«Di me, e della mia voce, ne ho abbastanza». Il lavoro di traduzione nelle lettere di Liliana Magrini a Paola Masino
Sara Gregori
RIASSUNTO
Le lettere inedite di Liliana Magrini a Paola Masino, custodite presso l’Archivio del Novecento della Sapienza, costituiscono il nucleo del presente studio e sono analizzate con l’intento di mettere a fuoco il lavoro di traduzione che occupava le due autrici tra gli anni Cinquanta e Settanta. Attraverso questa indagine si vuole approfondire l’attività di Liliana Magrini (traduttrice di Camus, L’uomo in rivolta) e Paola Masino, di cui si prende in esame il dattiloscritto della traduzione di A. O. Barnabooth di Valéry Larbaud (Bompiani, 1969) per dare un saggio del suo personale metodo di trasposizione; infatti il dattiloscritto presenta numerose cassature, varianti d’interesse, cartigli, fogli di riciclo con appunti manoscritti. Dal corpus delle missive selezionato emerge l’insoddisfazione di due donne alla ricerca della propria voce autoriale che nella traduzione trovano uno spazio intimo e nuovo per esprimersi.
abstract
The core of this study is formed by the unpublished letters from Liliana Magrini to Paola Masino, held in the Archivio del Novecento della Sapienza. The letters are analysed with the aim of focusing on the translation activity that occupied the authors between the 1950s and 1970s. Through this study, we wish to recognise the work of Liliana Magrini (translator of Camus, L'uomo in rivolta) and Paola Masino, whose typescript of the translation of A. O. Barnabooth by Valéry Larbaud (Bompiani, 1969) is briefly examined in order to give an idea of her personal method of transposition; in fact, the typescript presents numerous redactions, variants of interest, recycled sheets with handwritten notes. From the selected corpus of missives emerges the dissatisfaction of two women in search of their own authorial voice who find in the translation activity an original and personal space to express themselves.
KEYWORD
Translation from french; Letters from Archivio del Novecento della Sapienza; Paola Masino; Liliana Magrini; A. O. Barnabooth by Valéry Larbaud
Aprendo le ante di un armadio a vetri dell’Archivio del Novecento della Sapienza troviamo numerose buste da lettera tenute insieme da uno spago bianco: sono firmate da molti luoghi diversi, che sono «insieme radice e sintesi di ogni vita che si muova»[1] e che costituiscono una efficace mappa del percorso geografico e culturale di Paola Masino: nata a Pisa nel 1908, l’autrice era cresciuta a Roma in una piccola casa in via degli Appennini, quel «Quartiere Pannosa» che apre il romanzo Periferia[2] e che, verosimilmente, corrisponde a piazza Caprera; se Roma è il luogo d’elezione in cui trascorre gran parte dell’esistenza – visse con Massimo Bontempelli a Corso Trieste 112, «casellario d’uomini», colorato di grigio, con «funebri marmi nell’entrata e balconi a forma di bagnarola»[3] e dal 1950 fino alla morte, nel 1989, a viale Liegi –, nella topografia della vita di Masino sono molte le città che significativamente ne influenzano l’attività creativa. A segnare fortemente la sua soggettività autoriale sono i continui viaggi e alcune soste, per esempio a Parigi, la città «miraggio» espressione della borghesia[4], frequentata da Masino a più riprese, per la prima volta nel 1929, quando la famiglia decise di allontanarla dallo scandalo nato dalla sua frequentazione con Massimo Bontempelli, uomo molto più grande, sposato e già padre di Mino, e a Venezia, che dal 1938 fino al gennaio del 1950 diventa “dorato confino”, dopo che i rapporti col fascismo erano deteriorati.
Nel capoluogo francese la giovane Paola fa esperienza di una realtà culturale viva e intensa: incontra De Pisis, Savinio, Picasso, ritrova Pirandello, conosce Crémieux, Maurois, Ramon Gomez de la Serna; può assistere alle rappresentazioni di Josephine Beker e alla proiezione del Chien andalou[5]. Molto diversa, invece, la sua percezione della città lagunare, almeno in un primo momento[6], come si legge nelle lettere inviate ai genitori:
Non so perché l’idea di venire a Venezia non mi rallegra interamente; la città è davvero eccezionale, ma mi rattrista pensare che è così lontano da voi […] proprio molto differente dal modo di vita, Roma o Parigi, Milano o Firenze, che avevo avuto sinora. Si vede che davvero l’acqua ha un’influenza sullo spirito, e tutti questi abitanti sono ondulosi sommessi, arrivano a te e ti blandiscono poi si ritraggono come onde su un lido[7].
Intransigente nei confronti della nuova vita, da Palazzo Contarini delle Figure, in un appartamento affacciato sul Canal Grande, Masino scrive pagine tormentate dall’ossessiva ricerca di un ruolo femminile finalmente liberato dall’attività casalinga: dalla percezione di casa come “arnia da lavoro”, e come “macina”[8] nasceranno in quegli anni le pagine della Vita di massaia, primo titolo del romanzo uscito sulla rivista mondadoriana «Tempo», poi divenuto emblema della ribellione femminile, Nascita e morte della massaia edito da Bompiani nel 1945, non senza ostacoli[9].
La tesi a lungo accettata dalla critica, secondo cui dal 1947 Masino si sarebbe chiusa in un vuoto creativo, risulta ormai superata: si tratta oggi di seguire la pista del soliloquio, discorso o autoriflessione, frutto di un percorso continuo e del «perfetto connubio tra inclinazione narrativa, sguardo selettivo, esigenza estetica»[10], per ricostruire fedelmente il laboratorio dell’autrice, tormentata da un secolo «tristemente normalizzato e omologato, dal punto di vista culturale, negli anni Settanta»[11]. In questo senso, dunque, diventa urgente considerare anche il lavoro che vede Masino occupata dal 1957 al 1982[12] nella traduzione delle Lettere di Proust uscite per il Saggiatore, del Cavaliere Des Touches di Barbey D’Aurevilly, di cui curò anche l’introduzione e la nota biografica, di Hector Malot, Senza famiglia, per la collana «Gemini» diretta da Maria Bellonci, e di molte altre opere francesi[13].
Per una prima ricognizione delle lettere relative agli anni in cui Masino si dedica all’attività traduttiva è interessante indagare il suo rapporto con traduttori e traduttrici, in particolare il faldone dedicato alla corrispondenza con i “Magrini” di Venezia. Sotto questa voce sono diversi i corrispondenti, tre dei quali appartengono alla stessa famiglia: Alberto, ingegnere veneziano, Dirce, sua moglie, Liliana, figlia dei due, traduttrice e amica di Paola. Del lungo e affettuoso scambio tra le due oggi restano le sole lettere di Liliana Magrini a Paola Masino, testimonianza unilaterale del carteggio che purtroppo ad oggi, salvo soprese, è da considerarsi disperso[14]. Con questa ricostruzione si vorrebbe mettere in luce il volto di Masino traduttrice, tracciarne il profilo attraverso le missive, viste quasi come negativi fotografici, e al tempo stesso recuperare testimonianze della voce di Liliana Magrini[15], traduttrice che ha coperto un ruolo non marginale nel lavoro di sprovincializzazione della nostra cultura, segnatamente con la sua traduzione dell’Uomo in rivolta di Albert Camus (Bompiani, 1957).
