Oggetti crudeli. Il perturbante nella poesia contemporanea
Loredana Magazzeni
abstract
Nell’ottobre 2023 Cetta Petrollo mi parlò del desiderio di organizzare, presso la Biblioteca Spazio Pagliarani, un incontro seminariale dal titolo Oggetti Crudeli, incontro dedicato al rapporto fra la percezione della crudeltà (nelle forme della distanza, oppressione, aggressione) nel proprio mondo (domestico, famigliare, sociale) e la sua rappresentazione attraverso gli "oggetti" linguistici e simbolici della poesia. Nei due incontri che seguirono, alcune poete italiane di diverse generazioni presentarono testi e riflessioni a partire dal concetto di crudeltà e di perturbante.
KEYWORD
Poesia contemporanea, oggetti crudeli, perturbante, violenza, stile
Nell’ottobre 2023 Cetta Petrollo mi parlò del desiderio di organizzare, presso la Biblioteca Spazio Pagliarani, un incontro seminariale dal titolo Oggetti Crudeli, incontro dedicato al rapporto fra la percezione della crudeltà (nelle forme della distanza, oppressione, aggressione) nel proprio mondo (domestico, famigliare, sociale) e la sua rappresentazione attraverso gli "oggetti" linguistici e simbolici della poesia.
Questa particolare tipologia poetica “perturbante” è presente, rifletteva Petrollo, soprattutto nelle poete delle ultime generazioni, che successivamente, in due incontri consecutivi, in presenza e online, ci hanno aiutato a mettere a fuoco la questione attraverso la lettura dei loro testi. Non si tratta nel nostro caso di poesia confessional, che implica un parlare di sé, ma, al contrario, la ricerca di una poetica e di un linguaggio straniati e stranianti, in cui il freddo, l’impersonalità, il gelo mettono in scena lo straniamento degli oggetti e dei soggetti. È una direzione di ricerca che merita, a nostro avviso, di essere indagata e messa in relazione.
Secondo il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che ne scrisse nel 1919, «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare».
Ho cercato di sondare lo stato dell’arte sul concetto di “crudeltà” nella scrittura: che cos’era in passato la cosiddetta letteratura della crudeltà, di cui hanno scritto Sanguineti, Artaud, Celine. In un saggio di Edoardo Sanguineti, Per una letteratura della crudeltà, del 1967, il critico rileva che “La letteratura non può metterci in rapporto (e in causa) con le cose stesse (con la vita, come si diceva una volta, e come diceva ancora Artaud) se non in quanto proponga idee che hanno la forza della fame”. 282.
Nel cinema la crudeltà ci evoca il pulp di Tarantino o dei Fratelli Coen. Nell’arte l’espressionismo tedesco, l’arte povera e l’arte folle. Nei miti e nelle favole ci ricorda la figura crudele di Barbablù. Ma in poesia cos’è la crudeltà? È la violenza contro le donne, il loro abuso, la sopraffazione e la guerra? O è altro, è una disposizione differente, di analisi e visione del reale, un non volere riconoscersi nella tessitura linguistica del mondo?
Se parliamo di denuncia della violenza sulle donne, dobbiamo risalire al mondo greco-romano.
Nel campo del mito greco la violenza è originaria: a Filomela viene tagliata la lingua per impedirle di raccontare alla sorella lo stupro subìto. Artemisia Gentileschi denuncia nei suoi quadri la violenza su cui si è fondata tutta la sua vita. L’immagine dipinta diviene allora il tribunale che porta questa volta il carnefice, e non solo la vittima, davanti ai riflettori. Tutta l’arte nel corso dei secoli ha rappresentato in forme diverse la violenza esibita nel mito, attraverso figure di donne potenti che si sono sottratte (Lucrezia, Elena).
Sappiamo che abbiamo bisogno di scrittori e artisti, per narrare la realtà. Essi esplorano il campo, aprono la mente. Là dove la politica si ferma, per mancanza di vere risposte, gli scrittori disegnano le mappe per inoltrarsi in sentieri mai percorsi, penso alla scrittrice palestinese Adania Shibli che, nel romanzo Un dettaglio minore, ci racconta qual è la sensazione di stallo e di impotenza in cui vivono i palestinesi, nell’abitare una terra divisa da oltre settant’anni di occupazione e di violenze.
La poesia sa dare voce simbolica all’indicibile, non solo a una violenza eccezionale, ma a quella quotidiana, pervasiva delle nostre vite. Ne dà un esempio la scrittrice Charlotte Perkins Gilman nel racconto La carta da parati gialla (inclusa nella bellissima antologia di racconti di autrici americane fra Otto e Novecento Donne d’America, a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti). Questo testo emblematico intreccia l'eredità culturale del racconto gotico con la denuncia sociale della condizione di subalternità della donna, ed è in parte ispirato all'esperienza di depressione post partum vissuta dall'autrice.
La sensazione di straniamento creato dal perturbante apre uno squarcio, una frattura nel rapporto con la realtà, lavora sulla realtà per modificarla. Ci avverte che qualcosa non funziona, stride. Non si tratta qui di disobbedire al canone o di cercare linguaggi alternativi, quanto di creare, con i propri materiali linguistici, una capacità di visione più ampia, trarne un guadagno individuale investendo in creatività nuove.
Per conoscere meglio il perturbante e volgerlo in bene, questi oggetti crudeli delle nostre poete sono anche un profondo esercizio di riparazione e di dialogo oltre e contro la crudeltà.
Nel quotidiano della poesia, il perturbante, che si esprime attraverso gli oggetti linguistici crudeli, straniati, ci impone la sua presenza portandoci fuori di noi, estraniandoci in una realtà irrelata: denti non ben allineati e sani, un bicchiere rovesciato, una porta socchiusa, mucche che si strappano la lingua, donne suicide, donne violate, spilli e ferrettini sul comò, pesci che nuotano sotto il letto, un silenzio, una sedia che manca, una penna come una bacchetta magica, una sommersione per acqua inaspettata.
