p. 1-48 > Oggetti crudeli. Il perturbante nella poesia contemporanea

Oggetti crudeli. Il perturbante nella poesia contemporanea

 

Loredana Magazzeni

 

abstract

Nell’ottobre 2023 Cetta Petrollo mi parlò del desiderio di organizzare, presso la Biblioteca Spazio Pagliarani, un incontro seminariale dal titolo Oggetti Crudeli, incontro dedicato al rapporto fra la percezione della crudeltà (nelle forme della distanza, oppressione, aggressione) nel proprio mondo (domestico, famigliare, sociale) e la sua rappresentazione attraverso gli "oggetti" linguistici e simbolici della poesia. Nei due incontri che seguirono, alcune poete italiane di diverse generazioni presentarono testi e riflessioni a partire dal concetto di crudeltà e di perturbante.

KEYWORD

Poesia contemporanea, oggetti crudeli, perturbante, violenza, stile

 

 

 

Nell’ottobre 2023 Cetta Petrollo mi parlò del desiderio di organizzare, presso la Biblioteca Spazio Pagliarani, un incontro seminariale dal titolo Oggetti Crudeli, incontro dedicato al rapporto fra la percezione della crudeltà (nelle forme della distanza, oppressione, aggressione) nel proprio mondo (domestico, famigliare, sociale) e la sua rappresentazione attraverso gli "oggetti" linguistici e simbolici della poesia.

Questa particolare tipologia poetica “perturbante” è presente, rifletteva Petrollo, soprattutto nelle poete delle ultime generazioni, che successivamente, in due incontri consecutivi, in presenza e online, ci hanno aiutato a mettere a fuoco la questione attraverso la lettura dei loro testi. Non si tratta nel nostro caso di poesia confessional, che implica un parlare di sé, ma, al contrario, la ricerca di una poetica e di un linguaggio straniati e stranianti, in cui il freddo, l’impersonalità, il gelo mettono in scena lo straniamento degli oggetti e dei soggetti. È una direzione di ricerca che merita, a nostro avviso, di essere indagata e messa in relazione.

Secondo il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che ne scrisse nel 1919, «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare».

Ho cercato di sondare lo stato dell’arte sul concetto di “crudeltà” nella scrittura: che cos’era in passato la cosiddetta letteratura della crudeltà, di cui hanno scritto Sanguineti, Artaud, Celine. In un saggio di Edoardo Sanguineti, Per una letteratura della crudeltà, del 1967, il critico rileva che “La letteratura non può metterci in rapporto (e in causa) con le cose stesse (con la vita, come si diceva una volta, e come diceva ancora Artaud) se non in quanto proponga idee che hanno la forza della fame”. 282.

Nel cinema la crudeltà ci evoca il pulp di Tarantino o dei Fratelli Coen. Nell’arte l’espressionismo tedesco, l’arte povera e l’arte folle. Nei miti e nelle favole ci ricorda la figura crudele di Barbablù. Ma in poesia cos’è la crudeltà? È la violenza contro le donne, il loro abuso, la sopraffazione e la guerra? O è altro, è una disposizione differente, di analisi e visione del reale, un non volere riconoscersi nella tessitura linguistica del mondo?

Se parliamo di denuncia della violenza sulle donne, dobbiamo risalire al mondo greco-romano.

Nel campo del mito greco la violenza è originaria: a Filomela viene tagliata la lingua per impedirle di raccontare alla sorella lo stupro subìto. Artemisia Gentileschi denuncia nei suoi quadri la violenza su cui si è fondata tutta la sua vita. L’immagine dipinta diviene allora il tribunale che porta questa volta il carnefice, e non solo la vittima, davanti ai riflettori. Tutta l’arte nel corso dei secoli ha rappresentato in forme diverse la violenza esibita nel mito, attraverso figure di donne potenti che si sono sottratte (Lucrezia, Elena).

Sappiamo che abbiamo bisogno di scrittori e artisti, per narrare la realtà. Essi esplorano il campo, aprono la mente. Là dove la politica si ferma, per mancanza di vere risposte, gli scrittori disegnano le mappe per inoltrarsi in sentieri mai percorsi, penso alla scrittrice palestinese Adania Shibli che, nel romanzo Un dettaglio minore, ci racconta qual è la sensazione di stallo e di impotenza in cui vivono i palestinesi, nell’abitare una terra divisa da oltre settant’anni di occupazione e di violenze.

La poesia sa dare voce simbolica all’indicibile, non solo a una violenza eccezionale, ma a quella quotidiana, pervasiva delle nostre vite. Ne dà un esempio la scrittrice Charlotte Perkins Gilman nel racconto La carta da parati gialla (inclusa nella bellissima antologia di racconti di autrici americane fra Otto e Novecento Donne d’America, a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti). Questo testo emblematico intreccia l'eredità culturale del racconto gotico con la denuncia sociale della condizione di subalternità della donna, ed è in parte ispirato all'esperienza di depressione post partum vissuta dall'autrice.

La sensazione di straniamento creato dal perturbante apre uno squarcio, una frattura nel rapporto con la realtà, lavora sulla realtà per modificarla. Ci avverte che qualcosa non funziona, stride. Non si tratta qui di disobbedire al canone o di cercare linguaggi alternativi, quanto di creare, con i propri materiali linguistici, una capacità di visione più ampia, trarne un guadagno individuale investendo in creatività nuove.

Per conoscere meglio il perturbante e volgerlo in bene, questi oggetti crudeli delle nostre poete sono anche un profondo esercizio di riparazione e di dialogo oltre e contro la crudeltà.

Nel quotidiano della poesia, il perturbante, che si esprime attraverso gli oggetti linguistici crudeli, straniati, ci impone la sua presenza portandoci fuori di noi, estraniandoci in una realtà irrelata: denti non ben allineati e sani, un bicchiere rovesciato, una porta socchiusa, mucche che si strappano la lingua, donne suicide, donne violate, spilli e ferrettini sul comò, pesci che nuotano sotto il letto, un silenzio, una sedia che manca, una penna come una bacchetta magica, una sommersione per acqua inaspettata.

