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Critica o Crematistica

Daniele Poccia
 

Sembra che la scrittura supponga due approcci standard, non per forza mutualmente escludentesi: uno cumulativo e uno dissipativo. Il tipo cumulativo lavora essenzialmente nel senso di una mnemotecnica: serve a ottimizzare lo spazio del discorso nella sua scarsità di risorsa avvertita inizialmente come suntuaria (in quanto il confronto verbale aperto non è sempre possibile), e a risparmiare il tempo che sarebbe richiesto dal ricominciare altrimenti sempre daccapo dell’elaborazione del discorso stesso (si pensi a ai romanzi storici, o ai manuali di auto-aiuto, o in generale alla saggistica di varia estrazione, oltre che alle note prese alla bisogna). Il tipo dissipativo trova invece nella scrittura un luogo di sgravio pulsionale, che permette a chi scrive di alleggerire il groviglio della sua coscienza dai dilemmi morali che affliggono ogni volta contingentemente l’esistenza umana (si pensi soprattutto alle scritture autobiografiche ed egoriferite). Ma ce n’è anche un terzo, meno immediatamente avvertito perché più difficilmente accessibile: è la scrittura attraversata come occasione e mezzo di ricomposizione biomorfa.

 

La maggior parte degli scriventi si è consacrata nel suo rapporto con le reti digitali ora al primo ora al secondo uso (o a entrambi simultaneamente, appunto). Di fronte all’impossibilità di rintracciare una strategia univoca per ridare senso all’esperienza nella sua nativa pluralità, rispetto in primo luogo alla discontinuità implosiva che essa assume nell’utenza di massa del Web, scrivere è diventata innanzitutto un’attività complementare ai processi di instaurazione del senso, affidati ormai in via preferenziale a dinamiche automatizzate. Il cedimento sempre più arrendevole sulla volontà della scrittura di collocarsi in una posizione soprannumeraria e supplementare nel ventaglio dell’immaginario collettivo ne è stata dunque la prima conseguenza. Il tratto trasversale alla molteplicità di incontri che si fanno avanti nello spazio virtuale risiede infatti nella loro sconnessione reciproca, e cioè, nell’assenza di una cornice condivisa entro la quale situare la loro occorrenza singolare. L’eclissi della possibilità di una narrazione che segua l’ordine lineare del tempo, e che regola i nostri ritmi circadiani (anche per sovvertirlo), o si dipani nello spazio isotropo ai quali siamo assuefatti nella nostra vita euclidea (anche per scardinarlo), va di pari passo allora con la retroazione performativa, diretta o indiretta, che le spazialità auto-conclusive delle reti digitali agiscono sullo spazio fisico compartecipato dai corpi delle persone, improntandolo all’imperativo paradossale dello slegame universale. Alla scansione dialettica per orizzonti successivi e progressivamente oltrepassabili subentra insomma un multiverso senza contorni, fatto di scatole cinesi incapsulate l’una nell’altra ad infinitum, che finisce per rendere irreperibile un qualsiasi principio di coordinamento superiore al loro puro e astorico concatenarsi sopra e sotto la soglia della percezione naturale.

 

Per questo motivo la scrittura si destina per lo più ormai a svolgere una funzione di commento avventizio o di dissimulazione complice del reale, e non, come avviene nella poesia o nella narrativa riuscite, di ricreazione del mondo attraverso la creazione di un’opera sì ‘finzionale’, nel senso lato di non adeguativa rispetto allo status quo esperienziale, ma capace comunque di illustrare riflessivamente la verità del mondo dato. Non è più questione di decidere, nel seno del testo scritto, di ciò che conta o di ciò che non ha importanza, come di fatto è stato per una lunga parte della storia culturale occidentale (e non solo occidentale): la scrittura precipita adesso accanto ad altre forme di documentalità, dalla computazione dilagante all’audiovisivo istantaneo, dalla musica fruita distrattamente e in maniera sussultoria sulle piattaforme dell’intrattenimento all’organizzazione preverbale e quindi ideologica dell’informazione nelle interfacce grafiche relative, senza che tutte queste configurazioni di senso possano continuare a trovare in essa un riferimento privilegiato, un’iperrealtà di qualche genere in cui l’indecidibile del vivere possa venire registrato volta per volta. La scrittura diventa allora per un verso o per l’altro uno strumento di tesaurizzazione inesausta del consenso, un dispositivo perfettamente sussunto e recuperato perché volto a finalità meramente crematistiche e cioè morali (accumulative e/o dissipative).