Le lettere inedite inviate da Liliana Magrini coprono un lungo arco temporale, dal 18 agosto 1950 al 30 marzo 1969[16] e ci raccontano la storia di una collaborazione, probabilmente nata proprio durante il “confino” di Paola Masino. Tra le carte si leggono informazioni molto confidenziali, normali per un’amicizia salda, la cui profondità si lascia scorgere anche dal fatto che nel Fondo Masino restano conservate le lettere dell’ingegnere Alberto Magrini e della moglie, scomparsa in quegli anni, Dirce; il tono delle missive inviate è familiare, intimo: «Carissima Paola, m’ha fatto piacere aver di recente notizie tue da papà, e la conferma – ma non ne avevo bisogno – che nonostante tutti i guai sei la solita Paola, viva come si riesce di rado ad esserlo – anche se ciò ti dà l’amaro privilegio di dover pensare da sola a riconfortare te stessa».[17] Molti sono i riferimenti dell’amica veneziana alla situazione di Masino, che una volta tornata nella casa romana di viale Liegi nel 1950, si occupa della gestione familiare e della salute di Massimo Bontempelli, e lascia trascorrere molto tempo prima di rispondere, come si comprende dai silenzi cui Magrini fa spesso cenno, non nascondendo la sua preoccupazione. L’assenza, tuttavia, è riempita dai racconti di Magrini, impegnata con Giacomo Antonini (Gino, nelle lettere), plenipotenziario Bompiani e mediatore dei rapporti della casa editrice tra Italia e Francia, nella traduzione dell’Homme Révolté di Camus:
Comincio ad essere preoccupata del tuo silenzio così visibilmente prolungato: tanto più che Gino Antonini che è stato a Viareggio per il premio mi ha detto di non avervi visti. Come va? E Massimo? Mandami due righe di notizie. Quanto a me, quando ti avrò detto che da due mesi traduco dalle sette del mattino a mezzanotte – l’Homme Révolté di Camus, per Bompiani – credo non resti molto da aggiungere. […] Ma aspetta: non so a che punto tu sia con le notizie: penso che certo sarai informata da papà – perché altrimenti avrei notizia grossa davvero: la casa trovata! Uno spazioso, piacevolissimo appartamento in una vecchia casa dalle parti dell’Arsenale…[18]
Qualche mese dopo si leggono notizie di traslochi, la fatica nell’«affrontare mobili, armadi, ripostigli, sterminate soffitte, ingombri e assolutamente ignoti, da dove sbucavano oggetti appartenenti a prozii» sconosciuti e storie di famiglia affidate alla memoria della «vecchia Benvenuta, cameriera della nonna e sola depositaria degli eventi e dei volti della famiglia». La fatica quotidiana appare simbolicamente rappresentata attraverso la vita degli oggetti – si pensi, per dare anche solo un corrispettivo, al baule della massaia, mobilia che tanta parte ha nel romanzo Nascita e morte della massaia di Paola Masino –, e diventa racconto di un più grande disagio, dello sconforto di donne che vivono una profonda inquietudine, la rottura di quel «senso del cominciare» e della «adulta fiducia nel costruire» che, dice Magrini, Masino conosce molto bene[19]. Dal punto di vista lavorativo e creativo, le intense sessioni dedicate alla traduzione dei francesi non lasciano riposo, anzi, diventano ossessioni e fantasmi di cui Liliana Magrini sente il bisogno di liberarsi per ritrovare la propria identità: «sono così ossessionata dalle voci altrui, con questo continuo tradurre, che mi pare di non saper più trovare la mia neppure per le parole più semplici. Tra una settimana circa, consegnerò la Voix du Silence di Malraux, e potrò permettermi, spero, una piccola pausa».[20]
Oltre alle notizie private, che, per esempio, contraddistinguono la corrispondenza di Paola Masino con l’altra amica Maria Luisa Astaldi, si leggono molte riflessioni riguardanti questioni di lavoro, la frustrazione nata dal mestiere di scrivere, e un tedio ricorrente che le rende solidali: in una lettera da Cortina, Magrini vorrebbe che Masino si occupasse della pubblicazione del suo romanzo, La vestale[21], in Italia e la ringrazia per i giudizi critici sul suo secondo libro (quasi sicuramente l’autrice era già occupata nella stesura dei Carnet vénitien[22], pubblicati in Francia nel 1956 anche grazie alla mediazione di Albert Camus):
Sì, ti sono stata riconoscente davvero per la tua lettera, cara anche nelle riserve. Le so giuste. C’è alla fine un “a meno che tu non abbia voluto proprio questo”. No, non l’ho voluto: potrei dire che, in corso di lavoro, l’ho accettato – o subìto, da quanto mi imponeva un mio bisogno o una mia impotenza, pur essendone cosciente, e vedendo abbastanza chiari e limiti [sic]. Ricordo d’averti scritto un giorno che il libro non ti sarebbe piaciuto, e questo per le stesse ragioni che avrebbero provocato anche in me una contrarietà, davanti al romanzo di un altro. Evidentemente, potevo non scrivere. È quanto tu stai facendo: ma una volta impegnatami nel lavoro, ho visto che non ne potevo uscire se non accettando che il groviglio che avevo dentro uscisse come poteva, e cioè in quell’espressione cui lo portavano inevitabilmente l’aridità, gli intellettualismi, l’isolamento che mi sono propri, e in più, con gli altri limiti dati dalle mie possibilità di scrittrice. Questi, resteranno: ma quanto al resto, non vorrei e non saprei, credo […] accettarlo una seconda volta. È questo che rende il secondo libro difficile. Di me, e della mia voce, ne ho abbastanza ho bisogno d’altro - d’altri. […] Ora, le questioni pratiche: cioè, la pubblicazione della Vestale in Italia. Grazie, ancora una volta, dell’offerta che mi fai d’occupartene […] Dunque, da Vittorini, dopo una lettera del maggio in cui mi diceva che sarebbe stato certo possibile, se non per Einaudi, per Mondadori, non ho avuto più notizie dirette: a Guilloux[23], che l’ha rincontrato recentemente a Parigi, ha detto che con Einaudi non era andato ma che la cosa poteva farsi con Mondadori. L’ha presentato o no? Non ne so nulla. Dunque, se vorrai intervenire là o altrove, ben grata.[24]
Mentre Magrini tenta di uscire dal «groviglio» degli «intellettualismi», Masino attraversa un silenzio creativo («Evidentemente potevo non scrivere. È quanto tu stai facendo»), che anni dopo, in un’intervista a Sandra Petrignani, confesserà essere dovuto anche a motivi economici e psicologici[25]. Il silenzio, tuttavia, non impediva a Paola di calarsi in un ruolo diverso da quello di autrice, così l’amica Liliana si affida completamente alla sua perizia linguistica per trovare soluzioni traduttive soddisfacenti al libro di Gouilloux, Le sang noir, come si legge in una lettera da Venezia, il 13 febbraio 1955:
Carissima Paola,
scusami se non ti ho ancora ringraziato del tuo brillante ed esauriente repertorio. Non ci sei che tu per prenderti questa briga per un’amica! Il taccola mi par buono: ma rimando la decisione definitiva a una conversazione con l’autore, che sarà qui posdomani. […] Ma ora chiedo non più alla tua erudizione entomologica – o ornitologica- ma al tuo efficace linguaggio tosco-romano, un altro aiuto. Le due donne della vita di Cripure– oltre alla donna-sogno, Toinette – e cioè Maia, che vive con lui, e la servetta d’albergo da cui ha avuto un figlio, sono rispettivamente qualificate, in tutto il libro, come gothon la prima, e souillon l’altra. Cripure pensa a ciascuna di loro dicendo la gothon, la souillon, e così in tutto il testo – cioè, anche nelle frasi non di monologo ma di narrazione obbiettiva, sono designate così. Se ti venissero due parole efficaci, e sul momento, in modo da potermele mandare per espresso, ne sarei felice. Se no, lascia andare, perché devo spedire subito il manoscritto.