Come scrive Chiara Zamboni, citando Maria Zambrano, lo sguardo del poeta intercetta nel quotidiano la possibilità dello squarcio:

“Il poeta non rinunciava, non cercava neppure, perché già possedeva. Possedeva immediatamente ciò che davanti a lui, ai suoi occhi, all’udito e al tatto appariva; possedeva ciò che guardava ed ascoltava, ciò che popolava i suoi sogni, i suoi personali fantasmi interiori, mescolati in tal modo con altri, con quelli che vagavano al di fuori, che uniti formavano un mondo aperto dove tutto era possibile”. 119 (Sentire e scrivere la natura).

 

Scrive ancora Zamboni in Sentire e scrivere la natura che la scrittrice Anna Maria Ortese ci ha abituati a un “andamento poetico, nel quale la natura si personalizza in forme mitiche e in personaggi atemporali. Fuori dalla casa -vicino al porto- gli elementi naturali diventano degli assoluti, che possono invadere a volte lo spazio interno delle stanze, che non difendono dalla loro pervasività” 40.

I fatti di cronaca degli ultimi giorni aggiungono un ulteriore tassello alla violenza sistemica che si riversa sulle donne, con i continui femminicidi, tra cui quello ultimo di Giulia Cecchettin, che ha particolarmente scosso le coscienze.

Ora, esiste una violenza strutturale che le poete denunciano, cui oppongono sacche di resistenza e sopravvivenze alternative, piccole comunità, compost, ma anche liste di abitudini, disordini, disobbedienze e perturbazioni del quotidiano.

Anni fa la Società italiana delle letterate ha organizzato un webinar sul tema del perturbante, categoria approfondita fin dal 2003 da Monica Farnetti e Uta Treder. Secondo Farnetti la risposta delle scrittrici al perturbante nelle loro vite non è l’angoscia ma l’accoglimento affettivo. L’alterità perturbante dell’altro va ad arricchire lo statuto relazionale dell’identità, proponendo uno spostamento verso un guadagno, quello di una alterità in grado di rivelarsi risorsa.

Ci viene in aiuto, nel parlare della categoria del perturbante, il pensiero di Donna Haraway. La realtà è essa stessa motivo di perturbazione se facciamo i conti col disastro ambientale dell’antropocene, per esempio, ma ci offre la possibilità di interrogarci su come creare una cultura diversa e reti di rapporti nuovi.

Non si tratta qui di disobbedire al canone o di cercare linguaggi alternativi, quanto di creare, con i propri materiali linguistici, una capacità di visione più ampia, come insegna sempre Monica Farnetti, trarne un guadagno individuale investendo in creatività nuove.

È la sfida di un linguaggio capace di parlare di un mondo futuro attraverso nuove convenzioni linguistiche, nuove parentele da cercare e mettere in campo. Di questa sfida si fa portavoce il volume Femminismi futuri. Teorie, poetiche, fabulazioni, uno dei più interessanti testi di critica femminista della Sil, in cui Marina Vitale ribadisce l’importanza oggi, delle scritture speculative.

È nelle scrittrici di oggi di ultima generazione che la crudeltà del reale è maggiormente rappresentata perché riconosciuta come violenza strutturale. Da qui la reazione e la creazione di realtà alternative, oggetti, animali fantastici ed esseri straniati, dimensioni del tempo diverse, rapporti affettivi nuovi con soggetti marginalizzati.

È la stessa prospettiva delle scrittrici del fantastico, come rilevava Farnetti, che hanno sostituito la risposta di angoscia a una di affettività e si sono collocate in una visione della vita fondata sulla nascita e non sulla morte. L’accento va posto sul nostro essere esseri natali, non solo mortali.

L’antidoto alla crudeltà è la compassione. La compassione è trovare “le tracce degli altri, la pietà oggettiva nelle forme altre del linguaggio, nel ritessere le trame della ferita del reale, nel ripararla come si fa nella tecnica del kintsugi, in vista di una profonda trasformazione della mente e di un nuovo ordine dell’umano, esplorato da prospettive inedite.

Per conoscere meglio il perturbante e volgerlo in bene, questi oggetti crudeli delle nostre poete sono anche un profondo esercizio di riparazione e di dialogo, oltre e contro la crudeltà.

Ma la domanda che voglio fare alle poete ospiti dei due incontri e a ciascuna di noi è questa: qual è stato il loro oggetto crudele, il monstrum? Ne conosciamo tanti, l’abuso, l’inadeguatezza, lo svilimento, lo scempio ambientale dell’antropocene, lo specismo, la mancanza di empatia, la sopraffazione, la guerra. E come ci si sente a vivere, e a scrivere, la crudeltà?

 

 

 

Antologia dei testi

 

Laura Accerboni

da La parte dell’annegato (nottetempo, 2015)

 

Il freddo

è poco piacevole.

Se si trema

la credibilità

diventa niente.

Per questo

ho imparato

a piantare

chiodi

nelle mani.

Ora sono

una persona ferma.

 

*

 

Un insieme di animali

di piccola taglia

tenuti stretti

da un laccio

carichi di morsi

e di proiettili

fanno una selvaggina.

E te li metti a tavola

discuti con loro

di creme imbalsamanti

e il piombino nella schiena

te lo toglie

l’amico con i baffi

tutta una pelliccia

dentro.

 

da acqua acqua fuoco (Einaudi, 2020)

 

III.

 

Tu lo senti

mentre i pesci

cercano sul pavimento

una casa

le mani.

È sempre troppo

quando decidi

di tagliare

le reti

per ragioni

di pane.

Io credo

nel tuo raccogliere

fondali

IV.

La balena

è bianca

sbiancata

dalla plastica.

Inseguo

quintali

di bottiglie

da tutta la vita

 

*

 

Certi animali

si masticano

fino a sanguinare

non vogliono

che siano altri

a mangiarli

si riducono

a brandelli.

