“Riattivare gli spazi
Case, oggetti e arredi: tra museo e archivio”
Caterina Borelli
Riassunto:
Come confrontarsi con le case d'autrici[1], dove ogni cosa presente, che sia oggetto, libro, foto, collezione ha una sua ragione d'essere in quello specifico luogo e contesto, nell’azione che li univa alla proprietaria e tra di loro? Può l’ambiente domestico e l’insieme delle cose che contiene, essere una chiave per la comprensione e analisi delle opere della persona che ha vissuto lì anche quando il gesto che dava loro significato è scomparso? Che ruolo possono avere gli archivi in relazione alle case museo?
Parole chiave: Riattivare, case museo, relazione spaziale, memorializzazione, archivio
Abstract:
How can we approach artists’ homes, where every object, book, photograph or collection has its own reason of being in that specific place and context, as defined by the action that united them to the owner and to each other? Can the domestic environment and what it contains be a key to the understanding and analysis of the person that lived there, even after the gesture that gave them meaning has disappeared? What is the role archives could have in the relation to the house museums?
Keywords: To reactivate, house museum, spatial interaction, to memorialize, archives
Preambolo
Vorrei iniziare collegandomi alla prima parte di questa serie di incontri[2] in cui ho parlato della mia esperienza di artista nel confrontarmi con le collezioni dei miei genitori[3], di cui mi occupo. Concludevo il contributo riassumendolo con una parola: riattivazione. Vorrei partire dallo stesso sostantivo perché, dopo aver tanto pensato a questo intervento sono arrivata alla stessa parola, come se la chiave del mio affrontare gli archivi di famiglia, la stessa motivazione che ho usato per fare un documentario sulla casa di mio padre e, per estensione a parlarne oggi qui con voi, siano tutte collegate alla riattivazione del luogo come recipiente di azioni, relazioni e reazioni.
Nel mio intervento di oggi vorrei mettere in evidenza come l’interazione tra casa-museo - con i suoi oggetti e arredi - e archivio, possa essere il punto di partenza per riattivare uno spazio.
1 Luogo e comportamento
Ho accolto volentieri l’invito a partecipare dato che le mie opere hanno come punto di partenza, appunto, i luoghi. Lo stimolo iniziale che mi attira, di solito intuitivo, oppure la percezione di qualcosa che sento letteralmente ‘fuori luogo’, si trasforma nel centro da cui sviluppo il mio lavoro di artista e filmmaker. Cosa cerco nell'architettura è come cambi e sia trasformata dall’uso che ne fanno gli abitanti. E come, viceversa, nell'interazione tra architettura e persone, il comportamento di queste ne sia cambiato e trasformato. Il rapporto tra spazio, architettura e oggetti, nella formazione del sé, diventa ancora più evidente osservando come spazi religiosi, castelli e biblioteche (per fare tre esempi) condizionino il comportamento di chi li attraversa: immediatamente status sociale e comportamento della persona si evidenziano come appartenenti o estranei. Per estensione lo stesso si può dire degli spazi ‘coloniali’, delle prigioni oppure delle abitazioni delle antiche servitù. Lo spazio crea l'utente e allo stesso tempo lo riflette. In sintesi il mio lavoro osserva l'architettura e il ‘built environment’ in generale, come strumenti per parlare delle persone e della società.
2 La base
Se nel passato ho sempre guardato a luoghi pubblici (città, villaggi o edifici) nel 2019 con il documentario «The House He Built»[4] ho messo al centro il luogo che viene considerato il più privato per eccellenza: una casa di famiglia. Preparando questo lavoro, nel 2017 ho scritto un saggio per la rivista belga Mnemosyne[5]. In quel contributo spiegavo le ragioni all’origine del documentario, un film in cui la casa di mio padre è protagonista. L’articolo traccia dall'idea iniziale di biografia in tre dimensioni, al suo sviluppo, in un'osservazione della relazione sensoriale che si crea tra persona, spazio e oggetti, come tra memoria, spazio e tempo.
