Sociabilità delle scritture ‘di ricerca’ nello spazio laboratoriale: un’intervista a Cetta Petrollo
Mattia Faustini
RIASSUNTO:
Questo contributo esplora il ruolo della poesia di ‘ricerca’ nei laboratori di scrittura come risorsa culturale e forma di espressione collettiva. Un caso esemplare è quello di Elio Pagliarani, che tra gli anni ’70 e ’90 ha promosso laboratori poetici innovativi a Roma, coinvolgendo comunità eterogenee. Parallelamente, in ambito psichiatrico, si sviluppavano iniziative simili, come i laboratori del Santa Maria della Pietà. L’intervista a Cetta Petrollo offre una testimonianza diretta della nascita e dell’evoluzione dei laboratori di Pagliarani, sottolineandone la dimensione dialogica e performativa, lontana dalla metodologia ‘ortodossa’ della scrittura creativa. L’ascolto reciproco, l’oralità e la gestualità emergono come elementi centrali dell’esperienza poetica condivisa, nei termini di una social poetics. La ricerca, a cui questa intervista rinvia, si amplia con un confronto tra il caso di studio italiano e i laboratori di poesia portoghesi degli anni ’90-’00, analizzando la scrittura come strumento di partecipazione ed emancipazione della cittadinanza, in particolare, in contesti di istituzionalizzazione e di disagio psico-sociale.
PAROLE CHIAVE: Laboratori di poesia, Pagliarani, Santa Maria della Pietà, scritture ‘di ricerca’, Scrittura Creativa.
ABSTRACT:
This contribution explores the role of ‘research’ poetry in writing workshops as a cultural resource and form of collective expression. An exemplary case is that of Elio Pagliarani, who promoted innovative poetry workshops in Rome between the 70s and 90s, involving a wide range of communities. At the same time, similar initiatives were developed in the psychiatric field, such as the workshops at the Santa Maria della Pietà hospital. The interview with Cetta Petrollo offers a first-hand account of the birth and evolution of Pagliarani's workshops, emphasising their dialogic and performative dimension, far from the ‘orthodox’ methodology of creative writing. Mutual listening, orality and gesturality emerge as central elements of the shared poetic experience, in terms of a social poetics. The research, to which this interview refers, expands with a comparison between the Italian case study and the Portuguese poetry workshops of the 1990s and 2000s, analysing writing as a tool for participation and emancipation of citizens, in particular, in contexts of institutionalisation and psycho-social distress.
KEYWORD: Poetry workshops, Pagliarani, Santa Maria della Pietà, experimental writing, Creative Writing.
L’intervista che segue a questa breve introduzione si cala in una ricerca (in corso) sulla poesia di ‘ricerca’, nel contesto dei laboratori di scrittura, in quanto risorsa culturale della cittadinanza. Risorsa ‘sperimentale’ dell’espressione verbale che nell’ambito della Creative Writing si esercita, spesso, senza chiare adesioni a metodologie o finalità predefinite, se non quella di trovare spazio per l’espressione di sé nel mercato editoriale o, in altri termini, diventare autori.[1] L’espansione del metodo ‘workshop’, in particolare dagli anni ‘60 in poi su scala internazionale (Green, 2001; Traina, 2021), conoscerà una moltiplicazione di programmi e percorsi istituzionalizzati sulla base di questa promessa di professionalizzazione del settore (Myers, 1996).
La tesi in corso d’opera[2] intende raccontare una storia diversa dei laboratori, fra la creatività poetica della ‘ricerca’ letteraria, operativa soprattutto nei movimenti d’avanguardia, e la creatività di riconoscimento sociale (Honneth, 2002) operativa nei movimenti contro-egemonici, talora ispirati anche dalla pratica della poesia e dalla ‘ricerca’, in particolare, di pubblico. Si tratta di esperienze che, ricostruendo la genealogia della Scrittura Creativa nelle istituzioni del campo letterario contemporaneo, non vengono spesso debitamente considerate – come sostiene Mark Nowak in Social Poetics (2020) – e che potrebbero costituire il corpus di una tradizione eterodossa della disciplina stessa. In paesi diversi come Nicaragua, Stati Uniti, Sud-Africa e Kenya, la scrittura poetica ha trovato spazio nei laboratori di scrittura rivelandosi una risorsa culturale per far fronte alle cause sociali della condizione dei cittadini partecipanti, innescando particolari connessioni con i movimenti sociali locali (Nowak, 2020).
