambola e un pupazzo. La bambola è un dono della scrittrice alla nipote Mirella, come testimonia una fotografia che le ritrae, insieme alla bambola, nel giardino della casa romana. Il pupazzo è realizzato dall’artista futurista sardo Eugenio Tavolara; in una fotografia Deledda è ritratta nella sua abitazione proprio con il pupazzo di Tavolara.

 

 

Fig. 2 – Spazio Grazia Deledda, Spazi900, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

La segreta officina di scrittura prende vita anche nella stanza di Umberto Saba, che chiude la prima Galleria degli scrittori: ricostruzione simbolica dell’abitazione triestina di via Crispi 56 con alcuni arredi originari e, alle pareti, i ritratti di Umberto, Lina e Linuccia e i dipinti della figlia. Insieme a una fotografia di Elsa Morante con sua dedica autografa a Umberto Saba – «A Saba / con amore / Elsa» –, si incontrano gli oggetti più peculiari del poeta quali la pipa e il bastone, come ricorda Vittorio Sereni nella poesia Saba:

 

Berretto pipa bastone, gli spenti

oggetti di un ricordo.

Ma io li vidi animati indosso a uno

ramingo in un’Italia di macerie e di polvere.[8]

 

 

Fig. 3 – La stanza di Umberto Saba, Spazi900, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

Dalle suggestioni degli spazi, intimi e privati, del museo il percorso si prolunga all’interno della Biblioteca, nella Sala Falqui, l’area dedicata alla conservazione e consultazione del Novecento letterario. Lì, nel 2021, è stata inaugurata l’ultima stanza d’autore della Nazionale: la Sala Italo Calvino. Viene riallestito il salone-studio dell'abitazione romana di Campo Marzio con le tre librerie bianche e la libreria “divisorio”, che conservano la biblioteca personale, i divani, la scrivania in cristallo, insieme agli arredi della “stanza del solitario” con la scrivania in legno di Parigi e il mobile-libreria proveniente dalla casa torinese[9]. Da una parte si tratta di una sala di studio e ricerca, che custodisce il fondo archivistico e bibliografico dell’autore, dall’altra di uno spazio espositivo, aperto a tutti i visitatori/utenti della Biblioteca.

Se le pareti della Sala restituiscono rapporti significativi con artisti quali Gianfranco Baruchello e Toti Scialoja, oltre a stampe di Alexander Calder, Paul Klee e Saul Steinberg, attirano l’attenzione anche i singoli oggetti presenti nei molteplici scaffali e arredi. Proprio un oggetto “simbolico” colpisce subito lo sguardo di chi entra nella Sala perché si trova al centro della grande libreria bianca, sullo scaffale dedicato a Carlo Emilio Gadda, tra i più significativi della sua biblioteca: una farfalla, nella cui custodia è presente l’etichetta «Moyaho Menclaus (Brésil Guyane)». Un’altra etichetta, posta sempre nel retro della custodia, rivela il negozio parigino dove la farfalla è stata acquistata: «A & R. Lyon naturalistes» al n. 171 di Boulevard Saint-Germain. La farfalla era già presente in uno scaffale della libreria dell’abitazione parigina. Forse non sarà un caso che Calvino ricorra proprio al paragone con una farfalla nel suo importante intervento alla Fiera del Libro di Buenos Aires del 1984, rilevante anche per tentare di comprendere il particolare ordinamento dato alla sua biblioteca: «la verità si trova solo inseguendola dalle pagine d’un volume a quelle d’un altro volume, come una farfalla dalle ali variegate che si nutre di linguaggi diversi, di confronti, di contraddizioni»[10]. Lo sguardo dal punto centrale della farfalla si allarga su un libro, su quello che lo precede, su quello che lo segue, sull’intero scaffale, sui molteplici scaffali colmi di volumi, alla ricerca di presenze e assenze, di associazioni volontarie e involontarie, di relazioni tra lo scaffale e gli scaffali/saperi come un «sistema di sistemi» di gaddiana memoria: «È il ribollente calderone della vita, è la stratificazione infinita della realtà, è il groviglio inestricabile della conoscenza ciò che Gadda vuole rappresentare»[11].