 

Scrivere è infatti un atto duplice, che si innesta nel mondo non mancando mai di tenersi in una distanza strutturale dal suo svolgimento evenemenziale e dal suo strutturarsi fattuale. Non c’è scrivere, insomma, che non implichi non solo la possibilità ma anche la necessità di riflettersi in se stesso, di suscitare in altre parole uno sdoppiamento almeno incoativo nel flusso del pensiero, in una sorta di circolarità cibernetica sul posto grazie alla quale il pensato e il pensante si rinviano costantemente il segnale d’uscita in entrata, e viceversa, il segnale d’entrata in uscita. Per questo è profondamente vero che la lettura fa parte della scrittura almeno quanto il contrario: si scrive rileggendosi (e quindi immaginandosi letti da un qualcuno, sia pure solo ipotetico) e si legge riscrivendo alla propria maniera ciò che si legge (immaginando con i propri mezzi ciò che è stato scritto). Se dunque ogni scrittore è sempre anche un lettore, ciò non significa certo che ogni lettore sia anche uno scrittore – se non nell’accezione elementare di un soggetto competente che sa servirsi di tale tecnologia per comporre messaggi funzionali a scopi schiettamente pragmatici. Ma la forza della scrittura, che si sia da un lato o dall’altro del fronte istruito dal testo, rinvia comunque a una sorta di specularità asimmetrica, a un incontro con sé attraverso l’altro e con l’altro attraverso di sé. Se si scrive, insomma, se si legge, lo si fa sempre con l’idea di esercitare la propria facoltà critica, ovvero il proprio potere di discernimento: è la potenza stessa delle idee – in quanto non si identificano con nessuno contenuto concettuale determinato, e perché fanno corpo unico con la cosa di cui sono idee – a fomentare così l’approdo tendenziale del training scritturale, nelle sue due forme correlate: quella che va dall’immaginazione alla traccia (la scrittura propriamente detta) e quella che va dalla traccia all’immaginazione (la lettura propriamente detta). Qui si colloca l’unicità conoscitiva e politica della scrittura/lettura.

 

C’è solo un altro esempio infatti di esperienza in cui l’immaginazione riveste un ruolo altrettanto grande, un ruolo che nessun’altra arte, rispetto a quando la scrittura si fa letteraria, sa ugualmente incarnare: è l’esperienza del gioco e in particolare l’esperienza del giocare con un giocattolo[1]. La peculiarità del manufatto che entra in una pratica di gioco è di funzionare allora solamente grazie al complemento immaginale del giocatore o dei giocatori. Nel gioco ci si ritrova a trafficare con una dimensione che eccede costitutivamente il piano della realtà attuale e che ci mette almeno potenzialmente in contatto con altri giocatori, rendendoci partecipi di un campo gnosico inter-individuale. Non importa poi che questo campo si estenda nello spazio, come nel gioco che coinvolge sincronicamente più giocatori, o nel tempo, come nel gioco che si trasmette diacronicamente di generazione in generazione: in ogni caso non si è più soli al suo interno. La vocazione ricomposizionale della scrittura trova quindi nella letteratura, e in particolare nella ricerca letteraria più audace, la sua forma ideale: non accumulare, non dissipare, ma rigenerare l’esperienza, come avviene esemplarmente nel gioco infantile e nella sua capacità di rivelare, esasperandola o mettendola in scena umoristicamente, la struttura logica dei compiti e dei ruoli adulti. La critica, da questo punto vista, si rivela solo una declinazione particolarmente sofisticata dell’attitudine ludica, poiché non fa che rendere tematiche le regole altrimenti irriflesse delle forme di vita quotidiane. Qui sta tutta la sua indispensabilità etica ed extra-morale.  

