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La biblioteca della Fondazione Baruchello: progetto d’artista e fonte per la ricerca

di Carla Subrizi

 

Affrontare la relazione tra la biblioteca, l’archivio e l’opera di un artista non è semplice e nel caso di Gianfranco Baruchello è ancora più complesso. Se una biblioteca d’autore è il risultato dell’identità intellettuale di chi l’ha formata nel tempo, per Baruchello la biblioteca è concepita come un sistema di connessioni tra temi e questioni.

Studiare dunque tale sistema è un modo di entrare nella concezione stessa che fa da premessa ad ogni opera di Baruchello. Artista italiano, nato a Livorno nel 1924, vissuto a Roma dal 1931 e poi tra Roma e Parigi dal 1975 circa (per brevi periodi nella capitale francese), dopo un periodo della sua vita, nell’immediato secondo dopoguerra, dedicato all’attività di legale di un’industria chimico-farmaceutica da lui stesso creata, alla fine degli anni Cinquanta decide di rivolgersi esclusivamente all’arte. Scrittore di poesie sin da giovanissimo e attento osservatore di quanto avveniva nell’arte a lui coeva, le sue prime mostre sono a Parigi e a New York nel 1962. La poesia è forse tra i primi nuclei della biblioteca a formarsi. Poeti francesi, italiani, inglesi della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento, accanto alla  poesia sperimentale degli anni Sessanta sono oggi a stretto contatto nella biblioteca. Vicini ci sono gli archivi con le agendine e i piccoli quaderni, tra i quali quelli degli anni Quaranta e Cinquanta con le poesie che Baruchello scriveva nell’adolescenza e da giovanissimo.

Amico prima di Roberto Sebastián Matta, poi di Marcel Duchamp, artisti che lui stesso decide di incontrare, vive la città di Roma di quel tempo accanto ad altri artisti, tra i quali Mario Schifano, Pietro Cascella, Renato Guttuso, Pietro Consagra, Mimmo Rotella, Tano Festa.  Ma è anche con gli scrittori che stabilisce amicizie durature, tra i quali: Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini.  Personaggi tra i quali Giangiacomo Feltrinelli, Umberto Eco, Toni Negri costituiscono il contesto con il quale condivide scelte politiche e intellettuali. Il ruolo stesso dell’intellettuale nel contesto politico degli anni Sessanta e Settanta è uno dei temi che torna in più occasioni ad affrontare.

La biblioteca nel tempo è cresciuta come un organismo vivo, diramandosi tra nuclei tematici e derive di essi, approfondimenti e curiosità molteplici. L’avventura, il nonsense, la marina e la navigazione, la storia, la filosofia e la politica, la psicoanalisi, la poesia e la narrativa, la biologia e la zootecnia, l’agricoltura e la natura (storia del giardino e del bosco, mitologia degli alberi, etc.), accanto alle sezioni più aggiornate di riviste di arte, saggistica, monografie di artisti, sono tra i soggetti presenti nella biblioteca. Ognuno di questi soggetti ha relazioni concrete e con il lavoro di Baruchello: il tema della “navigazione in solitario” (la sala personale alla Biennale di Venezia nel 1976), i grandi progetti dell’Agricola Cornelia (1973-1981), del Giardino (dalla metà degli anni Ottanta), del Bosco (dai primi anni Novanta), il tema dell’altra casa (del 1978-1979), tra altri. Prima privato e poi aperto al pubblico nel 1998, con la nascita della Fondazione, questo immenso patrimonio culturale è così stato messo a disposizione degli studiosi, degli studenti per la ricerca, non soltanto sull’artista. L’apertura di questo spazio così come la possibilità di utilizzare gli spazi aperti e chiusi della Fondazione (esterni che si estendono per circa dieci ettari) ha costituito il progetto culturale che Baruchello ha voluto avviare con il fine di non disperdere da una parte e di attivare con idee e iniziative tale immenso lascito culturale.  Entrare nella biblioteca, oggi della Fondazione, e prima di Baruchello, trasmette la curiosità di vedere cosa sia presente negli scaffali, quale sistema di ordinamento abbia costituito la logica per classificare e mantenere in connessione i libri e le riviste.