 

 

Alessandra Carnaroli

Da elsamatta (IkonaLiber, 2015)

 

una volta che avevo parcheggiato sotto casa sua

ma non lo sapevo che era casa sua

lei si affaccia dalla finestra mi dice gli insulti le

[cose brutte

non le voglio ripetere qui

ma quel giorno le dicevo anche io a lei

ma cosa sei matta o sei scema lei voleva venire giú

si pensava che era dio invece era una femmina

[indiavolata

c’aveva delle cose nelle mani un coltello la spina

[della radio due roselline

di stoffa allora ho preso la macchina e arrivederci

 

 

*

 

 

sua madre che l’ha fatta nascere

non l’ha data agli orfanotrofi se l’è tenuta

anche se gli pisciava dappertutto

ogni tanto una pisciatina dietro le porte sul tappeto

[nel bagno mai

se vuoi gli è stata anche abbastanza dietro finché ce

[la faceva

a fargli fare qualcosa

cucinare

farsi la doccia

tenersi almeno pulita

per l’igiene mica per niente

 

 

da primine (Edizioni del Verri, 2019)

 

5

 

disegna una casa con una bomba

dentro

in realtà è mio padre

che sbatte la porta

attacca mamma al muro

con le pentole

 

la lecca

se riporta ferite

superficiali

mio fratello dice che un giorno gli spacca la testa

io se piango lui magari la smette

 

 

*

 

7

dormo con babbo nel mio lettino

la mamma allatta il fratellino

dormo con babbo è il mio scaldino

si muove appena

fa veloce

è un dolorino

 

 

*

 

 

41

 

papà e mamma

si sono separati

per colpa di mia madre

che si era stufata

delle solite cose

tipo litigate

speriamo che mio padre

un giorno in tribunale

non ci ammazza

con la pistola

o un colpo di pugnale

succedono queste cose

alla televisione

io intanto gli voglio bene

per precauzione

 

 

Silvia Comuzzo

 

Da Invitare gli Spaventapasseri a Ballare (Brè Edizioni, 2023)

 

 

Lily & John

 

Un buco nero ti inghiotte e poi ti risputa fuori

lavato con Perlana.

 

Non volevo che andasse tutto a puttane.

È semplicemente successo.

 

Ti credo ma crederti non cancella il naso rotto,

il cristallino frantumato, la mascella spostata.

 

Non ho mai capito perché

tra tutti i posti in cui potevi colpirmi

sceglievi sempre la faccia.

 

Olivia

 

Mi hai spaccato la cassa toracica.

In cambio ho cambiato la serratura di casa

e poi mi ci sono chiusa fuori.

 

Ora dormo per strada e le mie giornate le passo

a cercare di capire come pagare

la prossima pasticca o la prossima dose endovenosa

che mi spedirà su un paesaggio lunare

dove neanche le zanzare potranno trovarmi

dove non mi addormento mai

e non sogno le tue bottiglie di vodka

atterrate sul mio cranio.

 

Dove non ho colpe e chi sono

è solo il risultato di chi non ho mai potuto essere.

 

Stephen

 

Mi hai riaccompagnato a casa con lo sguardo

e mi hai detto di finirla

di raccontare cazzate sulle stelle

tipo che sono belle anche senza luna.

 

Mentre lecchi la tua birra

come fosse un cono gelato;

l’odore di lavanda inonda le strade

la bava dei gabbiani incolla il cielo.

 

Mi insegni:

 

I polsi devi tagliarli in verticale

se vuoi avere l’effetto sperato.

Parola di scout.

 

E poi aggiungi:

 

In campeggio si può affogare

se piove molto,

e finire come certi insetti

che non sanno nuotare

nelle lacrime dei fiori.

 

Marzia D’Amico

 

 

Di dove cresce                               dall’erba

dal bordo                     dal centro                    di mezzo

da sempre a dirotto

piovendo

dice dare forte senza onore   maggiore dono è non lasciare

andare.

Di dove cresce dall’erba

dal tonfo profondo, di quando

 

da tempo                     attendevo            dividendo:

quadrando il tondo,          tornando : domando

 

il fuoco

lì fino

al traguardo.

 

 

Ti do la mia parola prendila tienila sempre

          a vista

          all’asola –         una camelia

in porcellana la mia parola,                               un fioretto

che troppe volte

mi sono mangiata via                       per fame e per vergogna.

 

 

 

 

 

Ci incontravamo nel solco delle nostre

riscoperte miserie

sul fondo spaccato                di tragedie da niente.

 

Ci dicevamo addio ogni quindici minuti

quella parola           in bocca          stava bene.

 

 

 

 

Ho sperato di vederti sulla linea              di frontiera,

oltre quella traballante

senza fibra                                                      ottica,

sulla linea           d’aria                  che separa i mondi,

          quella

in terra –

sull’attenti –

che separa i continenti.                  C’è tanta acqua già

che ci separa e non

ti vedo mica

bene,                                                      io non ti vedo affatto.

 

Forse oramai ho la nebbia anche negli occhi.

 

 

 

 

Ho chiesto di te al passo lungo dei miei

vicini di passo.

Ho chiesto di te al metallo     in cerchio            nel mezzo

Con la luna quasi piena         è quasi successo

che mi trovassi;

sarebbe stato      quasi un successo.

 

Ho chiesto di te al non-vero delle lingue         di radici diverse.

Ho chiesto

di te           alla paura delle ombre crudeli

dell’autunno presto.     Oltre la pelle nei giorni

più severi al cuore; trovarmi

altra

alla terra.            Ho chiesto di te alla sabbia,   alla schiuma,

ai neutrini:

ho chiesto ovunque      mi fornissero i tuoi occhi                come specchio.

   Ho chiesto

tre volte a ogni porta   ogni volta era un no.

E questo io

lo chiamo

un successo.

 

 

 

 

Di tutta una vita sei stato padrone d’alt

-are, misericordioso     elargitore di        miracoli: che pena

il mio incauto desiderio

di farmi cielo                abbracciare il tutto

in luce so che è quel che devo è il solo

modo         di compiere il miracolo

   autonomo (profetico)

saprai vederlo che il cielo che sono si mostra per farsi la pietra che sarò : la tua tomba – amore mio che sei nato

cielo           –                la tua pietra,                il mio cuore

di pietra per cielo:         morrò pietra.

conserverò                            il tuo cielo proteggerò          il tuo tutto

meraviglioso e ampio

con rispetto:

 

abbi pietà del mio cielo di pietra nominale

che è solo tua, solo tu la conosci    ed è per te.

 

 

 

Elisa Davolio

Da Is Taco Bell still around?

