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Sulla persistenza, della voce e della tosse poetica in rete

Mattia Faustini

 

Riassunto.
Il testo esplora le scritture nell'epoca della digitalizzazione, considerando la rete in senso lato, come spazio cui la nozione di ‘ricerca’ si addice intrinsecamente.

Tra persistenza e resistenza, in un contesto digitale che sfida i tradizionali vincoli editoriali e di distribuzione, le scritture si possono ibridare, dotandosi di forme e pratiche nuove, oppure riterritorializzare. Servendomi di un’intelligenza artificiosa (poeticamente licenziosa), mi riferisco alla scrittura e, nello specifico, alla cosa-poesia, precisamente da questa linea di indecidibilità, in cui la sua natura resta difforme e in gioco, cercando di offrirne un resoconto personale.

Parole chiave.

Scritture di ricerca; pubblico della poesia; persistenza; rete; nodi

 

Abstract.
The article explores writing in the age of digitalization, considering the network in a broad sense, as a space to which the notion of ‘research’ is intrinsically suited.

Between persistence and resistance, in a digital context that challenges traditional publishing and distribution constraints, literary or poetic works can hybridize, endowing themselves with new forms and practices, or reterritorialize. Using an artificious intelligence (poetically licentious), I refer to writing and, specifically, the thing-poetry, precisely from this line of undecidability in which its nature remains uneven and in play, offering a personal account of it.

Keyword.
Poetics of research; poetry audience; persistence; network; knots

 

 

 

 

Più che elogiare qualcosa come la resistenza o la persistenza

nella rete di un qualche elemento poetico capace

di vita e spargimento

vorrei prendere posizione in difesa dell’innaturale

cosa-poesia.

 

All’artificiale, all’intelligenza naturale,

sia pure una forma di deficienza,

preferisco un’intelligenza artificiosa.

 

 

Considerando la ‘persistenza’ della cosa-poesia, sul web e fuori – la sua sopravvivenza all’alba (e oltranza) dell’era digitale – una prima distinzione che mi verrebbe da sottolineare sarebbe quella fra ‘resistenza’ e ‘persistenza'. Due parole che hanno molto a che vedere con la memoria, di qualcosa che rischia di non essere più come era, o di non essere più del tutto.

Mentre la 'resistenza' può rimandare a un ostacolo eroico, protagonista, la persistenza mi suona più inerte come opposizione, più piatta, quasi antagonista. La prima agisce in maniera memorabile, la seconda reagisce serbando memoria. Pensando alla differenza tra le due, sotto invito del caro Alberto D’Amico, la prima metafora che mi è occorsa per qualificare, in particolare, la ‘persistenza’ della cosa-poesia in rete è stata, allora, quella un po’ infelice del catarro.

Immaginavo, in questo senso, un ponte etimologico tra quest’ultimo (chatarrus, che “scorre giù”) e, come ricordato anche da Zerocalcare in una delle sue miniserie[1], la catarsi (un processo purificatorio). Ossia il rapporto ‘terapeutico’ con la scrittura (secrezione), o la lettura (ingestione) di un testo di cosa-poesia (Buonaguidi, 2023)[2]. Mi sembrava, questo, senz’altro un nodo fulcrale dei suoi motivi di persistenza in rete e dei nostri corpi virtualmente connessi, anche nel caso delle scritture di ‘ricerca’; se non altro perché è da questa angolatura che, personalmente, mi interesso e dedico alla scrittura.

La persistenza della poesia in questo senso non è per niente nuova, anzi trovandosi già quasi cinquant’anni fa, ad esempio, nell’introduzione di Berardinelli a Il pubblico della poesia (1975) qualificata come “indistruttibile”[3] e dunque, possiamo forse dire, adattabile in tal senso pure alle circostanze della rete.
 

La rete stessa è, in primo luogo, uno spazio di archivio e ricerca polivalente. Ricerca non solo di articoli e soluzioni, ma anche di pubblico, di informazioni e dati personali, di mercato. Ricerca in rete che, come la comunicazione umana, non incarna affatto uno spazio neutro e pacifico di libera circolazione. Il navigare è catarroso in questo mare oppure, semiparafrasando un principio assiomatico della pragmatica linguistica (Watzlawick et al., 1978) – se ieri era “impossibile non comunicare”, oggi sembra quasi impossibile non ricercare.