Come scrive Chiara Zamboni, citando Maria Zambrano, lo sguardo del poeta intercetta nel quotidiano la possibilità dello squarcio:
“Il poeta non rinunciava, non cercava neppure, perché già possedeva. Possedeva immediatamente ciò che davanti a lui, ai suoi occhi, all’udito e al tatto appariva; possedeva ciò che guardava ed ascoltava, ciò che popolava i suoi sogni, i suoi personali fantasmi interiori, mescolati in tal modo con altri, con quelli che vagavano al di fuori, che uniti formavano un mondo aperto dove tutto era possibile”. 119 (Sentire e scrivere la natura).
Scrive ancora Zamboni in Sentire e scrivere la natura che la scrittrice Anna Maria Ortese ci ha abituati a un “andamento poetico, nel quale la natura si personalizza in forme mitiche e in personaggi atemporali. Fuori dalla casa -vicino al porto- gli elementi naturali diventano degli assoluti, che possono invadere a volte lo spazio interno delle stanze, che non difendono dalla loro pervasività” 40.
I fatti di cronaca degli ultimi giorni aggiungono un ulteriore tassello alla violenza sistemica che si riversa sulle donne, con i continui femminicidi, tra cui quello ultimo di Giulia Cecchettin, che ha particolarmente scosso le coscienze.
Ora, esiste una violenza strutturale che le poete denunciano, cui oppongono sacche di resistenza e sopravvivenze alternative, piccole comunità, compost, ma anche liste di abitudini, disordini, disobbedienze e perturbazioni del quotidiano.
Anni fa la Società italiana delle letterate ha organizzato un webinar sul tema del perturbante, categoria approfondita fin dal 2003 da Monica Farnetti e Uta Treder. Secondo Farnetti la risposta delle scrittrici al perturbante nelle loro vite non è l’angoscia ma l’accoglimento affettivo. L’alterità perturbante dell’altro va ad arricchire lo statuto relazionale dell’identità, proponendo uno spostamento verso un guadagno, quello di una alterità in grado di rivelarsi risorsa.
Ci viene in aiuto, nel parlare della categoria del perturbante, il pensiero di Donna Haraway. La realtà è essa stessa motivo di perturbazione se facciamo i conti col disastro ambientale dell’antropocene, per esempio, ma ci offre la possibilità di interrogarci su come creare una cultura diversa e reti di rapporti nuovi.
Non si tratta qui di disobbedire al canone o di cercare linguaggi alternativi, quanto di creare, con i propri materiali linguistici, una capacità di visione più ampia, come insegna sempre Monica Farnetti, trarne un guadagno individuale investendo in creatività nuove.
È la sfida di un linguaggio capace di parlare di un mondo futuro attraverso nuove convenzioni linguistiche, nuove parentele da cercare e mettere in campo. Di questa sfida si fa portavoce il volume Femminismi futuri. Teorie, poetiche, fabulazioni, uno dei più interessanti testi di critica femminista della Sil, in cui Marina Vitale ribadisce l’importanza oggi, delle scritture speculative.
È nelle scrittrici di oggi di ultima generazione che la crudeltà del reale è maggiormente rappresentata perché riconosciuta come violenza strutturale. Da qui la reazione e la creazione di realtà alternative, oggetti, animali fantastici ed esseri straniati, dimensioni del tempo diverse, rapporti affettivi nuovi con soggetti marginalizzati.
È la stessa prospettiva delle scrittrici del fantastico, come rilevava Farnetti, che hanno sostituito la risposta di angoscia a una di affettività e si sono collocate in una visione della vita fondata sulla nascita e non sulla morte. L’accento va posto sul nostro essere esseri natali, non solo mortali.
L’antidoto alla crudeltà è la compassione. La compassione è trovare “le tracce degli altri, la pietà oggettiva nelle forme altre del linguaggio, nel ritessere le trame della ferita del reale, nel ripararla come si fa nella tecnica del kintsugi, in vista di una profonda trasformazione della mente e di un nuovo ordine dell’umano, esplorato da prospettive inedite.
Ma la domanda che voglio fare alle poete ospiti dei due incontri e a ciascuna di noi è questa: qual è stato il loro oggetto crudele, il monstrum? Ne conosciamo tanti, l’abuso, l’inadeguatezza, lo svilimento, lo scempio ambientale dell’antropocene, lo specismo, la mancanza di empatia, la sopraffazione, la guerra. E come ci si sente a vivere, e a scrivere, la crudeltà?
Antologia dei testi
Laura Accerboni
da La parte dell’annegato (nottetempo, 2015)
Il freddo
è poco piacevole.
Se si trema
la credibilità
diventa niente.
Per questo
ho imparato
a piantare
chiodi
nelle mani.
Ora sono
una persona ferma.
*
Un insieme di animali
di piccola taglia
tenuti stretti
da un laccio
carichi di morsi
e di proiettili
fanno una selvaggina.
E te li metti a tavola
discuti con loro
di creme imbalsamanti
e il piombino nella schiena
te lo toglie
l’amico con i baffi
tutta una pelliccia
dentro.
da acqua acqua fuoco (Einaudi, 2020)
III.
Tu lo senti
mentre i pesci
cercano sul pavimento
una casa
le mani.
È sempre troppo
quando decidi
di tagliare
le reti
per ragioni
di pane.
Io credo
nel tuo raccogliere
fondali
IV.
La balena
è bianca
sbiancata
dalla plastica.
Inseguo
quintali
di bottiglie
da tutta la vita
*
Certi animali
si masticano
fino a sanguinare
non vogliono
che siano altri
a mangiarli
si riducono
a brandelli.