Storia minima del baseball

 

Un ruolo predominante è ricoperto dall'alimentazione, come dimostra il cosiddetto secular trend (o andamento secolare della crescita). Nel secolo appena trascorso, infatti, i bambini che abitano nei Paesi di sviluppo hanno raggiunto stature sempre maggiori, di pari passo con il progredire del benessere economico nazionale. In Italia ad esempio, la statura delle reclute militari è aumentata di circa 10 cm tra il 1861 ed il 1961

 

 

 

Imparare a cadere, al primo cenno di perdita dell’equilibrio. Gestire la ferita, ovatta, morsicare le labbra per attutire il dolore. Che è come un fastidio, l’effetto collaterale del lancio.

 

Prendere la base, imparando ad allungare per terra piedi ed armi, sollevando polvere al ritmo del gioco. L’acrobazia consiste nel non perdere mai il senso del lancio, e saper cadere con proporzione, anche se senza grazia.

 

Una caduta scomposta può, ancor prima di essere, provocare la dismissione del lancio, la sua perdita di coscienza ed intenzione. Può fiaccarne le intenzioni, renderlo inutile, o cospargerlo di eroismo.

 

Già nel 1857 si giocano partite di 9 inning con un arbitro che chiama gli ‘strike’ e i ‘ball’.

Nel 1904 il gioco fa la sua prima apparizione in un’Olimpiade a St. Louis.

Al centro del campo è posta la pedana del lanciatore, quella zona si chiama monticello di lancio.

 

Le ossa, specie le ossa degli adolescenti, si rompono a causa di fatti irruenti e imprevedibili, con un rumore che spesso è impercettibile, che spesso è presente, secco, preciso.

 

Un modello di caduta, sia dopo sia prima di qualsiasi lancio, di qualsiasi tipo esso sia, è quello con le mani aperte, con i palmi rivolti a terra, a proteggere elementi fini e autorevoli come cuore, polmoni, cervello.

 

Si sa che le ossa degli adolescenti procurano corse e affanno, screpolature di vario genere, vari generi di aspirazioni, specie sui gomiti e sulle ginocchia.
Abrasioni a diverso stadio, di diverso aspetto, che poi coagulano in piccoli vertici di sangue, piccole siepi in ordine sparso, blu e nere sulla pelle.

 

Il battitore, il ricevente, modulano i movimenti in accordo, la condivisione del lancio.

La partita prevede scarti, intervalli, effusioni, strategie.
 

Il gioco si è diffuso in molti paesi caraibici e latinoamericani. Repubblica Dominicana,  Antille Olandesi, Porto Rico, Colombia, Costarica e Venezuela. Forse perché povero, non c’è bisogno di grande attrezzatura. Le prime partite sono state giocate d’estate, con i giocatori quasi nudi e mazze non regolamentari.

 

Importante è non cadere mai all’indietro, non battere la testa, preferire i gomiti, preservare le parti interne e molli.
 

Viene giocato su un campo a forma di quarto di cerchio suddiviso in territorio valido e in territorio non valido.

 

Ogni fase del gioco è suddivisa in due fasi, attacco e difesa. Una ripresa del gioco termina quando una squadra è stata sia in battuta sia in difesa. Le squadre sono formate da 9 giocatori più le riserve.

 

Le ossa degli adolescenti hanno conseguito un carattere di quasi completezza, continuano a crescere e a modellarsi. Seguono un modello di statura, una composizione unica e condivisa.

 

Solo la squadra che è alla battuta può segnare i punti ed i suoi giocatori si presentano alla battuta uno per volta, secondo un ordine prestabilito.

 

La rottura delle ossa degli adolescenti è un fatto occasionale, fortuito, avviene per irruenza o predisposizione alla goffaggine o alla caduta.

Può essere, anche, un fatto di eroismo.

 

L’area di battuta è quello spazio compreso tra la linea delle ginocchia e la linea delle ascelle. Il battitore dopo aver battuto la pallina diventa corridore e cerca di conquistare le basi per fare punto.

 

Le ossa degli adolescenti sono sottoposte a sollecitazioni continue, vibrazioni di calore, vastità di campi da attraversare, sbalzi d’umore.

 

Potrà anche approfittare degli errori dei difensori per rubare le basi successive, cercando complici.

 

Non esiste il pareggio, se dopo nove riprese il punteggio è in parità si continua ad oltranza, fino a quando non si termina un inning completo con una delle due squadre in vantaggio.

 

Alla fine della partita le ossa sono state sollecitate di qualche grado, hanno acquisito l’allenamento sufficiente per crescere.

Anche se il punteggio non è favorevole, sospese da giunture elastiche e da attributi necessari per sostenere l’esito della partita.

 

La commozione recita un ruolo importante nella crescita delle ossa degli adolescenti. Le ossa degli adolescenti sembra che si saldino in un punto solo, perfetto come i vertici di un cristallo animato, un momento di completezza esatta e capillare.

 

Minerali e vitamine, come il fosforo e la vitamina D.

La carne non contiene vitamina D.

 

Per le ossa degli adolescenti anche l’attività fisica è essenziale, in particolare gli esercizi con pesi, che forniscono lo stimolo necessario per formare e trattenere nel corpo il tessuto osseo.

 

Attività come andare in bicicletta, la ginnastica, il pattinaggio, gli sport con la palla, la danza e l’allenamento con i pesi guidato da un istruttore, per almeno 30-60 minuti a volta, da tre a cinque giorni la settimana.

 

Durante una partita di baseball vengono mosse più di 50 ossa che si oltrepassano e congetturano sul lancio. Poi la rincorsa, il battito, la presa, la sommatoria dei punti che si ripete e si azzera per ricominciare.

 

Le ossa degli adolescenti crescono fino a 25, 30 anni.

 

La palla a volte vola troppo in alto, compiendo parabole sensazionali e illusorie, e rincorrerla significa oltrepassare i segmenti di gioco e gettarsi in una rincorsa folle e con la bocca aperta per respiri che, ad uno ad uno, saziano solo i più allenati, i più giovani, i più ricchi di divertimento e vita.

 

Dopo, si può solo cercare di ridurre il più possibile la perdita di minerali dalle ossa, per mantenerle forti fino ad un’età avanzata.