In Italia, dove gli anni ‘70 videro l’esplosione di un ritorno di massa alla poesia, con la realizzazione di numerose iniziative poetiche di lettura, festival e dibattiti in relazione al pubblico, si può fare un discorso, per certi versi, affine. Fu un decennio la cui storicizzazione è stata, dal punto di vista della produzione poetica, prolifica (Mazzoni, 2017; Giovenale, 2020; Giovannuzzi, 2021), e di cui Pagliarani fu uno tra gli autori ed interpreti più vivaci (Muzzioli, 2013; Rizzo, 2020), dirigendo la rivista Periodo Ipotetico, la Cooperativa Scrittori e conducendo, più tardi, i primi Laboratori di Poesia (1976), fra le altre cose.
Alle spalle della chiusura di Quindici e dell’uscita Il pubblico della poesia (Berardinelli e Cordelli, 1975), facendo da ponte fra i Novissimi e la nuova poesia dei collettivi romani, Pagliarani aveva cominciato a riunire intorno a sé e a casa sua varie personalità, come ci racconta Cetta Petrollo nel suo Margutta 70 (2019). Il primo gruppo creatosi così, spontaneamente, venne da lui battezzato “l’orchestrina”, comprendendo un circolo di appassionati «nessuno dei quali letterato di professione»: «un musicista, De Rose, due operai, Galeno e Plateo, una studentessa, Scalesse, e un calciatore, Rosati» (2019, pp. 21-22). Ebbe così inizio la saga laboratoriale di Pagliarani, che coinvolse anche elementi attivi in vari collettivi come “La tigre in corridoio” (De Rose, 2022) o “Valore d’uso”, e che proseguì fino ai primi anni ‘90.
A Roma, è sempre negli anni ‘70 che, peraltro, si contemplano i laboratori di scrittura e di poesia fra i progetti di riforma dello spazio manicomiale, messi in moto da Psichiatria Democratica e da varie organizzazioni operative all’interno delle strutture. Ne è prova l’antologia Una finestra sul reale (1985), uscita dopo il periodico realizzato da studenti volontari e pazienti del Santa Maria della Pietà di Roma, «Le Voci» (1976-1977), e le sessioni di scrittura intraprese dalla Cooperativa Il Punto, a partire dal 1979.
Sebbene i laboratori di poesia di Pagliarani e quelli realizzati al Santa Maria della Pietà abbiano avuto luogo nello stesso periodo e nella stessa città (Roma), non esistono studi approfonditi circa i possibili punti di contatto o di collaborazione fra le due esperienze, né indizi di ciò, eccetto un annuncio pubblicato sul primo Bollettino dei Laboratori di Poesia (1981), che invita a un appuntamento di letture all’interno dell’Ospedale Psichiatrico, organizzato dal Collettivo di poesia “Valore d’uso”.
Entrambe, eppure, danno prova di una certa ritualità del ‘fare poesia’, che implica tanto una dimensione terapeutica di gruppo, quanto una dimensione critica di trasmissione delle conoscenze e (re-)invenzione personale.
Forse, le storie di questi laboratori hanno in comune appena le generalità (luogo e data di nascita), ma al di là di questa coincidenza, se restano fra loro scisse è soprattutto per via delle loro finalità specifiche; terapeutiche, da un lato, e culturali, dall’altro. O in altri termini, da una parte, per fare fronte a un ambiente istituzionale totalizzante e privo di stimoli, dall’altra, per far fronte a una società che – come Pagliarani e i Novissimi sapevano bene – nondimeno sapeva (e sa) rendersi il frutto alienante di un’«età schizofrenica» (1965, p. 18). Due lati dell’alienazione, insomma, fra loro intrinsecamente connessi, quello socio-culturale e quello psichiatrico, che la scrittura poetica sembra ora chiamata a placare, ora a provocare e rivelare.
