Gli amici poeti
di Giovanni Fontana
Fotografie a migliaia invadono cassetti e stipi di uno studio dove da anni, invano, tento di trovare tempi e modi per far lavoro d’archivio. Cosa finora dimostratasi impossibile. Anche se non raramente mi capita di metterci mano.
Mi spingono a frequentare quelle carte scompaginate, un’esigenza pratica, una richiesta esterna, una curiosità improvvisa, ma anche un’occorrenza sentimentale. Rimaneggiare nel disordine, allora, corrisponde a rendere ogni volta più complicato il quadro entropico delle sagome e dei colori, tanto che il pur minimo riferimento, frutto di precedenti visitazioni, viene irreparabilmente cancellato all’istante complicando i futuri sforzi di memoria.
Rileggere il passato, di tanto in tanto, lanciando disordinatamente sguardi sulle figure del tempo, riaccende stagioni sopite e intreccia cronache incongrue. Ecco perché sfogliare immagini come il caso me le presenta è un gioco che mi piace. È come assistere ad un blog. Imprevedibile. Incoerente. Che nella sua confusione apre e chiude le porte della memoria. In un certo senso è un esercizio che giova all’autocoscienza. Favorisce la rappresentazione di sé stessi a sé stessi. Del resto è come guardarsi e riguardare gli altri negli specchi del tempo.
È un ritorno periodico ai ricordi, il mio, dove mi riconosco con buona approssimazione. E dove mi riallaccio a precedenti esercizi, a riletture fugaci, a osservazioni folgoranti. Rivelatrici di meccanismi percettivi che forse una raccolta organizzata e sistematica non potrebbe offrire. Si tratta di itinerari di andata e ritorno che lasciano intravedere nuove strade, anche quando sembra che si insista infruttuosamente su medesimi luoghi sensibili: volti e oggetti si mostrano reattivi sul tessuto della memoria, dove le sinapsi insistono vertiginosamente: aprono e riaprono le stesse porte, arricchendone le prospettive. Per dirla con Agostino di Ippona, «mi ricordo dunque di essermi ricordato» (X, 13). E il vortice del ricordare si fa presente estremamente dinamico. Il flusso delle immagini fonde in un unicum che dilata il presente, inglobando il futuro e proiettandosi in futura coscienza. Succede, proprio come Agostino scrive, «che la tensione presente fa passare il futuro nel passato: diminuisce il futuro, cresce il passato, finché, esaurito il futuro, tutto diventa passato» (X, 17).
Ogni volta che torno a rispecchiarmi in questo blog aleatorio riavvolgo il nastro del pubblico e del privato, soffermandomi su certezze e fantasmagorie, su ricordi nitidi o su proiezioni, progetti e occasioni perdute da rintracciare, pensieri a riposo o ipotesi di anticipazioni.
Segui il filo degli affetti familiari: mia moglie Giovanna, i figli, i nipoti, le loro vite, le nostre: riaffiorano i volti di mia madre, mio padre, dei nonni, anche quelli che non ho conosciuto, tirati in seppia e logori sui bordi, con annotazioni in inchiostro stilografico sul retro, con dediche e date.
Ripercorri le tracce del lavoro poetico: le performance, i quadri scenici, i viaggi, le città visibili e invisibili.
