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Dalla parola rammemorante e immaginifica ai sistemi combinatori

di Letizia Leone

 

 

Perché di Meridiani, e Paralleli

l’uomo ha intessuto una rete, e tal rete ha gettato

sui cieli, ed ora essi son suoi.

(J. Donne- Anatomia del mondo)

Alcuni miliardi di cellule

nell’oscurità. Il genere umano,

un gomitolino

fra inizio e amnesia.

(H.M. Enzenberger – Musica dal futuro)

Che cos’è la poesia? E che cos’è l’Intelligenza Artificiale? Bisognerebbe ripartire da domande basiche per orientarsi in una dialettica complessa e in una realtà in continua evoluzione, e da un chiarimento definitorio sullo statuto della parola poetica e la natura di ciò che con sigla internazionale chiamiamo AI, tali e tante sono le questioni e le implicazioni.

Alla base del funzionamento algoritmico c’è sempre lo schema funzionale dell’intelligenza naturale umana, anzi per essere più precisi, la ricostruzione teorica fornita dalle neuroscienze della vivente intelligenza umana. Si tratta di schematizzare modelli informazionali, modelli che emulano cercando di rendere autoreferenziale il processo algoritmico (ma non autonomo) e il riferimento è al modello di apprendimento automatico, machine learning.

Inoltre la riflessione sull’AI ha una fascinazione destinale, riguarda il fato e il futuro dell’umanità. La definizione stessa di Intelligenza Artificiale è altamente vaga ed evocativa in quanto impresa di frontiera, aperta e sempre in avvento, costantemente migliorabile, dato l’obiettivo di «descrivere ogni aspetto dell’apprendimento o qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza in modo così preciso che una macchina può essere costruita per simularla», come cita il manifesto del 1956 dei ricercatori di Hanover (Stati Uniti), iniziatori del progetto.

Il dibattito contemporaneo ha preso la fisionomia di uno scontro tra apocalittici e integrati, tanto che per alcuni la creazione di una super-intelligenza artificiale sarebbe il più grande evento nella storia dell’umanità ma anche l’ultimo. Anticipatorio è stato l’allarme di Heidegger per il quale la realtà cibernetica, entità sovrastorica ed extrabiologica, nasconderebbe rischi estremi: «L’artificiale è la più seria minaccia ontologica mai verificatesi.». Per il filosofo l’età contemporanea è segnata da due fenomeni decisivi, la fine della filosofia e l’avvento della cibernetica. Pensiero calcolante della tecnica contro pensiero emotivo/creativo dell’arte, eppure è soltanto con l’elaborazione di una coscienza estetica (l’estetica come disciplina filosofica e pensiero critico nasce nel ‘700) che si profila la scissione tra arte e tecnologia. Ma oggi di fronte alle nuove sfide è necessario un ripensamento dell’estetica su un terreno comune dove arte e tecnica, estetica e scienza sono legate insieme. Oggi il punto di contatto tra l’artificiale e l’estetica è nell’aisthesis, nella connessione tra percepire e conoscere, sentire e comprendere. Intreccio di cognitivo ed emotivo.

Se il modernismo europeo ha girovagato a lungo tra rovine e terre desolate, l’avvento dei Golem dell’AI inquieta ancor di più coloro che hanno radici umanistiche novecentesche, e già si parla di un «aumanesimo» dei Robot, oltre il fatto che la fragilità dei supporti digitali e l’obsolescenza programmata ci avvisano di un naufragio definitivo, quello della civiltà umanistico-poetica.  L’oblio della memoria da postulato teorico potrebbe rivelarsi condizione di vuoto asemico per parecchi lustri del XXI secolo con la smagnetizzazione di interi archivi di testimonianze storiche, letterarie o scientifiche. Ecco lo spettro di un naufragio con spettatore, direbbe H. Blumenberg, e probabilmente andrebbe preso alla lettera il monito del filosofo Maurizio Ferraris: «Stampare su carta di buona qualità ciò che si vuole tramandare».