Alessandra Carnaroli
Da elsamatta (IkonaLiber, 2015)
una volta che avevo parcheggiato sotto casa sua
ma non lo sapevo che era casa sua
lei si affaccia dalla finestra mi dice gli insulti le
[cose brutte
non le voglio ripetere qui
ma quel giorno le dicevo anche io a lei
ma cosa sei matta o sei scema lei voleva venire giú
si pensava che era dio invece era una femmina
[indiavolata
c’aveva delle cose nelle mani un coltello la spina
[della radio due roselline
di stoffa allora ho preso la macchina e arrivederci
*
sua madre che l’ha fatta nascere
non l’ha data agli orfanotrofi se l’è tenuta
anche se gli pisciava dappertutto
ogni tanto una pisciatina dietro le porte sul tappeto
[nel bagno mai
se vuoi gli è stata anche abbastanza dietro finché ce
[la faceva
a fargli fare qualcosa
cucinare
farsi la doccia
tenersi almeno pulita
per l’igiene mica per niente
da primine (Edizioni del Verri, 2019)
5
disegna una casa con una bomba
dentro
in realtà è mio padre
che sbatte la porta
attacca mamma al muro
con le pentole
la lecca
se riporta ferite
superficiali
mio fratello dice che un giorno gli spacca la testa
io se piango lui magari la smette
*
7
dormo con babbo nel mio lettino
la mamma allatta il fratellino
dormo con babbo è il mio scaldino
si muove appena
fa veloce
è un dolorino
*
41
papà e mamma
si sono separati
per colpa di mia madre
che si era stufata
delle solite cose
tipo litigate
speriamo che mio padre
un giorno in tribunale
non ci ammazza
con la pistola
o un colpo di pugnale
succedono queste cose
alla televisione
io intanto gli voglio bene
per precauzione
Silvia Comuzzo
Da Invitare gli Spaventapasseri a Ballare (Brè Edizioni, 2023)
Lily & John
Un buco nero ti inghiotte e poi ti risputa fuori
lavato con Perlana.
Non volevo che andasse tutto a puttane.
È semplicemente successo.
Ti credo ma crederti non cancella il naso rotto,
il cristallino frantumato, la mascella spostata.
Non ho mai capito perché
tra tutti i posti in cui potevi colpirmi
Olivia
Mi hai spaccato la cassa toracica.
In cambio ho cambiato la serratura di casa
e poi mi ci sono chiusa fuori.
Ora dormo per strada e le mie giornate le passo
a cercare di capire come pagare
la prossima pasticca o la prossima dose endovenosa
che mi spedirà su un paesaggio lunare
dove neanche le zanzare potranno trovarmi
dove non mi addormento mai
e non sogno le tue bottiglie di vodka
atterrate sul mio cranio.
Dove non ho colpe e chi sono
è solo il risultato di chi non ho mai potuto essere.
Stephen
Mi hai riaccompagnato a casa con lo sguardo
e mi hai detto di finirla
di raccontare cazzate sulle stelle
tipo che sono belle anche senza luna.
Mentre lecchi la tua birra
come fosse un cono gelato;
l’odore di lavanda inonda le strade
la bava dei gabbiani incolla il cielo.
Mi insegni:
I polsi devi tagliarli in verticale
se vuoi avere l’effetto sperato.
Parola di scout.
E poi aggiungi:
In campeggio si può affogare
se piove molto,
e finire come certi insetti
che non sanno nuotare
nelle lacrime dei fiori.
Marzia D’Amico
Di dove cresce dall’erba
dal bordo dal centro di mezzo
da sempre a dirotto
piovendo
dice dare forte senza onore maggiore dono è non lasciare
andare.
Di dove cresce dall’erba
dal tonfo profondo, di quando
da tempo attendevo dividendo:
quadrando il tondo, tornando : domando
il fuoco
lì fino
al traguardo.
Ti do la mia parola prendila tienila sempre
a vista
all’asola – una camelia
in porcellana la mia parola, un fioretto
che troppe volte
mi sono mangiata via per fame e per vergogna.
Ci incontravamo nel solco delle nostre
riscoperte miserie
sul fondo spaccato di tragedie da niente.
Ci dicevamo addio ogni quindici minuti
quella parola in bocca stava bene.
Ho sperato di vederti sulla linea di frontiera,
oltre quella traballante
senza fibra ottica,
sulla linea d’aria che separa i mondi,
quella
in terra –
sull’attenti –
che separa i continenti. C’è tanta acqua già
che ci separa e non
ti vedo mica
bene, io non ti vedo affatto.
Forse oramai ho la nebbia anche negli occhi.
Ho chiesto di te al passo lungo dei miei
vicini di passo.
Ho chiesto di te al metallo in cerchio nel mezzo
Con la luna quasi piena è quasi successo
che mi trovassi;
sarebbe stato quasi un successo.
Ho chiesto di te al non-vero delle lingue di radici diverse.
Ho chiesto
di te alla paura delle ombre crudeli
dell’autunno presto. Oltre la pelle nei giorni
più severi al cuore; trovarmi
altra
alla terra. Ho chiesto di te alla sabbia, alla schiuma,
ai neutrini:
ho chiesto ovunque mi fornissero i tuoi occhi come specchio.
Ho chiesto
tre volte a ogni porta ogni volta era un no.
E questo io
lo chiamo
un successo.
Di tutta una vita sei stato padrone d’alt
-are, misericordioso elargitore di miracoli: che pena
il mio incauto desiderio
di farmi cielo abbracciare il tutto
in luce so che è quel che devo è il solo
modo di compiere il miracolo
autonomo (profetico)
saprai vederlo che il cielo che sono si mostra per farsi la pietra che sarò : la tua tomba – amore mio che sei nato
cielo – la tua pietra, il mio cuore
di pietra per cielo: morrò pietra.
conserverò il tuo cielo proteggerò il tuo tutto
meraviglioso e ampio
con rispetto:
abbi pietà del mio cielo di pietra nominale
che è solo tua, solo tu la conosci ed è per te.