 

Se la scrittura di ricerca è in grado oggi di riattivare la propria tensione ricomposizionale e giocosa, e dunque vieppiù l’impulso critico-politico-conoscitivo di cui è tradizionalmente il veicolo, può farlo probabilmente solo nella misura in cui si lascia compenetrare dalla performatività diffratta e sub-liminale dell’esperienza digitalizzata, non per imitarla, non per rettificarla, ma per includerla in un’esperienza altrettanto vitale e rigenerata di quella a cui mette capo ogni giocare autentico. È insomma in un qualche uso analogico – un uso biomorfo perché continuista – delle stesse tecnologie del discreto, scrittura alfabetica compresa, che l’eccedenza in prima istanza solo procedurale e predittiva della digitalizzazione può innestarsi in modo non distruttivo nel flusso dei corpi viventi e delle loro gestualità sempre imprevedibili. Forse, la figura a venire della critica è tutto fuorché un portato del cosiddetto “lavoro del negativo” – vale a dire della dialettica delle opposizioni binarie e della forza polemica della decostruzione su cui ha fatto leva principalmente una Modernità che, più che conclusa o superata dal contemporaneo, appare ora in parte interrotta nella sua ricerca inesauribile di interazioni realmente innovative. 

 

Antonio Pavolini

Internet nasce come un archivio naturale di tutti i contenuti, in qualsiasi forma. È stata concepita come un luogo dove ogni pagina avrebbe potuto essere collegata ad altre pagine.
Questo ha permesso a molte pubblicazioni con maggiori o minori ambizioni letterarie di creare reti, sprigionando la dimensione relazionale di prosa, poesia, e di tutte le loro possibili intersezioni, online e offline.
In quella fase d'esordio del web, e negli anni immediatamente successivi, la necessità di mantenere vive quelle connessioni e quelle relazioni, implicava il rispetto di una regola non scritta: i link avrebbero
dovuto sempre puntare a pagine che sarebbero rimaste. Chi pubblicava online, avrebbe dovuto ragionevolmente garantire la permanenza del testo, o quantomeno fare il possibile per assicurare la sua raggiungibilità. Evitare, insomma, il temuto "errore 404".
L'editoria tradizionale, colpita in un asset che credeva non duplicabile (la permanenza su carta) venne colta di sorpresa da questo sviluppo. E la sua reazione fu quella di provare, se non a impedirlo, almeno rallentarlo, emarginarlo, fino a renderlo irrilevante.
Finendo per accettando di sbarcare sul web solo quando, un nuovo "sistema" avrebbe reso innocuo l'emergente ecosistema. Scendendo a patti, fatalmente, con le grandi piattaforme digitali in quella che, la domenica mattina, i preti avrebbero potuto chiamare "una nuova ed eterna alleanza".
I nascenti dominatori tecnologici, d'accordo con la vecchia editoria, avrebbero costruito il loro dominio attraverso una nuova centralizzazione, fondata sulla re-imposizione di barriere tra i contenuti, di muri tra le piattaforme, di un controllo algoritmico di una fruizione fondata solo sul qui e ora, per tornare a fare quello che si è sempre fatto: vendere l'attenzione delle persone, e i loro dati, agli inserzionisti.
La chiave del nuovo successo dell'editoria digitale sarebbe stata il controllo di un inarrestabile flusso, un "eterno presente" che disprezza l'archivio in quanto tale, proprio perché percepito come una minaccia esistenziale per il proprio modello economico.
Inesorabilmente, l'obbligo di garantire la permanenza dei testi tra chi aveva creato quelle prime reti digitali, nei propri siti indipendenti, nei propri blog, iniziò ad affievolirsi. Molti, troppi autori ritennero inevitabile il rispetto delle regole imposte tecnicamente dalle grandi piattaforme, dietro la promessa di raggiungere un pubblico più ampio, quello che sui vecchi siti e blog difficilmente avrebbe fermato i propri occhi.
Ciò che rimane di questi luoghi periferici è oggi il riflesso dei pochi scrittori, poeti, creativi che non si preoccupano troppo di accumulare accessi e interazioni, preferendo portare avanti una conversazione a distanza, con altre periferie e persino azzardando delle gite fuori porta, alla ricerca di altri luoghi, e nella speranza che non siano diventati, nel frattempo, cimiteri.