Dal salone si entra nello spazio privato ma, al tempo stesso, aperto del vero e proprio studio, dove si trova il tavolo di lavoro. Sulla scrivania, accanto alla macchina per scrivere Lettera 22 dell’Olivetti di color verde, una sfera di cristallo restituisce le infinite sfaccettature dello spazio, tra librerie, libri, quadri, oggetti, sfumati e deformati. Nella lezione Esattezza Calvino scrive a proposito del cristallo: «Il cristallo, con la sua esatta sfaccettatura e la sua capacità di rifrangere la luce, è il modello di perfezione che ho sempre tenuto come un emblema»[12]. Quella stessa sfera di cristallo, con la sua capacità di rifrangere la luce, è tenuta in mano da Calvino sul terrazzo dell’abitazione romana in una nota fotografia dell’autore di Gianni Giansanti, con alle spalle la “baraonda di tetti” descritta in Palomar. Accanto è posata una penna stilografica Mont Blanc: è un regalo dell’amico Bernardo Valli per il suo sessantesimo compleanno, come prova anche la garanzia che reca la data 14 ottobre 1983. Con probabilità si tratta dell’ultima penna stilografica di Calvino, utilizzata per scrivere i bloc-notes delle Norton Lectures, destinate a vedere la luce postume con il titolo di Lezioni americane. Sulla sedia dietro la scrivania è poggiato un maglione di lana, non uno casuale ma quello con il quale lo scrittore è ritratto, con in braccio la figlia Giovanna bambina, in una fotografia scattata da Carla Cerati al Cinquale nell’agosto 1969.

Proprio con il maglione, dal forte potere evocativo, il visitatore stabilisce un immediato rapporto empatico. Oggetti, opere d’arte, arredi permettono di entrare così nell’intima officina di lavoro e di vita, contribuendo a restituire un’immagine dell’autore, la sua opera, la sua attività, la sua rete di relazioni. Spetta, allora, al visitatore/utente continuare a far vivere e ad arricchire quegli spazi con la propria esperienza di visita ogni volta differente e con sempre nuovi percorsi di ricerca da intraprendere.

 

 

Fig. 4 – Sala Italo Calvino, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

 

 

[1] Su queste tematiche si rimanda alla Bibliografia su biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore, a cura della Commissione nazionale biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore dell’Associazione italiana biblioteche:

<https://www.aib.it/repertori/bibliografia-aggiornamento-2018-2024/>.

[2] Sul museo Spazi900 si rimanda a G. Zagra, La stanza di Elsa, Roma, Biblioteca nazionale centrale di Roma (d’ora in poi BNCR), 2015; E. Cardinale, «Ragazzi leggeri come stracci»: Pier Paolo Pasolini dalla borgata al laboratorio di scrittura, con un poemetto di M. Lodoli e un’appendice fotografica di R. Pais, Roma, BNCR, 2015; Spazi900: gallerie degli scrittori, a cura di A. De Pasquale ed E. Cardinale, Roma, BNCR, 2017. 

[3] C. Cecchi, Verso “La stanza di Elsa”, in G. Zagra, La stanza di Elsa, cit., pp. 63 e 64.

[4] M. Gregorio, In pagina e in scena: esporre nelle case di scrittori e nei musei letterari, in Conservare il Novecento: carte e libri in vetrina, Convegno Ferrara, Salone internazionale dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali, 1 aprile 2011, a cura di G. Zagra, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2012, p. 22. Sulle esposizioni letterarie si rimanda a Esporre la letteratura: percorsi, pratiche, prospettive, a cura di A. Kahrs e M. Gregorio, Bologna, CLUEB, 2009, in particolare a C. Albano, Il potere narrativo degli oggetti nelle esposizioni biografiche: «Se gli oggetti biografici hanno in primo luogo una funzione personale, la loro trasformazione in reliquie moderne assume un più ampio significato sociale e culturale: mette in luce il potere evocativo – immaginativo o emotivo – degli oggetti stessi, che divengono a pieno titolo portatori di forma e contenuto delle narrazioni biografiche. Inoltre, proprio il carattere intimo degli oggetti, che abbandonano la funzione di semplici effetti personali per approdare allo statuto di reliquie, facilita l’identificazione della persona con le narrazioni (nazionali, culturali…) incarnate negli oggetti stessi, in quanto capaci di creare uno spazio empatico tra il manufatto quale reliquia biografica e chi lo osserva» (ivi, p. 107). Cfr. Musei letterari e di musicisti in Italia, a cura di Micaela Guarino, ICOM Italia, 2020, <https://www.icom-italia.org/wp-ontent/uploads/2020/02/ICOMItalia.CTMuseiLetterariMusicisti.Pubblicazione.2020.pdf> e, sul tema delle biblioteche anche come luoghi di esposizione del loro patrimonio, Le Biblioteche anche come musei: dal Rinascimento ad oggi, a cura di S. de Capua, coordinamento scientifico di A. De Pasquale, Roma, BNCR, 2019.

