David Bandelj, Undici anni e mezzo di silenzio. Poesie. Traduzione di Aleksandra Devetak, Gorizia, Qudulibri, 2025, 186 p., “Collana Porta Maggiore. I Poeti”, ISBN 979-12-81171-34-3, € 17,00
Recensione di Marco Menato
Anche questo volume riguarda purtroppo temi di morte. È il risultato di numerosi viaggi che David Bandelj, professore a Gorizia nel liceo con lingua d’insegnamento slovena, ha condotto con le sue scolaresche ad Auschwitz: “Ciò che vediamo / non possiamo dirlo / in nessuna lingua”. Di fronte all’immane e sconsiderata tragedia dei campi di concentramento vale il silenzio, non si trovano parole giuste per dire quanto l’umanità sia stata abbandonata al demonio della distruzione, con sofferenze inaudite. Un silenzio durato appunto ‘undici anni e mezzo’ e che ha trovato sbocco solo ora con queste liriche che raccontano storie di uomini, donne e bambini, che non hanno avuto la sorte di invecchiare, di ricordare. Quello che stranisce è che l’umanità tutta (o forse solo i supremi reggitori?) non ricorda e corre pazzamente verso il baratro anche oggi. Il volume è corredato da due postfazioni, di Ferruccio Tassin e Maria Viviana Paladino, che meglio fanno comprendere il senso di questo intenso lavoro poetico e politico.
A casa
mi tolgo le scarpe
le porto in bagno
per lavarle
là inizio lentamente
a togliere il fango
lo raccolgo in una scatolina
mia figlia mi chiede perché
sussurro
non è fango questo
sono persone
con la scatolina interro una parte di me
non lavo le scarpe
ciò che rimane di tanti
camminerà
con
me.