Elisa Davolio
Da Is Taco Bell still around?
Storia minima del baseball
Un ruolo predominante è ricoperto dall'alimentazione, come dimostra il cosiddetto secular trend (o andamento secolare della crescita). Nel secolo appena trascorso, infatti, i bambini che abitano nei Paesi di sviluppo hanno raggiunto stature sempre maggiori, di pari passo con il progredire del benessere economico nazionale. In Italia ad esempio, la statura delle reclute militari è aumentata di circa 10 cm tra il 1861 ed il 1961
Imparare a cadere, al primo cenno di perdita dell’equilibrio. Gestire la ferita, ovatta, morsicare le labbra per attutire il dolore. Che è come un fastidio, l’effetto collaterale del lancio.
Prendere la base, imparando ad allungare per terra piedi ed armi, sollevando polvere al ritmo del gioco. L’acrobazia consiste nel non perdere mai il senso del lancio, e saper cadere con proporzione, anche se senza grazia.
Una caduta scomposta può, ancor prima di essere, provocare la dismissione del lancio, la sua perdita di coscienza ed intenzione. Può fiaccarne le intenzioni, renderlo inutile, o cospargerlo di eroismo.
Già nel 1857 si giocano partite di 9 inning con un arbitro che chiama gli ‘strike’ e i ‘ball’.
Nel 1904 il gioco fa la sua prima apparizione in un’Olimpiade a St. Louis.
Al centro del campo è posta la pedana del lanciatore, quella zona si chiama monticello di lancio.
Le ossa, specie le ossa degli adolescenti, si rompono a causa di fatti irruenti e imprevedibili, con un rumore che spesso è impercettibile, che spesso è presente, secco, preciso.
Un modello di caduta, sia dopo sia prima di qualsiasi lancio, di qualsiasi tipo esso sia, è quello con le mani aperte, con i palmi rivolti a terra, a proteggere elementi fini e autorevoli come cuore, polmoni, cervello.
Si sa che le ossa degli adolescenti procurano corse e affanno, screpolature di vario genere, vari generi di aspirazioni, specie sui gomiti e sulle ginocchia.
Abrasioni a diverso stadio, di diverso aspetto, che poi coagulano in piccoli vertici di sangue, piccole siepi in ordine sparso, blu e nere sulla pelle.
Il battitore, il ricevente, modulano i movimenti in accordo, la condivisione del lancio.
La partita prevede scarti, intervalli, effusioni, strategie.
Il gioco si è diffuso in molti paesi caraibici e latinoamericani. Repubblica Dominicana, Antille Olandesi, Porto Rico, Colombia, Costarica e Venezuela. Forse perché povero, non c’è bisogno di grande attrezzatura. Le prime partite sono state giocate d’estate, con i giocatori quasi nudi e mazze non regolamentari.
Importante è non cadere mai all’indietro, non battere la testa, preferire i gomiti, preservare le parti interne e molli.
Viene giocato su un campo a forma di quarto di cerchio suddiviso in territorio valido e in territorio non valido.
Ogni fase del gioco è suddivisa in due fasi, attacco e difesa. Una ripresa del gioco termina quando una squadra è stata sia in battuta sia in difesa. Le squadre sono formate da 9 giocatori più le riserve.
Le ossa degli adolescenti hanno conseguito un carattere di quasi completezza, continuano a crescere e a modellarsi. Seguono un modello di statura, una composizione unica e condivisa.
Solo la squadra che è alla battuta può segnare i punti ed i suoi giocatori si presentano alla battuta uno per volta, secondo un ordine prestabilito.
La rottura delle ossa degli adolescenti è un fatto occasionale, fortuito, avviene per irruenza o predisposizione alla goffaggine o alla caduta.
Può essere, anche, un fatto di eroismo.
L’area di battuta è quello spazio compreso tra la linea delle ginocchia e la linea delle ascelle. Il battitore dopo aver battuto la pallina diventa corridore e cerca di conquistare le basi per fare punto.
Le ossa degli adolescenti sono sottoposte a sollecitazioni continue, vibrazioni di calore, vastità di campi da attraversare, sbalzi d’umore.
Potrà anche approfittare degli errori dei difensori per rubare le basi successive, cercando complici.
Non esiste il pareggio, se dopo nove riprese il punteggio è in parità si continua ad oltranza, fino a quando non si termina un inning completo con una delle due squadre in vantaggio.
Alla fine della partita le ossa sono state sollecitate di qualche grado, hanno acquisito l’allenamento sufficiente per crescere.
Anche se il punteggio non è favorevole, sospese da giunture elastiche e da attributi necessari per sostenere l’esito della partita.
La commozione recita un ruolo importante nella crescita delle ossa degli adolescenti. Le ossa degli adolescenti sembra che si saldino in un punto solo, perfetto come i vertici di un cristallo animato, un momento di completezza esatta e capillare.
Minerali e vitamine, come il fosforo e la vitamina D.
La carne non contiene vitamina D.
Per le ossa degli adolescenti anche l’attività fisica è essenziale, in particolare gli esercizi con pesi, che forniscono lo stimolo necessario per formare e trattenere nel corpo il tessuto osseo.
Attività come andare in bicicletta, la ginnastica, il pattinaggio, gli sport con la palla, la danza e l’allenamento con i pesi guidato da un istruttore, per almeno 30-60 minuti a volta, da tre a cinque giorni la settimana.
Durante una partita di baseball vengono mosse più di 50 ossa che si oltrepassano e congetturano sul lancio. Poi la rincorsa, il battito, la presa, la sommatoria dei punti che si ripete e si azzera per ricominciare.
Le ossa degli adolescenti crescono fino a 25, 30 anni.
La palla a volte vola troppo in alto, compiendo parabole sensazionali e illusorie, e rincorrerla significa oltrepassare i segmenti di gioco e gettarsi in una rincorsa folle e con la bocca aperta per respiri che, ad uno ad uno, saziano solo i più allenati, i più giovani, i più ricchi di divertimento e vita.