[5] Sulle opere d’arte presenti nel museo Spazi900 si rimanda a E. Cardinale, Ricostruire le stanze degli scrittori tra carte, libri e opere d’arte: Spazi900 alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, in Allestire l’arte: collezioni accessibili, Convegno ideato, promosso e realizzato dalla Direzione generale Musei, Roma, 26-27 novembre 2024, in corso di stampa.

[6] E. Morante, Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, in Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Milano, Mondadori, 1990, vol. II, p. 140.

[7] Cfr. E. Cardinale, Tra carte, libri, oggetti e arredi: il Fondo Deledda alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, in «Sento tutta la modernità della vita». Attualità di Grazia Deledda a 150 anni dalla nascita, a cura di D. Manca, Nuoro-Cagliari, ISRE-AIPSA, 2022, vol. II, pp. 389-400.

 

[8] V. Sereni, Saba, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1986, p. 144.

[9] Per una descrizione della Sala Italo Calvino si rimanda a E. CARDINALE, Lo sguardo dell’archeologo: Calvino mai visto, prefazione di G. CALVINO, introduzione di S. CAMPAGNOLO, con un saggio di A. DE PASQUALE, Roma, BNCR, 2023. Proprio a partire dagli oggetti provenienti dall’abitazione romana di Piazza in Campo Marzio 5 è stato allestito nel 2023 il percorso espositivo della mostra organizzata dalla Biblioteca nella ricorrenza del centenario della nascita dello scrittore.

[10] I. Calvino, Il libro, i libri, in Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, t. II, p. 1847.

[11] ID., Il Pasticciaccio, in Saggi, cit., t. I, p. 1076.

[12] ID., Lezioni americane, in Saggi, cit., t. I, p. 688.

Ricostruire le stanze degli scrittori: l’autore e i suoi oggetti

Eleonora Cardinale

 

Riassunto:

L’intervento presenta il progetto museale di Spazi900 della Biblioteca nazionale centrale di Roma, focalizzando l’attenzione sul ruolo degli oggetti nella ricostruzione delle stanze d’autore
 

Parole chiave: Biblioteca nazionale centrale di Roma, Museo Spazi900, Sala Italo Calvino, Elsa Morante, Grazia Deledda, Umberto Saba

 

 

Abstract:
The essay presents the Spazi900 museum project of the National Central Library of Rome, focusing on the role of objects in the reconstruction of the rooms of authors.

 

Keywords: National Central Library of Rome, Spazi900 museum, Italo Calvino Room, Elsa Morante, Grazia Deledda, Umberto Sab

 

 

Archivi letterari e biblioteche d’autore sempre più si presentano come fondi d’autore complessi, caratterizzati da diverse tipologie di beni culturali, che richiedono uno specifico trattamento per la loro corretta conservazione, gestione e valorizzazione[1]. Nella cessione di fondi d’autore agli istituti di conservazione, una caratteristica degli ultimi anni è stata, infatti, quella di acquisire non solo carte e libri, ma anche tutti quegli elementi che contribuiscono a ricostituire il laboratorio di scrittura dell’autore: arredi, oggetti e opere d’arte. La loro acquisizione ha connaturata un’immediata valenza espositiva, risulterebbe riduttivo la loro mera conservazione nei depositi librari. La Biblioteca nazionale centrale di Roma ha avviato così il progetto di ricostruire le stanze degli scrittori e di realizzare il primo museo dedicato alla letteratura italiana contemporanea in una biblioteca pubblica: Spazi900. Inaugurato nel 2015 da un’idea e progetto dell’allora direttore Andrea De Pasquale e curato dalla scrivente, il museo, con un allestimento sempre in fieri, dà voce a diverse figure del Novecento attraverso stanze e sezioni d’autore, in un intreccio tra carte, libri, oggetti, opere d’arte e arredi[2].