Ritorni sugli incontri amicali. Quelli di gioventù. Sui loro effetti. Su corrispondenze e fratellanze. Su armonia e solidarietà. Convivialità. Affinità. Complicità. Su stima e rispetto. E tra i volti vedi risaltare quelli con i quali i legami sono stati più intensi. Vólti indimenticabili quelli degli amici scomparsi, come Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Corrado Costa, Maurizio Spatola, coinvolti nell’avventura di Geiger e del Mulino di Bazzano, Henri Chopin e Bernard Heidsieck, pilastri della ricerca verbo-sonora internazionale, Arrigo Lora Totino, compagno di impareggiabili avventure fono-acrobatiche, Cesare Zavattini, mentore della primissima ora, Franco Cavallo e Mario Lunetta, fulgidi interpreti della poesia della contraddizione, Stefano Docimo, amico fraterno, nonché «taverniere intermediale», Sarenco, ineffabile jongleur nella jungla del mercato dell’arte, Ennio Morricone, raro, speciale, generoso, John Giorno, mite e dilagante, Dick Higgins, illuminante, Eugenio Miccini, Ugo Carrega, Luciano Caruso, Stelio Maria Martini, Michele Perfetti, innovatori come pochi sulla scena verbo-visiva, Filiberto Menna, sempre lucidissimo, Giorgio Patrizi, intellettuale curioso e critico raffinato, Paolo Berardelli, sostenitore affabile e appassionato, Jan Swidzinsky, un filosofo della performance, Nanni Balestrini, riferimento insostituibile, Francesco Conz, sorprendente, Gianni Sassi, vulcanico, Michel Giroud, «le Coyote», dirompente, Ruedi Shill, Hans Clavin, Endre Szkarosi, che dall’Ungheria riconsiderava il panorama letterario italiano attraverso la lente dell’intermedialità, Matteo D’Ambrosio, divoratore di futurismo e futurismi, Philippe Castellin, che fu traduttore di Spatola in Francia, Joan Brossa, magico, Ignazio Apolloni, vero e proprio ponte sullo stretto verso le ricerca singlossica in terra di Sicilia, Ivano Burani, coraggioso editore di «Baobab», con la schiera dei sonori Luigi Pasotelli, Giuliano Zosi, Luciana Arbizzani, Carla Bertola, Federica Manfredini e Milli Graffi, che volle la poesia sonora in un CD per «il verri». Ma non ci sono foto di Patrizia Vicinelli, come non ci sono foto di Gianni Toti, più volte testimone delle mie vociferazioni, di Elio Pagliarani, di Edoardo Sanguineti o di Gianfranco Baruchello, sia pure più volte incontrati in rassegne, mostre e convegni. Come non ci sono foto di Vito Riviello, con il quale ho intonato canzoni e canzoni, anche grazie a Giorgio Weiss, infaticabile organizzatore di serate performative di cui, però, conservo una bella foto scattata durante la registrazione di una trasmissione per la RAI, Dipartimento Scuola Educazione, nel lontano 1988.
Padri e fratelli. Nel caleidoscopio temporale, i profili degli attuali compagni di strada sono numerosissimi. Spesso gli scatti sono dei selfie, altre volte si tratta di istantanee di fotografi occasionali, di amici tra amici, come Sylvie Ferré, Michèle Métail, Bernard François, Fabrice Gualdi, Makoto Kondoh, Evelyne Goupy, Marco Palladini, Valerie Damblé, Sergio Zuccaro, Zamek Wyobrazni; altre ancora si tratta di foto d’autore, come quelle di Piero Varroni, Dino Ignani, Eric Toccaceli, Fabrizio Garghetti, George Anderlub, Pietro Previti, Giacinto Spagnoletto, Antonio Poce. Comune denominatore: la mia faccia che si trasforma, con capelli, senza capelli, con barba, senza barba, con occhiali, senza occhiali.
Talvolta queste foto finiscono in rete per motivi diversi, con modalità scriteriate. Talaltra vanno a comporre spazi che ho voluto intitolare «Gli amici poeti». Solo lì (magia del digitale) assumono una parvenza d’ordine. Chi vuole, potrà dare un’occhiata a questo link:
https://epigeneticpoetry.altervista.org/galleria-fotografica.html
Che dire, allora? Come giudicare questo garbuglio? È fuor di dubbio che la funzionalità sia al grado zero. Ma è pur vero che la sollecitazione visiva random abbia effetti insospettabili. Nel corpo e nella mente. Sul piano del senso. Sul piano emozionale. Come fosse distillatrice di linfe creative in quella che è la danza molteplice del tempo.
Nella girandola del disordine, allora, mi si stagliano nella mente ancora una volta le parole di Agostino: «L’animo attende, presta attenzione, ricorda: in modo che quello che attende, attraverso il suo sviluppo nel presente, passi poi nel ricordo. Chi potrebbe negare che il futuro non esiste ancora? Ma nell’animo vive l’attesa del futuro. Chi potrebbe negare che il passato non esiste più? Ma nell’animo vive la memoria del passato. E chi negherà che il tempo presente manca di estensione perché non è che un punto transeunte? Ma dura l’attenzione attraverso la quale il futuro tende al passato. Non si può avere dunque un futuro lungo – non esiste ancora –, ma il lungo futuro è la lunga attesa del futuro: non si può avere un passato lungo – non esiste più –, ma il lungo passato è il lungo ricordo del passato» (XI, 27).