Dopo, si può solo cercare di ridurre il più possibile la perdita di minerali dalle ossa, per mantenerle forti fino ad un’età avanzata.
Un punto esatto, la giunzione, da dove lanciarsi non fosse vano, da dove riprendere tutte le luci, l’armonia della gestazione e del crescere, l’imparare a parlare sillaba per sillaba, componendo ogni caduta a partire dal lancio, ribattendo verso gli schermi accesi della bolla sottile e impenetrabile delle vetrine e degli spalti, da dove iniziano la contemplazione e il ricatto.
Lo strazio, come per tutti, da un dislivello diseguale.
L’impossibilità di trattenere la palla, nella rincorsa, l’incapacità di seguire adeguatamente l’attitudine al lancio, percorrere la traiettoria della caduta.
Rompere le ossa degli adolescenti è facile, frantumare il luogo del contatto, dopo aver lasciato il bordo, la prosa della partita arricchita dai suoni e dalle speranze.
Al di là del lancio si aprono prati e vertigini, la saldatura al termine dello sviluppo.
Si arresta perché le cartilagini di accrescimento cessano di funzionare.
Da questo momento in poi non è più possibile aumentare la propria lunghezza ossea. Crescere in ogni senso dove una partita, ogni scheggia del lancio, può anche durare quattro ore e mezza.
Paola Silvia Dolci
C’era una volta il male. C'era una volta,
Nel Bosco incantato dei Pagliacci,
un gruppo di buffi animaletti.
C'era una volta un coniglietto bianco
di nome Leporino, che viveva felice
con la sua mamma coniglia
nella tranquilla foresta del New Strand.
Ma un bel giorno, mentre si trovavano
vicino alla radura del Mercato dei Macellai,
mamma coniglia entrò
per comprare qualche delizia,
lasciando Leporino vicino all'entrata.
Il bambino, curioso com'era, guardava le farfalle
danzare carta-di-riso nel sole del pomeriggio.
Proprio in quel momento,
i due piccoli scoiattolini, Grillo e Pesto,
si avvicinarono silenziosamente a Leporino
e lo invitarono a seguirli.
Quando mamma coniglia si accorse
che il suo piccolo coniglietto era scomparso,
il suo cuore si riempì di paura.
Grillo e Pesto portarono Leporino
per sentieri tortuosi, facendogli credere
di voler giocare.
Dopo un lungo cammino
arrivarono a un ruscello scintillante.
Qui, Grillo iniziò a fare battute crudeli
su come avrebbero potuto gettare Leporino
nel ruscello. Poi, uno dei due
(ognuno accusò l'altro in seguito)
prese Leporino per le zampine posteriori
e lo fece cadere a testa in giù,
facendogli sbattere la fronte
contro una pietra.
Leporino si ferì gravemente
e i due scoiattolini scapparono,
nascondendosi tra i cespugli,
sperando che qualche animale di passaggio
non lo vedesse.
Ma dopo un po', poiché nessuno arrivava,
Pesto e Grillo tornarono indietro
e presero nuovamente Leporino,
dirigendosi verso il villaggio.
Pesto coprì la testa di Leporino
con il cappuccio del suo piccolo mantello
per nascondere la ferita.
Molti animali della foresta notarono i tre
mentre camminavano, ma nessuno li fermò,
pensando che fossero solo due fratellini
con il loro piccolo amico.
Alcuni videro che Leporino piangeva piangeva
e che aveva un brutto taglio sulla testa,
ma non dissero nulla.
Un cervo motociclista notò che i due scoiattolini stavano trascinando Leporino
contro la sua volontà;
altri testimoni videro Grillo
prendere a calci Leporino
per farlo camminare.
Arrivati a un incrocio,
Leporino riuscì a sfuggire e corse via,
ma Grillo lo raggiunse
e lo trascinò di nuovo indietro.
Molti animali notarono la scena,
ma nessuno intervenne.
Alla fine, Pesto prese Leporino per le zampette
e Grillo per il busto, portandolo fino a un prato davanti a una taverna del bosco.
Una vecchia tartaruga vide le ferite di Leporino
e si avvicinò, chiedendo
se avessero bisogno di aiuto.
Pesto e Grillo, con le loro vocine,
risposero di non conoscere Leporino
e di averlo trovato sperduto.
La vecchia tartaruga indicò loro la via
per il rifugio degli animali, ma si stupì
nel vederli andare nella direzione opposta.
Proseguirono fino a un vecchio mulino
abbandonato.
Era passata circa un’ora e il sole stava calando.
La stazione di soccorso per gli animali era vicina,
ma i due scoiattolini decisero di tornare
verso la vecchia ferrovia.
In tutto, furono visti
da trentotto animaletti della foresta, ma nessuno
intervenne. Mentre si dirigevano verso la ferrovia, Pesto strappò il mantello di Leporino
e lo gettò tra i cespugli,
non ritenendolo ormai più necessario
per nascondere le ferite del piccolo coniglietto.
Arrivati nei pressi della vecchia ferrovia,
Grillo e Pesto, gli astuti scoiattolini,
presero una decisione crudele.
Trovarono una latta di vernice blu abbandonata
e la gettarono sul volto di Leporino,
imbrattandolo completamente.
Poi, con cuori di pietra,
iniziarono a colpirlo con sassi e mattoni
trovati lì intorno.
Usarono persino una pesante sbarra di metallo, che giaceva accanto ai binari.
I colpi furono così violenti
che lasciarono profonde ferite sul piccolo corpo
del coniglietto.
Grillo, in un gesto di estrema crudeltà,
diede un calcio così forte al viso di Leporino
che l'impronta della sua zampa rimase impressa sulla tenera pelliccia bianca del coniglietto.