 

Le connessioni tra naturale e artificiale, tra umano e macchina sono rilevabili fin dagli albori della civiltà: «Le tecnologie sono artificiali, ma – di nuovo il paradosso – l’artificialità è naturale per gli esser i umani», scrive Walter Ong in Oralità e scrittura.  Inoltre qualsiasi tecnologia è relazionale, essa diventa «componente costitutiva della cognizione umana».  Macchina come protesi. Questa correlazione era già stata rilevata da Aristotele nella Meccanica, là dove per macchina si intende tutto ciò che ci permette di oltrepassare i nostri limiti, intuendo come la tecnologia non sia contro natura ma parte integrante della natura umana nel momento in cui ne amplifica le capacità innate. Ci troviamo di fronte ad un’ennesima transizione evolutiva della quale fornisce attenta lettura lo psicologo statunitense M. B. Donald (L’evoluzione della mente): nella coevoluzione di mente e tecnica gioca un ruolo fondante la «simbiosi cognitiva che non trova altri esempi in natura.» Una evoluzione della mente verso un sistema ibrido che «contiene sia le vestigia dei primi stadi...sia le nuove strutture simboliche» è in atto e difficilmente comprensibile.

Allora se come afferma H. G. Gadamer sulla scia degli studi heideggeriani, l’esperienza estetica è un modo dell’autocomprensione, la filosofia estetica potrebbe avere un ruolo insostituibile nell’approccio critico alle nuove sfide tecnologiche.

Tra l’altro l’uso delle piene facoltà mentali prevede come imprescindibili la capacità di autoriflessione, e autocomprensione e proprio l’Aisthesis (il “sentire” strutturale dell’apparato cognitivo) non limita la mente a ratio calcolante, o all’apparato dei mega-circuitici anestetici dell’AI.

Aisthesis come antico pensiero del cuore, risponde anche a una riflessione di tipo animale, dove immaginazione e percezione, emozione e pensiero, io e mondo coincidono nella fusione di riflessione mentale e riflesso cordiale.

Dunque ciò che non trova spazio nei modelli algoritmici è l’idea di unicità, originalità, singolarità delle peculiarità umane: e cioè il qualitativo. «Il qualitativo non è in grado di essere rappresentato e tradotto nel quantitativo senza esserne stravolto» (A. Pessina) perché la realtà conserva sempre un margine di imprevedibilità, non è completamente riducibile a funzioni numeriche e segniche.

In modo specifico riguardo all’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito creativo-poetico il problema è l’abisso che si spalanca tra la parola evocativa, multidimensionale, ambigua e simbolica della poesia e il messaggio funzionale, univoco, segnico, telecomandato di una macchina intelligente che ha alla base del suo funzionamento il determinismo. È praticamente la stessa differenza che intercorre tra semantica e sintassi. L’uomo definito come «vivente semantico», è anche l’intelligenza del corpo, intelligenza emotiva che interpreta e percepisce suoni, colori, scritture. L’AI assemblando la messa in scena di una poesia non capisce cosa sta creando, dovrebbe fare il salto sul piano della semantica.

Eppure mentre Heidegger contrappone l’arte alla cibernetica, G. Bateson ne intuisce la virtuosa alleanza tesa alla revisione delle classiche concezioni della mente e della conoscenza: «si potrebbe dire che nella creazione artistica l’uomo deve sentire se stesso – tutto il suo io – come un modello cibernetico.»

Se l’essenza della poesia è una sorta di sapienza cibernetica, allora l’arte potrebbe incentivare un nuovo modo di pensare: «In tutte le età i poeti hanno sempre saputo queste cose, ma noi, gli altri uomini, ci siamo smarriti in ogni sorta di falsa reificazione dell’Io e di separazione tra l’Io e l’esperienza.» In un discorso che inglobi ‘il fare poietico’ non dobbiamo essere sviati dal fatto che «i ragionamenti del cuore (o dell’ipotalamo) sono accompagnati da sensazioni di gioia o di dolore. Questi ‘ragionamenti’ riguardano questioni che sono vitali per i mammiferi (...). Esse sono fondamentali nella vita di qualunque mammifero, e non vedo perché questi calcoli non si dovrebbero chiamare “pensiero”.»