 

Antonio Vangone

Non è facile perché la permanenza c'è e non c'è. Ne parlavamo anche a ELR in un certo senso, la pubblicazione sul web è come lasciare qualche briciola per farsi trovare... ma non offre un motivo per farsi cercare.

Purtroppo non arriva spesso alla costruzione di uno spazio "vivibile" in cui possa esserci uno scambio di esperienze, punti di vista e dunque una crescita reciproca, che è quello a cui dovremmo tutti puntare

Al contempo non esistere sul web è quasi come non esistere. Quindi la permanenza è lì, ti consente di dire che per quanto spaesati da qualche parte si è.
In questo breve testo lo scrittore Antonio Vangone riflette sulla natura effimera ma al tempo stesso necessaria della pubblicazione online.
Secondo Vangone, "la permanenza c'è e non c'è". Durante l'incontro "Esiste la (scrittura di) ricerca", tenutosi a Napoli nel settembre 2024, si è discusso di come la pubblicazione sul web sembri lasciare delle "briciole", tracce che permettono di essere trovati, ma che spesso non stimolano un autentico interesse. "Non offre un motivo per farsi cercare", osserva l'autore, sottolineando il limite principale delle piattaforme digitali: la mancanza di uno spazio "vivibile" che favorisca lo scambio reale di esperienze e opinioni, essenziale per una crescita reciproca.
Eppure, non esistere sul web è, secondo Vangone, quasi equivalente a non esistere affatto. La sfida, dunque, è trovare un equilibrio: sebbene il web non sempre riesca a costruire un dialogo significativo, è comunque il luogo dove, per quanto spaesati, si lascia una traccia, un segno della propria esistenza letteraria.
Questa riflessione apre la discussione sull'evoluzione del testo nel contesto contemporaneo, tra la crisi dell'editoria tradizionale e le opportunità, ma anche i limiti, del mondo digitale.

 

Antonio Francesco Perozzi

La prima idea che mi viene in mente è quella di collegare appunto la questione della persistenza della poesia con i meccanismi tipici di internet, e specificamente dell'internet dei social. Ovvero: necessità di produrre continuamente nuovi input e egocentrismo dato dal passaggio dall'anonimato dei forum del primo internet ai profili personali del secondo. Se la scrittura diventa uno dei tanti, indifferenziati, input di internet, ne consegue che anch'essa, sui social, viene pensata come oggetto rapidamente consumabile e materia per rinforzare la propria emanazione virtuale egotica.

 

Roberta Iadevaia

L’articolo "Letteratura&rete - La parola agli scrittori elettronici" di per Enthymema XXX 2022 ripercorre la storia del web, partendo dalla sua teorizzazione nel 1962 da parte dello scienziato e psicologo del MIT Joseph Licklider, quando l’idea di una rete globale era ancora legata alle ambizioni militari. Oggi, con oltre cinque miliardi di persone che lo utilizzano, Internet è radicalmente cambiato. La rete non solo è cresciuta inglobando nuovi utenti, ma si è trasformata in un ecosistema postumano e postdigitale, dove agenti non umani e dimensioni non più esclusivamente virtuali giocano un ruolo centrale. Questo paesaggio informazionale è un'ecologia di servizi, in cui le interfacce si sono dissolte e fuse con la nostra realtà quotidiana.