Cosa animi la partecipazione o l’organizzazione di un laboratorio di poesia, l’entusiasmo legato alla sperimentazione di soluzioni espressive alternative o convenzionali, in un contesto di gruppo, è quanto si intende esplorare all’interno di questa ricerca. Ponendosi tali interrogativi in senso diacronico e sincronico, la tesi intende osservare le dinamiche di sociabilità interne ai laboratori di scrittura, in vari contesti, istituzionali o meno, dove la sofferenza psichica e la sperimentazione verbale (‘verbalizzante’) dell’espressione poetica trovano nell’ascolto reciproco una risorsa culturale per la cittadinanza e per la salute mentale.
Alla situazione di Pagliarani e della poesia italiana negli anni ‘70 si affianca lo studio dei laboratori di poesia realizzati in Portogallo negli anni ‘90, similmente ispirati a un’impostazione sperimentale (L=A=N=G=U=A=G=E) realizzati da Graça Capinha in ambito universitario, a Coimbra. Anche nel caso del Portogallo, saranno offerte interviste circa alcune iniziative laboratoriali all’interno di strutture psichiatriche, come quella a Guarda (Rodrigues, 2018) o quella da me portata avanti all’Ospedale Sobral-Cid (Coimbra).
Ma che cosa avveniva precisamente nei laboratori di Pagliarani, tale da renderlo un caso pionieristico in Italia, nel senso di una social poetics? Saranno necessarie ulteriori osservazioni delle sessioni ed interviste per stabilirlo con più precisione. Intanto possiamo dire che, durante i laboratori di poesia descritti in questa intervista, le modalità di partecipazione e interazione erano caratterizzate da un forte senso di comunità e dialogo, come si potrà evincere da alcuni elementi cruciali che emersi in quest'intervista. In particolare:
Interazione attiva – non si trattava di una scuola tradizionale; i partecipanti erano incoraggiati a leggere e commentare le proprie poesie, con Pagliarani che interveniva per migliorare la lettura e l'interpretazione. Sebbene non ci fossero correzioni formali, i partecipanti ricevevano commenti attraverso discussioni e osservazioni, contribuendo alla crescita personale e artistica.
Laboratorio-dialogo – il laboratorio presupponeva una comunità dialogante, dove tutti i partecipanti contribuivano attivamente, rendendo l'esperienza collettiva e inclusiva. I laboratori non si limitavano a insegnare tecniche di scrittura, ma si concentravano su esercizi pratici e letture condivise, creando un'atmosfera di gioia ed entusiasmo per la poesia.
Ascolto e voce – Elio Pagliarani enfatizzava l'importanza della voce e della gestualità, creando un ambiente di apprendimento non formale. L'ascolto reciproco era fondamentale.
In ogni caso, non si riduce a un insieme di fattori singolari la specialità del caso dei laboratori di Pagliarani, nel campo della scrittura creativa in Italia. In una certa misura, anzi, vediamo che le caratteristiche del suo modus operandi ‘di ricerca’, in quanto pratica di ‘dialogo-laboratorio’, si sono rivelate fertili per iniziative successive e di carattere affine come, per esempio, lo sarebbe stato poi Àkusma («ciò che si ode»); il progetto collettivo «innescato» da Giuliano Mesa sulla soglia del nuovo millennio, a cui mi permetto di rimandare, a mo’ di conclusione, in virtù del «valore nodale» che tutt’ora conservano tali esperienze, come ricorda Marco Giovenale (2023)[3]: «mai chiudersi in un solo modo di fare, di lavorare. (Tantomeno in un unico modo di fare ricerca. Lo dice il nome stesso: ricercare è muoversi sempre in molte direzioni)». Cosa che, senz’altro, ci insegnano anche Pagliarani e queste esperienze laboratoriali.