Come in un’opera di Baruchello, nuclei tematici sono vicini ad altri nuclei tematici: armadi e cassettiere metalliche, contengono dossier infiniti di materiali e documenti su mostre, amicizie, “cose fatte”. L’archivio e la biblioteca dialogano tra loro come in un sistema enciclopedico aperto che torna continuamente a ripensarsi. Nella biblioteca si conserva infatti, come sua parte integrante, anche l’archivio dell’artista che è composto da migliaia di unità documentali: lettere, documenti inerenti le mostre, agende e quaderni manoscritti, testi dattiloscritti e conservati in faldoni nominati secondo le diverse specificità: “Corrispondenza”,[1] “Agende”, “Quaderni”, “Mostre”, “Testi”, “Scritti di Baruchello”, “Scritti su Baruchello”, “Rassegna stampa”, etc.

L’aggiornamento costante dei libri è dunque derivato da interessi sopraggiunti, da filoni di ricerca intrapresi, da fasi del lavoro che trovavo una immediata risposta nell’acquisto di materiali per informarsi e studiare.

Oggi conservata e fruita negli spazi della Fondazione Baruchello, istituzione costituita nel 1998 come un progetto comune di Gianfranco Baruchello e di me stessa che scrivo, la biblioteca ospita migliaia di libri di diverso argomento. Tale ricchezza di soggetti non è dunque  soltanto il risultato di un voler rendere diversificati e ampi i temi di una biblioteca. La biblioteca della Fondazione è una entità che con i volumi che conserva risponde da una parte alla comprensione di chi sia stato l’artista che ha nel tempo raccolto un tale immenso numero di testi, dall’altra alla ricerca specifica sull’opera di Baruchello. La biblioteca è il risultato di un lungo lavoro di salvaguardia culturale (più che di conservazione) che Baruchello stesso ha condotto sin da giovane. Affezionato agli oggetti, ai libri considerati come elementi della sua formazione e della sua ricerca, alla fine degli anni Sessanta possiede così tanti volumi (in parte anche quelli già appartenuti alla sua famiglia paterna di storici), che decide tra il 1972 e il 1973 di andare a vivere in campagna dove acquista una grande casa che da allora sarebbe stata anche la sede del suo studio. In circa mille metri quadrati di spazio, la biblioteca trova una sua adeguata ubicazione. Una visita allo studio di Baruchello dimostra pertanto che si tratti di un artista circondato dai materiali e dagli oggetti del suo lavoro ma anche da scaffali di libri, di divani e poltrone, di scrivanie e tavoli per leggere e appuntare. La biblioteca e lo studio hanno condiviso il medesimo spazio fino al 1998 essendo un unico e articolato ambiente di lavoro.

Nel 1998 con la nascita della Fondazione, Baruchello dona la sua casa studio, la biblioteca, un nucleo di opere, gli archivi a questa istituzione. Lo studio è spostato in parte in un altro edificio adiacente alla sede della Fondazione, in parte in un altro studio a Roma, in via Giacinto Carini, nei pressi della casa dove abita dal 1998, nel quartiere di Monteverde vecchio. Un aspetto interessante, e che può essere utile per immaginare uno spazio vissuto da Baruchello, sta nel fatto che, nell’arco di pochi mesi, qualsiasi stanza o casa abitata da Baruchello, acquisiva la stessa impostazione: librerie ovunque, scaffali ricolmi di dossier per l’archivio, tavoli da lavoro e scrivanie, pareti di legno su cui affiggere le tele o altri supporti, post-it o altri fogli di carta con frasi da ricordare o appunti attaccati con scotch sui muri.

