Per non aver commesso il fatto di Valeria Rocco di Torrepadula
Giuseppe Andrea Liberti
Questa recensione prende le mosse da un intervento dell’autore nell’ambito del ciclo di seminari Downstream. Poesia Prosa, organizzato da Chiara De Caprio, Giorgia Esposito e Valeria Rocco di Torrepadula a Napoli e tenutosi tra marzo e giugno 2025.
Dopo alcune sporadiche apparizioni su blog letterari, giunge come un lampo a ciel sereno la silloge d’esordio di Valeria Rocco di Torrepadula. Napoletana, classe 1996, definirla “poetessa” sarebbe francamente riduttivo, essedo attiva anche in ambito musicale con progetti tra spoken word e post-punk. Per non aver commesso il fatto, pubblicato tra i “Manufatti poetici” della casa editrice Zacinto (tra i quali vale la pena ricordare altri ottimi lavori come Tarsia / Coro di Lorenzo Mari o Ghost track di Marilina Ciaco), impone però di confrontarsi con una scrittura già matura, in cui i ritrovati formali della più recente poesia italiana (come certe soluzioni installative descritte da Paolo Giovannetti) trasmettono una riflessione feroce sull’identità femminile, sui rapporti famigliari, e ancora sulle modalità di abitazione e occupazione dello spazio.
I venti passaggi in cui è articolato il libello si aprono con l’evocazione di un qualcosa che potrebbe essere proprio il fatto che compare nel titolo. Subito compaiono figure paterne e materne, ricorrenti lungo tutto il libro; e subito si presentano sfuggenti, più unheimliche che rassicuranti, insoddisfatte di qualcosa che «non volevano». In una delle prime recensioni alla raccolta, Lorenzo Morviducci ha osservato come «lo ‘scavo’ genealogico […] racconti un destino di esclusione»,[1] che sembra portare al rifiuto della dimensione femminile, rinnegata dagli antenati maschi ma anche dalla madre del padre che «spuntava linee saliche con la stessa apprensione» (p. 7), e che è invece ciò che prova a essere recuperato, per vie altre, da Rocco di Torrepadula, non senza porre in questione temi pur cari alla tradizione della poesia femminile recente. Si prenda la corporeità: la promessa di un corpo da abitare non è rassicurante, né il corporeo è un totem felice a cui ancorarsi. Piuttosto, si rivela un insieme di contraddizioni e conflitti, che agiscono quindi all’interno dello stesso soggetto («avrai tutto per te un intero corpo / le sue unità diffidano a vicenda», p. 8). Che è carne ma anche verbo, sebbene Per non aver commesso il fatto torni continuamente a pungolare l’assertività del linguaggio: c’è una distanza abissale, in queste pagine, tra la parola che è circostanziata, storica, precisa, e la formula, vaga e priva di doti comunicative limpide («quando dovunque manca una parola seria puoi sempre confidare nelle formule / ma questo non è un bene: perché l’inconclusione / ha molti amici e feste incalcolabili», p. 8), che come tali espongono il soggetto all’azione di passanti indiscreti. Ovunque compaiono frasi fatte ed espressioni di circostanza, come nel testo successivo, in cui un’asserzione («ha detto che la madre di mattina / deve essere già sveglia o non è madre», p. 9) da il la a una presa d’atto della dimensione problematica rappresentata dalla maternità.
L’essere-madre è una condizione che non viene avvertita come naturale né rivendicata come ideale. All’osservazione di chi associa al diventare madre improbabili vantaggi, si contrappone la perdita di altri lati, ancora tutti da sondare, del prisma-individuo, come ad esempio l’essere-figlia («se ti accadesse / di diventare madre – mi risponde – / ti avanzerebbe il tempo per studiare: / il tempo di una figlia che recede», p. 10). La madre è chiamata al lavoro di cura, per l’appunto; ma la sottrazione al lavoro impedisce un riconoscimento del sé, avvicinando piuttosto l’individuo al mondo animale («metti: non lavorare / mi resta – a conti fatti – venire dalle scimmie», p. 11). Questo è, in fondo, un ennesimo capitolo dell’oppressione di lungo corso delle donne, che non è diradata ma si riversa, al contrario, con tutto il suo peso millenario in ogni esperienza individuale: è «l’intera storia contro una sola femmina» (p. 11).
Storia dunque come regesto della violenza perpetrata nei confronti dei corpi femminili; storia come temporalità di un potere che irreggimenta corpi nei quali pure si potrebbe confidare, che detta il vocabolario dei rapporti personali («colpa cosciente, dolo eventuale: ciò che hai fatto al tuo corpo ti precede», p. 15), e che si incarna poi, nell’esperienza biografica di ciascuno di noi, nelle prime autorità che incontriamo, i genitori. Ancora una volta è il contrasto con la figura materna che segna il passo della scrittura, spinta a riflettere sull’eterna responsabilità assegnata alla donna nell’economia domestica: «siamo lumache, lasciamo tracce umide, / la nostra casa poggia su di noi» (p. 16).
Ma non si dà riflessione su storia e potere senza rimessa in circolazione del concetto di crisi, né la sua presenza in un attraversamento di contraddizioni individuali e collettive può stupire. La crisi emerge gradualmente nelle sue plurali declinazioni: è economica, politica, ma anche personale, con l’età che avanza e sessuale, con i versi dedicati al maschio che rigetta la mercificazione del sesso ma al tempo stesso aderisce pienamente alla logica di mercato. Quella in cui si muove Valeria Rocco è una «terra lesionata», dalle ferite ancora aperte e brucianti; e forse non è casuale che il capitolo XIII sia dedicato alle rovine dell’Italsider di una Napoli davvero altra da quella oggi celebrata dalle agenzie di viaggio di mezzo mondo. Il trapasso nella disgrazia plasma lo spazio di via Coroglio, né bosco fatato né location industriale, ma terra di mezzo abitata da rospi (quindi anfibi, creature a metà) e solcata da «piloni erosi» come totem muti, che non evocano più niente, neppure il loro passato. Questo luogo che ha subìto violenza senza essere mai stato risarcito, e il cui passato sembra oggi inattingibile e coperto da uno strato di oblio, proietta la sua ombra, in questo movimento centripeto e centrifugo costante, su quello che è il bios del soggetto.
Tempo, perdita e disgregazione sono nuclei che tornano nella constatazione che il nostro presente è sull’orlo di un crollo costante, ed è all’interno di questo stato claudicante delle cose che è doveroso provare a generare cortocircuiti nella lingua viziata da preconcetti e luoghi comuni. Alla fine, Per non aver commesso il fatto è anche un grande processo poetico al linguaggio, la cui violenza ferisce quanto e più dei ceffoni («non è lo schiaffo: è la predicazione / di cosa è la mia bocca e di cosa ci faccio con la bocca, di come sono brava, di come resterò per sempre bella, da questo non si torna:», p. 32). Valeria Rocco di Torrepadula fa i conti con tutta l’ambiguità insita nelle asserzioni e più in generale nelle parole: è solo riuscendo a cogliere il nesso tra questa ambiguità e i rapporti di subordinazione che implica e produce che sarà possibile ammirare cose che funzionano, verbo-auspicio con cui si chiude questa potente opera prima.
Valeria Rocco di Torrepadula, Per non aver commesso il fatto, Milano, Zacinto, 2024, pp. 34.
[1] Lorenzo Morviducci, recensione a Per non aver commesso il fatto, in «Semicerchio», LXXI (2024), 2, p. 120.