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Per distrazione e disattenzione: la biblioteca Ghisalberti

di Giuseppe Garrera

 

Riassunto

Il ritrovamento, tra le bancarelle del mercato e i rifiuti, della biblioteca “da studente” di Alberto Maria Ghisalberti. Il problema della facilità delle dispersioni e della distrazione nel riconoscere i segni significativi e di riconoscimento dei materiali cartacei.

Abstract

The discovery, among the market stalls and waste, of Alberto Maria Ghisalberti's "student" library. The problem of the ease of dispersions and distraction in recognizing the significant and recognition signs of paper materials.

 

I fatti risalgono a pochi mesi fa, in un’alba a Porta Portese (per intercettare per primi biblioteche di case svuotate e, spesso frettolosamente, liberate dopo lutti o traslochi, ci si reca prestissimo, e quando è ancora buio, al mercato, per assistere allo scarico della merce e vederla ancora prima della sistemazione sui banchi). Era il 16 luglio del 2023, quando su una bancarella di libri molto comuni  (tutte ristampe e tascabili) sono attratto da una rilegatura, pur vedendo subito, aprendo il volume, dello scarsissimo interesse bibliofilo che esso possiede: all’interno è anche conservata la copertina originale, che presenta pure una brutta vistosa macchia di sporco al centro: si tratta di un esemplare di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, della Casa editrice Sonzogno, nella popolare Collana Biblioteca Universale, anno di uscita 1916. Volumetto economico e tascabile, molto modesto, di nessunissimo interesse collezionistico e bibliofilo, tanto più in quelle condizioni, se non fosse la strana, quasi una veste araldica, rilegatura in piena tela e fregi e titoli d’oro per un volumetto così dimesso. Ma non è infrequente trovare biblioteche di nessun valore bibliofilo con pretenziose rilegature, o comunque omogenee e da arredamento, per la scansia della libreria (pratica frequente nell’era ancora dei legatori sotto casa, e in una ancora disabitudine per le brossure della nuova editoria economica, con dorsi, poi, se letto il volume, rigati e offesi, da fare, appunto, nella libreria pessima mostra di sé). Ma questa rilegatura aveva un che di speciale, come livrea o panno che avvolga qualcosa da custodire (mai quello di “copertina” di libro si rivelava termine più appropriato): solo per questa fortuna lo aprii e inizia a sfogliarlo. Nella prima pagina di guardia un ex libris e una annotazione a mano che recita «dai libri di Amghisalberti, Visco 9 settembre 1916», mi allertano subito che si tratta di un libro proveniente dalla biblioteca dello storico  Ghisalberti, Alberto Maria Ghisalberti, anche se la data 1916 si riferisce chiaramente alla sua giovinezza: è un libretto della sua libreria da studente, molto prima della fama di studioso e del ruolo di storico (diventerà uno dei massimo storici del Risorgimento) o accademico e preside di facoltà (sarà preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza fino al 1968 quando si dimetterà per protesta verso l’ottusità dei professori di fronte alla contestazione studentesca). In realtà il formato tascabile ed economico inserisce il libro proprio nell’avventura meravigliosa delle librerie di gioventù e di letture da ragazzi, dei calcoli economici e dei pochi soldi (libri, proprio come in quel momento, da acquistare in bancarelle e rigattieri e rivenduglioli). Appena sotto la nominazione, nella stessa pagina, un’aggiunta, sempre autografa, ma drammatica: «quota 208 Sud, 23 settembre - 14 ottobre 1916».

Si tratta di un libro di guerra e di trincea, un tascabile di lettura al fronte, fa parte di quella mitologia (tutti abbiamo in mente quel passo del Diario di guerra e di prigionia in cui Carlo Emilio Gadda rinviene in mezzo al fango in una malga abbandonata dagli odiati tedeschi un piccolo esemplare in tedesco dei Promessi sposi uguale a quello che legge sua madre, con dunque la scoperta che un soldato tedesco, il nemico, è andato in guerra come lui con il libro del Manzoni nello zaino, nella stessa devozione e modalità materne. In un attimo il concetto di nemico si sgretola).

Dunque quello era un libretto dalla guerra. Poco sotto quelle annotazioni topografiche (quota 208 Sud), stessa scrittura ma con una chiara annotazione di anni dopo, con data 28.IX.1966, come nell’aver ripreso in mano, per custodia e probabilmente per un progetto di memorie, il libretto, porta scritto e spiega: «La macchia sulla copertina è provocata dal sangue del mio portaordini Pasquariello rimasto ferito il 10 ottobre 1916 alla quota 208 Sud, sul Carso. Era stato colpito da una pallottola di shrapnel, fortunatamente di striscio. Per la paura, però rimase muto per qualche minuto. Mi portava l’ordine di muovere alla conquista della quota». Quella che mi era parsa una lordura era addirittura una reliquia.