Della competenza entomologica di Paola Masino leggiamo le prove nelle immaginifiche e surreali descrizioni di Nascita e morte della massaia – la metaforica figura della mosca intrappolata dalla tela delle prime pagine del romanzo è solo un esempio tra i tanti che si potrebbero portare –, ma ora il soccorso richiesto riguarda una questione più urgente, tanto che Liliana aggiunge anche «informazioni filologiche» dettagliate:
gothon– diminutivo di Margoton, che indica all’origine una ragazza di campagna, una serva di campagna. In più, popolarmente, secondo l’accademica espressione del Littré “femme on fille de moeurs dissolues”
souillon, naturalmente lo conosci- sudiciona (da souiller), sguattera, e “femme eccetera” anche lei.
Insomma puttane tutt’e due. Zoticona la prima, e sudiciona la seconda (più semplice, perché sozzona o sudiciona, in mancanza d’altro, sono sgualdrine anche in italiano. Ma zoticona no!)
Ancora da Venezia, il 19 giugno 1955 Magrini manda aggiornamenti sulla sua traduzione e poi aggiunge «Sai che penso spesso ai lavori incompiuti che mi hai detto d’avere in cassetto? Non lo supponevo, e mi ha dato molta gioia: ho fiducia in quello che farai certo - quando non importa, ma sarà come lo puoi volere. Non credere abbia dimenticato le tue traduzioni della Desbordes-Valmore»[26]. Si capisce che Masino sta lavorando tacitamente, non solo per necessità economiche o di servizio, a opere che conserva segretamente: i quaderni di Appunti, che accompagnano la scrittrice dal 1929 al 1971, i racconti (raccolti postumi[27]), il progetto dell’Album di vestiti[28] costruiscono la sua autobiografia intellettuale, diremmo, dove l’«immagine di sé» non coincide più con «l’attività professionale e creativa», ma la scrittura diventa «il terreno privilegiato di un’incessante lotta con se stessa per vivisezionarsi e ricostruirsi»[29] uscendo al mondo, quindi, attraverso le riduzioni librettistiche, il lavoro radiofonico, le traduzioni. La traduzione della poetessa francese Desbordes-Valmore resta inedita nei documenti del Fondo Masino destinati alle trasmissioni radiofoniche[30], ma Magrini continua a prendersi cura dei lavori di traduzione dell’amica sia presso Bompiani, sia presso l’editore Feltrinelli; quest’ultimo aveva rilevato l’Universale Economica[31] e con essa i manoscritti di due traduzioni di Massimo Bontempelli, che il direttore di «Narrativa», Valerio Riva, confessa di tenere in serbo come scorte, riserve utili quando l’editore non possiede novità librarie da far uscire[32].
Per parte sua, Magrini è delusa dall’accoglienza italiana che la fa sentire «un’aliena», infatti nel 1956 pubblica i Carnét venitien per Gallimard, benvoluta dal pubblico e dalla critica di Parigi[33]. Alla ricerca continua di un’identità autoriale riconoscibile, Magrini continua il discorso sulla scrittura che ricorre a più riprese nelle lettere e mette in luce chiaramente l’attrito tra attività creativa e sovrapposizione di voci altrui imposte dalla traduzione, percepita come «corazza»:
so che sono profondamente mutata dentro: in un modo che ancora non mi è chiaro, che mi tiene in un’oscura tensione; e esigerebbe altre parole, altri gesti, che non ho. E solo di quelli m’importa: non di fare. Anche riuscissi a fare - ricalcando una voce non più mia. Ancora una volta, tu dirai che ho tempo: ben presto le traduzioni mi rimporranno una voce altrui e tutte queste questioni saranno soffocate da quella spessa corazza[34].
Le traduzioni e qualche note a margine sul Barnabooth di Masino
In questi anni Masino porta avanti il suo impegno nelle traduzioni già avviate da Bontempelli (come risulta dal contratto per la Germania di Tacito in un appunto tardo di Vittorio Sereni[35]), e la traduzione, attività a cui si era dedicata sin dagli studi classici (mai conclusi), sembra rappresentare anche uno strumento privilegiato di osservazione dei testi: non stupisce, osservando i titoli delle opere tradotte, che Masino rivolga un’attenzione esclusiva agli autori francesi; infatti, in linea con gli intellettuali del tempo[36], conosceva quella lingua sin dagli studi e aveva potuto perfezionarla, poi, con l’esperienza parigina. Basti pensare che già nei primi anni Trenta sui Cahiers d’Italie et d’Europe “900” Bontempelli sosteneva «l’immaginazione inventiva» come carattere da incentivare nelle opere novecentiste, mentre eleggeva la «traducibilità» quale strumento di riprova del loro valore[37]; così su quelle pagine si dava spazio a traduzioni di James Joyce, Ramon Gomez de la Serna, frammenti di Lawrence e si auspicava la collaborazione di autori come Valéry Larbaud. In questa temperie Masino intuisce, elabora, costruisce la sua personale idea di traduzione.