In questo contesto si inserisce la letteratura elettronica, un’esplorazione critica e creativa del linguaggio dei media digitali attraverso interviste ai seguenti undici scrittori “elettronici” che decidono di distaccarsi dal libro tradizionale come interfaccia culturale e abbracciano le potenzialità del digitale: Daniela Calisi, che da oltre vent'anni crea poesie mutanti, esplorando le potenzialità del rapporto tra forma, contenuto e gesto dell’utente. Enrico Colombini, invece, è noto come l'autore della prima avventura testuale italiana e maestro della scrittura interattiva. Un’altra figura poliedrica è Roberto Gilli, uno scienziato-scrittore raffinato nel panorama della letteratura elettronica italiana. Marco Giovenale si distingue come scrittore, artista visivo, redattore e critico, esperto di scritture di ricerca. Silvio Lorusso, invece, è un artista e designer dal punto di vista critico particolarmente acuto. Lorenzo Miglioli, pioniere del cyber-teatro e della media art, ha   realizzato il primo ipertesto commercializzato in Italia. In parallelo, l'informatico e artista digitale Arnaldo Pontis è stato membro del progetto Machina Amniotica, che unisce poesia, musica, rumore e immagini. Il duo Uochi Toki, composto da Matteo 'Napo' Palma e Riccardo 'Rico' Gamondi, è noto per la sua instancabile sperimentazione di formule e formati creativi. Mauro Vanetti, programmatore e game designer, ha firmato saggi su tematiche ludiche e politiche, mentre Fabrizio Venerandi è coautore del primo MUD italiano e cofondatore di una delle prime case editrici dedicate alla narrativa ipertestuale. Infine, Salvatore Zingale, docente di Semiotica, si è affermato come autore di ipertesti e curatore di mostre sulla info-poetry.

Molti di questi autori hanno un legame con il mondo del gioco, come Mauro Vanetti, che ha iniziato creando storie interattive non lineari senza bisogno di elettronica, ispirato dai librigame delle edizioni EL. Giovenale, invece, utilizzava la macchina da scrivere per creare opere lineari di estrema brevità, caratterizzate da una vena di crudeltà e assurdo. Per altri, la scoperta dell'ipertesto ha segnato un momento di svolta, aprendo nuove possibilità per la narrazione interattiva e frammentata.

In definitiva, l'articolo riflette su come la rete abbia dato vita a nuove forme di espressione letteraria, spingendo gli autori a esplorare i confini tra testo, tecnologia e interattività.

Storyspace è stato uno dei primi ambienti progettati specificamente per la scrittura ipertestuale, permettendo la creazione, modifica e lettura di ipertesti complessi. Ha raccolto intorno a sé un gruppo di autori, noti come la "Scuola di Storyspace", che hanno prodotto quelli che oggi sono considerati classici della letteratura ipertestuale.

Mauro Vanetti sottolinea il fascino della programmazione e della possibilità di orchestrare il funzionamento complesso di un computer, paragonandolo alla preparazione di un’orchestra. Ha però distinto automazione da interattività: ciò che per l’utente è interattivo, per l’autore è un processo di automazione. Questo concetto evidenzia un aspetto intrigante della scrittura informatica.

Anche se strumenti come Storyspace possono semplificare la scrittura ipertestuale, la combinazione di queste semplificazioni può portare a una complessità estrema, simile a un videogioco o un romanzo dinamico. Tuttavia, scrivere in modo elettronico significa anche "leggere" e comprendere il dispositivo per poterlo riscrivere e adattare alle proprie esigenze. I primi computer di massa incoraggiavano questa dimensione sperimentale, mentre i dispositivi odierni tendono a scoraggiarla.

Infine, tra gli intervistati emerge un senso di disillusione verso l’evoluzione di Internet. Ciò che era percepito come una rivoluzione utopica si è trasformato in una parabola discendente, con un senso di declino e perdita rispetto alle promesse iniziali della rete.

Alla domanda se fossero "apocalittici o integrati" rispetto alla tecnologia, nessuno degli intervistati ha dato una risposta netta. Roberto Gilli non comprende le ragioni degli apocalittici, considerando che la tecnologia ci cambia sia in meglio che in peggio. Silvio Lorusso, pur avendo un'inclinazione apocalittica, riconosce i limiti di questa visione "morale" legata all'umanesimo, mentre gli integrati si concentrano sulla tecnologia in modo più pratico e amorale.