foto n. 1: fermo immagine dal film The House He Built, Caterina Borelli, 2020
Nell’introduzione scrivevo: ≪Quanto del senso di sé è intriso nello spazio e negli oggetti di cui ci circondiamo? È possibile fare la biografia di una persona attraverso lo spazio dove vive e gli oggetti che possiede? Queste due domande sono alla base del documentario…Il film ha luogo interamente nella sua casa, piena degli oggetti, immagini e dei più di 50,000 libri che ha accumulato … Ciascuna di queste cose è intimamente legata a lui e diventa un detonatore che gli permette di accedere ai ricordi e alla narrazione del sé≫.[6] Il film è un tour guidato da mio padre, nei quattro piani dell’appartamento. Abbiamo percorso assieme gli ambienti e le stanze e ho lasciato che dalle cose che incontravamo nel nostro cammino scaturissero la sua memoria e il racconto. ≪ (nel caso di Sergio) si tratta di uno spazio reale, che più che uno strumento definirei come un complice. Infatti la casa, … diventa il detonatore che fa scattare le narrazioni del passato, l'accesso alla sua stessa memoria. ≫ [7]
Studi precedenti sugli oggetti evocativi hanno affermato che sono "buoni per pensare", o stimolano il pensiero, come mezzo per accedere a un “armadio della memoria" autobiografico. (Turckle 2007, 4, 5)
Non si tratta di guardare una fotografia e ri-immaginare un passato personale, ma del modo in cui i nostri modi di essere, le nostre abitudini, vengono influenzati inconsciamente. (B. CARTWRIGHT Evocative
Objects: the Role of Architecture in Creating a Habit of Mind ≪The Senses and Society≫ 2016,11:2, 114-135)
In una trasposizione visiva delle due citazioni (Turckle e Cartwright), nel film, quando mio padre apre un cassetto ed elenca quello che trova, per esempio una collezione di ex voto d’argento, non li ‘spiega’ ma ci dice che sono ≪…una storia intima del mondo≫ [8]collegandoci cosi direttamente alla sua personale interpretazione di quegli oggetti e rivelando la ragione per averli collezionati. Nei suoi occhi sono una collezione di narrazione di vite, non una serie di riproduzioni di metallo di organi umani. Oppure quando alla domanda ≪Perché hai tutti questi quadri religiosi quando sei ateo? ≫ risponde: ≪Perché sono un’intensa preparazione alla storia della televisione≫ [9] ricollegando così delle immagini ‘classiche’ di rappresentazione popolare religiosa alla sua interpretazione e analisi critica da professionista e intellettuale sulla relazione tra medium e messaggio.
foto n. 2: fermo immagine dal film The House He Built, Caterina Borelli, 2020
Cosa succede però quando si interrompe il legame tra persona/autrice e ambiente? Cosa succede quando la persona scompare: come ricollegarsi al luogo, al significato di questi oggetti e soprattutto alla loro relazione spaziale se la proprietaria è scomparsa e con lei il gesto che le dà significato e ragione di essere proprio in quel luogo preciso? Quando un luogo privato diventa pubblico? Quando e perché si rompe la dicotomia pubblico – privato? Quando la casa diventa museo?
3. Pubblico o privato?
La prima reazione che ho avuto è stata interrogarmi sull’esistenza stessa delle case-museo. Mi sono chiesta se sia giusto ‘esporre’ degli ambienti nati per essere privati, dove normalmente l’accesso è selettivo in quanto deciso a discrezione delle proprietarie. In partenza ho escluso le case che architetti e designer, professioniste dell’abitare, hanno costruito per sé stesse e dove hanno vissuto.[10] Nel loro caso l’opera e il luogo si sovrappongono, per cui quando le visito le percepisco come un loro ‘manufatto’, non come una casa museo. Ma questo non è sempre implicito nelle case degli artisti, musicisti, scrittori o di altre persone il cui lavoro ha cosi influito sulla cultura di una società, da far sì che le loro abitazioni vengano protette, conservate e aperte al pubblico.
Nonostante si tratti di una domanda retorica, dato che questa scelta viene fatta dal soggetto/autrice o dagli eredi - presumibilmente in accordo con le sue volontà - quello che mi chiedo è perché farlo. Ammetto che questo pensiero possa sembrare la negazione dell’importanza che ho sempre dato ai luoghi e soprattutto, alla relazione che si crea nello spazio tra arredi, oggetti e la fruitrice. Relazione che emerge chiaramente osservando il modo in cui la persona organizza la propria dimora e si muove al suo interno, ma anche nella sua interazione con gli oggetti.
Se uno spazio ha ragione di essere nella relazione con la persona che lo ‘anima’, quando lo spazio, una casa, gli oggetti, gli arredi – ‘soggetti’ per natura muti – diventano parlanti? E a chi si rivolgono? Chi sa ascoltarli?