Il primo ingaggio autonomo la vede coinvolta nella traduzione del romanzo-saggio storico di Geneviève Tabouis, Sybaris, autrice con cui aveva preso contatti tramite Maria Luisa Astaldi, e, da subito, si apre una controversia: Sibari viene pubblicato senza il suo nome, lei se ne lamenta con Sansoni tanto che Federico Gentile, alla guida della casa editrice, mette in commercio il volume con una scheda allegata, su cui finalmente compare il nome della traduttrice. La traduzione è chiaramente un’attività dallo statuto ben definito, difficilmente ascrivibile al solo movente economico.
I primi riconoscimenti non tardarono ad arrivare; infatti, nel 1965 Masino fu invitata a prendere parte come giurata a un premio letterario dedicato alle traduzioni. A Roma, Liliana Magrini era stata eletta come segretaria del Premio San Martino inaugurato dalla casa editrice internazionale Il Liocorno, diretta da Martine Chevrier, con sede in Largo Fontanella Borghese 84[38].Tra il 1965 e il 1966 la casa editrice era attiva in più di una iniziativa: il premio San Martino per il miglior libro straniero nella migliore traduzione italiana di un’opera di narrativa o poesia, nella cui giuria si leggono i nomi di Cesare Cases, Alba De Céspedes, Umberto Eco, Alberto Moravia, Elio Pagliarani, Fernanda Pivano, Mario Praz, Dario Puccini, Angelo Maria Ripellino, a cui si aggiunse in un secondo momento Maria Corti, e la collana dedicata a traduzioni di romanzi gialli, le cui versioni sono affidate a professionisti e autori; così nel 1965 Elio Pagliarani traduce dall’inglese Don Tracy, I congiurati dell’odio e, l’anno successivo, Lionel White, Colpo secco, Germano Lombardi si occupa di Stanley Ellin, Notturno selvaggio, mentre Masino prende accordi per tradurre un’opera di tutt’altro genere, la versione integrale delle pagine diaristiche del giovane miliardario che viaggia in Europa nel suo Wagon-lit, A.O. Barnabooth[39], di Larbaud, in cui sono incluse anche le poesie Borborigmi. Il dattiloscritto è pronto a dicembre 1965, ma l’opera uscirà nel 1969 per Bompiani.[40]
Sulle carte, dattiloscritte e manoscritte, si presentano numerose correzioni autografe che permettono di addentrarci nel laboratorio di traduzione di Masino: la prima stesura dattiloscritta è corretta da numerose cassature e da varianti lessicali e spesso la traduttrice si serve di cartigli incollati per aggiungere frasi o correggere lunghi segmenti testuali. Da una prima ricognizione sembra che il metodo di Masino preveda prima una traduzione letterale, e solo in una fase successiva si apportano correzioni per accostarsi maggiormente alla lingua d’arrivo: non sorprende che gli interventi più numerosi sian, di tipo sintattico, ad esempio inversioni tra aggettivo-sostantivo (una differente opinione anziché un’opinione differente) o pronome-sostantivo (cara mia anziché mia cara), né stupisce l’uso del gerundio per rendere il complemento di modo (frequentando anziché con la frequentazione)[41]. Eppure, ci sono casi singolari che potrebbero essere spie di scelte stilistiche.
Nello specimen seguente sono messi a confronto il testo base, a sinistra, e la trascrizione diplomatica del dattiloscritto recante la versione di Masino, a destra[42]:
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Vers quatre heures du soir on s’en va doucement. Au-dessus de la sortie, il y a un transparent de toile sur lequel on peut lire: «Auf Wiedersehen!» […] |
Verso le quattro di sera
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Mais vient l’hiver de l’Europe Centrale! […] La vie devient décente et propre, avec des occupations sérieuses […] |
Ma arriva l’inverno dell’Europa Centrale! […] La vita diventa con occupazioni serie […] |
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A travers les hautes glaces de mon wagon-salon, j’ai vu venir et s’éloigner toutes les petites villes. Et j’aurais voulu passer ma vie dans chacune d’elles, humblement; allant tous les dimanches à la chapelle; prenant part aux fêtes locales; fréquentant la noblesse du pays. Au loin, les grandes destinées feraient leur tapage inutile.
[…] |
Traverso i grandi vetri del mio vagone-saloncino ho visto avvicinarsi e allontanarsi tutte le piccole città. E avrei voluto passare la vita in ognuna di esse, umilmente; andando
[…] |
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le valet attaché au wagon-salon m’apporte plusieurs brassées de journaux |
il cameriere del saloncino mi porta
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Questa brevissima esemplificazione, tratta dall’incipit del diario, fornisce alcuni dati suggestivi su cui non è possibile soffermarsi in questa sede, ma anche solo osservando la sostituzione del nucleo semantico «i grandi destini» con «l’inutile chiasso dei grandi destini», lo scarto del verbo vicario per un verbo transitivo («farebbero chiasso» diventa «risuonerebbero»), e, infine, la scelta lessicale «bracciata» al posto delle prime ipotesi, «un pacco» e «molti pacchi», si può senz’altro notare come l’autrice ricerchi un aumento graduale di aderenza all’italiano comune, quotidiano e non letterario, pur mantenendo alcune peculiarità dello stile masiniano. Il dato è confermato anche da un cartiglio sparso in cui la traduttrice annotava possibili versioni, tra le quali si legge: «rinverdire le impannate forse persiane?» che, in fase definitiva, diventa «gli scuri».
Ma c’è di più. Tra i materiali che formano l’avantesto, uno dei dattiloscritti preparatori è costituito da fogli riciclati su cui si leggono inviti, promozioni, bozze di lettere che Masino scriveva e poi abbandonava, tra questi il retro della c. 132 è particolarmente lavorato, infatti l’autrice usa penne diverse, ma tra le cassature si legge:
Forse per troppa fedeltà al testo l’italiano di questa traduzione non è né descrittivo né aulico ma soltanto approssimativo. Traduzioni che andrebbe rielaborata per cercare di darle, con una migliore veste italiana, anche maggior vivacità di ritmo e di colorazione
Sovrabbondante di costruzioni sintattiche francesi e di gallicismi non hai ancora raggiunto quel tono di scorrevolezza tipico degli epistolari moderni. Non ha scorrevolezza e pertanto poca resa.[43]
Sono ignote le contingenze relative a questi appunti, probabilmente si tratta di una versione di un’opera di genere epistolare (forse le Lettere di Proust?), ma quel che importa qui sottolineare è che il lavoro di traduzione è accompagnato da riflessioni (sue o d’altri) sulla «migliore veste italiana» e da inviti a sorvegliare ritmo e «colorazione», accorgimenti dedicati agli aspetti stilistici del testo, che, di fatto, evidenziano il valore della traduzione come pratica scrittoria.