L’eterogeneità della biblioteca risponde prima di tutto al formarsi stesso di questa entità importante divenuta proprietà della Fondazione, che dal 1998 si è accresciuta grazie anche al mio contributo, nella selezione di libri che hanno arricchito tale patrimonio. Quello che già esisteva nella biblioteca, donata alla Fondazione per sollecitare attività di ricerca e studio soprattutto dei più giovani, si ampliava nelle direzioni anche presenti nei progetti della Fondazione, oltre naturalmente, e come sempre, al lavoro di Baruchello, che fino al 2023 non ha mai smesso di connettere il suo lavoro alla lettura e alla ricerca. I Fondi storici appartenuti alla sua famiglia sono stati nel tempo letti e conservati in una sezione storica della biblioteca. I libri del padre, Mario Baruchello, autore di Livorno e il suo porto, del “nonno” Camillo Manfroni, storico della marina italiana e del colonialismo, appartengono alle sezioni storiche della biblioteca. Camillo Manfroni era il fratello della nonna paterna (la madre del padre Mario Baruchello) ed è stato da Baruchello considerato un “nonno”. Ha esercitato una grande curiosità̀ sul piccolo nipote (è morto nel 1935 quando Gianfranco Baruchello aveva 9 anni). Camillo era il figlio di Giuseppe (morto nel 1917) e quest’ultimo è stato un personaggio chiave dei rapporti tra il Vaticano e la Monarchia in Italia. Sulla soglia del Vaticano. Memorie di un commissario di Borgo (1870-1901) è un suo ampio tentativo, in 19 volumi manoscritti, di raccontare nei dettagli la storia dei rapporti di queste istituzioni alla fine dell’Ottocento. L’edizione pubblicata uscì a cura del figlio Camillo. Cinque di questi volumi manoscritti sono conservati alla Fondazione. Sono preziosi poiché́ al loro interno mancano alcune pagine mentre ci sono le parti che Giuseppe non selezionò perché forse più audaci nel racconto storico che lui aveva fatto. Camillo pubblicò libri sulla storia del colonialismo italiano, anche durante il Medioevo e il Rinascimento e sulla Storia della Marina. Questa parte della Biblioteca è, dunque, da considerarsi come una parte della libreria della famiglia: volumi e personaggi che sono stati il contesto dell’infanzia di Baruchello stesso. Questa parte della Biblioteca è stata spostata, riorganizzata, ma mai Baruchello, anche nei traslochi fatti nel corso della sua vita, ha voluto separarsene. Oggi, con centinaia di libri, costituisce una sezione importante e di estremo interesse della biblioteca della Fondazione per gli studi sul colonialismo italiano.

 

Vorrei soffermarmi ora, per questo contributo, che è nato come presentazione della biblioteca della Fondazione, al Convegno organizzato con Cetta Petrollo Pagliarani, nel mese di dicembre 2023,[2] su un aspetto che ritengo molto importante di questa biblioteca e di tutto il sistema-archivio del quale Baruchello è stato un artefice. La biblioteca della Fondazione Baruchello (e comprendo in questo termine anche l’archivio) riattiva, questo è il termine su cui mi soffermo, continuamente e in maniera sempre differente, ogni singola unità in essa presente. I rapporti tra i libri, tra i soggetti, tra i documenti, sono stati e sono i punti di partenza di progetti e attività. Lo sono stati per Baruchello e lo continuano ad essere per la Fondazione, che metodologicamente intende questa enorme   quantità di materiali come un patrimonio da attivare, con idee e progetti che permettono di attraversarlo trasversalmente, da diverse prospettive. Attivare una biblioteca non è soltanto aprirla allo studio e alla ricerca. È capire prima di tutto come Baruchello la abbia nel tempo formata e come la abbia usata: quale lascito di tutto questo suo specifico modo di lavorare sia rimasto alla Fondazione, in che modo tale “eredità culturale” sia stata, anche attraverso il mio lavoro di storica dell’arte, studiata e considerata anche da altri punti di vista.

Se è possibile parlare di un metodo Baruchello questo sta nel pensare ogni elemento come un frammento di un sistema dinamico, che può scomporsi e ricomporsi attraverso differenti percorsi di lettura. Anche la biblioteca è costruita secondo questo procedimento: i libri risuonano tra di loro, rimandano ad altri argomenti. Come per Borges e il suo progetto di una biblioteca fantastica o di Babele, per Baruchello la biblioteca è un luogo di incrocio di saperi, di giustapposizione di argomenti, di possibile prelievo e cattura di temi per un’opera o un’installazione.

Nella biblioteca, si trovano inoltre pareti occupate da opere, da fotografie del passato, da manifesti o carte geografiche che ricordano viaggi fatti. Anche questi oggetti dialogano con i libri e formano quel sistema complesso, fatto di relazioni previste o impreviste, talvolta di contraddizioni che Baruchello definisce il luogo dove “tout se tient”.