4. In che momento si ferma il tempo? Il punto zero
Le case non sono un palinsesto, non si possono staccare o sbucciare via gli strati che l’hanno composta negli anni. Rimangono congelate nel momento dell’abbandono, della rottura. Ciononostante sono intrise delle emozioni, delle vite e dei fatti che sono accaduti al loro interno: l'ambiente risuona quasi fosse un essere visibile e tangibile che si trasforma nel tempo, in un processo che segue quello delle persone che in esse vivono, le mura contengono un riverbero. ≪La casa, come il suo corpo (di Sergio, ndr) che cambiava nel tempo, era in continua mutazione: le stanze si dividevano, le librerie si moltiplicavano e lo spazio vitale diminuiva seguendo la sua progressiva difficoltà a camminare. E nella sua capacità di mutamento si dimostrava la sua essenza di organismo vivente.… ≫[11].
Ma questo ‘organismo vivente’ sopravvive alla morte della persona? È forse questo che cerchiamo quando visitiamo una casa-museo?
La casa smette di trasformarsi nel momento dell’abbandono. Questo diventa il suo punto zero, il momento in cui si è fermata nel tempo. Andandosene la persona taglia il cordone ombelicale che condivide con lo spazio, e ‘l’organismo vivente’ si spegne. Quello che rimane è la possibilità di entrare nell’ambiente della persona in un momento preciso della sua vita, appunto quello dell’abbandono o della morte (spesso in coincidenza con la vecchiaia). Quindi la maggioranza delle case-museo riflettono la persona alla fine della sua vita, gli sopravvivono come testimonianza di un periodo preciso della sua evoluzione. Si congelano nel momento dell’abbandono, del distacco definitivo. Ma se poi la casa continua ad essere abitata, cosa riflette? Come la Casa Balla a Roma, in cui ho ritrovato più la vita delle figlie dell’artista che lui stesso, a conferma che le case, se continuano a essere usate come ambiente domestico, continuano a vivere come riflesso del nuovo soggetto proprietario. Lì dopo la morte dell’artista (padre) la casa ha inanellato un continuum vitale nello svolgersi della vita dell’artista Luce (figlia) e di sua sorella.
5. Trasformazione
Se è «…la casa che archivia e dà, tiene, mantiene e restituisce…”»[12], cosa restituisce a noi adesso? Com’è la sua relazione col tempo? Visitandola forse sentiamo la presenza di un genius loci? La fondazione Christo e Jeanne-Claude a Manhattan[13], sta ora valutando se aprire al pubblico il loro loft, parte dell’edificio che ospita anche l’archivio degli artisti. Nelle parole della curatrice: ≪ “Considero l’appartamento e lo studio parte del nostro archivio, soprattutto perché Christo e Jeanne-Claude li hanno costruiti con le loro mani…” afferma Lorenza Giovanelli, responsabile della collezione e delle mostre della fondazione. “Vogliamo trovare un modo per mantenere viva la loro eredità, preservando lo spazio in cui hanno vissuto e lavorato”. ≫ . L’articolo poi continua citando l’archivista: ≪ "Ciò che attrae le persone a SOHO, in primo luogo, è l'aura del possibile", ha detto la signora Ohta, "e (questa aura ) emana dalle ossa stesse dell'edificio"[14] Questo commento però si rifà a qualcosa ben aldilà della coppia di artisti: proietta sulla loro casa un’aura che rappresenta la vita di un quartiere in un certo momento preciso della sua storia. Visitandolo, il loro studio si trasformerebbe in uno spazio ‘generico’ che verrebbe a rappresentare quello di molti altri artisti della loro generazione che vissero a SOHO? O riterrebbe la sua specifica identità?
foto n. 3: Scene romane, dal sito del Museo di Roma in Trastevere https://www.museodiromaintrastevere.it/it/collezioni/percorsi_per_sale/scene_romane
E come reagiamo e leggiamo la presenza del tempo, quando la polvere ricopre gli oggetti e i mobili? Il Museo in Trastevere a Roma conserva ‘intatto’ lo studio del poeta locale Trilussa. Si tratta di un trapianto, dato che questo è stato trasportato in una stanza del museo dal suo luogo di origine, la casa dove viveva il poeta. Manca il resto della casa, non poco. Manca il quartiere, non poco. Quando la visito la mia sensazione è di immobilità e questo arresto del tempo fuori dal suo contesto mi apre a una perdita di significato. Vedo solo un’accumulazione di oggetti polverosi. Guardo un contenitore vuoto dove sento mancare il gesto che gli dà vita e significato. Tra l’altro la stanza è l’ultima di una serie in cui sono riprodotte 8 scene di vita popolare romana, ispirate dai quadri di Bartolomeo Pinelli[15]. Queste scene, logorate dal tempo e dalla polvere, richiamano un museo delle cere fatiscente, e certo non aiutano quando alla fine si arriva allo studio di Trilussa.