Spazi900 si apre, non a caso, con una stanza d’autore, La stanza di Elsa, che ha costituito nel 2015 il nucleo fondativo del museo. Infatti, il Fondo Morante ha rappresentato per la Biblioteca il primo caso di acquisizione non solo dell’archivio, a partire dai manoscritti delle opere, e della biblioteca personale, ma anche degli arredi, oggetti e opere d’arte del suo studio a via dell’Oca 27. Come ricorda Carlo Cecchi nel 2015:

 

Restavano ancora a casa mia la biblioteca, la discoteca, i mobili e gli oggetti dello studio, i quadri di Bill Morrow e i due ritratti di Elsa.

Se la biblioteca di Elsa era da sempre destinata ad aggiungersi al Fondo manoscritti, che cosa sarebbe successo delle altre cose, quando io fossi morto?

Soprattutto mi preoccupava il destino dei quadri di Bill Morrow. Non volevo che si disperdessero. […]

Ora quello studio è stato ricostruito nell’area museale Spazi900 della Biblioteca nazionale centrale di Roma. Sono stati aggiunti, rispetto allo studio originale, i due ritratti di Carlo Levi e Leonor Fini e quei quadri di Bill Morrow che erano ciò a cui Elsa teneva più di ogni altra cosa.[3]

 

Nel ricostruire le stanze d’autore una particolare attenzione è rivolta agli oggetti, che non risultano mai casuali, anzi rivelano con la loro presenza rapporti, incontri, viaggi e contribuiscono alla conoscenza dell’autore, della sua biografia, della sua opera, del suo mondo e immaginario. Le fotografie degli ambienti originari divengono una fonte documentaria di primaria importanza, attraverso la quale è possibile riconoscere, ritrovare, riscoprire e ricollocare gli oggetti. Si crea così una nuova narrazione che prende corpo dalla relazione tra gli oggetti e tra questi e il visitatore/utente, dove tutti gli elementi entrano in gioco:

 

Prioritaria e imprescindibile rimane pertanto l’attenzione agli oggetti, anche d’uso quotidiano, legati alla figura e alla vita dello scrittore o della scrittrice, poiché di fronte a quegli oggetti, dove la lingua non ha alcun ruolo, il visitatore non avverte distanza e può stabilire senza alcuna difficoltà un primo, immediato rapporto empatico con quella figura. Si tratta poi, però, di creare un contesto espositivo in cui gli oggetti siano usati per dar corpo – mettere in scena – la relazione tra chi scrive, il suo ambiente umano e geografico e la sua opera, in primo luogo, e tra lo scrittore o la scrittrice e la storia, la società, la tradizione.[4]

 

La stanza di Elsa alla Nazionale di Roma conduce il visitatore nel laboratorio della scrittura: al centro della stanza la scrivania con la macchina per scrivere elettrica IBM utilizzata per Aracoeli, insieme alla sedia, alla panca in vimini e alla poltrona in cuoio; ai lati due librerie speculari con la collezione dei dischi e il giradischi, e una libreria più piccola con alcune edizioni delle sue opere. Alle pareti i ritratti a olio di Carlo Levi e dell’amica Leonor Fini, che raffigurano Morante negli anni della giovinezza, e i nove quadri dai variopinti colori del giovane pittore americano Bill Morrow[5].

Tuttavia, alle pareti, oltre alla riproduzione di Don Quichote di Pablo Picasso, cattura l’attenzione anche il collage da lei realizzato con diversi ritagli di stampa, dove compaiono, insieme ai gatti, molti volti tra i suoi preferiti: Mozart, Rimbaud, Rembrandt, Spinoza, Simone Weil. Se lo sguardo poi si sofferma sugli scaffali delle librerie, alcuni di quei volti si ritrovano incorniciati: il ritratto di Mozart e due ritratti di Rimbaud, insieme al Ritratto di fanciullo di Giovanni Bellini. Ma sui ripiani sono presenti anche un piccolo portaritratti di colore verde con la fotografia di Simone Weil e il più grande portaritratti in cuoio che conserva 5 fotografie di Bill Morrow, insieme al dépliant della sua mostra parigina, la fotografia di Morante pubblicata nella quarta di copertina de L’isola di Arturo e due fotografie di gatti. Non stupisce, inoltre, la presenza di gatti e della Veduta della terra e marina di Procida.