Poi, in un atto ancora più vile, abbassarono i pantaloni di Leporino
e lo penetrarono e stuprarono a turno.
Accanto a lui,
abbandonarono le pile per giocattoli
che avevano trovato lungo il sentiero,
mettendone alcune in bocca al piccolo coniglietto.
Come se fosse un giocattolo.
Le ferite inferte a Leporino erano numerose
e devastanti, e il povero coniglietto
soffriva terribilmente.
Le fratture al cranio,
causate dalla sbarra di metallo,
erano particolarmente gravi.
Tuttavia, il numero di ferite era così alto
che sarebbe stato impossibile stabilire
quale fosse stata la più letale.
Prima di abbandonare il luogo del delitto,
Grillo e Pesto misero Leporino,
ancora vivo,
sui binari della vecchia ferrovia.
Coprirono la sua testa con dei sassi,
sperando che un treno passasse
e la sua morte sembrasse un tragico incidente.
(…)
Florinda Fusco
Da Il compleanno e altre opere, (Argo libri, 2022)
1.
mettetemi un cielo nell’ombelico e vi donerò tutto il mio sonno
le ossa intrecciate di fili di ferro il peso della carne
premuto sulla terra i capelli cresciuti di spilli
osservate il corpo steso i suoi impercettibili movimenti il piede lieve di aria
non aprirò la mia bocca di cemento
per dirvi
tornate più tardi, è sempre troppo presto
2.
Eccomi
qui
vestita
a festa.
La camicetta
bianca
col merletto,
abbottonata
sino al collo.
La gonna
lunga,
i tacchi
quadrati,
decisi.
I capelli
tirati,
un fermaglio
con
piccole
perle
grigie.
Cerco
le ciglia
finte
mai usate.
Un rapace,
fiero,
è riflesso
nello specchio.
Apparecchio
la tavola,
la tovaglia
a fiori
cucita
dalla nonna,
una poltrona
porpora
per un nuovo
Papa,
i piatti,
ad orlo
dorato,
la geometria
regolare
di forchette
e coltelli.
Sotto
i vestiti
sul seno
qualcosa.
Eccomi qui
seduta:
guardatemi.
Giù dal
colletto,
la camicetta
si macchia
di rosso.
Gli invitati
chiacchierano,
ridono,
fingono
di
non
vedere.
Io,
fingo
di
non
sentire.
3.
mi dissero che era l’ora del thé e io sedetti come discreta invitata
eccomi qui vestita a lustro la gonna stirata i capelli tirati come se nulla fosse
intorno al tavolo uomini e donne con grandi cappelli
c’erano tutti, i vivi e i morti
io ferma in un angolo una tenda di broccato al centro la Signora con l’ermellino
sul tavolo una teiera e cinque tazze intarsiate d’argento
la teiera cade lentamente s’infrange
intingo il dito nella tazza come in un calice
sul dito un grumo di sangue (come discreta invitata lo nascondo)
segno col dito sporco tracce sul pavimento: una casa
tutti immobili nella casa rosso sangue
le palpebre degli invitati si abbassano sotto il peso delle pareti tracciate
questo è il giorno in cui vedo e nessuno mi vede
come discreta invitata con passo fievole apro la porta di sangue
e metto il piede al di là
4.
Sopra le
palpebre
il lungo
sonno.
Nel terreno
ho nascosto
valige
di ossi
e orecchini.
Sul vetro
opaco
le mani
non spingono
non tracciano
figure.
La carta
da parati
non respira,
non trasuda.
Sui pavimenti
nessun passo
a misurare
il passo.
Sul comò
gli spilli
e i ferrettini
non
hanno
occhi,
e non
bisbigliano.
Dalla mia bocca
cresce
un’edera.
Sul
lungo
tavolo
piatti
e bicchieri
traboccano
di sabbia.
Stendo
il mio corpo
sulla punta
del tavolo.
Qualcuno
taglia
in un piatto
di porcellana
un organo-fiore
esattamente
a metà.
Il mio sonno
non ha voce,
non ha braccia,
tese
a chiamare
oltre la porta,
oltre il regno
dei non umani.
Marilina Giaquinta
I
Vantiamo un senso certo delle cose
che per questo
diamo per divenute necessarie
che usano succedersi
che per questo presupponiamo.
La luce esatta del giorno
la notte cieca che scura e s’abbatte
come il male quando esagera
e pretendiamo invece coerente
l’innocenza precipite del frullo d’ali
la pietra che rilutta al sentimento
la lontananza azzurra delle alture
la trasparenza indifesa dell’acqua
il cunto antico di alberi cortecciuti
l’uso di innocenti come scudi umani
le guerre che bombardano gli ospedali
i cecchini che sparano due volte
un colpo alla testa e uno al cuore
perché non è facile neanche morire
le vite di nessuno abbandonate per strada
le vite di nessuno annegate in mezzo al mare
le vite di nessuno che nessuno vuol vedere
le vite di nessuno le nostre vite di nessuno.
II
Una data, l’ora
(anche all’incirca)
è essenziale
quando si ricorda
ciò che si è vissuto.
Se può accadere
in qualunque momento
giorno mese anno
stagione clima temperatura
(insomma tutto quello che
controlliamo ogni giorno
prima di iniziare a vivere )
allora vuol dire
che non è accaduto
che ce lo siamo inventato:
un fatto immaginato
ha una provvisorietà
che scompare dalla memoria
e rassicura
il nostro orizzonte d’attesa.
Rimane un suono, allora
l’ascolto buio della mente
un movimento di compassione
del punto di gravità
che si rivolge indietro
e distorce ogni spazio di ripetizione
inverte e sposta il tempo
si rivolta contro
l’avanzare inesorabile
dell’indigenza della materia,
rottura di ogni previsione di vuoto
rischio dell’effrazione della luce
sugli effetti del gesto d’amore
spirale intenta a trovarsi l’origine
curva spezzata che non incontra fine
acclamazione del divenire perfetto
che non trattiene la sua stessa sostanza.