Ma la rete è molto altro ancora, anche al di qua del digitale: tessuto delle nostre interazioni psicologicamente antropomorfe e meccanomorfe. Ed è senz’altro molto di più in questa accezione analogica che l’ipotesi centrale del ponte etimologico-catartico regge. Dall’incisione praticata a mano sulla pagina al tasto premuto su uno schermo in simultaneo, la pratica di significazione muta, così come forse mutano i contorni concreti del silenzio e del mondo in cui quel particolare significare si pronuncia.

Eppure, da una scrittura disinteressata alla storia e ai dintorni del suo stesso codice si distinguono profondamente le scritture che riflettono e rifrangono precisamente questi elementi soggiacenti, arrischiandosi dunque in un magma informatico da cui può fuoriuscire qualcosa di ibrido ed irriconoscibile, se pensiamo alla tipica cosa-poesia.

 

Vorrei provare a sviluppare meglio (o peggio) questo ragionamento attraverso l’esempio di una cosa-poesia che ho scritto di recente.

 

Un nodo alla gola mi turba.

Un comunissimo nodo alla gola

interessa la gola ma non è affatto

un nodo di Laing la gola interessa

due cose e Laing non è affetto

fra queste: interessa

le corde vocali piuttosto,

l’appetito – il fatto che calino

 

Queste due cose calano

la voce cala per via del nodo

così come l’appetito: è la gola

che è interessata mi ripete l’otorinolaringoiatra

(niente affatto Laing) –

la natura dei nodi interessa del resto

le vie respiratorie il traffico dei cavalcavia

che appanna i discorsi, il fumo di scarico

degli specialisti, coinvolge maree vere e proprie ondate

di masse indecifrabili, esigenze prive di igiene

e dati recentemente amputati in un retroterra

di cui non è dato sapere:

noi possiamo rispondere della gola.

Esistono qui già nodi a sufficienza, assicura

l’obiettivo è scioglierli, scioglierli tutti senza distinzione

di appartenenza dichiarata o dedotta che sia

il nodo interessa le vie respiratorie – mi faccia sentire

Un po’ come canta... mi canti qualcosa.

 

ehm ehm... un nodo... ehm

un nodo è ehm

ehm una tecnica di intreccio di corde una formazione sul fusto o sui rami delle piante, da cui spesso si dipartono nuove gemmazioni un’interconnessione fisica tra due macromolecole una congiunzione elettrica uno dei due punti dati dall'intersezione dell'orbita con un piano di riferimento, come il piano equatoriale un’unità di misura della velocità usata nella navigazione marittima e aerea un oggetto geometrico che formalizza la nozione precedente

& non solo

 

Interessante, ma

obietta, questo lei

non me l’ha cantato.

 

Ho scritto questo testo di cosa-poesia durante un episodio di tosse persistente. Anche se non è a quest’ultima che il nodo si riferisce[4] (né al catarro di cui sopra), lo ritrovo a distanza di tempo pertinente alla discussione qui intrapresa. L’ho scritta al computer, col supporto della rete, da cui ho attinto quella specie di canto che l’otorinolaringoiatra non riconosce, sulla natura del nodo.

Il mio obiettivo, scrivendola, non era ovviamente quello di curarmi dall’episodio (al massimo limitandomi al curarmi dell’episodio). Il paziente esortato a cantare non canta come richiesto dallo specialista, il cui obiettivo dichiarato è di trattare, “sciogliere” i nodi: individuarli e ri-solverli.

Volevo, piuttosto, trattare la stessa materia lasciando che si saturasse della maggior ampiezza di accezioni possibile. Scrivere un testo la cui eventuale intelligenza non fosse puramente (catarticamente) lirica (e senza però rinnegare la natura privata del nodo, denunciata/confessata fin dal principio). Ho così consultato la rete, in cerca di nozioni, definizioni oggettive che potessero svolgere la funzione di (s)chiarire la ‘voce’ del nodo patito. ‘Voce’ o ‘voci’ a cui lo specialista – da me altrettanto consultato nella cosa-poesia che ne è poi uscita – obietta, finalmente: «non me l’ha cantato».