Anche nel suo studio Elsa Morante si circonda dei Felici Pochi, schedati e rubricati nella croce de La canzone degli F.P. e degli I.M. in tre parti ne Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi. Nella croce si incontrano i nomi di Arturo Rimbaud «(l’avventura sacra)», Giovanni Bellini detto Giambellino «(la salute dell’occhio, che illumina il corpo)», Simona Weil «(l’intelligenza della santità)», Volfango A. Mozart «(la voce[6].

Nello spazio della scrittura Morante è in compagnia di figure per lei centrali, ma il bene più prezioso rimane la carta. Risme di carta Fabriano Cartiere Miliani (chinese paper bianco) sono presenti tra gli scaffali, sulla scrivania, e soprattutto fogli bianchi sono custoditi all’interno di un “forziere” in ferro chiuso a chiave, posto accanto alle librerie, quasi nascosto alla vista.

 

 

Fig. 1 – La stanza di Elsa, Spazi900, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

Il potere evocativo degli oggetti caratterizza anche la prima Galleria degli scrittori del museo, che si apre con lo spazio dedicato a Grazia Deledda dal titolo Sotto il cedro del Libano. Grazia Deledda a Roma. Viene ricostruita la sala da pranzo del villino romano di via Porto Maurizio 15 con gli arredi, oggetti e quadri originari[7]. Se alle pareti risaltano il suo ritratto a olio firmato da Plinio Nomellini e la casa di Nuoro rappresentata sia da Tino Pelloni sia dalla sorella Nicolina Deledda, l’attenzione anche in questo caso cade su due oggetti: una bambola e un pupazzo. La bambola è un dono della scrittrice alla nipote Mirella, come testimonia una fotografia che le ritrae, insieme alla bambola, nel giardino della casa romana. Il pupazzo è realizzato dall’artista futurista sardo Eugenio Tavolara; in una fotografia Deledda è ritratta nella sua abitazione proprio con il pupazzo di Tavolara.

 

 

Fig. 2 – Spazio Grazia Deledda, Spazi900, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

La segreta officina di scrittura prende vita anche nella stanza di Umberto Saba, che chiude la prima Galleria degli scrittori: ricostruzione simbolica dell’abitazione triestina di via Crispi 56 con alcuni arredi originari e, alle pareti, i ritratti di Umberto, Lina e Linuccia e i dipinti della figlia. Insieme a una fotografia di Elsa Morante con sua dedica autografa a Umberto Saba – «A Saba / con amore / Elsa» –, si incontrano gli oggetti più peculiari del poeta quali la pipa e il bastone, come ricorda Vittorio Sereni nella poesia Saba:

 

Berretto pipa bastone, gli spenti

oggetti di un ricordo.

Ma io li vidi animati indosso a uno

ramingo in un’Italia di macerie e di polvere.[8]

 

 

Fig. 3 – La stanza di Umberto Saba, Spazi900, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

Dalle suggestioni degli spazi, intimi e privati, del museo il percorso si prolunga all’interno della Biblioteca, nella Sala Falqui, l’area dedicata alla conservazione e consultazione del Novecento letterario. Lì, nel 2021, è stata inaugurata l’ultima stanza d’autore della Nazionale: la Sala Italo Calvino. Viene riallestito il salone-studio dell'abitazione romana di Campo Marzio con le tre librerie bianche e la libreria “divisorio”, che conservano la biblioteca personale, i divani, la scrivania in cristallo, insieme agli arredi della “stanza del solitario” con la scrivania in legno di Parigi e il mobile-libreria proveniente dalla casa torinese[9]. Da una parte si tratta di una sala di studio e ricerca, che custodisce il fondo archivistico e bibliografico dell’autore, dall’altra di uno spazio espositivo, aperto a tutti i visitatori/utenti della Biblioteca.

