Il diario in pubblico come dialogo culturale col mondo
di Marco Palladini
RIASSUNTO
Una riflessione, da direttore di riviste letterarie e culturali, sulla prassi di scrittura detta Diario d’autore come periodico zibaldone svolto in pubblico dove si intrecciano in modalità ‘random’ pensieri, interrogazioni, piccole cronache di eventi, letture di libri, visite a mostre d’arte o di fotografia, visioni di film e di lavori teatrali, commenti e spunti intorno a fatti della vita culturale, civile o politica, ricordi di figure o di amici scomparsi.
PAROLE-CHIAVE: Rivista, diario, linguaggio, verbosfera, intellettuale, ordine, caos, realtà, presente, futuro.
ABSTRACT
A reflection, as the director of literary and cultural magazines, on the writing practice called Diario d’autore as a periodical hodgepodge carried out in public where thoughts, questions, short chronicles of events, readings of books, visits to art or photography exhibitions, viewings of films and theatrical works, comments and ideas on facts of cultural, civil or political life, memories of figures or friends who have passed away are intertwined in a ‘random’ way.
KEYWORDS: Magazine, diary, language, verbosphere, intellectual, order, chaos, reality, present future.
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Da diversi anni nel mio ruolo di direttore di riviste online – dal 2006 al 2015 di «Le Reti di Dedalus», organo del Sindacato Nazionale Scrittori legato alla Cgil, e dal 2020 sino ad oggi di «L’Age d’Or», rivista indipendente di letteratura e cultura – ho declinato il mio impegno di scrittore con la costante pubblicazione di un Diario d’autore in cui convergono in modalità ‘random’ pensieri, riflessioni, piccole cronache di eventi, letture di libri, visite a mostre d’arte o di fotografia, visioni di film e di lavori teatrali, commenti e spunti intorno a fatti della vita culturale, civile o politica, ricordi di figure o di amici scomparsi. Insomma, un piccolo, se si vuole magmatico zibaldone periodico che cadenza la memoria delle mie giornate e ha assunto la forma di una ostinata abitudine ad una peculiare attività di scrittura che si configura per me come una sorta di dialogo culturale con il mondo nel quale vivo. Se, tranne che in rari e circoscritti periodi, non ho mai tenuto un diario privato dove fissare lo scorrere della mia esistenza, il diario in pubblico negli ultimi tre lustri mi è servito pure per cercare di capire che cosa penso del reale e del mio catafratto, plurimo rapporto con esso. Da sempre, infatti, sostengo che come autore io non scrivo, ma sono scritto, ossia mi faccio tramite, canale di qualcosa che sono io, ma al contempo non sono io. Secondo argomenta il filosofo Giorgio Agamben la scrittura significa «entrare in rapporto col linguaggio, cioè col nostro non-essere, con l’estraneo in noi». Ogni atto di scrittura ha, dunque, una dimensione contraddittoria perché la mia volontà di esprimermi passa attraverso il linguaggio che mi domina e mi dà voce proprio in quanto è altro-da-me.
Questa consapevolezza sottende tutto il mio impegno di elaborazione del Diario d’autore che è anche una assunzione di responsabilità intellettuale ed etica laddove quanto vado annotando non è indirizzato soltanto a me stesso, ma si rivolge ad un pubblico di lettori più o meno ridotto od esteso. Lettori che a loro volta valuteranno e commenteranno ciò che ho scritto ora approvando ora criticando il mio punto di vista. Questa rete dialogica ora di condivisione ora di divaricazione che stabilisce il diario in pubblico mi sembra la cosa più importante ed è quello che mi spinge a continuare, nonostante gli avvisi contrari, e sulla falsariga del polemismo di Pier Paolo Pasolini che non demordeva, pur dichiarando (cantato dai CSI): «ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario / mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito / per una irata sensazione di peggioramento».
