p. 44-48 > Poesie dell’Italia contemporanea

Poesie dell’Italia contemporanea, 1971-2021, a cura di Tommaso Di Dio, Milano, il Saggiatore, 2023.

di
Paolo Giovannetti

 

Nell’ottobre 1959, sul rotocalco illustrato “Il successo” usciva un articolo di Carlo Bo, intitolato Il partito dei poeti, che affrontava un paradosso curioso e certo buffo della società letteraria (di allora?): esserci in Italia così tanti poeti che in effetti converrebbe fondare un partito capace di rappresentarli, perché in questo modo sarebbe garantita una non esigua rappresentanza parlamentare. Non solo: Carlo Bo lavorava su un secondo luogo comune, ossia che dopo la “stagione” dei poeti maggiori (alcuni ancora in vita) ben poca gloria era rimasta alla poesia contemporanea, che, pur vitale nella quantità dei prodotti, non sembrava proporre valori e nomi nuovi degni di nota. La poesia degli anni Cinquanta non avrebbe espresso esiti sicuri, a parte quelli che si riverberavano da un passato non troppo recente (i fatidici anni Trenta dell’ermetismo).

Chi si occupa di poesia attuale, quella che tutti i giorni si fa, sa bene quanto siano ancora presenti ragionamenti di questo tipo nei discorsi che si intrecciano oggi, anno 2025, in Italia. A un primo sguardo, è un dato di fatto encomiabile che la fatica (e non è retorico dirlo quando si parla d’un libro di più di 1000 pagine) di Tommaso Di Dio si tiene lontana da certe banalità e riduzionismi. Se ad esempio leggiamo l’ultimo capitolo “storico”, Una fede in niente ma totale, ci troviamo di fronte a un’interessante apologia della buona salute della poesia italiana d’oggi, all’insegna di una perdurante modernità che si sbarazza di ogni ideologismo postmodernista, e addirittura si caratterizza per il «desiderio» di «esprime[ere] una condizione comune, mediante la quale, essendo tutti più soli, ci si scopra più simili» (p. 718). Ciò accadrebbe anche perché certa conflittualità di poetiche tipica del passato si starebbe attenuando, e le «fazioni distanti» tenderebbero a sparire, sotto la pressione di un individualismo compulsivo (quello del sistema comunicativo digitale), suscettibile neanche troppo paradossalmente di favorire la scoperta di terreni comuni prima impensabili. Si tratta, a ben vedere, di un interessante leopardismo, in cui la “natura seconda” delle Reti informatiche prende il posto della Natura prima, e può essere affrontata solo con l’affratellamento delle moltitudini sparse. Del resto, Di Dio sa apprezzare vere e proprie istituzioni dell’agire poetico contemporaneo, come le sempre più frequenti letture pubbliche, i festival, i riti del Web 2.0 (i blog, i social...), che definiscono una preziosa «nuova orizzontalità» (p. 489). Lungi dal cogliere in certi recentissimi fenomeni una decadenza, una perdita di pregio, il critico si impegna ad accogliere il merito del nuovo e la sua possibile funzionalizzazione, con notazioni interessanti, che certo dovrebbero essere approfondite. Mi riferisco in particolare alla possibilità di cogliere nei festival letterari «una sorta di terzo polo, oltre e accanto alla rete dei siti specialistici e all’editoria cartacea» (p. 490): idea che appare preziosa perché intreccia mondo digitale e mondo analogico, suggerendo che una realtà “fisica” (quella degli incontri pubblici e insieme dell’editoria) si evolve e forse migliora in solidarietà – non in opposizione – con ciò che accade in Rete.

Nessun rimpianto, nessuna nostalgia per il canone, nel libro di Di Dio. Del resto, il lessico molto concreto del titolo la dice lunga. Si parla di “poesie” e non di “poesia”. L’effetto è meno quello di una sineddoche che non di una catacresi. Essendo “poesia”, qui, sinonimo di qualcosa di molto concreto, designato con una parola solo in parte soddisfacente: facciamo, cioè, i conti con il singolo componimento poetico (in inglese “poem”, in francese “poème” ecc.), in luogo del generalizzante e assiologico poesia, che invece comporterebbe la connotazione di ‘esperienza squisita’, ‘bellezza’, ‘contenuto estetico’, ma anche ‘istituzione storica’ ecc., che tutti ben conosciamo. Detto diversamente, per mettere a fuoco (come abbiamo accennato) il pregio della più recente poesia(-valore-storia), l’antologista, soprattutto questo antologista, ha bisogno dei disiecta membra dei testi, seccamente separati dal loro contesto. Nulla di strano, appunto, così fan tutte le antologie. Solo che qui si aggiungono due fatti, il primo dei quali abbiamo in parte già osservato. Da un lato, le testualità puntuali sono staccate dai loro autori: nel senso che quelle vengono prima di questi, e che i riferimenti alla biografia, alla carriera, alle poetiche hanno uno scarsissimo rilievo (fin quasi a dileguare) rispetto all’investimento sulle compagini isolate, sulle individualità verbali. Il secondo fatto è il ridimensionamento del libro di poesia: se è vero che di raccolte, sillogi, pubblicazioni a stampa contenenti “poesie” si parla (e sempre con grande competenza e acume), il focus è un altro, quello appunto della seriazione di testi.