Se le pareti della Sala restituiscono rapporti significativi con artisti quali Gianfranco Baruchello e Toti Scialoja, oltre a stampe di Alexander Calder, Paul Klee e Saul Steinberg, attirano l’attenzione anche i singoli oggetti presenti nei molteplici scaffali e arredi. Proprio un oggetto “simbolico” colpisce subito lo sguardo di chi entra nella Sala perché si trova al centro della grande libreria bianca, sullo scaffale dedicato a Carlo Emilio Gadda, tra i più significativi della sua biblioteca: una farfalla, nella cui custodia è presente l’etichetta «Moyaho Menclaus (Brésil Guyane)». Un’altra etichetta, posta sempre nel retro della custodia, rivela il negozio parigino dove la farfalla è stata acquistata: «A & R. Lyon naturalistes» al n. 171 di Boulevard Saint-Germain. La farfalla era già presente in uno scaffale della libreria dell’abitazione parigina. Forse non sarà un caso che Calvino ricorra proprio al paragone con una farfalla nel suo importante intervento alla Fiera del Libro di Buenos Aires del 1984, rilevante anche per tentare di comprendere il particolare ordinamento dato alla sua biblioteca: «la verità si trova solo inseguendola dalle pagine d’un volume a quelle d’un altro volume, come una farfalla dalle ali variegate che si nutre di linguaggi diversi, di confronti, di contraddizioni»[10]. Lo sguardo dal punto centrale della farfalla si allarga su un libro, su quello che lo precede, su quello che lo segue, sull’intero scaffale, sui molteplici scaffali colmi di volumi, alla ricerca di presenze e assenze, di associazioni volontarie e involontarie, di relazioni tra lo scaffale e gli scaffali/saperi come un «sistema di sistemi» di gaddiana memoria: «È il ribollente calderone della vita, è la stratificazione infinita della realtà, è il groviglio inestricabile della conoscenza ciò che Gadda vuole rappresentare»[11].

Dal salone si entra nello spazio privato ma, al tempo stesso, aperto del vero e proprio studio, dove si trova il tavolo di lavoro. Sulla scrivania, accanto alla macchina per scrivere Lettera 22 dell’Olivetti di color verde, una sfera di cristallo restituisce le infinite sfaccettature dello spazio, tra librerie, libri, quadri, oggetti, sfumati e deformati. Nella lezione Esattezza Calvino scrive a proposito del cristallo: «Il cristallo, con la sua esatta sfaccettatura e la sua capacità di rifrangere la luce, è il modello di perfezione che ho sempre tenuto come un emblema»[12]. Quella stessa sfera di cristallo, con la sua capacità di rifrangere la luce, è tenuta in mano da Calvino sul terrazzo dell’abitazione romana in una nota fotografia dell’autore di Gianni Giansanti, con alle spalle la “baraonda di tetti” descritta in Palomar. Accanto è posata una penna stilografica Mont Blanc: è un regalo dell’amico Bernardo Valli per il suo sessantesimo compleanno, come prova anche la garanzia che reca la data 14 ottobre 1983. Con probabilità si tratta dell’ultima penna stilografica di Calvino, utilizzata per scrivere i bloc-notes delle Norton Lectures, destinate a vedere la luce postume con il titolo di Lezioni americane. Sulla sedia dietro la scrivania è poggiato un maglione di lana, non uno casuale ma quello con il quale lo scrittore è ritratto, con in braccio la figlia Giovanna bambina, in una fotografia scattata da Carla Cerati al Cinquale nell’agosto 1969.

Proprio con il maglione, dal forte potere evocativo, il visitatore stabilisce un immediato rapporto empatico. Oggetti, opere d’arte, arredi permettono di entrare così nell’intima officina di lavoro e di vita, contribuendo a restituire un’immagine dell’autore, la sua opera, la sua attività, la sua rete di relazioni. Spetta, allora, al visitatore/utente continuare a far vivere e ad arricchire quegli spazi con la propria esperienza di visita ogni volta differente e con sempre nuovi percorsi di ricerca da intraprendere.

 

 

Fig. 4 – Sala Italo Calvino, Biblioteca nazionale centrale di Roma [© BNCR].

 

 

 

[1] Su queste tematiche si rimanda alla Bibliografia su biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore, a cura della Commissione nazionale biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore dell’Associazione italiana biblioteche:

<https://www.aib.it/repertori/bibliografia-aggiornamento-2018-2024/>.