Le cose spariscono
quando non riesci a spiegarle.
Quello che si avvicina
non riusciamo mai
a raggiungerlo.
III
Gli occhi non ritrattano mai.
Sono gli unici organi
che non hanno
possibilità di ricredersi
forse perché
quello che vedono
se lo costruiscono.
Gli oggetti si fissano per sempre
e non mutano
anche se provi
a chiudere e aprire gli occhi
milioni di volte.
Gli occhi non ritrattano
non possono.
Perché, nel momento in cui guardano,
si appropriano
di tutto ciò che vedono
se ne impossessano
diventano essi stessi quegli oggetti
li espropriano del loro spazio
cui sembrano ancora appartenere.
La sostanza smette
di essere delle cose
e diventa proprietà degli occhi.
È il pensiero che conduce lo sguardo
a spingersi verso il possibile,
ad abbandonare la realtà,
coerente e consistente,
per andare oltre,
per arrischiare
dove tutto sembra muoversi
dentro forme
che cambiano di continuo.
Il pensiero non sa mai
cosa incontrerà
al di là dello sguardo.
Gli occhi sanno cos’è il confine.
Il pensiero non se ne preoccupa,
non lo considera,
il pensiero annienta il confine.
Gli occhi non possono vedere
ciò che manca, ciò che non esiste.
È il pensiero che sa cos’è il vuoto.
Riesce persino a misurarlo,
ma non si accorge
di quello che si forma,
a poco a poco,
in modo lento ma inesorabile,
dentro di sé.
Cinzia Marulli
Da La casa delle fate (La Vita Felice, 2017)
«Dove mi hai portato, figlia?»
«Qui, in questa nuova casa, mamma.»
«Ma dov’è la mia camera da letto?
Dove sono tutte le mie foto?»
«Ma lì sei sola, chi ti guarda?
qui sarai accudita e starai in compagnia.»
«Ma in compagnia di chi?»
«Non lo so, mamma.»
«Va bene figlia, io rimarrò qui a morire.
Tu copriti prima di uscire ché prendi freddo.»
*
Vita mia, in quel pensiero accecato
nel bianco abbacinante della follia
mi giunge la tua carezza
non ha voce
solo tremore, e dolore, e solitudine.
In quel corpo dilaniato dal tempo
la mente fugge
cerca il suo riparo e si allucina.
Due manine d’argilla
scavano la carne
graffiano quel grembo che ora sanguina
e non ci sono più respiri
nel ghiaccio.
*
Da Autobiografia del silenzio. L’orco e la bambina (La Vita Felice, 2022)
Può avvenire – ed è accaduto –
che l’orco cattivo esista davvero
non è brutto come ci raccontano
se incontra una bambola
allora è cattivo
e quella bambola (ve lo racconterò)
ero io
ma per poterne parlare
ha dovuto perdonare
ha dovuto imparare ad amare.
*
Le bambole
sono tutte in fila sul letto
a tutte quante
la bambina cattiva
ha tolto gli occhi
al loro posto due fori neri
come pozzi senza fondo
le bambole però sono contente
di non poter più vedere
l’orco cattivo che le spoglia nude
fino alla pelle gelata di paura.
*
Valentina Murrocu
Da L’altro mondo, Vita Activa Nuova, 2023
1.
Il paesaggio indicibile di qua dal vetro,
i passanti dentro i vagoni dei treni, un passaggio
a livello,
queste cose si situano
in uno spazio laterale che diverge da parte a parte;
eppure, l’occhio si apriva, lo spazio ricucito stava
per il grande e il piccolo, la lacerazione interna
alle cose come sono.
L’altro mondo, ma da una dimensione differente,
nessuna aggregazione o urto,
solo una forma che proviene dal centro, una
massa informe
o un grande discorso, dire questa massa per
dire io.
*
2.
C’è come un’apertura laterale sull’altro mondo,
un’intelligenza minore è la percezione
del centro e non è che tutto:
mi dici che sono una sagoma
con un’apertura a lato, uno schermo diviso tra
mondo
e parte, come un nucleo nel centro o una linea
che si segmenta.
Quindi la vita o la morte, la morte nell’altro mondo
è maggiore, la visione lungo la parete è la vera
mente,
la materia delle cose come sono;
i corpi galleggiano allora, in questo vetro che
si apre di lato,
come passanti morti dentro i vagoni dei treni,
ho pensato di scrivere dell’altro mondo perché
non ci sono mondi.
*
5.
La metro nella calotta della mente,
un discorso come un corpo che galleggia,
guardare dal vetro i passanti scomposti sui sedili:
quando immetto il mio organismo nel binario
vedo gli altri
come viventi aperti, sono morti.
«La vista, credevo, la visione dall’occhio
che non vede è una luce ampia contro gli oggetti,
giusto e sbagliato convergono nell’intero»,
Milano è un grande insetto nell’aria statica.
Gabriella Musetti
Da Un buon uso della vita (Samuele Editore, 2024)
le storie sono all’inizio
tutte uguali
nasci da un ventre aperto
dal buio vedi la luce
ma subito la storia cambia
secondo il luogo lo status
il modo e l’accoglienza
non c’è una regola prescritta
uguale a tutti
ognuno trova a caso la sua stanza
chi bene – felice lui o lei – chi
con dolore
*
è morta questa mattina è morta
ma non si è accorta di morire
rideva come una bambina
su un prato in primavera
rideva anche di sera (e pure di mattina)
– s’è messa in salvo – qualcuno dice
volata via sopra una rondine
un po’ di soppiatto un po’ per avveduta
consolazione – la scelta unica rimasta
quasi sicura
*
era morta con la luna storta
era morta sopra un cuscino estraneo
di un vicino fuori della sua casa
come faceva a spiegare
a chi gliel’avesse chiesto
che era uscita in giardino
solo a fumare una sigaretta
scavalcata la finestra s’era trovata
nella casa buia decisa
a seguire il suo destino?