Ma di che tipo di “seriazione” si tratta? È in gioco prima di tutto un criterio di tipo storico. Di Dio segue decennio per decennio gli estremi indicati dal sottotitolo, scrivendo cappelli introduttivi che mettono a fuoco le salienze del periodo in esame, collegandole a certi temi circolanti nel mondo della poesia. Dopo queste sempre brillanti introduzioni, le poesie hanno il compito di integrare il ragionamento critico, suggerendo ovviamente infinite nuove connotazioni: ma rispecchiando l’intentio curatoris (o editoris), quale autore aggiunto che si sforza di imprimere un senso ai legami fra le poesie. L’idea è quella di discorrere attraverso il contenuto di perle testuali allineate in una collana (o corona)  “eloquente”.

Ha ragione Di Dio quando nella sua introduzione afferma che le antologie di solito usano i componimenti selezionati per argomentare tesi preesistenti. Ma non ha ragione quando pensa che questo sia un limite del vecchio strumento antologico. Pensare a una scelta antologica neutra, priva di connotazioni ideali, incapace di suggerire l’orientamento del loro curatore, è – del tutto – impossibile. Anzi, potremmo dire che quanto più è chiara la posizione dell’antologista, tanto più significativo è il comportamento di lettura. Il lettore, dico, preso atto degli obiettivi del critico, dello storico letterario, li verificherà sui testi, potendo approfittare utilmente di quella eccedenza, oltranza, devianza che la poesia porta con sé, e che, se adeguatamente attivata, può anche contraddire il progetto dell’antologista. Per fare un solo esempio, il Paolo Buzzi messo in primo piano da Pier Vincenzo Mengaldo nel suo Poeti italiani del Novecento con l’intento di erigere un contraltare al Gian Pietro Lucini incensato da Sanguineti nel suo Poesia italiana del Novecento, ha l’effetto di deprimere l’operazione, una volta che il lettore si avvicini davvero alle poesie scelte, alla loro infelice qualità; e insieme – suppongo – di restituire i limiti di una polemica, anche nei termini in cui Sanguineti l’aveva impostata. Il Lucini reale “al vaglio della lettura” stinge sullo sfondo non tanto del Novecento in versi, quanto della poetica che gli era stata attribuita.

Tommaso Di Dio, peraltro, non vuole fare storia letteraria, storia della poesia, come accade agli antologisti del passato, per lo meno a quelli di impianto più sistematico. Vuole raccontare cinquant’anni di storia italiana utilizzando le suggestioni della poesia. L’operazione ha due conseguenze, una spiacevole, l’altra no. La prima è che credo nessun lettore possa riconoscere nei cappelli introduttivi e nelle poesie che li corredano racconti affidabili della storia italiana contemporanea. Comprensibilmente, forse, l’autore mette in evidenza momenti nodali di ogni periodo, cercando di costruire intorno a essi un discorso che peraltro è sempre di pregevole fattura, di elegante suggestione critica, ma è privo di spessore storico (forse fa eccezione la parte sugli anni Novanta, che Di Dio probabilmente sente più suoi). E non poteva che essere così, e non è il caso che io spieghi perché (in fondo, i cultural studies sono una realtà consolidata, e le loro metodologie possono fare da sfondo al lavoro in esame, denunciandone i limiti).

Le ricadute sono presto dette. L’ideologia di Tommaso Di Dio (il suo a priori) è totalmente letteraria e personale. L’antologista – secondo una vecchia idea enunciata a suo tempo da Giovanni Papini – è autore di un’opera che è critica sì, ma soprattutto esprime l’attività del curatore en poète. In conformità a un principio che è meno warburghiano che vociano, l’atto interpretativo implica una produzione estetica, chiede al lettore più che un giudizio sulla qualità delle argomentazioni e delle ricostruzioni storiche, un giudizio sulla figura artistica che abbiamo di fronte, sulla bravura e sulla serietà dell’autore. Che infatti nel suo percorso solo raramente dialoga con la critica esistente. La personalità dell’antologista conta in quanto produttrice di letterarietà e di “poeticità” che cresce sopra la poesia, sopra le poesie.

Si possono cogliere alcuni, non gravi limiti di selezione nel libro di Di Dio (l’esclusione dei dialettali, poca attenzione a certe forme ibride, le non sempre comprensibili esclusioni, l’inclusione di poete e poeti giovani dall’incerto talento, tuttavia molto attive nel mondo social e accademico, ecc.). Ma gli va riconosciuto un merito: quello di aver costruito un brillantissimo monumento alle sue qualità di critico-poeta, capace di usare i testi per suggerire un proprio personalissimo discorso, di natura squisitamente letteraria.