Senza inoltrarci ulteriormente nel testo, la persistenza della cosa-poesia nell’epoca della sua digitalizzazione si misura con lo scarto esistente tra i diversi attori in gioco nella sua produzione e consumo, e tra le forme di vita e memoria cui aderiscono (la cosa interessa tanto i pazienti quanto gli otorinolaringoiatri). Il modo di ‘cantare’, ‘esprimere’, ‘dar voce’ può variare notevolmente tra loro, e la rete può fungere da semplice protesi di un’arena che ha già al suo di qua tutti i suoi risaputi e persistenti “effetti di deriva”[5].

 

Oppure, per dirla nei termini di un’altra antologia spesso citata in contrapposizione a quest’ultima, molte delle scritture che non ambiscono a realizzare una 'ricerca' – al di là di quella strettamente connessa al piacere/compiacimento dell'autore o del 'suo' pubblico – si esauriscono nella re-istituzione di circuiti affettivi centrifughi sulla base della ‘Parola’ (innamorata) della ‘Poesia’, o di un “mito delle origini” (Simonetti, 2012). Da questo si distinguono profondamente, secondo me, le scritture 'di ricerca', sul web così come fuori.

 

La comodità del digitale sta apparentemente nella promessa di abolire o sorvolare la mediazione istituzionale e quindi certi vincoli posti dal mercato editoriale o dalla distribuzione. Le scritture 'di ricerca' potrebbero trovare nella rete, insomma, una certa terra promessa: se non come sito, almeno come processo di espansione diasporica e amplificazione della cosa-poesia. Le diffidenze sorgono però nei confronti della rete quando si palesa che di fronte non ci sono speranze unificanti – una terra che possa rivelarsi felice e comune – ma solo disperazioni unificanti, arcipelaghi di isolette e nicchie spesso tra loro incomunicanti. (Ma qui forse è il mio personalissimo avviso che torna ad affettarsi di una certa tosse, o “nevrosi della fine”, che Simonetti contrappone al “mito delle origini”).

 

Questa è una delle constatazioni a cui la ricerca approda o, se non altro, da cui prende il via.

Se, in altre parole, la sua persistenza non si manifesta come affermazione di contro-canto e 'affronto', è allora da questa impossibilità (etica o estetica) che prende le mosse e si sviluppa in quanto ricerca nello spazio che perlustra. Quello che ci possiamo augurare è che – insista, persista o resista – ibridando la sua espressione e il suo impatto sulla nostra percezione delle cose, questa cosa naturale/artificiosa/artificiale non perda di con-sistenza.

 

 

Bibliografia

A. BERARDINELLI, F. CORDELLI, Il pubblico della poesia, Roma, Castelvecchi, 2015.

L. BUONAGUIDI, Poesia e psiche. Dall’ispirazione poetica alla terapia della poesia, Monza, Mille Gru, 2023.

E. DI MAURO, G. PONTIGGIA, La parola innamorata. I poeti nuovi (1976-78), Milano, Feltrinelli, 1978.

R. D. LAING, Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali, Torino, Einaudi, 2007.

G. SIMONETTI, Mito delle origini, nevrosi della fine. Sulla poesia italiana di questi anni, Le parole e le cose². Letteratura e realtà, 2012. online. URL: <https://www.leparoleelecose.it/?p=5322>

P. WATZLAWICK, J. H. BEAVIN, D. D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi. Roma, Astrolabio, 1978.

 

 


[1] “Strappare lungo i bordi” (2021)

[2] Cfr. L. BUONAGUIDI, Poesia e psiche. Dall'ispirazione poetica alla terapia della poesia, Monza, Mille Gru, 2023, cap. 2.3, pp. 122-136.

[3] «Di che cosa è fatta dunque questa recente indistruttibilità della poesia? Intanto, negativamente, del venir meno di tutte le concettualizzazioni che permettevano di mettere insieme discorsi sulla morte tecnologica o politica (storica, comunque) dell’Arte» (2015, p. 48).

[4] Cfr. R. D. LAING, Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali, Torino, Einaudi, 2007.

[5] Cfr. A. BERARDINELLI, F. CORDELLI, Il pubblico della poesia, (introd., pp. 47-61), Roma, Castelvecchi, 2015