***
Intervista a Cetta Petrollo
Roma, aprile 2024
Io
È il 19 aprile 2024 e sono qui con Cetta Petrollo, a cui chiedo l'autorizzazione per procedere con la registrazione, l'analisi e, eventualmente, la diffusione dei risultati di questa conversazione.
Cetta
Sì, dopo mi farai leggere la trascrizione.
Io
Certo, assolutamente. Allora, la prima è una domanda di contestualizzazione sulla storia dei laboratori, perché stavo cercando di capire in archivio quanto continuativa fu l'esperienza del laboratorio – tra i primi degli anni ‘70 (‘76-’79) e gli ultimi che sono alla fine degli anni ‘80/ inizio anni ‘90.
Cetta
Sì, in forma diversa. Allora, la nascita, me la ricordo, è un aneddoto molto interessante da raccontare. Stavamo passeggiando per via del Babuino. Io e Elio abitavamo in via Margutta, e si parlava, e io gli dicevo: “ma tu hai una grande capacità didattica, ci vorrebbe una scuola! ci vorrebbe, dovresti…” e lui fa: “un laboratorio di poesia!”. È nata così. Dopodiché, immediatamente, lui ha telefonato a Plinio de Martiis, che aveva una galleria, La Tartaruga – che a quell'epoca era in Prati.
Io
Ah, perché poi si è spostata la Galleria.
Cetta
Sì, poi negli anni La Tartaruga si è spostata.
E quindi c'è stata questa prima sessione dei laboratori, e mi ricordo il giorno dell'inaugurazione del laboratorio. C'era un pubblico eterogeneo, perché c'erano sia poeti (soprattutto giovani) che persone mondane. C'era Maria Luisa Spaziani, per esempio. C'erano altri amici di Elio; giornalisti, ma anche architetti, che frequentavano quella bellissima osteria che era in Via della Croce – “Cesaretto”. E ho questo ricordo: c'erano tutte queste sedie, in questo grande salone, le persone sedute… ed Elio le intervistava, e chiedeva: “ma tu cosa fai nella vita?”. Una sorta di intervista per conoscere le persone, ho questo ricordo.
Decisivo è stato, poi, il contributo negli anni successivi degli amici legati al gruppetto della “Tigre in corridoio”. E ci fu questo rapporto con l'Università, alla Casa dello Studente. Elio Pagliarani, almeno uno dei due laboratori che si fece nella Casa dello Studente, lo fece con una sua amica, che curò la seconda edizione delle poesie (l'Oscar Mondadori del 1985). Fu curato da Alessandra Briganti. Lei lo aiutò a organizzare questi laboratori, erano molto diversi dalle scuole di lettura che tanto sono in voga oggi.
Non era una scuola. Perché Elio ascoltava molto, e poi si inquietava anche, si arrabbiava, faceva le sue esplosioni! E l'ho anche detto, se qualcuno aveva scritto una bella poesia ma la leggeva male, lui gliela strappava di mano – “dammi qua, la leggo io!” – e la poesia diventava un'altra cosa. Quindi non era una scuola. Era una forma dialogica, basata molto sull'insegnamento che poteva venire dalla voce e anche dalla gestualità. Alessandra Briganti lo aiutava, poi, a trovare tutta la parte, diciamo, con lui studiava la parte critica da mettere… perché una volta era tutto fondato sui generi della poesia. E si facevano delle esercitazioni, cioè letture-esercitazioni. Sugli haiku, sui sonetti, sugli stornelli. Perché una cosa risaputa, anche scritta da Elio Pagliarani in molti saggi: la poesia, innanzitutto, è anche un lavoro di artigianato, e quindi bisogna lavorarci, in un certo senso, conoscerne anche le regole. E quindi ci esercitavamo, e ne vennero fuori delle belle poesie. Però, ecco, non era una scuola. Non si insegnava come scrivere (che lo trovo orribile). Voglio dire, il concetto è questo: non si insegnava a scrivere creativamente. Quello che insegnava Elio lo insegnava con il suo esserci, con l'‘autorità’ della voce, e andava molto in empatia: se la persona che si mette al centro c'è, allora il messaggio funziona. No? Se la persona non c'è, può anche stare delle ore a parlare su come si deve scrivere una cosa, correggerla… non mi ricordo che abbia mai corretto nessuno.
