La vela fu uno delle più grandi invenzioni del mediterraneo
Alessandro Anil
La vela fu uno delle più grandi invenzioni del mediterraneo.
Il movimento era garantito dalla forza del corpo, dalla ripetizione
del gesto, dalla fatica condivisa su una linea d’acqua
che non concedeva scorciatoie. La vela non è un mezzo di potenza,
ma una superficie esposta, una pelle tesa che si offre
al movimento di ciò che non si vede, a una forza imprevedibile e contraria
come il vento. La vela cambiò la concezione del Mediterraneo.
Non si andava dove si voleva, ma dove il vento permetteva
e il vento non sempre era d’accordo. La vela non nasce per giorni
favorevoli, ma per quelli incerti. È una tecnologia della disobbedienza
parziale, un dispositivo che consente di avanzare purché si conosca
l’arte dell’obliquità, la geometria dello scarto. Navigare non è più
una questione di forza, ma disposizione, gettarsi nel nulla con la gola
scoperta, come chi offre il proprio nome alla fame dell’altro.
Bisogna piegare, cedere, trovare l’angolo. Il vento non può essere
cavalcato, ma intercettato; non seguito, ma trasformato. Il desiderio
raramente coincide con il tracciato, avanza per tagli, deviazioni,
attese, il movimento non è garantito, è una forma di ascolto,
una tensione incisa nell’assenza dell’altro. Non si può prevedere
il vento, né possederlo, ma solo essere disposti al cambiamento.
Avanzare controvento non è miracolo, ma tecnica che riconosce
l’assenza come parte dell’imbarcazione, anche nei giorni in cui il mare
si è chiuso in una lastra impenetrabile, la pelle resta tesa
perché ha imparato che il movimento è una disciplina della perdita
e che desiderare vuol dire restare in attesa del minimo segnale.