Tra le risposte originali spiccano: Giovenale si definisce "apocalittico integrato", mentre Pontis si vede come "post-apocalittico e per nulla integrato". Zingale si descrive come un "artista clandestino", e Colombini si definisce "apocalittico moderato-disintegrato-integrato". Il più creativo è Miglioli, che si autodefinisce "scienziato teppista", citando Ballard, con una chiusura ironica: "principio di indeterminazione di Heisenberg virgola cazzo".

La rete è stata percepita come un archivio immenso, accessibile e in continuo cambiamento, in cui perdersi, scoprire siti eccentrici, aggiornarsi sulle opere degli altri e mostrare le proprie. Autori come Giovenale hanno sfruttato il web per aggirare l’editoria tradizionale e sperimentare nuove forme creative. La rete ha avuto anche una dimensione misteriosa e avventurosa: scrivere una mail sembrava un salto nel buio, più simile a un messaggio nella bottiglia che a una lettera tradizionale, come osserva Rico.

La parola chiave per descrivere la rete di oggi, secondo gli intervistati, è controllo. Come osserva Colombini, Internet è passato da essere un giocattolo per pochi a un mezzo di comunicazione, fino a diventare sia un obbligo (burocrazia digitale) che uno strumento di condizionamento e controllo, un ruolo che ha sostituito la televisione.

Tuttavia, la rete offre anche vantaggi. Giovenale e Vanetti sottolineano la facilità nell’organizzare eventi internazionali, la disponibilità di strumenti per le minoranze e la maggiore apertura mentale dovuta al confronto con culture diverse. Miglioli aggiunge che i social media possono essere utili, purché non si diventi loro schiavi, favorendo sia la crescita personale che la diffusione delle proprie opere.

Gli utenti meno giovani, secondo gli intervistati, usano la rete in modo più spontaneo e meno ansiogeno rispetto ai millennial, vedendola principalmente come spazio di evasione e socialità. Calisi evidenzia che Internet ha diffuso l'idea della complessità, promuovendo una "nuova intelligenza" che accoglie il caos e si discosta dalla logica lineare.

La rete ha trasformato la pagina in un campo di forze in cui si attivano giochi di significato (onto-grafia) che sfuggono al completo controllo dell’autore. Sui social media, le dinamiche di esistenza si basano su un’idea di invidia: "se mi invidi, esisto; se ti invidio, esisti".

Infine, Fabrizio Venerandi prevede che la letteratura si dividerà in due: una parte continuerà nella tradizione del libro fisico, sfruttando il formato in modi che il digitale non può replicare, mentre dall'altra parte la letteratura elettronicadiventerà sempre più pervasiva, fino a nascondere o cancellare del tutto il fatto di essere "letteratura" ed "elettronica”.

Mattia Faustini

Pensando alla persistenza della poesia sul web la prima cosa che mi viene da sottolineare è la differenza fra resistenza e persistenza. Mentre la prima sottintende qualcosa di eroico, o comunque di epico, la persistenza è più inerte.

La persistenza è in altre parole qualcosa che resiste passivamente, autonomamente: come il catarro.

"Catarro", come ribadito anche da Zerocalcare nella sua prima miniserie (lungo i bordi), ha la stessa radice di "catarsi". Da qui farei una seconda considerazione, che va sul punto della questione: molta della poesia che esiste sul web continuerà ad esistere e persistere, forse perché in buona parte la sua ragione è la 'catarsi' dell'autore. Catarsi che viene da una scrittura che spesso si considera praticamente terapeutica, o per l'autore o addirittura per il pubblico dei lettori. Anche quando non desidera porsi in questi termini, molta della scrittura che non ambisce a realizzare una 'ricerca' al di là del piacere dell'autore o del 'suo' pubblico si esaurisce nell'istituzione di circuiti affettivi di carattere tribale intorno a "la Parola della Poesia".

Da questo si distingue profondamente la scrittura 'di ricerca', che esiste sul web così come fuori, avendo però già da tempo cominciato a nutrire qualche diffidenza nei confronti delle piattaforme online.