*
era morta davanti allo specchio
mentre si truccava per uscire
un occhio spalancato uno chiuso
a tirare la linea sulla palpebra
la traccia l’attesa la sorpresa
ciò che vide nell’orbita spenta
era denso e molle come placenta
*
lei vide cadere un suo occhio
nel piatto e lo raccolse
si disgregava pezzo
a pezzo ma non moriva
semplicemente non sapeva
come uscire dall’impasse
e fu mentre pensò che tutto finì
*
Sara Ventroni
La distopia, l’archeologia del quotidiano.
Da La Sommersione
Tra mille anni
allo strascico del fondale
i pesci verranno a galla: la pancia aperta
con dentro altri pesci morti, i pesci vivi
avranno un nuovo sistema di respirazione
per adattamento della specie all’ambiente.
Tra mille anni nei fondali degli oceani
chissà se ci arriveremo
a farci incontrare, dai posteri.
Ma ci arriveremo e saremo riconosciuti
in quanto tali:
Il pianeta-terra affoca nel pianeta-acqua i suoi melasmi
affoca i bidoni affoca le navi cargo affoca i negri i mezzi negri i mulatti
le filacce di sanguepisto dentro il tonno pescato insieme al delfino tursiope.
Il pianeta-terra mangia il branzino d’allevamento
dicono per esempio che il pangasio sarebbe meglio evitarlo
perché il Mekong è un fiume molto inquinato.
A nord pianure e cascine a migliaia
e mangiatoie un metro per due.
Le bestie hanno uno sguardo sornione
anche da vive non le vedi bene
e dire che non c’è nemmeno più nebbia.
Il vitellino fa l’occhio languido.
Al macello le vacche adulte
sanno cosa sta succedendo
e non cercano compassione
Cammini coi sassi in tasca.
Dall’alto guardi i passi che scendono
tra le canne di bambù
dove corrono i ratti.
Una volta d’estate hai rubato dei fichi.
La donna della baracca
ti ha invitato al cinodromo.
Avete preso da bere
sulle palanche
ma le zanzare vi hanno rovinato
le caviglie.
Il bancone non era pulito.
Le vespe ronzano dentro la testa
come in un tronco morto.
Tu cammini con i sassi in tasca
sul pelo dell’acqua.
Testi inediti
Shelters: a draft
- nascondiglio seppellimento nascondino
Un rito non comandato | un taglio nel tronco del fico | un buco: / infilate la mano | grattate la terra | ricoprite / la coda della lucertola | il confetto-ghiaia. // Incrociate i bambù | copriteli con un telo. / Venite a vedere | venite qui dentro | / venite sotto la tenda | fatevi riparo.
- Anacoreta perfeziona solitudine in solitudine forzata
: non si lamenta. / La distanza migliora la vista /: non si lamenta. / Da lontano gli altri sembrano interessanti.
- Accanto al pilone del fiume, sotto il cavalcavia
Accanto al pilone del fiume, sotto il cavalcavia / un accampamento. / Fanno un fuoco coi legnetti / hanno cretti ai talloni / coperte di lana dai bordi di velluto / bacinelle blu / per il bucato / fanno schiuma profumano le / acque / entrano / in immersione fino alla vita / bendaggi | cenci avvolti al corpo | / purificazione putridificazione / le piaghe le crosticine le scorzette / di protezione //
Le ferite siano tutte benedette // (riparare le persone | colare nelle crepe dei nervi oro caldo / siete venuti al mondo a mento alto | gridando / non si finisce una volta per tutte | tutto finisce già durante / non c’è altro dopo questo | questo è quanto /: è tutto qui ma dura adesso)
Partire | tortura | partitura
Non dovete tenere nelle case | un animale captivo|
o taglierà i capelli con forbici da giardino |
strapperà le tende coi denti,
Se serve, anche le pelli sottili | intorno agli occhi.
: una fatica come non fosse mai esistita
la nascita.
Siete stati fortunati a nascere senza l’istinto
di vendetta | altri vengono al mondo | già rovinati da un ricordo.
Animale che di notte ti avvicini | punta su di loro | i tuoi canini|
sono loro gli esperti in sevizie, servizievoli sedazioni |
Di giorno ti buttano all’asciutto sul pavimento
(le scosse elettriche come li eccitano)
Scavare? Hai scavato?
La testa che avevi nascosto sotto terra | la testa |
che in tanti anni avevi smosso, cambiandole posto
(una volta l’avevi immersa in una pozza d’acqua sulfurea,
in una area desertica: è tornata
a galla)
I gendarmi si fermano sul terrapieno e guardano, mani dietro la schiena,
: il buon lavoro nei loro pantaloni.
Ti prendono i polsi | eseguono dispacci|
(tenere vivo il prigioniero, tenerlo vivo a ogni costo
con la museruola, con la tagliola: tenerlo in ostaggio)
Animale che di notte lasci il bosco
(la tua zampetta sanguinolenta non fa dolore)
Animale che di notte torni nel bosco, a morire in un posto
dal cuore scuro. Non tornare a morire qui
all’aperto.
Marry-go-round
Girano intorno al cedro del Libano.
Lo accerchiano lo
capovolgono a clessidra
Cedro del Libano, ti fanno fare la verticale
(testa in giù, linfa in su).
Ti rimettono in posizione naturale
Avvicinano la lingua, leccano
la corteccia.
Mineralizzare le ossa
tornare ai giochi primitivi
di alta società
Con tamburi sonagli
piroette da fermi e danze intorno al perno
del tuo mondo-albero
pàgano il prezzo di questo gioco moderno
(sottoterra tu piangi: ti hanno sradicato
le tue costose dentature di titanio)
Anche gli alberi vanno dal dentista
a curare con perni rari le loro radici.