 

Un punto esatto, la giunzione, da dove lanciarsi non fosse vano, da dove riprendere tutte le luci, l’armonia della gestazione e del crescere, l’imparare a parlare sillaba per sillaba, componendo ogni caduta a partire dal lancio, ribattendo verso gli schermi accesi della bolla sottile e impenetrabile delle vetrine e degli spalti, da dove iniziano la contemplazione e il ricatto.

 

Lo strazio, come per tutti, da un dislivello diseguale.

L’impossibilità di trattenere la palla, nella rincorsa, l’incapacità di seguire adeguatamente l’attitudine al lancio, percorrere la traiettoria della caduta.

 

Rompere le ossa degli adolescenti è facile, frantumare il luogo del contatto, dopo aver lasciato il bordo, la prosa della partita arricchita dai suoni e dalle speranze.

 

Al di là del lancio si aprono prati e vertigini, la saldatura al termine dello sviluppo.

 

Si arresta perché le cartilagini di accrescimento cessano di funzionare.

Da questo momento in poi non è più possibile aumentare la propria lunghezza ossea. Crescere in ogni senso dove una partita, ogni scheggia del lancio, può anche durare quattro ore e mezza.

 

 

 

 

 

Paola Silvia Dolci

 

C’era una volta il male. C'era una volta,

Nel Bosco incantato dei Pagliacci,

un gruppo di buffi animaletti.

C'era una volta un coniglietto bianco

di nome Leporino, che viveva felice

con la sua mamma coniglia

nella tranquilla foresta del New Strand.

Ma un bel giorno, mentre si trovavano

vicino alla radura del Mercato dei Macellai,

mamma coniglia entrò

per comprare qualche delizia,

lasciando Leporino vicino all'entrata.

Il bambino, curioso com'era, guardava le farfalle

danzare carta-di-riso nel sole del pomeriggio.

Proprio in quel momento,

i due piccoli scoiattolini, Grillo e Pesto,

si avvicinarono silenziosamente a Leporino

e lo invitarono a seguirli.

Quando mamma coniglia si accorse

che il suo piccolo coniglietto era scomparso,

il suo cuore si riempì di paura.

Grillo e Pesto portarono Leporino

per sentieri tortuosi, facendogli credere

di voler giocare.

Dopo un lungo cammino

arrivarono a un ruscello scintillante.

Qui, Grillo iniziò a fare battute crudeli

su come avrebbero potuto gettare Leporino

nel ruscello. Poi, uno dei due

(ognuno accusò l'altro in seguito)

prese Leporino per le zampine posteriori

e lo fece cadere a testa in giù,

facendogli sbattere la fronte

contro una pietra.

Leporino si ferì gravemente

e i due scoiattolini scapparono,

nascondendosi tra i cespugli,

sperando che qualche animale di passaggio

non lo vedesse.

Ma dopo un po', poiché nessuno arrivava,

Pesto e Grillo tornarono indietro

e presero nuovamente Leporino,

dirigendosi verso il villaggio.

Pesto coprì la testa di Leporino

con il cappuccio del suo piccolo mantello

per nascondere la ferita.

Molti animali della foresta notarono i tre

mentre camminavano, ma nessuno li fermò,

pensando che fossero solo due fratellini

con il loro piccolo amico.

Alcuni videro che Leporino piangeva piangeva

e che aveva un brutto taglio sulla testa,

ma non dissero nulla.

Un cervo motociclista notò che i due scoiattolini stavano trascinando Leporino

contro la sua volontà;

altri testimoni videro Grillo

prendere a calci Leporino

per farlo camminare.

Arrivati a un incrocio,

Leporino riuscì a sfuggire e corse via,

ma Grillo lo raggiunse

e lo trascinò di nuovo indietro.

Molti animali notarono la scena,

ma nessuno intervenne.

Alla fine, Pesto prese Leporino per le zampette

e Grillo per il busto, portandolo fino a un prato davanti a una taverna del bosco.

Una vecchia tartaruga vide le ferite di Leporino

e si avvicinò, chiedendo

se avessero bisogno di aiuto.

Pesto e Grillo, con le loro vocine,

risposero di non conoscere Leporino

e di averlo trovato sperduto.

La vecchia tartaruga indicò loro la via

per il rifugio degli animali, ma si stupì

nel vederli andare nella direzione opposta.

Proseguirono fino a un vecchio mulino

abbandonato.

Era passata circa un’ora e il sole stava calando.

La stazione di soccorso per gli animali era vicina,

 ma i due scoiattolini decisero di tornare

verso la vecchia ferrovia.

In tutto, furono visti

da trentotto animaletti della foresta, ma nessuno

intervenne. Mentre si dirigevano verso la ferrovia, Pesto strappò il mantello di Leporino

e lo gettò tra i cespugli,

non ritenendolo ormai più necessario

per nascondere le ferite del piccolo coniglietto.

Arrivati nei pressi della vecchia ferrovia,

Grillo e Pesto, gli astuti scoiattolini,

presero una decisione crudele.

Trovarono una latta di vernice blu abbandonata

e la gettarono sul volto di Leporino,

imbrattandolo completamente.

Poi, con cuori di pietra,

iniziarono a colpirlo con sassi e mattoni

trovati lì intorno.

Usarono persino una pesante sbarra di metallo, che giaceva accanto ai binari.

I colpi furono così violenti

che lasciarono profonde ferite sul piccolo corpo

del coniglietto.

Grillo, in un gesto di estrema crudeltà,

diede un calcio così forte al viso di Leporino

che l'impronta della sua zampa rimase impressa sulla tenera pelliccia bianca del coniglietto.

Poi, in un atto ancora più vile, abbassarono i pantaloni di Leporino

e lo penetrarono e stuprarono a turno.

Accanto a lui,

abbandonarono le pile per giocattoli

che avevano trovato lungo il sentiero,

mettendone alcune in bocca al piccolo coniglietto.

Come se fosse un giocattolo.

Le ferite inferte a Leporino erano numerose

e devastanti, e il povero coniglietto

soffriva terribilmente.

Le fratture al cranio,

causate dalla sbarra di metallo,

erano particolarmente gravi.