Le enciclopedie, i dizionari, i manuali di istruzioni per le attività più disparate (dalla falegnameria, alla lavorazione dei metalli, al giardinaggio), i libri di allevamento di animali da cortile, i libri di cucina e sulla pasticceria, riempiono molte sezioni accanto ai libri di regia cinematografica, di fotografia, o agli atlanti. Le biografie di scrittori, artisti, personaggi della storia, sono una sezione che ha sempre interessato Baruchello, il quale poteva sprofondare per ore nella vita di uomini o donne della storia o nei numerosi volumi di “La vita quotidiana al tempo di”, collana di cui sono numerosissimi i volumi presenti. Il suo instancabile senso della curiosità e dell’ironia, hanno portato alla creazione di un’intera sezione del “nonsense” ovvero di libri di argomenti molto eterogenei che vanno dal fumetto, alla fiaba, ai racconti fantastici, alle ricette di cucina, al gioco e al ciclismo.

La sezione dedicata alla politica, dal fascismo al marxismo, permette di capire la storia di un uomo nato nel 1924, balilla da bambino (partecipò da scolaro alla Mostra della Rivoluzione Fascista nel 1932 sulle scale del Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale),  poi giovane in guerra a Odessa nel 1943, quindi industriale, poi militante di Potere Operaio, quindi comunista e intellettuale di sinistra con un’idea dell’arte indipendente e non avvezza ai compromessi del mercato. 

I Seminari di ricerca e formazione, gli workshop con gli studenti, le residenze per giovani studiosi e curatori, le mostre, le performance nel parco, sono stati e sono i nuclei fondamentali delle attività della Fondazione, per attivare e riattivare questo inesauribile bacino di stimoli e sollecitazioni, anche per poterlo attraversare in modi differenti e con angolazioni molteplici.

 

Da anni, il lavoro per il Catalogo Ragionato dell’artista ha permesso di attraversare ogni angolo della biblioteca ancora in un altro modo. È infatti frequente trovare all’interno della biblioteca libri ai quali è stata tagliata una riga o un’immagine.

Questo diventa dunque l’avvio di ricerche approfondite che conducono molto spesso, a ricostruire fasi e storia di opere che saranno parte di tale progetto di catalogazione.

La biblioteca e l’archivio possono essere considerati, in questo senso, come le fonti fondamentali per tale lavoro di ricostruzione sia filologica che storico-artistica delle opere.

Vorrei dunque con un caso studio, emerso nel corso del lavoro per il Catalogo Ragionato, capire come attraverso il lavoro di ricerca, si attivino percorsi inediti tra i libri.

Mi soffermo dunque sull’opera del 1962: Abstract-Expressionism-Zoologique.[3] L’opera si presenta come il montaggio di sette ritagli su una tavola di legno dipinta di smalto bianco. Baruchello non aveva mai svelato il processo che lo aveva portato alla selezione e poi al montaggio di tali materiali recuperati da libri di diversa natura: cataloghi, testi scientifici, riviste. Attraverso  il riordino di uno degli scaffali della biblioteca mi ero accorta più volte dell’esistenza del libro  di Desmond Morris: La biologie de l’art. [4]  Nel corso dello studio dell’opera, intorno al 2016, appare degna di indagine una delle immagini presenti, per ricostruire la cui genesi, all’interno del lavoro, si comincia, come sempre deve essere fatto nelle opere di Baruchello, a domandarsi cosa mostrasse l’immagine e a cosa potesse riferirsi; da dove potessero, inoltre,  essere state prese o, meglio, “ritagliate” tutte le immagini dell’opera in questione. Tra le più esplicite c’era il ritaglio che mostra un gorilla all’opera su carta da disegno, affiancato da un tutor che presumibilmente lo controlla e segue. Cercando dettagli su “storie” di gorilla e arte (da parte di una mia assistente che non sapeva che nella biblioteca ci fosse il libro di Morris), emerge da un sito on line la storia di un esperimento fatto allo Zoo di Rotterdam nel 1958: si voleva capire cosa e come potessero disegnare dei gorilla. Mostrandomi questi risultati, mi viene in mente il libro di Morris e lo vado a recuperare nello scaffale della biblioteca. Nel libro, che ricostruiva esattamente le fasi dell’esperimento di Rotterdam, da alcune pagine mancavano le immagini ritagliate evidentemente per porle in opera. Gli animali nel libro, in fotografie che li mostrano mentre eseguono “disegni”, hanno dei nomi: Sophie, Claro, Cobra. Nell’opera di Baruchello, le immagini ritagliate sono descritte da precise didascalie, anch’esse ritagliate dal libro (nel libro che conserviamo mancano quindi queste righe), e si legge: «dessin par le singe-capucin Cobra» (tavola n. 16), «dessin par Claro» (tavola n. 15), «des gestes aberrants sont observables quand l’application se relâche» (tavola n. 25), «prise primitive du pinceau avec le pouce dirigé vers le bas» (tavola n. 22). In un secondo registro un disegno, presunto essere della scimmia, non si ritrova però nel libro di Morris. Nessun vuoto, dopo il ritaglio corrisponde a quell’immagine. La ricerca quindi prosegue. L’ultimo ritaglio nell’opera, nel registro più basso, e la sua didascalia, è tuttavia un montaggio nel montaggio: un dipinto, sempre realizzato da una scimmia, incollato accanto a tre parole estratte da Emilio Villa: da un testo dedicato a Cy Twombly nel 1961.