Io:
Ok, quindi correzioni non le faceva ai testi?
Cetta
No, assolutamente! Ascoltava, leggeva molto anche poeti classici, della tradizione, e letti da lui acquistavano tutto un altro peso, no? Poi, i laboratori strutturati (all'inizio c'era pure la tessera!) sono stati quelli dei primi anni, però la formula dei laboratori è continuata anche in altro modo, e se ne sono stati fatti gli ultimi al caffè Noteghen a Via del Babuino. Si scendeva in questo posto… Io ho tutte le registrazioni, alcune, le ho caricate su YouTube, non so se tu le hai viste.
Io
Ho dato un'occhiata, le ho trovate, sì.
Cetta
Le puoi sentire, no? (Non ho finito di metterle tutte perché poi sono una… se faccio una cosa non ne faccio un'altra!). E le registrò, con i registratori di una volta, la povera Paola Febbraro, che poi me le regalò tutte.
Quindi, alla fine degli anni Ottanta, questi laboratori sempre basati sulla stessa logica (non una scuola, ma l'ascolto, la lettura), però tenuti in un posto diverso, del tutto fuori dalle istituzioni. E poi però molto anche facemmo in casa, perché facevamo delle riunioni nello studio-abitazione di via Margutta (qualcosa ci deve essere anche su youtube) e anche lì c'erano questi seggioloni, la persona si metteva in questo seggiolone, leggeva, e anche lì c'erano le osservazioni di Elio. Diciamo, alla fine possiamo considerarle più come letture condivise. Però il significato era lo stesso, cioè: l'uso della voce e l'ascolto reciproco, no?
E poi, anche Videor la possiamo considerare una prosecuzione del laboratorio, in una forma diversa (con questa cosa magica che fu in quegli anni l'opera di Orazio Converso e di Amedeo Marra, che furono i primi ad andare a registrare di tutto). Orazio credo che abbia un archivio sterminato di letture riprese in giro per l'Italia. E poi la videorivista di poesia, i cui numeri devo avere messo tutti, invece, nel sito YouTube del premio.
Io
Infatti, quelli me li sono divorati nel frattempo.
Cetta
Io dico che secondo me fu un'esperienza irripetibile. Perché io avevo 27 anni. Io ne ho viste di tutti i colori, ma è cambiato, è tutto diverso. Perché le modalità della lettura adesso… leggono tutti e leggono troppo. E non tutti hanno la voce giusta per leggere, e non sono necessitati a leggere, no? La lettura si è come liquefatta.
E poi questa novità delle scuole di lettura, per l'Italia è una novità. Però negli Stati Uniti c'è da tanto. Ma è una cosa, ripeto, ben diversa dal laboratorio. Il laboratorio presuppone una collettività, presuppone che non ci sia – anche se c'è un insegnante e un gruppo di alunni – il laboratorio presuppone una comunità dialogante. Che è una cosa bella, bellissima, degli anni Settanta, e si è molto persa.
Io
E poi ci torniamo su questa distinzione in termini di orizzontalità, tra quello che c'era un tempo e quello che appare esserci oggi. Però, per chiudere la prima domanda, mi pare di capire che fondamentalmente ci sia stato uno iato, un momento di inattività del laboratorio…
Cetta
No, dunque, gli anni sono quelli che trovi anche nel libro, gli anni del laboratorio. Ma no, direi che in varie forme questa cosa non si è mai interrotta. Sì, posso dire che è finita all'inizio degli anni Novanta, questo sì.