Tuttavia, il numero di ferite era così alto

che sarebbe stato impossibile stabilire

quale fosse stata la più letale.

Prima di abbandonare il luogo del delitto,

Grillo e Pesto misero Leporino,

ancora vivo,

sui binari della vecchia ferrovia.

Coprirono la sua testa con dei sassi,

sperando che un treno passasse

e la sua morte sembrasse un tragico incidente.

(…)

 

Florinda Fusco

 

Da Il compleanno e altre opere, (Argo libri, 2022)

 

 

1.

 

 

mettetemi un cielo nell’ombelico                               e vi donerò tutto il mio sonno

 

 

    le ossa intrecciate di fili di ferro                                       il peso della carne               

 

 

             premuto sulla terra                                      i capelli cresciuti di spilli                                 

 

     

 osservate il corpo steso         i suoi impercettibili movimenti              il piede lieve di aria

 

 

                                      non aprirò la mia bocca di cemento             

 

                           per dirvi

 

                                   tornate più tardi, è sempre troppo presto

 

 

2.

 

 

 

 

Eccomi

qui

vestita

a festa.

La camicetta

bianca

col merletto,

abbottonata

sino al collo.

La gonna

lunga,

i tacchi

quadrati,

decisi.

I capelli

tirati,

un fermaglio

con

piccole

perle

grigie.

Cerco

le ciglia

finte

mai usate.

Un rapace,

fiero,

è riflesso

nello specchio.

Apparecchio

la tavola,

la tovaglia

a fiori

cucita

dalla nonna,

una poltrona

porpora

per un nuovo

Papa,

i piatti,

ad orlo

dorato,

la geometria

regolare

di forchette

e coltelli.

Sotto

i vestiti

sul seno

qualcosa.

Eccomi qui

seduta:

guardatemi.

Giù dal

colletto,

la camicetta

si macchia

di rosso.

Gli invitati

chiacchierano,

ridono,

fingono

di

non

vedere.

Io,

fingo

di

non

sentire.

 

 

3.

 

mi dissero che era l’ora del thé                        e io sedetti come discreta invitata

 

 

eccomi qui vestita a lustro           la gonna stirata          i capelli tirati      come se nulla fosse

 

          

                         intorno al tavolo uomini e donne con grandi cappelli

 

     

                                        c’erano tutti, i vivi e i morti

 

 

         io ferma in un angolo             una tenda di broccato       al centro la Signora con l’ermellino

 

 

                             sul tavolo una teiera e cinque tazze intarsiate d’argento   

 

 

                         la teiera cade                                    lentamente s’infrange

 

 

                    intingo il dito nella tazza                            come in un calice

 

 

 sul dito un grumo di sangue                                           (come discreta invitata lo nascondo)            

 

 

         segno col dito sporco                                                  tracce sul pavimento: una casa

 

 

                                    tutti immobili  nella casa rosso sangue   

 

         

       le palpebre degli invitati                si abbassano              sotto il peso delle pareti tracciate

                       

 

                        questo è il giorno in cui vedo                                  e nessuno mi vede

 

 

 

            come discreta invitata              con passo fievole                      apro la porta  di sangue

 

 

                                            

                                                     e metto il piede al di là  

 

 

4.

 

Sopra le

palpebre

il lungo

sonno.

Nel terreno

ho nascosto

valige

di ossi

e orecchini.

Sul vetro

opaco

le mani

non spingono

non tracciano

figure.

La carta

da parati

non respira,

non trasuda.

Sui pavimenti

nessun passo

a misurare

il passo.

Sul comò

gli spilli

e i ferrettini

non

hanno

occhi,

e non

bisbigliano.

Dalla mia bocca

cresce

un’edera.

Sul

lungo

tavolo

piatti

e bicchieri

traboccano

di sabbia.

Stendo

il mio corpo

sulla punta

del tavolo.

Qualcuno

taglia

in un piatto

di porcellana

un organo-fiore

esattamente

a metà.

Il mio sonno

non ha voce,

non ha braccia,

tese

 a chiamare

oltre la porta,

oltre il regno

dei non umani.

 

Marilina Giaquinta

I

 

Vantiamo un senso certo delle cose 

che per questo 

diamo per divenute necessarie 

che usano succedersi 

che per questo presupponiamo.

La luce esatta del giorno 

la notte cieca che scura e s’abbatte 

come il male quando esagera

e pretendiamo invece coerente 

l’innocenza precipite del frullo d’ali

la pietra che rilutta al sentimento 

la lontananza azzurra delle alture

la trasparenza indifesa dell’acqua

il cunto antico di alberi cortecciuti 

l’uso di innocenti come scudi umani

le guerre che bombardano gli ospedali 

i cecchini che sparano due volte 

un colpo alla testa e uno al cuore 

perché non è facile neanche morire  

le vite di nessuno abbandonate per strada

le vite di nessuno annegate in mezzo al mare

le vite di nessuno che nessuno vuol vedere

le vite di nessuno le nostre vite di nessuno. 

 

II

 

Una data, l’ora 

(anche all’incirca) 

è essenziale 

quando si ricorda 

ciò che si è vissuto.

Se può accadere 

in qualunque momento 

giorno mese anno

stagione clima temperatura 

(insomma tutto quello che 

controlliamo ogni giorno 

prima di iniziare a vivere ) 

allora vuol dire 

che non è accaduto 

che ce lo siamo inventato: 

un fatto immaginato

ha una provvisorietà 

che scompare dalla memoria 

e rassicura 

il nostro orizzonte d’attesa. 

 

Rimane un suono, allora 

l’ascolto buio della mente 

un movimento di compassione 

del punto di gravità 

che si rivolge indietro 

e distorce ogni spazio di ripetizione 

inverte e sposta il tempo 

si rivolta contro 

l’avanzare inesorabile 

dell’indigenza della materia, 

rottura di ogni previsione di vuoto

rischio dell’effrazione della luce 

sugli effetti del gesto d’amore 

spirale intenta a trovarsi l’origine 

curva spezzata che non incontra fine

acclamazione del divenire perfetto 

che non trattiene la sua stessa sostanza. 

 

Le cose spariscono 

quando non riesci a spiegarle. 

Quello che si avvicina 

non riusciamo mai 

a raggiungerlo.