La comodità del digitale promette apparentemente di abolire o sorvolare la mediazione istituzionale e quindi gli ostacoli posti dal mercato editoriale. Le scritture 'di ricerca' possono trovare, insomma, nella rete la propria terra promessa: se non come sito, almeno come processo di espansione diasporica e amplificazione. Le diffidenze sorgono però nei confronti della rete quando essa palesa che di fronte non ci sono speranze unificanti - una terra che possa rivelarsi felice e comune - ma solo disperazioni unificanti, arcipelaghi di isolette e nicchie a volte incomunicanti fra loro.

Questa è una delle constatazioni a cui la ricerca approda o, se non approda, da cui prende il via. Se, in altre parole, la sua persistenza non si manifesta come affermazione di contro-canto e 'affronto', è allora da questa impossibilità (etica o estetica) che prende le mosse e si sviluppa in quanto ricerca nello spazio che perlustra.

 

Paola Silvia Dolci (con AI)
La persistenza e la memoria dei testi di ricerca letteraria, delle avanguardie letterarie e poetici sul web sono influenzate da vari fattori legati alle piattaforme, alla preservazione digitale e alle politiche editoriali. Ecco alcuni aspetti chiave riguardanti la permanenza di questi testi online:
1. Archivio e Memoria Digitale
Piattaforme come Google Scholar, Academia.edu e ResearchGate sono fondamentali per la persistenza di testi accademici e di ricerca letteraria. Questi siti archiviano studi e articoli scientifici, rendendoli accessibili a lungo termine. La presenza di un DOI (Digital Object Identifier) aiuta a garantire che il testo resti rintracciabile anche in caso di spostamento del contenuto.
Per i testi letterari e poetici d'avanguardia, archivi digitali come Internet Archive (tramite la Wayback Machine) consentono di recuperare versioni precedenti di pagine web o siti che potrebbero non essere più attivi. Tuttavia, questo tipo di conservazione è spesso casuale e dipende dalle politiche di archiviazione della piattaforma o del sito stesso.
2. Piattaforme di Autopubblicazione e Blog
Autori di poesia contemporanea e di avanguardia letteraria spesso utilizzano piattaforme di autopubblicazione come Medium, Wattpad o blog personali. Sebbene queste piattaforme offrano visibilità immediata, la persistenza del contenuto dipende dalla durata della piattaforma stessa e dall'attività dell'autore. In caso di chiusura del sito o dell'account, i contenuti potrebbero andare persi, a meno che non siano stati archiviati altrove.
3. Poesia e Avanguardia Letteraria in Riviste Online
Molte riviste letterarie digitali, come Poetry Foundation, svolgono un ruolo cruciale nella conservazione di testi poetici e letterari contemporanei. Tuttavia, la persistenza a lungo termine di questi testi può dipendere dalle risorse e dall'impegno della rivista nel mantenere il proprio archivio online.
4. Licenze e Diritti d'Autore
Per quanto riguarda la memoria dei testi, l’uso di licenze aperte come Creative Commons può garantire una maggiore diffusione e persistenza dei contenuti letterari sul web. Queste licenze permettono a terzi di condividere e archiviare i testi, assicurando che siano disponibili anche se il sito originale viene rimosso.
Conclusione
La persistenza e la memoria digitale dei testi di ricerca letteraria e di avanguardia dipendono dalla piattaforma di pubblicazione, dalle politiche di conservazione e dall'uso di tecnologie di archiviazione come DOI e Internet Archive. Pubblicare su piattaforme consolidate e utilizzare licenze aperte può aumentare la possibilità che i testi restino accessibili a lungo termine.

Lucia Manetti

Così su due piedi, mi vengono in mente almeno tre temi o problemi che Internet pone alla pubblicazione di poesia di ricerca o "complessa", su cui si può riflettere:

