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Rileggere gli anni Sessanta attraverso una corrispondenza internazionale

Ottavia Galloni

 

Il fondo Cordier & Ekstrom è uno dei numerosi nuclei che si possono trovare nel vasto processo di archiviazione dell’opera di Gianfranco Baruchello, conservato alla sede della Fondazione Baruchello in via di Santa Cornelia. Questo articolo ne prende in analisi un faldone, contenente circa 348 unità documentarie ancora in corso di studio e accompagnato da un’ampia documentazione fotografica, il tutto datato dal 1962 al 1970, con maggiore quantità di documentazione tra 1963 e il 1966. La maggior parte dei materiali riguardano la corrispondenza con la Galleria Cordier & Ekstrom (rappresentante dell’attività di Baruchello negli Stati Uniti), con il Guggenheim o il MoMa, ma si trovano anche altre tipologie di documenti come cartoline, telegrammi, bozze di testi o articoli di giornale[1].

La volontà di questo elaborato è quella di rileggere gli anni Sessanta tramite la documentazione d’archivio al fine di inserire l’attività di un artista italiano, come Gianfranco Baruchello, all’interno di una lettura transnazionale dei rapporti che unirono Italia e Stati Uniti nel secondo dopoguerra.

In particolare, i documenti ci permettono di ricostruire i rapporti con la Galleria Cordier & Ekstrom, sede americana della Galleria parigina Daniel Cordier dove l’artista aveva esposto nel 1963. Al di là delle informazioni “di Bottega” per le mostre, il tono d’amicizia che caratterizza la documentazione testimonia quanto le reti di relazioni, anche personali, siano fondamentali nella rilettura di questo ponte transatlantico. Materiali di questo tipo ci consentono anche di cogliere la percezione dell’ambiente americano per un artista come Baruchello, mettendo ulteriormente in luce quanto in realtà gli artisti italiani arrivati oltreoceano rimasero in parte delusi dal tanto sperato American Dream, come già dimostrato dalla sua corrispondenza con Mario Schifano[2], dandoci una narrazione più ampia del contesto americano della pop art in relazione agli artisti italiani, non limitandosi ad una gerarchica narrazione di influenza passiva dell’opera di Rauschenberg sugli artisti italiani, come emerge dalla corrispondenza con Giulio Carlo Argan:

 

L’incontro con Rauschenberg, Oldenburg, Lichtenstein, Dine è stato molto più deludenti rispetto a quello con i pittori della generazione precedente (per es: Rotchko, Newman). L’atmosfera non è così orribile come credevo: c’è una possibilità di contatto abbastanza aperto anche se forse troppo superficiale. Bisognerebbe vivere a lungo qui per capire.[3]

 

La ricca documentazione disponibile consente anche di ricostruire l’attività espositiva di Gianfranco Baruchello negli Stati Uniti[4]. L’artista espone per la prima volta oltreoceano nel 1962, partecipando alla storica mostra “New Realists” presso la Sydney Janis Gallery, grazie all’intermediazione di Ileana Sonnabend. In questa occasione, espongono con lui altri artisti italiani di rilievo, tra cui Enrico Baj, Mimmo Rotella e Mario Schifano. 

L'anno successivo inizia la sua collaborazione con la Galleria Cordier & Ekstrom, prendendo parte alla collettiva “Choices” (settembre – dicembre 1963). La corrispondenza tra gli organizzatori rivela l’interesse di Alfred Barr e Dorothy Miller per il suo lavoro, interesse confermato dall'acquisto di due sue opere per la collezione del Museum of Modern Art di New York. Nel marzo-aprile 1964, la galleria gli dedica la sua prima mostra personale newyorkese. 

Nel 1965, le opere di Baruchello vengono esposte al San Francisco Museum of Art nella mostra “New York Art Collector Selects” e al MoMA nella collettiva “Recent Acquisitions: Painting and Sculpture”. L'anno successivo, Cordier & Ekstrom inaugura una seconda personale, “Baruchello. Recent Works”, il cui allestimento è curato da Marcel Duchamp. Proprio in questa occasione, il Guggenheim di New York acquista Wordly Games, inserendo così l’opera di Baruchello nella sua collezione permanente. 

Nel 1966, la sua attività espositiva negli Stati Uniti prosegue con la partecipazione alla collettiva “Homage à Caïssa”, voluta da Duchamp per la Chess Foundation. Una celebre fotografia dell’evento ritrae Andy Warhol intento a filmare Duchamp di fronte a un'opera di Baruchello. Nello stesso anno, il film “Verifica Incerta” viene proiettato al MoMA, mentre i suoi lavori sono inclusi nella mostra “European Drawings”[5], curata da Lawrence Alloway per il Guggenheim. 

Nel 1967, Baruchello partecipa nuovamente a una collettiva presso la Galleria Cordier & Ekstrom, intitolata “Soloist”, e alla mostra “Pictures to be Read/Poetry to be Seen” a Chicago. Quest'ultima segna un primo punto di disaccordo con Arne Ekstrom, che non approva la sua scelta di esporre nella città dell’Illinois. 