 

III

 

Gli occhi non ritrattano mai. 

Sono gli unici organi 

che non hanno 

possibilità di ricredersi 

forse perché 

quello che vedono 

se lo costruiscono. 

Gli oggetti si fissano per sempre 

e non mutano 

anche se provi 

a chiudere e aprire gli occhi 

milioni di volte. 

 

Gli occhi non ritrattano

non possono. 

Perché, nel momento in cui guardano, 

si appropriano 

di tutto ciò che vedono

se ne impossessano

diventano essi stessi quegli oggetti

li espropriano del loro spazio 

cui sembrano ancora appartenere. 

La sostanza smette 

di essere delle cose 

e diventa proprietà degli occhi.

 

È il pensiero che conduce lo sguardo 

a spingersi verso il possibile, 

ad abbandonare la realtà, 

coerente e consistente, 

per andare oltre, 

per arrischiare

dove tutto sembra muoversi 

dentro forme 

che cambiano di continuo. 

 

Il pensiero non sa mai 

cosa incontrerà 

al di là dello sguardo. 

Gli occhi sanno cos’è il confine. 

Il pensiero non se ne preoccupa, 

non lo considera, 

il pensiero annienta il confine. 

Gli occhi non possono vedere 

ciò che manca, ciò che non esiste. 

È il pensiero che sa cos’è il vuoto. 

Riesce persino a misurarlo, 

ma non si accorge 

di quello che si forma, 

a poco a poco, 

in modo lento ma inesorabile, 

dentro di sé. 

 

Cinzia Marulli

 

Da La casa delle fate (La Vita Felice, 2017)

 

«Dove mi hai portato, figlia?»

 

«Qui, in questa nuova casa, mamma.»

 

«Ma dov’è la mia camera da letto?

Dove sono tutte le mie foto?»

 

«Ma lì sei sola, chi ti guarda?

qui sarai accudita e starai in compagnia.»

 

«Ma in compagnia di chi?»

 

«Non lo so, mamma.»

 

«Va bene figlia, io rimarrò qui a morire.

Tu copriti prima di uscire ché prendi freddo.»

 

 

*

 

 

Vita mia, in quel pensiero accecato

nel bianco abbacinante della follia

mi giunge la tua carezza

non ha voce

solo tremore, e dolore, e solitudine.

 

In quel corpo dilaniato dal tempo

la mente fugge

cerca il suo riparo e si allucina.

 

Due manine d’argilla

scavano la carne

graffiano quel grembo che ora sanguina

e non ci sono più respiri

nel ghiaccio.

 

*

 

 

Da Autobiografia del silenzio. L’orco e la bambina (La Vita Felice, 2022)

Può avvenire – ed è accaduto –

che l’orco cattivo esista davvero

 

non è brutto come ci raccontano

 

se incontra una bambola

allora è cattivo

 

e quella bambola (ve lo racconterò)

ero io

 

ma per poterne parlare

ha dovuto perdonare

 

ha dovuto imparare ad amare.

 

*

 

Le bambole

sono tutte in fila sul letto

a tutte quante

la bambina cattiva

ha tolto gli occhi

 

al loro posto due fori neri

come pozzi senza fondo

 

le bambole però sono contente

di non poter più vedere

l’orco cattivo che le spoglia nude

fino alla pelle gelata di paura.

 

*

 

 

Valentina Murrocu

 

Da L’altro mondo, Vita Activa Nuova, 2023

 

1.

 

Il paesaggio indicibile di qua dal vetro,

i passanti dentro i vagoni dei treni, un passaggio

a livello,

queste cose si situano

 

in uno spazio laterale che diverge da parte a parte;

 

eppure, l’occhio si apriva, lo spazio ricucito stava

per il grande e il piccolo, la lacerazione interna

alle cose come sono.

 

L’altro mondo, ma da una dimensione differente,

nessuna aggregazione o urto,

solo una forma che proviene dal centro, una

massa informe

 

o un grande discorso, dire questa massa per

            dire io.

 

 

 

*

 

 

2.

 

C’è come un’apertura laterale sull’altro mondo,

un’intelligenza minore è la percezione

del centro e non è che tutto:

 

mi dici che sono una sagoma

con un’apertura a lato, uno schermo diviso tra

   mondo

e parte, come un nucleo nel centro o una linea

 che si segmenta.

 

Quindi la vita o la morte, la morte nell’altro mondo

è maggiore, la visione lungo la parete è la vera

      mente,

la materia delle cose come sono;

 

i corpi galleggiano allora, in questo vetro che

    si apre di lato,

come passanti morti dentro i vagoni dei treni,

 

ho pensato di scrivere dell’altro mondo perché

         non ci sono mondi.

 

 

*

 

5.

 

La metro nella calotta della mente,

un discorso come un corpo che galleggia,

guardare dal vetro i passanti scomposti sui sedili:

 

quando immetto il mio organismo nel binario

     vedo gli altri

 

come viventi aperti, sono morti.

 

«La vista, credevo, la visione dall’occhio

che non vede è una luce ampia contro gli oggetti,

giusto e sbagliato convergono nell’intero»,

 

Milano è un grande insetto nell’aria statica.

 

 

 

 

 

Gabriella Musetti

 

 

Da Un buon uso della vita (Samuele Editore, 2024)

 

le storie sono all’inizio

tutte uguali

nasci da un ventre aperto

dal buio vedi la luce

ma subito la storia cambia

secondo il luogo lo status

il modo e l’accoglienza

non c’è una regola prescritta

uguale a tutti

ognuno trova a caso la sua stanza

chi bene – felice lui o lei – chi

con dolore

 

*

 

è morta questa mattina è morta

ma non si è accorta di morire

rideva come una bambina

su un prato in primavera

rideva anche di sera (e pure di mattina)

– s’è messa in salvo – qualcuno dice

volata via sopra una rondine

un po’ di soppiatto un po’ per avveduta

consolazione – la scelta unica rimasta

quasi sicura

 

*

 

era morta con la luna storta

era morta sopra un cuscino estraneo

di un vicino fuori della sua casa

come faceva a spiegare

a chi gliel’avesse chiesto

che era uscita in giardino

solo a fumare una sigaretta

scavalcata la finestra s’era trovata

nella casa buia decisa

a seguire il suo destino?