Considerando inoltre la vasta letteratura antropologica sullo statuto della parola poetica, sulle peculiarità numinose e potenti di una parola vibrante e rammemorante, la cui originarietà affonda nel sacro e nel magico, decadono le concezioni fisicaliste e riduzioniste di una mente come ratio calcolante. E ciò può essere utile nell’applicazione alle nuove frontiere delle scienze cognitive. Afferma Bateson: «Le arti figurative, la poesia, la musica, le lettere, analogamente, sono campi in cui è attiva una porzione della mente maggiore di quanto ammetterebbe la pura coscienza.»

La macchina “intelligente”, la machine learning di ultima generazione che emula l’apprendimento umano, sarà mai in grado di sostituire la specificità dell’umano? Di includere nelle sue sinapsi ‘quella porzione della mente maggiore’? L’intuizione, l’ispirazione, l’evento imprevisto creativo?

Sicuramente nell’epoca dell’automazione risulteranno obsoleti concetti quali autorialità, ispirazione, aura, originalità dell’opera, responsabilità etica. Ciò impone un ripensamento generale di tutti i paradigmi là dove «nozioni come quelle di spirito, Geist, ésprit non hanno alcun valore se non possono essere tradotte in funzioni meccaniche o informatiche.» (A. Pessina)

Ciò che produce l’AI attraverso la manipolazione di immensi depositi di informazioni, i big data, nella elaborazione di una rete neurale, può rendere o riformulare l’autenticità di un’esperienza poetica?

Può la ricostruzione algoritmica sostituire il valore veritativo della scrittura interagendo con il fantasma della realtà?

Luciano Floridi ci invita a uscire fuori dal linguaggio suggestivo e spesso deviante che tende a rendere antropomorfi meccanismi robotici. Riconsiderare l’AI come una forma di sofisticatissima automazione in riferimento all’agere, al fare come ad esempio trasmettere una mole colossale di informazioni alla velocità della luce: si tratta in questo caso di «ingegneria informatica» e non si può spostare l’intelligenza artificiale fuori dai propri stupefacenti algoritmi. Valga l’esempio dal Fedro di Platone (riportato da Floridi) nel monito di Thamus: «Si potrebbe pensare che le parole scritte parlino come se avessero intelligenza; ma se, volendo capire bene, le si interroga, dicono sempre e solo la stessa cosa.» Floridi raccomanda di usare la giusta prospettiva: «Solo se si capisce che l’AI è una nuova forma di capacità di agire, e non una nuova forma di intelligenza, si può capire veramente la sua sfida etica...»

Oggi certe categorie illuministe di emancipazione culturale non paiono più adeguate al potere della rete. Archiviazione digitale, reti neuronali, big data: l’infosfera contiene la più vasta, colossale e mai realizzata biblioteca universale. Oltre l’immaginifica architettura letteraria del racconto borgesiano lucidamente profetico che risale al 1941, ‘La biblioteca di Babele’, un labirinto distopico del significato: «...la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte e possibili combinazioni (...) cioè tutto ciò ch’ è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico (...) la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.» Oltre che infinita la Biblioteca è illimitata e periodica...

Secondo gli esperti un diluvio di dati renderà l’AI l’unica scienza plausibile: «La fine della teoria: un diluvio di dati rende il metodo scientifico obsoleto. Un algoritmo analizzando colossali data base di informazioni, troverà soluzioni senza più necessità di un metodo scientifico. In questo modo la soluzione è solo una questione di calcolo.» Ma tutto ciò può estendersi al pensiero creativo o inconscio, agli stati alterati di coscienza, alla parte della mente sommersa che sfugge all’intelletto razionale?  L’immensa sfera del sogno, della rêverie, dell’immaginazione che posto avrà nei nuovi cervelli artificiali?

Sistema limbico

È vecchio, è molle,

non concepisce se stesso,

non sa cosa significhi limbus

cosa sia un sistema.

 

Fra volta e travi

un pre-inferno, piccolo piccolo.

 

Corno di Ammone, cinta, amigdala:

un’oscura memoria

che non può ricordarsi

di se stessa.

 

Incontrollabile

controlla

paura piacere pulsioni omicide ossessioni.