Il fatto, che diventa un indizio, che potesse trattarsi di un catalogo di una mostra di Twombly, mi sollecita a cercarlo alla lettera “T” della Biblioteca (monografie di artisti). Trovato il catalogo, in una pagina c’è uno spazio ritagliato all’interno della riproduzione dell’opera di Twombly Blue Room del 1957. Confrontando con l’opera Abstract-Expressionism-Zoologique, il ritaglio mancante nella riproduzione di Twombly, era stato utilizzato da Baruchello. Baruchello pone dunque il ritaglio dell’opera di Twombly sulla sua tavola di legno, descritta dalla didascalia tratta dal libro di Morris in cui si legge «Planche no. 7. Sophie, gorille adulte du Zoo de Rotterdam, se concentrant sur un dessin». Twombly, una sua opera fatta di linee intrecciate e aggrovigliate si camuffava tra i disegni sperimentati dalle scimmie.

L’esperimento con il gorilla apparve in numerosi giornali e riviste. Baruchello estrasse i ritagli dall’edizione francese del libro di Desmond Morris La biologie de l’art, traduzione in francese del libro apparso nella prima edizione inglese nello stesso anno. E l’ironia con la quale l’espressionismo astratto è posto accanto a un esperimento scientifico non è nuova in Baruchello.

Nell’opera Abstract-Expressionism-Zoologique Baruchello giustappone arte e non arte, scarabocchi e opere d’arte di Twombly e altri artisti degli anni Cinquanta da lui seguiti per produrre, forse, una domanda. Lo scarabocchio di una scimmia cosa ha in comune con un’opera di Twombly? Cosa li accomuna? A Baruchello non interessa creare facili accostamenti. Per lui il libro di Morris costituisce una sollecitazione a pensare, approfondire e soprattutto a domandarsi come “le scimmie” possano essere state sottoposte ad un esperimento scientifico in grado secondo l’autore del libro, Desmond Morris, a domandarsi in maniera non casuale, sulle origini, gli avvicendamenti e le molte definizioni del processo artistico, dei mezzi necessari, delle implicazioni più o meno concettuali.

Proprio l’anno precedente, nel 1961, Baruchello era di ritorno da un viaggio a New York dove aveva incontrato Leo Castelli (al quale aveva mostrato alcune sue opere) e aveva visto mostre e pubblicazioni importanti. Le pratiche dell’assemblaggio, che trova sintetizzate proprio quell’anno a New York nella grande mostra al Museum of Modern Art The art of assemblage,[5] costituiscono il contesto storico-critico in cui si è già orientato. Quello che è interessante in Abstract-Expressionism-Zoologique è il montaggio della tavola. Le immagini ritagliate sono poste una accanto all’altra, non perfettamente allineate ma in una sequenza che (si comprende dal numero che contrassegna le “planches”) è ripensata in funzione del montaggio. Nel 1962 Baruchello utilizza dunque questo espediente visivo per assemblare non oggetti o altri materiali ma ritagli di immagini. Non si tratta semplicemente di un collage né di un fotomontaggio e, se pure in parte lo fossero, l’idea è di rendere pittorico, ovvero visivo, un materiale trovato. Una tendenza a costruire piccoli “archivi” di fatti è già presente. Questa congiuntura di pittorico e visivo diventa la chiave di lettura.