«Nel vuoto pneumatico». Le ultime lettere (1961-1974)
Dopo l’incontro napoletano del 1958 al Congresso Italiano degli Scrittori, e soprattutto dopo la perdita di Bontempelli, si fanno ancor più insistite le lettere in cui Magrini esorta Masino con affettuose parole di stima: «mettiti a fare il racconto di fantascienza per la radio: sono certa che ti verrà molto bene. Perché è un po’ il modo, per te, di rimetterti a un altro lavoro, più tuo, come se fosse un gioco - o un esercizio meccanico senza bisogno di crederci»[44]. E ancora:
Mi ha fatto molto bene stare con te. Hai di fronte alla vita un atteggiamento di verità, di coraggio, che non permette a nessuno che ti sia vicino di barare - e come tutto quello che è vero, è duro da affrontare. Ma non consente disperazioni. Che sono anche quelle al di qua, nel campo dei compiacimenti. So più che mai, Paola, che conoscerti è una delle fortune che mi sono state date: conoscerti, e che tu mi voglia bene. […] oggi ho visto Deluigi, e gli ho dato la carta: ti farà il mondo o la luna dei tarocchi. Spero di poterla dare presto anche gli altri.[45]
La proiezione di Accattone e il congresso su Pirandello organizzato a Roma, solo alcuni tra gli eventi ricordati nelle pagine scritte da Magrini, sono occasioni che le due sopportano a fatica, fino a provare forte repulsione nei confronti di un sistema culturale massificato il cui peso riverbera nella sofferenza di Masino:
Cara Paola, a Roma, ormai – poiché ho lasciato passare i tuoi dieci giorni di Montignoso. Spero ti abbiano dato un po’ di distensione vera: soprattutto, che ti abbiano permesso di “toccare terra” almeno un poco, dopo aver girato fino a stordirti nell’ingranaggio. Ho qui davanti la tua lettera – e alle ragioni solite per abbracciarti ne aggiungi una particolare, la frase “Ho scritto cose stolte in modo confuso, appassionato, non pertinente”. Cara Paola, non so se sia vero – della “stoltezza” dubito un poco: ma non del resto. Perché tutto ciò – nel mio caso, stoltezza compresa - lo conosco ad ogni lavoro che faccio, ogni raro articolo, ogni sciocchezza per la radio: con un dispendio pazzesco di energie - anche, e sempre, sentimentale: più una preparazione pazzesca e sproporzionata, l’idea di dover capire e dire quello che importa…ti guardavo lavorare, quei giorni, a Roma: e conoscevo tutto così bene! Per questo è tanto difficile per noi inserirci nell’ “industria culturale” a qualunque livello.[46]
Entrambe sono pienamente consapevoli che l’ingranaggio della produzione di massa ha reso ormai anche la vita di congresso un contesto noioso che, scrive Magrini, si svolge «nel vuoto pneumatico».
Altri appuntamenti romani per Magrini segnano il diradarsi delle lettere, così nel dicembre 1961 informa Masino che Deluigi gli ha chiesto altre tavolette preparatorie per le carte d’artista perché «ha fatto una luna dei tarocchi che non gli piaceva» e la saluta, affettuosamente augura «di ritrovare gusto a vivere, a essere chi sei, a lavorare: ad avere cura di te, perfino»[47]. Nell’ultima lettera del 1974 Liliana Magrini informa Masino delle sue condizioni di salute, poi la comunicazione si arresta, probabilmente sostituita da una più intensa frequentazione, dal momento che Magrini dagli anni Settanta fino alla fine degli anni Ottanta collaborava con l’Ipalmo, con sede a Roma, dietro Fontana di Trevi.
Se da una parte la corrispondenza permette di tracciare i contorni dell’attività di Liliana Magrini, in movimento centrifugo, tra Francia e Italia, dove si sente affossata, sasso in fondo al pozzo, per altri versi la stima di Magrini nei confronti di Masino e della sua abilità nella traduzione ha consentito anche di percorrere questo nuovo crinale di ricerca. Nell’intervista condotta da Petrignani, Paola Masino aveva parlato di un silenzio creativo obbligato dalla necessità di condurre un mestiere per mantenersi, ma, come si è detto, dobbiamo crederle solo parzialmente: dalla cura con cui compila le sue traduzioni, dalle bozze ritrovate tra dattiloscritti e manoscritti di Barnabooth, dalla scelta dei libri selezionati (si pensi al diario di Barnabooth e alla forma lettera di Proust) siamo spinti a pensare a una fermentazione creativa sotterranea, testimoniata anche dal progetto degli Appunti che inizia proprio sotto forma di diario: «29 agosto 1971. Cominciamo un diario pur di scrivere. L’aborrito diario di chi riesce più a crearsi intimamente e ha bisogno di proiettarsi di continuo nella realtà esteriore. L’aborrito diario, piedistallo dell’io, (pronome insito perfino nel vocabolario stesso)»[48]. Ancora dagli Appunti ci viene restituito il valore poietico della parola per Masino:
Aprire un libro a caso […] per provare se quella parola non nostra, ha il potere di suscitare in noi un mondo diverso dal nostro, se non addirittura il mondo dell’autore che l’ha scritta [..] che voglio trarre da tutto ciò? Vorrei trarre questa esortazione: - cerca più che puoi di uscire da te stessa per conoscere meglio la verità delle cose.[49]
Così Larbaud, D’Aurevilly, Proust, Malot, Cocteau, Maupassant, Madame de La Fayette sono le tante voci sotto cui si cela l’autrice Paola Masino che senz’altro aveva fatto proprio quel monito così spesso ripetuto dall’amica Liliana Magrini alla ricerca della sua voce, tra le tante sovrapposte, in stratificazione; tuttavia, diversamente dall’amica, aveva trovato nella traduzione un ultimo residuo di autorialità, il famoso larvatus prodeo, tanto che la pratica della traduzione appare come una delle possibilità del mestiere di scrivere:
come sapere se Bontempelli abbia tradotto il Capitan Fracassa per scelta personale o su invito dell’editore? L’una e l’altra cosa sono possibili e, al fine della buona resa di traduzione, direi che non fanno differenza. Accettare, in questo caso, è come scegliere. Il mestiere dello scrivere comporta tanto l’arte di creare e proporre mondi e tematiche proprie dello scrittore (e cioè l’invenzione al verbo latino invenire, trovare, scoprire dentro o fuori di sé) quanto l’elaborare opere altrui, sunteggiandole, adattandole, traducendole.[50]
Bibliografia
Paola Masino, a cura di B. MANETTI, Milano, Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori, 2016.
Pittori del Novecento e carte da gioco. La collezione di Paola Masino, mostra e catalogo a cura di M. MASCIA GALATERIA, P. MASINI, Roma, Palombi, 2016.
L’archivio di Paola Masino. Inventario, a cura di F. BERNARDINI NAPOLETANO, Roma, Casa Editrice Università “La Sapienza”, 2004, pp. 144-150.