 

*

 

era morta davanti allo specchio

mentre si truccava per uscire

un occhio spalancato uno chiuso

a tirare la linea sulla palpebra

la traccia l’attesa la sorpresa

ciò che vide nell’orbita spenta

era denso e molle come placenta

 

*

 

lei vide cadere un suo occhio

nel piatto e lo raccolse

si disgregava pezzo

a pezzo ma non moriva

semplicemente non sapeva

come uscire dall’impasse

e fu mentre pensò che tutto finì

 

*

 

Sara Ventroni

 

La distopia, l’archeologia del quotidiano.

Da La Sommersione

 

Tra mille anni

                            allo strascico del fondale

i pesci verranno a galla: la pancia aperta

                                                                 con dentro altri pesci morti, i pesci vivi

avranno un nuovo sistema di respirazione

                                                               per adattamento della specie all’ambiente.

Tra mille anni nei fondali degli oceani

                                                                           chissà se ci arriveremo

a farci incontrare, dai posteri.

                                                           Ma ci arriveremo e saremo riconosciuti

in quanto tali:

 

Il pianeta-terra affoca nel pianeta-acqua i suoi melasmi

affoca i bidoni affoca le navi cargo affoca i negri i mezzi negri i mulatti

le filacce di sanguepisto dentro il tonno pescato insieme al delfino tursiope.

Il pianeta-terra mangia il branzino d’allevamento

dicono per esempio che il pangasio sarebbe meglio evitarlo

perché il Mekong è un fiume molto inquinato.

 

 

 

 

 

A nord pianure e cascine a migliaia

e mangiatoie un metro per due.

Le bestie hanno uno sguardo sornione

anche da vive non le vedi bene

e dire che non c’è nemmeno più nebbia.

Il vitellino fa l’occhio languido.

Al macello le vacche adulte

sanno cosa sta succedendo

e non cercano compassione

 

 

 

 

Cammini coi sassi in tasca.

Dall’alto guardi i passi che scendono

tra le canne di bambù

dove corrono i ratti.

Una volta d’estate hai rubato dei fichi.

La donna della baracca

ti ha invitato al cinodromo.

Avete preso da bere

sulle palanche

ma le zanzare vi hanno rovinato

le caviglie.

Il bancone non era pulito.

Le vespe ronzano dentro la testa

come in un tronco morto.

Tu cammini con i sassi in tasca

sul pelo dell’acqua.

 

 

 

 

Testi inediti

 

Shelters: a draft

 

 

  1. nascondiglio seppellimento nascondino

 

Un rito non comandato | un taglio nel tronco del fico | un buco: / infilate la mano | grattate la terra | ricoprite / la coda della lucertola | il confetto-ghiaia. // Incrociate i bambù | copriteli con un telo. / Venite a vedere | venite qui dentro | / venite sotto la tenda | fatevi riparo.

 

 

 

 

  1. Anacoreta perfeziona solitudine in solitudine forzata

 

: non si lamenta. / La distanza migliora la vista /: non si lamenta. / Da lontano gli altri sembrano interessanti.

 

 

 

  1. Accanto al pilone del fiume, sotto il cavalcavia

 

 

Accanto al pilone del fiume, sotto il cavalcavia / un accampamento. / Fanno un fuoco coi legnetti / hanno cretti ai talloni / coperte di lana dai bordi di velluto / bacinelle blu / per il bucato / fanno schiuma profumano le / acque / entrano / in immersione fino alla vita / bendaggi | cenci avvolti al corpo | / purificazione putridificazione / le piaghe le crosticine le scorzette / di protezione //

 

 

Le ferite siano tutte benedette // (riparare le persone | colare nelle crepe dei nervi oro caldo / siete venuti al mondo a mento alto | gridando / non si finisce una volta per tutte | tutto finisce già durante / non c’è altro dopo questo | questo è quanto /: è tutto qui ma dura adesso)

 

 

 

 

Partire | tortura | partitura

 

Non dovete tenere nelle case | un animale captivo|

o taglierà i capelli con forbici da giardino |

strapperà le tende coi denti,

Se serve, anche le pelli sottili | intorno agli occhi.

 

: una fatica come non fosse mai esistita

la nascita.

 

Siete stati fortunati a nascere senza l’istinto

di vendetta | altri vengono al mondo | già rovinati da un ricordo.

 

Animale che di notte ti avvicini | punta su di loro | i tuoi canini|

sono loro gli esperti in sevizie, servizievoli sedazioni |

Di giorno ti buttano all’asciutto sul pavimento

(le scosse elettriche come li eccitano)

 

Scavare? Hai scavato?

La testa che avevi nascosto sotto terra | la testa |

che in tanti anni avevi smosso, cambiandole posto

(una volta l’avevi immersa in una pozza d’acqua sulfurea,

in una area desertica: è tornata

                                                        a galla)

 

I gendarmi si fermano sul terrapieno e guardano, mani dietro la schiena,

: il buon lavoro nei loro pantaloni.

Ti prendono i polsi | eseguono dispacci|

(tenere vivo il prigioniero, tenerlo vivo a ogni costo

con la museruola, con la tagliola: tenerlo in ostaggio)

 

Animale che di notte lasci il bosco

(la tua zampetta sanguinolenta non fa dolore)

Animale che di notte torni nel bosco, a morire in un posto

dal cuore scuro. Non tornare a morire qui

all’aperto.
 

 

 

 

Marry-go-round

 

Girano intorno al cedro del Libano.

Lo accerchiano lo

capovolgono a clessidra

 

Cedro del Libano, ti fanno fare la verticale

(testa in giù, linfa in su).

Ti rimettono in posizione naturale

Avvicinano la lingua, leccano

la corteccia.

Mineralizzare le ossa

tornare ai giochi primitivi

di alta società

 

           Con tamburi sonagli

piroette da fermi e danze intorno al perno

del tuo mondo-albero

pàgano il prezzo di questo gioco moderno

 

(sottoterra tu piangi: ti hanno sradicato

le tue costose dentature di titanio)

 

Anche gli alberi vanno dal dentista

a curare con perni rari le loro radici.