Devo anche dire che la mia esperienza si rifa’ a una visita di 3 anni fa. Adesso a quanto pare il museo ha trasformato lo studio del poeta con un intervento multimediale affidato allo Studio Azzurro di Milano.
Gli ex voto di mio padre che ritrovo adesso nella sua casa abitata dalle mie sorelle, sono diventati oggetti decorativi, non sono più la storia intima del mondo’ di cui parlava lui. Lo stesso per le tante immagini religiose che ci ha lasciato: è ormai persa la relazione con la televisione di cui le investiva. Ma il pensiero di poter visitare la casa ma soprattutto il giardino di Monet a Giverny mi riempie di gioia. E mi dà felicità sapere che sia aperta al pubblico la casa di Peppino Impastato perché lo vedo come un riconoscimento al suo valore e trovo l’esistenza della sua casa la continuazione della sua sfida alla mafia, un gesto di resistenza che si prolunga anche con la visita a questo luogo e con le attività che questo luogo genera. È una maniera di rendergli omaggio, non poco. Forse, appunto, è la mia maniera di rendergli omaggio, un gesto personale, una proiezione soggettiva. Lo stesso per Giverny, la mia gioia è di poter camminare in un giardino cosi ricco di significato artistico e forse non si può separare dal mio piacere nel visitare qualsiasi giardino. Per cui la differenza tra svuotamento e ritrovamento di significato è un’equazione che si mantiene nelle case d’artista? Qual è la differenza? Dov’è la differenza?
6. Come riattivare gli spazi?
In che modo esattamente lo spazio domestico trasmette la storia di chi l’ha abitato e di chi è la storia che viene raccontata? …Riformulare la conservazione del patrimonio storico come un esercizio in evoluzione piuttosto che come un insieme di buone pratiche. (Open house: reimagining the historic house museum by Lisa Junkin Lopez, The public historian, Vol. 37, No.2, pp.10-13, May 2015)
In questo momento mi trovo in residenza a I Tatti[16], la Villa che gli storici dell’arte Bernard Berenson e la moglie Mary[17] hanno donato all’università di Harvard per farne un centro di ricerca sul Rinascimento italiano[18]. Qui a Firenze ho l'impressione di vivere il rapporto con il luogo come "un esercizio in evoluzione piuttosto che come un insieme di buone pratiche" proprio nel senso indicato dalle parole della Junkin Lopez. Mi sembra un ottimo esempio di quello che considero una casa museo ‘riattivata’. Questa era la residenza delle due studiose e noi borsisti ci muoviamo al suo interno durante le attività quotidiane di studio: consultiamo la loro biblioteca, pranziamo sui loro tavoli e sentiamo le presentazioni delle studiose e delle esperte, nelle sale circondati dalla loro collezione di opere d’arte. In questo transfer tra le antiche proprietarie e noi che ne usufruiamo, la loro presenza rimane nell’identità che hanno dato a come è disposto l’ambiente e gli oggetti che contiene. Questo si estende anche al giardino e ai terreni circostanti che, per volontà dei Berenson, non possono essere venduti. Allo stesso tempo adesso lo spazio è ritornato ad essere vivo grazie alla riattivazione che la nostra interazione con esso ha creato.
foto n. 4: mostra e presentazione, I Tatti - The Harvard University Center for Renaissance Studies. (Foto sin.: Giovanni Trambusti; foto destra: Caterina Borelli)
Inoltre negli anni la direzione del centro ha attivamente ricostruito, attraverso una serie di eventi, la connessione tra l’archivio e la casa, gli oggetti e le opere d’arte che contiene. Per esempio, a metà ottobre in occasione della presentazione di un quadro dopo un anno di restauro, ha avuto luogo una mostra in cui oltre all’opera, venivano presentati i relativi documenti e le fotografie presenti nell’archivio.[19] Oltre alle note dell’acquisto, a quelle relative ad antichi restauri o alla catalogazione, c’era anche una lettera in cui Berenson parlava di altri quadri dell’autore e di come la sua opinione sull’artista nel tempo fosse cambiata. La mostra accompagnava la presentazione di un’esperta e dei due restauratori.