 

I suoi cappi, le sue fibre

un fascio di cavetti

in fondo al cervello,

intra ed extra muros.

 

Flussi striscianti, combustioni senza fuoco,

corti circuiti.

Difettucci

in rapido aumento.

 

Un urto nella guida,

e già si vendica.

Un impulso elettrico

e si scatena come furia.

 

Alcuni miliardi di cellule

nell’oscurità. Il genere umano,

un gomitolino

fra inizio e amnesia.

(H.M. Enzenberger – Traduzione di A. M. Carpi)

 

La memoria è semplice archiviazione?

A differenza della memoria artificiale disincarnata, la memoria naturale non è costituita da «un archivio sconfinato di informazioni codificate simbolicamente, ma piuttosto è strettamente interconnessa con il resto delle capacità umane.»  L’Erlebnis (il vissuto) è la relazione caratterizzata da implicazioni vitali di tipo partecipativo e fusionale. È l’esser-ci, «essere -in -situazione», dentro il mondo delle cose...così come la voce che ci coinvolge nel corpo e nell’anima. La voce come presenza delle cose, la voce che le cose stesse hanno per riuscire a parlarci.

Nessun vivente può mai abitare uno spazio digitale. Inoltre per l’ermeneutica il vissuto si configura come genesi del senso. Di conseguenza il digitale induce un mutamento profondo della memoria dove è più stimolata la capacità reattiva della capacità riflessiva.

La mente digitale accumula e incasella dati e immagini ma non segue l’evoluzione dell’esperienza, del tempo storico o del tempo interno personale. Manca di un particolare, l’essere storico dell’uomo, è in deficit di coscienza estetica e coscienza storica.

Tabucchi ci parla della memoria sensoriale: la realtà, che noi percepiamo con i sensi ben prima che venga decifrata ed elaborata dalle nostre capacità intellettuali e psicologiche, può ripresentarsi dopo anni grazie ai sensi che a suo tempo la percepirono: la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto. L’episodio letterario più clamoroso di memoria sensoriale è quello di Proust. Tutta ‘La Recherche’ è fondata sulla memoria del gusto di una madeleine.

Allora la memoria diventa strumento di «appropriazione temporale», e i ricordi prendono il ritmo dell’andare e venire anche temporale, dal presente al passato o verso il futuro. Il mito di Orfeo ed Euridice ci avvisa di quanto sia inafferrabile un senso univoco dell’evento che chiamiamo poesia, accadimento creativo che sfugge a qualsiasi presa razionale, così tra le più accreditate definizioni spicca quella di Heidegger del pensiero poetico come pensiero rimemorante (Andenken) o meditativo, in antitesi al pensiero calcolante dell’età della tecnica. Se volessimo adottare il linguaggio heideggeriano sospeso tra poesia e filosofia, allora un pensiero rimemorante (tipico della poesia) è carico di «primigenio stupore», «istituisce la dimora nell’atrio del sacro» mentre in contrapposizione nell’età della tecnica l’uomo non si chiede più il senso dell’essere e la terra gli si fa estranea».

E ancora: «Il pensiero rimemorante come pensare autentico dell’uomo, in cui l’uomo si lascia portare dalla lucentezza e dall’odore della terra.»

Oggi siamo di fronte ad una perdita ontologica configurata come lontananza o mancanza.

Scrive Antonio Prete: «Anche se non diamo, oggi, a questa mancanza il nome del sacro, conosciamo quanto sia diventata profonda la lontananza dal vivente, dal tutto vivente. Il profilarsi di un tempo in cui si estende il dominio dell’artificiale, del virtuale, del robotico, mette in questione la relazione corporea – sensibile e immaginosa, direbbe Leopardi – con il vivente, con la Natura vivente. La poesia appare inappropriata, estranea, a questo tempo. Eppure sempre la poesia è stata in esilio dal proprio tempo.»

«E perché i poeti nel tempo della povertà? chiede l’elegia di Hölderlin Pane e vino...» (Heidegger)

A questo punto si apre un’altra questione che merita ampie e approfondite riflessioni: quella del potere ri-ontologizzante delle tecnologie digitali.