Scrittrici e intellettuali del Novecento. Paola Masino, a cura di F. BERNARDINI NAPOLETANO e M. MASCIA GALATERIA, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2001.
Io, Massimo e gli altri. Autobiografia della figlia del secolo, introduzione e cura di M. V. VITTORI, Milano, Rusconi, 1995.
M.A. BARSI, Le traduzioni dal francese a Milano negli anni Cinquanta: un modello di analisi basato sulla Bibliographic Data Science, in La fabbrica dei classici. La traduzione delle Letterature straniere e l’Editoria milanese (1950-2021), a cura di A. PREDA, N. VALLORANI, Milano, Ledizioni, 2023, pp. 115-139.
C. BELLO MINCIACCHI, «Il festival rinascerà» Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia del 1946, in Venezia Novecento. Le voci di Paola Masino e Milena Milani a cura di A. CESCHIN, I. CROTTI, A. TREVISAN, in «Italianistica», 11, 2020, pp. 63-79.
C. BELLO MINCIACCHI, Paola Masino, carte magiche, in «Alias-Domenica» inserto settimanale de «Il Manifesto», 5 marzo 2017.
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T. GAUTIER, Il Capitan Fracassa, traduzione di M. BONTEMPELLI, Firenze, Giunti Marzocco, 1984.
V. LARBAUD, A. O. Barnabooth. Le sue opere complete, Milano, Bompiani, 1969.
V. LARBAUD, A.O. Barnabooth: ses oeuvres complètes: le Pauvre chemisier, Poésies, Journal intime, Paris, Gallimard, 1948.
L. MAGRINI, Carnet vénitien, avant-propos de M. C. JAMET et postface de S. BERNERON, Paris, Serge Safran éditeur, 2021.
B. MANETTI, Una carriera à rebours. I quaderni d’appunti di Paola Masino, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2001.
P. MASINO, Decadenza della morte, Roma, A. Stock, 1931.
P. MASINO, Periferia, Bompiani, Milano 1933, ora a cura di M. MASCIA GALATERIA, Milano/Salerno, Oédipus, 2016.
P. MASINO, Nascita e morte della massaia, Milano, Bompiani, 1945.
S. PETRIGNANI, Paola Masino. Où sont les neiges d'antan?, in EAD., Le signore della scrittura, Milano, La Tartaruga, 1984, pp. 25-33.
*Il presente contributo è nato grazie alla disponibilità e alla sollecitudine della Responsabile dell’Archivio del Novecento della ‘Sapienza’ Università di Roma, prof.ssa Cecilia Bello Minciacchi, a cui va un sentito ringraziamento. Sono grata, inoltre, ad Alvise Memmo, alla prof.ssa Marinella Mascia Galateria, agli eredi di Liliana Magrini, Marina Faraci e Andrea Pettenello, che hanno permesso la pubblicazione delle lettere. Ringrazio anche Suzel Berneron, gentile mediatrice e appassionata studiosa di Liliana Magrini.
[1] Lettera di P. Masino a A. De Céspedes, datata 13 aprile 1950, ora in M. ZANCAN, Il carteggio con Alba De Céspedes. Frammenti di una autobiografia intellettuale, in B. MANETTI (a cura di), Paola Masino, Milano, Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori, 2016, pp. 237-264: 242.
[2] P. MASINO, Periferia, Bompiani, Milano 1933; poi a cura di M. MASCIA GALATERIA, Milano/Salerno, Oédipus, 2016.
[3] P. MASINO, Appunti, 7, p. 108, ma qui si cita da M. MASCIA GALATERIA, Roma leggera, onirica, tragica, in Scrittrici e intellettuali del Novecento. Paola Masino, a cura di F. BERNARDINI NAPOLETANO e M. MASCIA GALATERIA, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2001, pp. 29-37: 34.
[4] P. Masino la definisce così sulle pagine di Parigi, in Decadenza della morte, Roma, A. Stock, 1931.
[5] Per avere un quadro della vita parigina e dell’esperienza francese di Masino si veda B. SICA, Parigi 1929-1931 e oltre in Paola Masino, cit., pp. 190-133; altre notizie sono tratte da M. MASCIA GALATERIA, Introduzione in F. BERNARDINI NAPOLETANO e M. MASCIA GALATERIA (a cura di), Scrittrici e intellettuali del Novecento. Paola Masino, cit., p. 16 e anche in B. MANETTI, Biografia, ivi, p. 43.
[6] In quegli anni Masino è a Venezia come giornalista, su questo si veda C. BELLO MINCIACCHI, «Il festival rinascerà» Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia del 1946, in Venezia Novecento. Le voci di Paola Masino e Milena Milani a cura di A. CESCHIN, I. CROTTI, A. TREVISAN, «Italianistica», 11, 2020, pp. 63-79. Online. URL: <https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni/libri/978-88-6969-423-3/> [ultima consultazione 1/02/2025].
[7] La lettera di P. Masino ai genitori, datata 27 aprile 1938, è citata da M. MASCIA GALATERIA, L’autobiografia trasfigurata di Paola Masino, in F. BERNARDINI NAPOLETANO e M. MASCIA GALATERIA (a cura di), Scrittrici e intellettuali del Novecento. Paola Masino, cit., pp. 16-28: 22.
[8] Sono parole di Masino riportate da M. MASCIA GALATERIA, ivi, p. 23.
[9] Il romanzo era uscito in quindici puntate su «Tempo», tra il 16 ottobre 1941 e il 22 gennaio 1942, poi, dopo la censura fascista che impose numerose modifiche, veniva predisposto per la pubblicazione da Bompiani nel 1944, ma i bombardamenti su Milano distrussero tutte le copie. Solo il 7 gennaio 1946 Paola Masino riceve la sua copia del libro stampato e restaurato nella prima versione, P. MASINO, Nascita e morte della massaia, Milano, Bompiani, 1945 ora Ead., cit., a cura di E. GAMBARO, con introduzione di Nadia Fusini, Milano, Feltrinelli, 2019.
[10] C. BELLO MINCIACCHI, «Il festival rinascerà» Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia del 1946, cit., p. 65.
[11] M. V. VITTORI, Introduzione in Io, Massimo e gli altri. Autobiografia della figlia del secolo, introduzione e cura di Ead., Milano, Rusconi, 1995, p.10.
[12] Gli estremi cronologici comprendono il materiale edito e inedito incluso nei fascicoli dedicati alle traduzioni e sono tratti dall’inventario del Fondo Masino, per cui si vd. L’archivio di Paola Masino. Inventario, a cura di F. BERNARDINI NAPOLETANO, Roma, Casa Editrice Università “La Sapienza”, 2004, pp. 144-150.