[2] Sul museo Spazi900 si rimanda a G. Zagra, La stanza di Elsa, Roma, Biblioteca nazionale centrale di Roma (d’ora in poi BNCR), 2015; E. Cardinale, «Ragazzi leggeri come stracci»: Pier Paolo Pasolini dalla borgata al laboratorio di scrittura, con un poemetto di M. Lodoli e un’appendice fotografica di R. Pais, Roma, BNCR, 2015; Spazi900: gallerie degli scrittori, a cura di A. De Pasquale ed E. Cardinale, Roma, BNCR, 2017. 

[3] C. Cecchi, Verso “La stanza di Elsa”, in G. Zagra, La stanza di Elsa, cit., pp. 63 e 64.

[4] M. Gregorio, In pagina e in scena: esporre nelle case di scrittori e nei musei letterari, in Conservare il Novecento: carte e libri in vetrina, Convegno Ferrara, Salone internazionale dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali, 1 aprile 2011, a cura di G. Zagra, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2012, p. 22. Sulle esposizioni letterarie si rimanda a Esporre la letteratura: percorsi, pratiche, prospettive, a cura di A. Kahrs e M. Gregorio, Bologna, CLUEB, 2009, in particolare a C. Albano, Il potere narrativo degli oggetti nelle esposizioni biografiche: «Se gli oggetti biografici hanno in primo luogo una funzione personale, la loro trasformazione in reliquie moderne assume un più ampio significato sociale e culturale: mette in luce il potere evocativo – immaginativo o emotivo – degli oggetti stessi, che divengono a pieno titolo portatori di forma e contenuto delle narrazioni biografiche. Inoltre, proprio il carattere intimo degli oggetti, che abbandonano la funzione di semplici effetti personali per approdare allo statuto di reliquie, facilita l’identificazione della persona con le narrazioni (nazionali, culturali…) incarnate negli oggetti stessi, in quanto capaci di creare uno spazio empatico tra il manufatto quale reliquia biografica e chi lo osserva» (ivi, p. 107). Cfr. Musei letterari e di musicisti in Italia, a cura di Micaela Guarino, ICOM Italia, 2020, <https://www.icom-italia.org/wp-ontent/uploads/2020/02/ICOMItalia.CTMuseiLetterariMusicisti.Pubblicazione.2020.pdf> e, sul tema delle biblioteche anche come luoghi di esposizione del loro patrimonio, Le Biblioteche anche come musei: dal Rinascimento ad oggi, a cura di S. de Capua, coordinamento scientifico di A. De Pasquale, Roma, BNCR, 2019.

[5] Sulle opere d’arte presenti nel museo Spazi900 si rimanda a E. Cardinale, Ricostruire le stanze degli scrittori tra carte, libri e opere d’arte: Spazi900 alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, in Allestire l’arte: collezioni accessibili, Convegno ideato, promosso e realizzato dalla Direzione generale Musei, Roma, 26-27 novembre 2024, in corso di stampa.

[6] E. Morante, Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, in Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Milano, Mondadori, 1990, vol. II, p. 140.

[7] Cfr. E. Cardinale, Tra carte, libri, oggetti e arredi: il Fondo Deledda alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, in «Sento tutta la modernità della vita». Attualità di Grazia Deledda a 150 anni dalla nascita, a cura di D. Manca, Nuoro-Cagliari, ISRE-AIPSA, 2022, vol. II, pp. 389-400.

 

[8] V. Sereni, Saba, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1986, p. 144.

[9] Per una descrizione della Sala Italo Calvino si rimanda a E. CARDINALE, Lo sguardo dell’archeologo: Calvino mai visto, prefazione di G. CALVINO, introduzione di S. CAMPAGNOLO, con un saggio di A. DE PASQUALE, Roma, BNCR, 2023. Proprio a partire dagli oggetti provenienti dall’abitazione romana di Piazza in Campo Marzio 5 è stato allestito nel 2023 il percorso espositivo della mostra organizzata dalla Biblioteca nella ricorrenza del centenario della nascita dello scrittore.

[10] I. Calvino, Il libro, i libri, in Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, t. II, p. 1847.

[11] ID., Il Pasticciaccio, in Saggi, cit., t. I, p. 1076.

[12] ID., Lezioni americane, in Saggi, cit., t. I, p. 688.