Questa sensazione di peggioramento fu molto forte quando il secondo periodo del mio Diario d’autore accompagnò l’inizio delle pubblicazioni di «L’Age d’Or» che coincise, nel marzo 2020, con l’esplosione del Covid-19 in Italia. Ripensando a quel momento assai difficile, inedito e devastante nella vita di tutti, sull’antologia cartacea 2021-2022 della rivista ebbi a scrivere: citavamo lo scorso anno una famosa frase di Antonio Gramsci: «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Ecco nel mondo post-covid, un orizzonte nuovo ancora non si appalesa e si ripresenta l’antico, sempiterno mostro della guerra, che si aggiunge alle molteplici criticità dell’antropocene o capitalocene che dir si voglia: dalle problematiche legate al cambiamento climatico e alla corruzione dell’ecosistema, alle questioni delle diseguaglianze sociali, all’allargamento, pure in Occidente, delle fasce di povertà, al precariato generalizzato delle ultime generazioni, ciò che produce rabbia, risentimento, disperazione, senso di insicurezza, paranoie, che spesso nella verbosfera pubblica generano una confusa mischia di tutti contro tutti.
Parole che valgono, mi sembra, pure per l’oggi, nonostante che la pandemia appaia già un ricordo lontano, perché gli allarmi di guerra non cessano e l’evoluzione dei rapporti geopolitici e strategici tra le dinamiche imperiali degli Usa e degli alleati occidentali e quelle delle superpotenze russa e cinese, per non parlare delle molteplici tensioni in Medioriente e nell’arco dei paesi islamici, sono tutte premesse, per non dire promesse, che potrebbero portare allo scoppio di un terzo, annichilente conflitto mondiale non più strisciante, ma conclamato. È in questo clima di forte incertezza, di alea evidente, di possibili, ulteriori tragedie, che il fare culturale si conferma, per me, il terreno privilegiato in cui cercare di sviluppare gli anticorpi etico-noetici da opporre alle tendenze politiche distruttive della specie umana.
Lo dico a bassa voce, ma il mio Diario d’autore è anche un personale tentativo di risposta all’eclissi della figura dell’intellettuale nella società post-post-moderna. Oggi gli scrittori, pure quelli capaci, mi sembrano tutti ripiegati, impegnati a girare intorno al proprio ombelico, a produrre libri al mero servizio dell’industria editoriale che rigetta gli autori scomodi. Nel mondo onnimediatico della comunicazione permanente h. 24, lo scrittore-intellettuale non esiste più. La voce dei poeti, dei romanzieri, pure dei saggisti, è completamente inascoltata, è retrocessa, come ho detto più volte, a rumore di fondo. La moltitudine, lo sappiamo, si affida oramai completamente agli ‘influencers’.
Allora, si potrebbe obiettare, perché proseguire? Intanto, perché nonostante tutto sopravvivono piccole, solidali comunità di rete a cui indirizzare i propri pensieri. E, poi, parlo per me, per un residuo senso di dignità psicoculturale. Che significa? Significa cercare un possibile orientamento nel movimento caosmotico del reale. Mi viene in mente il regista Peter Brook quando, parlando del teatro di Shakespeare che ha frequentato per tutta la vita, riflette così: «Siamo all’interno del caos – non possiamo negarlo e il caos attorno a noi è un caos interiore –, credo che ciascuno sia in grado di riconoscerlo dentro di sé. C’è un profondo e, talvolta, disperato bisogno di ordine. E tuttavia siamo in un momento in cui, forse giustamente, ci accorgiamo di non saper comprendere l’apparente significato di nessuno dei due».
Ecco la cadenza del Diario d’autore, del diario in pubblico, se ha una ritualità è nella ricerca di un minimo ordine di fronte al macro-disordine, davanti all’angosciosa e confusa «prolissità del reale», secondo affermava Jorge Luis Borges. Pur scontando, come chiosa Brook, l’incomprensione del ‘vero’ significato di ordine e caos nel tempo dei mostri e nuovi mostri che oggi si appalesano.
Bibliografia:
lagedornuovaserie2.wordpress.com
G. AGAMBEN, Quaderni, vol. I, 1972-1981, Macerata, Quodlibet, 2024
P. P. PASOLINI, I grandi interventi civili: Il caos-Scritti corsari-Lettere luterane, Milano, Garzanti, 2021
A. GRAMSCI, Quaderni dal Carcere, Roma, Editori Riuniti, 1971
P. BROOK, La qualità del perdono, Roma, Dino Audino Editore, 2015
J. L. BORGES, Poesie (1923-1976), Milano, Rizzoli, 2004