Io
Al Noteghen?
Cetta
No, con le ultime letture che facevamo a casa nostra prima di lasciare via Margutta, quindi fino ai primissimi anni Novanta. Nel ‘90-’91 ce ne siamo andati. Poi no, più niente, ma era tutto un altro clima.
Io
Si è portato avanti comunque il laboratorio nel senso anche mediatico, con Videor, con altre manifestazioni…
Cetta
Con Videor, certo. Mi sembra che anche Videor sia della seconda metà degli anni Ottanta. Però poi certo, abbiamo fatto delle letture anche alla Sapienza, quando io dirigevo la Biblioteca Alessandrina. Però erano letture. E anche un po' di laboratorio abbiamo fatto. Ma perché ce lo metteva Elio! Cioè, quando qualcuno leggeva, poi lui interveniva. Però sì, ci fermiamo all'inizio degli anni ‘90. Ma era già un altro momento.
Io
E quello che cambia tra queste prime due edizioni, che finiscono alla Casa dello Studente, e quelle successive, mi pare di capire che quello che è venuto meno siano gli esercizi di scrittura. È rimasta la dimensione della lettura e del commento, però quella della scrittura insieme è venuta meno.
Cetta
Sì. No, gli esercizi poi ce li dava, li facevamo a casa.
La mia prima pubblicazione è proprio figlia di questi esercizi.
Io
Questo anche nei successivi laboratori, cioè si facevano sempre dei commenti che alla fine sfociavano in esercizi e consigli.
Cetta
Sì.
Io
Volevo farti una domanda sul dialogo-laboratorio. Nel libro scrivi del dialogo-laboratorio, a pag. 20, che era proprio del modo di relazionarsi di Pagliarani, così come del momento laboratoriale in sé e della lettura e scrittura in gruppo. «L'apertura laboratoriale», dicevi, ti «sembra ormai sparita dal modo di pensare e dalle consuetudini degli scrittori di oggi, sommersa da un proliferare di gruppi di lettura, scuole di narrativa e di poesia molto lontane dal clima di quegli anni». Allora la mia domanda è: cosa contraddistingue il clima e l'apertura di allora in confronto a ciò che si verifica oggi nei gruppi di lettura e scrittura poetica in Italia?
Cetta
Ma guarda, i miei ricordi… non so se è perché ero giovane io, o perché era comunque sempre fresco e pieno di carica, di energia (Elio Pagliarani) – però, sicuramente c'era una dimensione di gioia – io avvertivo – e di felicità strana, che adesso invece non trovo più. Sono tutti mesti. Guarda, mi arrivano tante di quelle raccolte, 130 raccolte edite per la posta del Premio e quello che trovo è che raramente c'è una dimensione di gioia, di passionalità… e sono sempre in un tono mesto. La poesia è scivolata in una mestizia, non lo so, sarà quello che ci circonda, non lo so. C'era la gioia di stare insieme, c'era la passione dello scrivere poesia, c'era la passione del dedicarsi a cose non concrete, credendoci! C'era questo. C'è una dimensione proprio di allegria.
Io
Potremmo dirlo anche entusiasmo...
Cetta
Entusiasmo, sì. Leggiti pure la postfazione di Sara Ventroni, penso che possa essere importante.
Io
Ok. Sempre nel libro, vorrei tornare all’idea dell'orchestrina, in riferimento a quando ebbe l'idea. «Elio mi rispose che sì, era necessaria una scuola che allontanasse un po' i ragazzi dalla politica»...
Cetta
Che poi pure diciamo è quello che lui ha inteso in qualche modo fare negli ultimi numeri di Periodo Ipotetico.
Io
Che si chiude, se non ricordo male, con una prefazione finale nell'ultimo numero che presenta…
Cetta
E presenta dei poeti nuovi.
Io
Quello la devo assolutamente consultare. In un altro momento.
Cetta
Sì, qui ce l'abbiamo.
