p. 39-42 > TESTO A FRONTE TEORIA E PRATICA DELLA TRADUZIONE n. 66-67 - I-II semestre 2022

TESTO A FRONTE

TEORIA E PRATICA DELLA TRADUZIONE

n. 66-67  -  I-II semestre 2022

 

Recensione di Roberto Milana

 

Tempo fa c’era un luogo speciale, favolistico e parlante in ogni libreria, era quello delle riviste culturali, nobili o di povera editorialità, affastellate una accanto all’altra , comari ciarliere di un sapere critico e militante. In effetti era come se ognuna rimandasse all’altra in un dialogo incessante che il lettore promuoveva con un fare compulsivo passando le mezze giornate a trovare qualche bandolo di matasse letterarie, ideologiche o semplicemente esistenziali. Questo pregevole numero di Testo a fronte, rivista di teoria e pratica della traduzione dell’Università Iulm, pare riportarci a quella atmosfera presentando una serie di saggi comunicanti, dal carattere analitico e propositivo, che si susseguono in una specie di dibattito interno intorno alla questione datata 2021 del rifiuto clamoroso e pubblico  da parte di M. NourbeSe Philip scrittrice canadese di origini caraibiche, della traduzione del suo libro Zong!

fatta da Renata Morresi con l’ausilio di Andrea Raos e Mariangela Guatteri per Benway Series Edizioni.  Il libro della Philip  pubblicato in Canada nel 2008 prende spunto da un sintetico documento legale del 1783 di due fogli relativo alla causa Gregson v. Gilbert intentata da commercianti di Liverpool proprietari della nave negriera Zong nei confronti di una società assicurativa da cui pretendevano un indennizzo. Infatti durante il tragitto atlantico sbagliando rotta il capitano e l’equipaggio avevano gettato in mare circa 150 schiavi negri per la mancanza di acqua a bordo che avrebbe messo in pericolo la ciurma. La richiesta per questa umanità affogata che nel testo è considerata una vera e propria merce, fu rigettata dalla corte , ci fu un ricorso e fu deciso un nuovo processo di cui non c’è memoria. Questo terribile episodio divenne un momento importante di crescita storica dell’abolizionismo britannico.

La Philip di questa storia coglie immediatamente il carattere di indicibilità, l’elemento di totale sottrazione da procedimenti narratologici <<non c’è modo di raccontare questa storia; ma deve essere raccontata>>, lei stessa si definisce Unauthor non autore e l’opera la considera una traduzione di cui occorre trovare una forma speciale, che possa narrare l’impossibile, ciò che non può essere narrato se non grazie alla indicibilità, alla non-narrazione. Allora sposta tutto il materiale agente su una dimensione sacrale quasi sciamanica, dove Setaey Adamu Boateng una delle  vittime antiche diventa il raccontatore all’autrice. La forma morfematica assume funzioni etiche e spirituali perché si definisce in frammenti, spezzature ricavate dalla violenza linguistica oggettiva del documento legale ed eco delle voci dei corpi dal fondo. Un procedimento di embodiment incarnazione ospitata negli spazi vuoti, luoghi del necessario silenzio per esacquare far emergere le presenze in una memoria liquida. Ma soprattutto l’opera deve essere accompagnata da procedimenti di cura ovvero veglie funebri, riti annuali performativi, reading, situazioni di contaminazione pubblica dell’evento.

Tutta questa complessità, che ormai come dice e illustra Lorenzo Mari, è pertinenza di molta nuova letteratura postcoloniale e diasporica, a opinione della Philip non è stata contemplata per bene nella traduzione di Renata Morresi provocandole un turbamento  fisico esistenziale  espresso con il rilievo della denuncia nei social, facebook e vari siti e arrivando alla raccolta di un migliaio di firme per chiedere il ritiro delle copie. Ritiro che poi è stato effettuato da Benway Series. La Philip ha denunciato il carattere personalmente irrispettoso e non collaborativo della traduttrice   che l’aveva avvertita della traduzione nel lontano 2016 e da allora non  aveva dato più notizie fino a quando le ha  recapitato le copie nel 2021. Ma la sostanza del rigetto riguarda il trattamento sciatto e impreciso della resa della forma che per Philip è la forza semantica dell’opera. Non è stato rispettato quel quadro tipografico di frammenti e vuoti fondamentale a dare voce e respiro agli antenati morti. Non è stato recepito quel multilinguismo di idiomi di potere e di oppressione , come rumore di fondo del tempo coloniale, come Babele dello sfruttamento. Un’altra accusa ha riguardato il collegamento indebito della vicenda atlantica con quella odierna dei barconi del Mediterraneo, rompendo l’alterità autonoma degli affogamenti di Zong! Ultimo e importante  rilievo della Philip denuncia la non contemplazione degli atti del protocollo di cura che dà vita a questo lutto con pratiche rituali e performative, un atto offensivo che ne nega la memoria e indebolisce il significato del libro, arrivando poi ad accusare di razzismo coloro che hanno agito intorno a questa iniziativa.