L’ultima mostra documentata da questa corrispondenza è “Selections from the Guggenheim Collection 1900-1970”.  I rapporti con gli Stati Uniti poi si raffreddano per condizione politiche e rapporti personali.

 

A correlare questi documenti vi è un’altra sezione dell’Archivio della Fondazione Baruchello su cui desidero soffermarmi: l’archivio fotografico. Questo materiale consente di ricostruire ulteriormente una rete di relazioni tra il vecchio e il nuovo continente. Alcune immagini risultano particolarmente significative. Tra queste, spicca una fotografia di Duchamp durante l’allestimento della mostra “Baruchello. Recent Works” del 1966, che non solo documenta una parte delle opere esposte, ma testimonia anche il rapporto di amicizia e collaborazione tra i due artisti. Altrettanto rilevante è la presenza di Mark Rothko all’inaugurazione della personale di Baruchello del 1964. Questo dettaglio è particolarmente significativo, in quanto Baruchello aveva già menzionato Rothko nella lettera sopracitata ad Argan, sottolineando la volontà di considerare l’arte americana al di là di una New York School tradizionalmente identificata con Pollock. Un altro documento fotografico di grande interesse è un’immagine scattata da Baruchello nella casa di Arman, in cui compaiono diversi artisti: sul retro della foto l’artista stesso annota i nomi di Segal, Jim Dine e sua moglie. Inoltre, sulla parete si distingue un’opera di Baruchello, ulteriore testimonianza delle interconnessioni artistiche dell’epoca. Infine, merita una menzione una fotografia di Arne Ekstrom, figura chiave di questa documentazione. Questa immagine fa parte di un gruppo di fotografie scattate sia nella sua casa che in galleria, in cui compaiono anche i suoi familiari. L’insieme di questi scatti sottolinea ulteriormente il forte legame di amicizia tra Ekstrom e Baruchello.

Nel complesso, l’archivio fotografico rappresenta un prezioso esempio visivo delle relazioni che crea l’archivio di Gianfranco Baruchello, e in questo caso anche del rapporto transnazionale tra Roma e New York. 

Per concludere riguardo l’analisi di questa documentazione vorrei soffermarmi sull’importanza di completare queste storie tramite il confronto con quello che si può trovare sul tema negli archivi americani, al di là della coscienza d’Archivio di Gianfranco Baruchello ben visibile nel lavoro fatto dall’artista nel conservare le brutte copie delle lettere o le copie carbone. Un primo tentativo di ricerca per completare questa corrispondenza ha riscontrato materiale in: Archive of American Art Dore Ashton papers, Archive of American Art Emily Traimaine paper, Archive of American Art Carlotte Roberts papers, Marcel Duchamp Archive, Dorothy Miller MoMA Archives, L. Alloway Records Guggenheim Archive ( European Drawings).

La messa in relazione degli archivi diventa quindi rilevante in quanto i documenti, come le opere, non sono mai neutrali, ma sempre figli dei legami causa effetto con cui le narriamo e le leghiamo tra loro, avere la possibilità di creare nuovi legami unendo il dialogo di archivi diversi ci permette di dare nuova forma al nostro sistema epistemologico. Lo scopo di questo breve articolo è quello di dare una narrazione espansa dei rapporti con gli Stati Uniti e ricostruire le relazioni complesse che hanno caratterizzato i rapporti transatlantici tra Roma e New York negli anni della guerra fredda tramite lo studio della documentazione d’archivio.[6]

 

 

[1] In particolare, l’articolo di Maurizio Bonicatti per Art International vol. IX, no. 8, 1965.

[2] C. SUBRIZI, in La presenza degli artisti italiani nelle mostre americane dei primi anni Sessanta, in Arte Italiana 1960-1964: identità culturale, confronti internazionali, modelli americani, Scalpendi Editore, Milano 2017.

[3] Lettera del 22 Aprile 1964, da Gianfranco Baruchello a Giulio Carlo Argan, Archivio della Fondazione Baruchello

[4] C.ZAMBIANCHI, Baruchello e gli Stati Uniti, le mostre personali e la ricezione americana, in Il Possibile: istruzioni per l’uso. Studi sull’opera di Gianfranco Baruchello, Convegno Accademia dei Lincei, 23-24 Gennaio 2025, Roma.

[5] A. DEL PUPPO, Disegno A-Z. La mostra European Drawings del 1966 al Guggenheim Museum di New York, in Il Possibile: istruzioni per l’uso. Studi sull’opera di Gianfranco Baruchello, Convegno Accademia dei Lincei, 23-24 Gennaio 2025, Roma.

[6] Subrizi Carla, Storia dell’Arte come archivio, Ipotesi critiche per attraversare la seconda metà del XX secolo, in Arte Mondo, Storia dell’Arte, Storie dell’Arte, a cura di Emanuele De Cecco, Postmedia Books, Milano 2010