  1. La persistenza del web: Sebbene Internet sia incontrollabile e segua una sua evoluzione indipendente, ciò che viene prodotto online, salvo rari casi, non scompare naturalmente. I contenuti non eliminati restano, anche se spesso sono difficili da trovare. Da un lato, i vecchi contenuti esistono tecnicamente, ma dall’altro è quasi impossibile reperirli. È interessante pensare a quante pagine e siti rimangono online, pur essendo ormai abbandonati.
  2. La fruizione del web: La fruizione di testi e immagini sul web ha tempi di attenzione ridotti rispetto al mondo reale. Solitamente, vengono premiati i contenuti dinamici rispetto a quelli statici, e quelli con molti collegamenti rispetto a quelli che ne hanno pochi.
  3. La ricerca sul web: Una debolezza della poesia è spesso il fatto di contenere poco testo e poche o nessuna immagine, con metadati scarsi. Questo rende più difficile trovare i contenuti in modo organico. Certo, è possibile cercare direttamente il testo, ma ciò limita comunque la sua visibilità. Possiamo dire che questo tipo di contenuto vive principalmente di traffico diretto o dai social, piuttosto che di traffico organico.

Considerando quanto sopra, la poesia di ricerca potrebbe trarre vantaggio non solo da un approccio multimediale, ma anche da un approccio “a rete”. Se collegassimo fra loro tutti gli ambienti che ne fanno parte attraverso link esterni, includendo i profili social degli autori, anche pagine o siti più piccoli potrebbero ricevere visite dai siti più grandi. La navigazione complessiva sarebbe anche più interessante per l’utente. Allo stesso tempo, un buon numero di link esterni "puliti" rafforza la visibilità dei contenuti e diminuisce la probabilità che vengano dimenticati o dispersi quando non vengono più aggiornati.

Alberto D’Amico

In un testo che ho scritto anni fa, pomposamente definito la mia antropologia, avevo proposto come caratteristica principale della nostra specie (pur accettando in parte le teorie antispeciste, ma questa è un’altra storia) la capacità di attribuire arbitrariamente, e in modo estremamente variabile, valore a un numero indefinito di oggetti, siano essi fisici o immateriali: cibo, strumenti, edifici, oppure senso, conoscenza, emozioni. La straordinaria varietà di comportamenti che gli esseri umani mostrano alle indagini psicologiche ci porta a considerare pressoché infiniti gli oggetti che apprezziamo in certi momenti o disprezziamo in altri.

Prima di arrivare a questa definizione, che mi convince solo in parte, ma che per ora accetto (nel senso che le attribuisco valore), ho a lungo considerato la memoria e la sua conservazione come la caratteristica principale dell'umanità. Cos’altro sono il linguaggio, la scrittura, le arti figurative, e strumenti tecnici come la stampa, la fotografia, il cinema e, dulcis in fundo, l’era digitale, se non dispositivi per la conservazione della memoria?

Ora che la mia memoria personale inizia a vacillare, mi chiedo: ha davvero senso tutto questo lavoro di accumulazione? Ha portato felicità alla nostra specie (ribadisco che mi professo antispecista, comunque) l’accumulo, spesso indiscriminato, di una massa enorme di dati e informazioni? Al punto che possiamo vedere nell’umanità una sorta di "accumulatore seriale", una patologia oggi di moda?

Oppure, come sentii una volta in una trasmissione radio, siamo perennemente divisi tra l’attrazione per il passato, custodito dalla memoria, e l’attesa del futuro, alimentata dalla nostra capacità predittiva? La trasmissione sosteneva che osservando costanti — fisiche e psicologiche, economiche o sociali — siamo spinti a prepararci per il futuro, spesso perdendo il contatto con il presente. Si sosteneva anche che oggi siamo capaci di concentrarci sul presente solo grazie a sostanze alcoliche o psicotrope, che sbiadiscono memoria e attesa del futuro, permettendoci di prestare attenzione all’ambiente immediato e a ciò che accade nel momento.

A questo punto mi rendo conto di essere uscito dal tema: non ho parlato della persistenza dei testi poetici e letterari sul web. D'altronde, non sono temi che mi risultano familiari, essendo la mia formazione legata essenzialmente alle arti visive e al cinema. Tuttavia, mi azzardo a fare un'ipotesi: forse il web è una sorta di gigantesco inconscio collettivo, che rende tutto presente, eludendo la normale scansione temporale. Che ne pensate? O ho appena detto un'enorme baggianata?

 

 

[1] L’ipotesi di una filosofia del giocattolo mi è stata suggerita da Manuele De Stefani.