Oppure pensiamo a Rungstedlund, la casa museo della scrittrice Karen Blixen/Isak Dinesen, la cui curatrice ha aperto lo spazio ad artisti invitandoli a intervenire con opere ispirate al luogo stesso. Inoltre ha ideato un programma di eventi e attività aperti al pubblico in cui alcuni oggetti vengono presentati assieme a immagini del periodo - foto, quadri, film - associate con essi, con il loro uso e con il loro uso in quel luogo. Per esempio è ora in corso una mostra in cui è esposta una Thangka, la bandiera di un tempio tibetano ritrovata recentemente nella casa della scrittrice. Oltre a due studiosi che l’hanno presentata, spiegandone il valore storico e culturale, è stato invitato un monaco buddista a fare la cerimonia di purificazione e consacrazione tradizionalmente associata a questo oggetto.
E qui ritorna la mia parola chiave: riattivazione.
In conclusione forse dobbiamo prendere in considerazione l’idea che le case-museo diventino spazi ‘morti’ senza un loro uso attivo. Questo in contrasto con gli archivi, dove l’opera delle autrici continua attraverso la possibilità di ricerca e di approfondimento che mettono a disposizione, aprendo le loro collezioni, anche se decontestualizzate dall’ambiente. Nel vuoto lasciato dall’autrice, il cui gesto è il solo che può dare senso al luogo, non ci rimane che costruire, con le nostre esperienze e usando gli strumenti che ci facilita l’archivio, percorsi per riattivare gli spazi che erano privati, aprendoli a nuovi significati, costruendo cosi un dialogo fuori dal tempo tra abitante di quel luogo e visitatore, che permetta di passare dalla memorializzazione all’azione.
[1] Nel testo ho scelto di scrivere con il femminile sovra esteso che comprende tutti i generi.
[2] La conferenza “Agende e agendine” tenutasi l’8 dicembre 2024 Fondazione Baruchello e Associazione Elio Pagliarani. Online URL < www.rossocorpolingua.it > nel supplemento del numero di marzo 2025.
[3] Giovanna Moro, giornalista e ricercatrice iconografica (Sartirana Lomellina (PV) 8/10/1920 – Roma 23/4/2012); Sergio Giacobbe Borelli, giornalista (Milano, 4/5/1923 – Roma 17/9/1921).
[4] “The House He Built” 75 min. regia di Caterina Borelli; prodotto da Caterina Borelli e Nora Guicheney per anonymous productions; ed Ernesto Faraco per Arsenale23. Roma 2019. Online URL < https://vimeo.com/ondemand/thehousehebuilt >.
[5] C.BORELLI The House He Built: autobiografia in una casa, ≪Mnemosyne≫ 2017, n. 10, pp. 129-141, ULP Presse Universitaire de Louvain.
[6]Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] “The House He Built” 75 min. regia di Caterina Borelli, cit.
[9] Ibidem.
[10] La loro professione implica sempre la creazione di uno spazio che li rispecchia in quanto autrici. Mentre considero che le committenti diventano co-autrici perché li abitano e, usandoli, li cambiano.
[11] C.BORELLI The House He Built: autobiografia in una casa, in ≪Mnemosyne≫, cit., pp. 129-141.
[12] Ibidem.
[13] Jeanne-Claude Denat de Guillebon (Casablanca 13/6/1935 - New York City 18/11/2009); Christo (Gabrovo (Bulgaria) 13/6/1935 – New York City 2020).
[14] “The NYC apartment where Christo and Jeanne-Claude cast their spell” The New York Times, 12/05/2025.
[15] Roma, 1781 – 1835.
[16] The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies/Il centro di studi sul Rinascimento dell’università di Harvard.
[17] Bernard Berenson: Butrimonys, Lituania 6/26/1865 – Villa I Tatti (Firenze) 10/6/1959; Mary Whitall Smith: Germantown, PA (USA) 1864 – Villa I Tatti (Firenze) 1954.
[18] Bernard Berenson ha lasciato, nel documento “On the future of I Tatti” (Sul futuro de I Tatti, Vallombrosa 18/8/1956) disposizioni precise sull’uso che voleva che si facesse della donazione della sua villa che destinava ad accogliere studiosi. Non solo mette a disposizione la biblioteca ma dispone anche che le opere d’arte che ha collezionato (nonché le terre che fanno parte della proprietà) rimangano come parte integrante e inalienabile del lascito. «Preferirei che le mie opere d’arte rimangano distribuite nella casa e non depositate in una stanza separata come se fossero in un museo o in una galleria». Online URL < https://itatti.harvard.edu/future-i-tatti >.
[19] La mostra è stata organizzata da Louise Arizzoli, Agnes Mongan curatrice della Fototeca e della collezione d’arte de I Tatti.