[13] In ordine cronologico, Paola Masino pubblica le seguenti traduzioni: G. TABOUIS, Sibari, Firenze, Sansoni, 1958; V. LARBAUD, A. O. Barnabooth. Le sue opere complete, Milano, Bompiani, 1969; H. DE BALZAC, La ragazza dagli occhi d’oro, Torino, Einaudi, 1977; STENDHAL, Ricordi di egotismo. Mina de Vanghel. Vanina Vanini, Roma, Curcio, 1978 (ma Ricordi di egotismo tradotto da Bontempelli era già uscito per le Edizioni Documento di Roma nel 1944); J. A. BARBEY D’AUREVILLY, Il cavaliere des Touches, Roma, Curcio, 1979; H. MALOT, Senza famiglia, con Otto domande a Paola Masino, Firenze, Giunti Marzocco, 1979; M.me DE LA FAYETTE, L’amor geloso, Palermo, Sellerio, 1980 (Paola Masino ha curato La principessa di Montpensier e La contessa di Tenda, mentre Storia di Alfonso e Bélasire risulta curata da Gesualdo Bufalino).
[14] Grazie a Suzel Berneron sappiamo che attualmente sono stati rinvenuti solo documenti in cui si leggono racconti inediti di Liliana Magrini, mentre non si conservano lettere dai suoi corrispondenti, forse disperse durante le alluvioni veneziane.
[15] L’attività di Liliana Magrini è principalmente legata alla traduzione dal francese, ma ha scritto anche un considerevole numero di articoli su «La Fiera letteraria» tra il 1950 e il 1966. Oltre al Camus di cui si è detto supra, alcuni titoli da lei tradotti sono L. GUILLOUX, Sangue nero, Milano, Feltrinelli, 1955 (pubblicato vent’anni dopo la prima edizione in Italia a causa della censura fascista), La casa del popolo, cit., 1957 e Compagni, cit., 1957, A. BRETON, Manifesti del Surrealismo, Torino, Einaudi, 1966, A. MALRAUX, Antimemorie, Milano, Bompiani, 1968. Si è occupata anche di questioni politiche e sociali sulla rivista fondata da Pietro Nenni «Mondo Operaio» (dal 1972 «mondoperaio»), e ha lavorato per l’Ipalmo (Istituto per le relazioni con i paesi dell'Africa, America Latina, Medio Oriente), con sede a Roma, fino alla morte avvenuta nel 1985. Per una ricognizione bibliografica si veda G. BRESCIANI, Liliana Magrini. Repertorio bibliografico italiano, online, URL: <https://www.academia.edu/98046667/Liliana_Magrini_repertorio_bibliografico_italiano> [ultima consultazione 1/02/2025]
[16] Il fascicolo di missive inviate da Liliana Magrini conta 74 lettere, 5 cartoline e un biglietto, ma altre tracce del loro rapporto si leggono nel cospicuo fascicolo che conserva le lettere del padre, Alberto Magrini, e nel fascicolo contenente cartoline e lettere della madre, Dirce Tommasini. In particolare nel fascicolo riservato alle lettere di Alberto Magrini ve n’è una di Liliana datata 1974, che pospone la data di fine della loro corrispondenza.
[17] Lettera di L. Magrini a P. Masino, Venezia, 28 maggio s.a. in Archivio del Novecento, Sapienza Università di Roma (da ora in avanti AdN), Fondo Paola Masino (da ora FPM), serie ‘Corrispondenza’, sottoserie ‘Corrispondenza inviata a Paola Masino’, fasc. ‘27 M’, sottofasc. ‘Magrini’.
[18] Lettera di L. Magrini a P. Masino, Venezia, 19 settembre s.a., ivi.
[19]Lettera di L. Magrini a P. Masino, Venezia 21 dicembre s.a. [ma dalle lettere del padre, Alberto Magrini, sembrerebbe plausibile far risalire la lettera ex ante 1957), ivi.
[20] Lettera di L. Magrini a P. Masino, Sambughé, 12 ottobre s.a. [ma stando alla notizia della traduzione possiamo collocare la lettera sicuramente ex post 1951], ivi. Nel principale catalogo bibliografico ad accesso aperto non compare alcuna traduzione di Magrini dell’opera pubblicata da André Malraux nel 1951. Invece, dello stesso autore compaiono le seguenti traduzioni in italiano di Magrini: A. MALRAUX, Il museo dei musei, Verona, Mondadori, 1957; Id., Il segreto dei grandi veneziani, Venezia, Fondazione Giorgio Cini, 1959; Id., Antimemorie, Milano, Bompiani, 1968.
[21] L. MAGRINI, La Vestale, Paris, Gallimard, 1953.
[22] L. MAGRINI, Carnet vénitien, Paris, Gallimard, 1956, ora Ead., Carnet vénitien, avant-propos de M. C. JAMET et postface de S. BERNERON, Paris, Serge Safran éditeur, 2021.
[23] Louis Guillox era molto legato a Magrini, secondo quanto riportatomi da Suzel Berneron in una conversazione privata.
[24] Lettera di L. Magrini a P. Masino, Cortina, 21 luglio s.a. [ma ex ante 1953], in AdN, FPM, serie ‘Corrispondenza’, sottoserie ‘Corrispondenza inviata a Paola Masino’, fasc. ‘27 M’, sottofasc. ‘Magrini’.
[25] «Problemi di ordine pratico, che col tempo sono diventati anche di ordine psicologico, mi hanno impedito di scrivere. Massimo è stato malato gravemente per molti anni e da allora mi sono dovuta adattare a scrivere un po' di tutto: traduzioni, rubriche di corrispondenza, articoli vari, persino reportages sportivi. La notte dormivo pochissimo. Mi tenevo in piedi fumando anche cento sigarette al giorno. È stata molto dura». Così Masino risponde a Petrignani, vd. S. PETRIGNANI, Paola Masino. Où sont les neiges d'antan?, in Ead., Le signore della scrittura, Milano, La Tartaruga, 1984, pp. 25-33: 30.
[26] Lettera di L. Magrini a P. Masino, Venezia, 19 giugno 1955, in AdN, FPM, ivi.
[27] I racconti sono stati raccolti da M. V. Vittori in P. MASINO, Colloquio di notte, Palermo, La Luna, 1994.
[28] Ora in P. MASINO, Album di vestiti, a cura di M. MASCIA GALATERIA, Roma, Elliot, 2015.
[29] B. MANETTI, Una carriera à rebours. I quaderni d’appunti di Paola Masino, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2001, p. 12.
[30] In AdN, FPM, serie ‘Scritti’, sottoserie ‘Pubblicistica’, fasc. ‘83. Collaborazioni a giornali e riviste’ si conserva il manoscritto e il dattiloscritto Una grande ispirata-Marceline Desbordes Valmore, destinato alla lettura radiofonica.