Io
Però mi chiedevo com'è che si prendesse le distanze da una dimensione politica delle cose, essendo così anche vicina in quel periodo, nel laboratorio. Non era difficile?
Cetta
No. La motivazione era quello di allontanarli un po’. Ma non allontanarli perché lui non avesse una passione politica, anzi, ce l'aveva ben forte e ben radicata. Però forse dalle estreme risultanze, no? Quindi: dedichiamoci un attimo alla poesia, alla scrittura!
Io
Certo, anche da quello che scriveva su Quindici si può evincere, naturalmente. Perché effettivamente è anche politica la democratizzazione dei mezzi letterari, dell'espressione ai ‘non-addetti ai lavori’ come vengono chiamati, perciò questo era implicito, però ciò non significava…
Cetta
Appunto. Ma poi Quindici si chiuse proprio perché c'erano due modi di vedere completamente diversi: quello di Balestrini, che la voleva trasformare in uno strumento della rivoluzione; e il modo di vedere di Giuliani e Pagliarani – che sì, lo possiamo fare ma con i nostri mezzi, con i nostri strumenti che sono quelli della parola e non quelli dell'azione militare. Quindici si è spaccata proprio per questo motivo. Ce l’abbiamo tutta la raccolta di Quindici. Per ora sta a casa, però è catalogata e è della biblioteca, ce l'ho tutta. Lì dovresti vedere, magari comprando qualche antologia (ne sono uscite un paio nel corso degli anni), leggerti tutti gli articoli che ha scritto Elio Pagliarani. È importante, perché è illuminante.
Io
Ti volevo fare un'ultima domanda, proprio sulla questione della psichiatria, perché ho visto che nel bollettino c'era un annuncio di un laboratorio che avrebbero realizzato nel 1981 quelli di “Valore d'uso” al Santa Maria della Pietà.
Cetta
Abbiamo abbastanza numeri di “Valore d'uso” qui…
Io
Sì, “Pubblico e privato” e “L’animale” li ho trovati in biblioteca. Però quello che ti volevo chiedere in particolare è che rapporto ci fu, all'epoca, fra i laboratori di Pagliarani e i vari collettivi romani attivi in questa dimensione di verifica della presa sociale della parola poetica?
Cetta
No, questo no. Che io mi ricordi no.
Magari erano le stesse persone che venivano al laboratorio, però facevano cose diverse… magari erano gli stessi che avevano il collettivo e poi venivano. Ma sai era molto bella l’atmosfera, perché tu trovavi delle librerie improvvisate in cui dentro trovavi solamente riviste ciclostilate di poesia… era una cosa meravigliosa! La stampa era veramente libera, anche al di fuori dai canali dell'editoria ufficiale. Se tu pensi all'esperimento della Cooperativa Scrittori, che si pagavano fra di loro i libri… una cosa fantastica! Mai più capitata. Pure l'esperienza della Cooperativa Scrittori dovresti un attimo guardarla e prenderla in considerazione perché faceva sempre parte di questo clima, ahimè, che non c'è più.
Io
Tanto la dimensione cooperativistica quanto quella dell'esoeditoria, continua magari in termini digitali oggi, però non è esattamente la stessa cosa del ciclostilato, capisco.
Grazie mille per il tempo che mi hai concesso, Cetta. Intanto termino questa registrazione.
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[1] Accusa che viene registrata fin dal primo rapporto sistematico che ne documenta la presenza in Italia (Lepri, 1997) ed allora, in parte, smentita. Nei dati da lei riportati, infatti, solo il 5% dei partecipanti motiva la sua presenza ai corsi di scrittura creativa “per approfondire il suo essere scrittore”, in contrasto al 27% di coloro che lo fanno “per interesse culturale” o, al 33%, “per imparare le tecniche di scrittura” (1997, pp. 14-15).
[2] “Contra-dizioni collaborative: sociabilità contro-egemoniche e riconoscimento sociale nei laboratori di poesia”, CES (Centro de Estudos Sociais), Universidade de Coimbra.
[3] Vd. Galipò (2023).