Tornando alla rivista, tutta la parte dedicata alla considerazione critica dell’opera in questi interventi registra un riconoscimento unanime del valore storico letterario di  Zong!  in quanto con la sua complessità di fattori testuali ed extratestuali suscita e impone secondo Lorenzo Mari <<un’adeguata riconfigurazione dei saperi>>  o come sostiene Antonio Devicienti <<il corpo a corpo con il linguaggio e le differenti forme delle scritture di ricerca è in grado di attuare una reale e definitiva decolonizzazione del linguaggio dell’immaginario e delle memorie...può (deve?) essere abolito ogni residuo di eurocentrismo, ogni forma, anche minima, di atteggiamento paternalistico nei confronti delle culture non occidentali, ogni scoria di razzismo...>>.

Insomma l’utilità di questo fascicolo è trasformare la querelle  in un’occasione per riflettere sulla traduzione come idea e come procedimento proprio perché si ha a che fare con un oggetto letterario provocatorio per la sua acuta forma sperimentale e la sua consistenza postcoloniale carica di radicalità locale , di negazione del mainstream storiografico occidentale e ufficiale.

Silvana Carotenuto lungo un filo teso teorico che parte da W. Benjamin ne “Il compito del traduttore” in Angelus Novus dove parla del <<regno predestinato e negato della conciliazione e dell’adempimento delle lingue>> e che in J. Derrida “Des tours de Babel” diviene <<la traduzione non aspira a dire questo o quello, a trasferire tale o talaltro contenuto, a comunicare una certa quantità di senso, ma a rimarcare l’affinità tra le lingue, a esibire la propria possibilità>> approda in G.C.Spivak in uno sviluppo assai pertinente a proposito della traduttrice femminista postcoloniale <<trasforma il proprio senso della lingua, rispetta la radicalità del sistema retorico che traduce, ne legge le disseminazioni linguistico-critiche, annuncia la chance di ciò che non è ancora semanticamente organizzato- fin nel silenzio più silenzioso>> da “The politics of Translation” 1993 e “Translation as Culture” 2000. In sostanza l’idea di una prassi traduttiva fondata sull’accountability la responsabilità verso l’idioma dell’Altra. Elementi di un rinnovato approccio che Silvana Carotenuto non vede in tracce sensibili in Zong! della Morresi e che invece rileva con fiducia in un campo nuovo di interconnessioni traduttive recenti con opere della letteratura postcoloniale e diasporica.

Insomma Zong! e altre opere postcoloniali ci impongono con la loro radicalità espressiva nuove condizioni di ascolto, dice Andrea Inglese nel suo anche appassionato saggio, che se colte possono aiutarci a definire  meglio e quindi rafforzare le future società europee, democrazie aperte e multirazziali, oggi bersaglio politico militare di democrature illiberali, razziste e nazionaliste. <<C’è una storia di sofferenze e di crudeltà estreme, di disumanizzazioni e disumanità inconcepibili, da cui vorremmo essere tagliati fuori e che vorremmo tagliare fuori dalla nostra identità collettiva di europei bianchi...è una storia difficile perché ci confronta con una realtà abissale, che bisognerà in qualche modo avvicinare e fare nostra...Una storia che lega inevitabilmente e intimamente il nostro destino a quello degli afrodiscendenti europei, affinché sia ricostituita del tutto non solo la loro umanità, ma anche la nostra>>. Andrea Inglese delinea quindi un’interessante e soprattutto utile, per uscire dalle secche della punitiva contraddizione migrante e razziale, ricomposizione politica dei temi dello schiavismo coloniale e di rimando della buona traduzione, ambedue fondati sul sentimento dell’altro, su una specie di connessione epistemologica dolorosa accesa dai linguaggi, dalle loro forme sensibili.