L’opera produce un ordine discorsivo peculiare dei sistemi di classificazione di generi diversi. La differenza con i convenzionali sistemi di questo tipo è tuttavia l’elemento specifico alla base di tale genere di opere. La classificazione scheda e riunisce, attraverso le somiglianze, tipologie di cose diverse. L’idea alla base di Baruchello e delle sue tavole si articola invece attraverso: l’allineamento seriale che contrasta la scelta libera e soggettiva di montare secondo impulsi e motivazioni specifiche, il ritaglio di materiale trovato che diventa immagine per ripensare radicalmente il fare pittorico; allo stesso modo il fatto che a essere ritagliate siano illustrazioni o fotografie contestualizza l’uso di tale medium (la fotografia o il ritaglio di fotografie “trovate”) all’interno della pittura così come la parola scritta è utilizzata come immagine (che sottrae dunque la componente gestuale ovvero pennellata, colore, materialità della pittura). Baruchello ha fatto dell’assemblare, combinare, mescolare il fattore dinamico del suo lavoro in grado di mettere sullo stesso piano la storia e la finzione, il politico e il visionario, la magia e la curiosità: non perché siano la stessa cosa, naturalmente, ma perché crede che sia dalla contraddizione, dal cortocircuito che si origini la messa a fuoco del reale, dal quale l’immaginazione non è esclusa. Il cortocircuito è determinato attraverso un sistema di adiacenze che mentre accosta, mette in crisi le certezze e sposta il piano di lettura: verso l’ironia, l’incredibile, l’inatteso, l’inerente lato banale del reale. La notizia sensazionale può diventare banale, ironica, o viceversa.

Un medesimo sistema mentale emerge quindi da tali procedimenti, così come dal modo di aver allestito la sua biblioteca: tecniche e scelta di materiali rispondono al medesimo impulso, ovvero quello di porre in adiacenza il diverso senza mai rinunciare alla complessità. 

 

 

 

[1] In corso è attualmente un progetto TOCC _Transizione Digitale del Ministero della Cultura, che permetterà alla Fondazione di realizzare una piattaforma on line della “Corrispondenza” di lettere a Baruchello e da Baruchello ad altri destinatari. La piattaforma sarà on line nel 2025.

[2] Il Convegno, Libri e memoria. Le biblioteche d'autore tra storia, fisionomia e tutela - Con un focus sulla biblioteca della Fondazione Baruchello, a cura di Cetta Petrollo Pagliarani e Carla Subrizi, si è tenuto presso la Fondazione Baruchello (Via del Vascello 35, Roma), il 13 dicembre 2023. Sono intervenuti: Anna Maria Andreoli, Pietro Berardelli,  Fiorenza Bernardi, Eleonora Cardinale, Giovanni Fontana, Paola Giannone, Daniela Guolo, Domenico Memillo, Silvia Moretti e Andreina Franzese, Marco Menato, Cetta Petrollo Pagliarani,  Sonia Puccetti Caruso, Valerio Skofic, Carla Subrizi, Mattia Dei, Alice Leone, Giuditta Sciamanna. 

 

[3] Recentemente ho trattato di questa opera nel mio libro Note a margine. L’arte come esperimento del sapere, Treccani, Roma 2020, libro dedicato all’opera di Gianfranco Baruchello,  Psicoenciclopedia possibile, Istituto della Enciclopedia Treccani, Roma 2020. L’opera Abstract-Expressionism-Zoologique è stata recentemente esposta alla mostra retrospettiva, a cura di Nicolas Bourriaud, Gianfranco Baruchello (Villa Arson, Nizza, 2018) e alle due edizioni della mostra, a cura di Francesca Alberti, Diane H Bodart, Philippe-Alain Michaud, Gribouillage / Scarabocchio da Leonardo Da Vinci a Cy Twombly (Accademia di Francia a Roma-Villa Medici, Roma, 2022; Beaux-Arts de Paris, Parigi, 2023).

[4] Desmond Morris, The Biology of Art, (New York: 1962); Desmond Morris, La biologie de l’art, (Paris: 1962). Baruchello ha utilizzato per la sua opera l’edizione in francese.

[5] Anche questo catalogo è presente nella biblioteca della Fondazione Baruchello, acquistato dall’artista in occasione del suo primo viaggio a New York.