[31] Fondata dalla Colip (Cooperativa del libro popolare), anche detta l’Universale del Canguro, per la figura che ne era simbolo, L’Universale Economica nel 1955 è stata salvata dalla crisi da Giangiacomo Feltrinelli ed è confluita nella Universale Economica Feltrinelli.
[32] Non stupisce che Bontempelli non sia tra i traduttori scelti da Riva, dal momento che quella collana era perlopiù aperta a traduzioni di narratori contemporanei (tra gli altri Lu Hsun, Jay Deiss, Lars Lawrence, Louis Gouilloux). Tra le due traduzioni a cui si allude, probabilmente, vi è anche Apocalisse di Giovanni pubblicata molto tempo dopo, con prefazione di A. TAGLIAPIETRA, traduzione e postfazione di M. BONTEMPELLI, Milano, Feltrinelli, 1992. Le notizie si leggono nella lettera di Magrini a Masino, Venezia, 13 dicembre 1956, in AdN, FPM, ivi.
[33] I Carnet sono un tentativo di esorcizzare quella città disneyana di cui scrive all’amica: «se dovessi parlare di Venezia, non mi basterebbero più neppure le tue vecchie invettive messe tutte insieme». Lettera di Magrini a Masino, ivi.
[34] Lettera di Magrini a Masino, Venezia, 17 gennaio 1957, ivi.
[35] «Esiste anche un contratto fatto con Paola Masino in data 1.10.1961 per una revisione della Germania di Tacito tradotta da Bontempelli, opera che avrebbe dovuto essere consegnata entro il 30 settembre 1962. Quest’opera non mi risulta che sia mai stata consegnata». Anni dopo, nel 1990, infatti, l’opera esce con la postfazione di Ezio Savino per la piccola casa editrice SE. L’appunto è conservato presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, sezione Segreteria editoriale autori italiani, qui si cita da F. BOUCHARD, Bontempelli traduttore nel tempo, in «Bollettino ‘900. Electronic Journal of ‘900 Italian Literature», 2012, nn. 1-2, online. URL: <http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2012-i/Bouchard.html> [ultima consultazione 12/02/2025].
[36] Sulle traduzioni dal francese in Italia si veda l’interessante studio di M.A. BARSI, Le traduzioni dal francese a Milano negli anni Cinquanta: un modello di analisi basato sulla Bibliographic Data Science, in La fabbrica dei classici. La traduzione delle Letterature straniere e l’Editoria milanese (1950-2021), a cura di A. PREDA, N. VALLORANI, Milano, Ledizioni, 2023, pp. 115-139.
[37] M. BONTEMPELLI, Perché 900 sarà scritto in francese, in «Il Tevere», 18 maggio 1926, p. 3
[38] Dalle lettere sembra che la casa editrice abbia mutato nome e sede; infatti, nel 1965 le lettere della amministratrice unica Martine Chevrier erano inviate dalla Editrice internazionale spa presso Via del Babuino, 53, poi dal 1966 la sede della casa editrice Il Liocorno diventa Largo Fontanella Borghese, 84.
[39] Il contratto con Masino è datato 1965. V. LARBAUD, A.O. Barnabooth: ses oeuvres complètes: le Pauvre chemisier, Poésies, Journal intime era stato pubblicato da Gallimard nel 1948. Prima dell’impresa di Masino, nel 1944 Angelo Bianco aveva tradotto l‘edizione in prosa, priva delle poesie, A. O. Barnabooth: giornale intimo per Perinetti Casoni Editori.
[40] Oltre a A. O. Barnabooth Masino avrebbe voluto tradurre La Motocyclette di André Pieyre de Mandiargues, marito di Bona De Pisis, che, però, aveva già venduto i diritti di traduzione a Feltrinelli e (secondo quel che si legge nella lettera, ma che, di fatto, non accade) avrebbe voluto mantenere per le sue opere lo stesso traduttore. Dunque, Chevrier propone Noël Devaulx, La dame de Murcie, invia a Masino L’auberge Parpillon e la invita a scegliere alcuni racconti da tradurre: i dattiloscritti sono tra i materiali inediti in AdN, FPM, serie ‘Scritti’, sottoserie ‘Traduzioni’, fasc. ‘Traduzioni inedite’, sottofasc. ‘Lettere e appunti per antologia’ per la RAI. Lettera di M. Chevrier a P. Masino, Roma 27 luglio 1965, in AdN, FPM, serie ‘Scritti’, sottoserie ‘Traduzioni’, fasc. ‘73. Valéry Larbaud, A. O. Barnabooth: Poesie e Diario’.
[41] AdN, FPM, ivi, fasc. ‘73. Valéry Larbaud, A. O. Barnabooth: Poesie e Diario”’, c. 118.
[42] AdN, FPM, ivi, c. 1.
[43] AdN, FPM, ivi, fasc. ‘73. A. O. Barnabooth. Il Povero camiciaio – Poesie - Diario’, c. 132v.
[44] Lettera di L. Magrini a P. Masino del 20 agosto 1961, in AdN, FPM, serie ‘Corrispondenza’, sottoserie ‘Corrispondenza inviata a Paola Masino’, fasc. ‘27 M’, sottofasc. ‘Magrini’.
[45] Ivi. Magrini sta parlando dell’asso di cuori dipinto a tempera da Mario Deluigi e della raccolta di Masino di carte francesi, napoletane, dei Tarocchi, che all’inizio dei Cinquanta, dopo il ritorno a Roma, avvia: per quasi quarant’anni Paola Masino chiederà ad artisti rappresentativi del Novecento di reinterpretare una carta. Dalla raccolta è nata una mostra tenutasi a Roma, Palazzo Braschi, dal 15 dicembre 2016 al 30 aprile 2017, di cui si legge la recensione di C. BELLO MINCIACCHI, Paola Masino, carte magiche, in «Alias-Domenica». Inserto settimanale de «Il Manifesto», 5 marzo 2017, anche online. URL: <https://ilmanifesto.it/paola-masino-carte-magiche>, e un catalogo Pittori del Novecento e carte da gioco. La collezione di Paola Masino, mostra e catalogo a cura di M. MASCIA GALATERIA, P. MASINI, Roma, Palombi, 2016.
[46] Lettera di L. Magrini a P, Masino, Venezia, 22 settembre 1961, in AdN, FPM, ivi.
[47] Lettera di L. Magrini a P. Masino, Venezia, 15 dicembre 1961, ivi.
[48] P. MASINO, Appunti, 11, p.7, in AdN, FPM, serie ‘Scritti’, sottoserie ‘88. Quaderni di “Appunti”’.
[49] P. MASINO, Appunti, 8, pp. 45-49, ivi.
[50] Postfazione, in T. GAUTIER, Il Capitan Fracassa, traduzione di M. BONTEMPELLI, Firenze, Giunti Marzocco, 1984, pp. 331-332 (la postfazione è sotto forma di domande a Paola Masino).