p. 30-31 > Del corpo e dello spazio e dello spazio del corpo. Sollecitazioni su “Abiti di Carolina Mascolo”

Lettera di Marco Caporali a Desirée Massaroni sul suo libro In viaggio verso l’Oltre. Poesie inedite 2015-2024 (Ensemble, 2024).

 

 

Cara Desirée,


ho letto solo ora il tuo libro. Dovevo infatti consegnare una poesia che mi era stata commissionata e a cui non riuscivo a dare una forma soddisfacente. In genere mi occorre tempo per considerare conclusa una poesia. Tempo che non avevo, dovendo consegnarla in tempi stretti. Solo a distanza di giorni riesco a capire il superfluo e il necessario, e a giungere alla stesura definitiva. Cosa che non mi era permessa. Questo per chiarirti il perché non ero in grado di concentrarmi su altre poesie e libri di poesia.


Del tuo libro mi aveva colpito sfavorevolmente il titolo, in quanto l’oltre è un concetto fondativo della poesia stessa, e il viaggio un suo corollario. Leggendo il libro, credo di aver capito la motivazione del titolo, e mi pare che questo “oltre” si possa identificare con l’infanzia, non solo personale ma del mondo, un “mistero animale” a cui ci si rivolge guardandosi indietro, a partire da una carnalità marcescente che emerge dalla prima poesia, cruda, spiacevole. È una poesia diversa dal prosieguo dell’opera, in cui spiacevolezza e crudeltà di linguaggio non hanno seguito. In questo guardare indietro, a partire da una marcescenza che nella sua ancestralità è sociale, riguardante il vivere civile, è centrale la figura di Pasolini, una rinascita, un aprile, “di chi ha inteso che la vita/ è una bambina non capita”, come scrivi in questi bei versi di una poesia in cui centrale è il richiamo all’infanzia e al palazzeschiano gioco. Marcescenza sociale che è propria dell’età adulta, il non poter giocare, a cui nella poesia si trasgredisce. La pura realtà dell’infanzia è anche una visione. Forse l’oltre è la visione della propria infanzia. Di Pasolini c’è la volontà di discorso, e la poesia come trasgressione. “Oltre” è anche il levitare di Emilia in Teorema. Che è poi anche un “altrove” come scrivi nella poesia conclusiva della prima sezione, in cui parli di un incontro straordinario con qualcuno “incorporato”, divenuto parte del nostro corpo, del nostro organismo, presenza biologica. E se vedo Pasolini nume tutelare della prima sezione, della seconda potremmo dire Kafka, anch’esso incorporato, anche se diverso è il tono della seconda sezione, più lieve, un girovagare, anche se certo, da una “postazione”, che come bene rileva Francesco Paolo Memmo presuppone una battaglia. Pensavo che la poesia qui diviene più narrativa, ma dice bene Memmo nella postfazione, “una poesia che non è narrativa si fa narrativa”. Davvero lucido Memmo, anche quando coglie un aspetto che per me è ancor più centrale dell’interrogazione (che anch’io notavo), quando dice “la fatica del pensare che affiora”. Ecco, forse è questo il tuo tratto distintivo, pur nella differenza tra le due sezioni, in cui mi parrebbe che la seconda sia cronologicamente antecedente alla prima. Ritornando alla postazione, e al girovagare (un bel continuo trapasso è nella prima strofa de La loro festa) lo stare fermi è solo una pausa, e il vagare è in un caleidoscopio. Presto sarà ripreso il cammino, di cui sappiamo solo la direzione, verso quell’oltre congeniale all’insieme, giacché un titolo (conosco la fatica del cercarlo) deve riuscire a riguardare, in qualche modo, l’intera opera. Avevo pensato che I fiori di Praga l’avrei preferito, anche se pure i fiori, a farne un titolo del libro, sono un terreno insidioso. Ma a legare le due sezioni c’è sempre un’interrogazione su chi sia l’essere in vita, e nella seconda si marca l’indistinzione tra vita e morte, con l’emergere in primo piano dei cimiteri praghesi, ebraico e con la tomba di Kafka, in cui le presenze letterarie entrano e si amalgamano completamente con il vissuto. E quel che “dura” di “qualsiasi praghese” (molto riuscito il ritratto di Mika) è “qualche imperscrutabile linfa vitale/ che ancora non ho decifrato”, in cui mi viene da pensare alla distinzione che fai tra sapere e conoscere. E direi, allora, conoscere come un incontro, un fare esperienza, mentre sapere è qualcosa di più intimo, che non affiora a una prima visione, ma solo scavando, in profondità, in quel che più ci riguarda e dura.
 

Un caro saluto,

Marco