Questo modestissimo libretto portava in realtà, nella sua povera cifra, una dose di vita e storia e tempi e testimonianza da renderlo una apparizione. Pieno di segni significanti e portentosi. Gravido di tracce. In primo luogo mi metto alla ricerca, lì sul posto, di altri possibili volumi: il segno di riconoscimento, comprendo, è la livrea elegante e preziosa, come una custodia (ora capisco), della legatura. Chiedo anche al bancarellaro dove stia il resto di quella biblioteca e se è tutta lì o ancora c’è altro da portare o in giro, ma apprendo che trattandosi di volumi modesti, tutti tascabili e ristampe, se li sono divisi tra librai e bancarellari diversi, da smaltire in fretta per bancate e angoli da un euro, o da vendite a peso.  Capire come sia possibile che una tale biblioteca sia finita sulle bancarelle del mercato non è difficile: nel recupero di archivi e materiali non bisogna mai commettere l’errore di avere gerarchie, tutto può rivelarsi significativo e in questo caso l’errore era stato commesso: distrazione e non curanza di fronte all’apparenza dei testi e quando bisogna sempre partire dal presupposto che “tutto è prezioso”. In questo caso ero davanti ad una libreria da “ragazzo” e  “studente universitario” (Ghisalberti interrompe gli studi Universitari per partecipare alla prima guerra mondiale) con tutte edizioni dozzinali e non degne di interesse da questo punto di vista, ma inestimabili e uniche per la storia e vita che incarnavano.

Tutti i ritrovamenti che al momento sono riuscito a compiere confermano la pratica di registrare da parte del Ghiasalberti sui suoi libri di lettura momenti, situazioni (a iniziare da dove il libro è stato acquistato, o da chi lo ha avuto in regalo e l’occasione, la vicenda che vi si lega: ma soprattutto ci si conferma che avesse ripreso in mano tutte quelle “letture” di trincea per ripercorrere su quelle annotazione e sui segni quel momento e una narrazione memoriale e straziante di quel tempo).

Riporto alcuni di questi ritrovamenti, ognuno come un momento vivo e luminoso, in questo sogno di riunire ciò che si è disperso e di poter ripristinare questo insieme.

Dopo il Dorian Gray di Wilde, una copia di Per la più grande Italia di Gabriele D’Annunzio, Fratelli Treves Editori, Milano 1915. Annotazione sempre con luogo e data dell’ex libris «dai libri di Amghisalberti, in Modena, il XV luglio MCMXV». E poi l’appunto memoriale: «Questo esemplare, sconciato dal legatore, è dell’edizione originale, acquistato sotto i portici di Modena, dopo un mese dall’ingresso mio e dei miei compagni di Università nella “Scuola militare”, per compiervi quello che noi chiamavamo: “I° corso allievi cadaveri”. Erano con me Amerigo Rotellini, Cesare Segni, Attilio Cosattini, miei colleghi d’Università, morti poi sul campo.»

Amerigo Rotellini, nato il 2 maggio 1894, morirà sull’Altopiano della Bainsizza il 26 agosto del 1917. Esiste una pubblicazione in sua memoria, anche questa rinvenuta, non a caso, nella biblioteca di Ghisalberti e certo acquisita per affetto e cura: In memoria di Amerigo Rotellini, Stabilimento Tipografico Garroni, Roma s.d.. Vi sono riportate tutte le lettere dal fronte alla madre, la quale aveva fatto di tutto per impedire che il figlio si arruolasse volontario. «Gli idealisti» - le scrive - «non sono mai divenuti re del petrolio e padroni economici del mondo: ma se non ci fossero i matti e i poeti il mondo sarebbe e rimarrebbe sempre per tutti la più nauseabonda fanghiglia che si possa mai concepire». Morto a 23 anni.

Nessuna notizia degli altri, eccetto per Cosattini, di cui non sappiamo data di nascita, ma luogo e data di morte: Col di Lana, 23 dicembre 1915. Figlio del Preside del Liceo Berchet di Milano: nel 1927 gli sarà intitolata un’aula dell’Istituto. In un libro del Ghisalberti era conservato l’invito alla cerimonia.

Così, su un esemplare, si tratta sempre di una ristampa e di un tascabile, de La Leda senza cigno, ancora di D’Annunzio (Ghisalberti stesso in un’altra nota ricorda che come giovani e soldati erano tutti malati di “dannunzite”), il frontespizio, oltre al consueto appunto di possesso e occasione e luogo e tempo di acquisizione («dai libri di Amghisalberti, il 22 settembre 1917 San Giovanni di Manzano») a piè pagina porta un appunto, tra parentesi, di memoria della provenienza  del libro : «(dono di mia zia Luisa)». Nel risguardo, poi, un lunghissimo pro-memoria legato al periodo e alla località di San Giovanni di Manzano (ci troviamo a pochi chilometri da Dolegnano e da Villa Trento): «Dopo l’offensiva sulla Bainsizza, dell’agosto del ’17» [sono i giorni dell’undicesima battaglia dell’Isonzo, sanguinosissima], la brigata “Potenza” era scesa a riposo nella pianura. Da Dolegnano, ove era attendato il 271° fanteria/la brigata era ternaria/, mi spingevo spesso in bicicletta alla non lontana San Giovanni di Manzano, dove una gentile signora inglese, Mirren Watson, e sua figlia Christabel, che avevo conosciuto a Roma in casa Bottai, tenevano un posto di ristoro per soldati di passaggio. Nel vicino ospedale di Villa Trento» [per intenderci: si tratta del mitico ospedale di cui si racconta e che viene rievocato in Addio alle armi] «prestavano servizio lo storico Trevelyan e l’archeologo Ashby: per me e per il mio collega tenente Arnulfo, morto poi in prigionia, San Giovanni di Manzano era un’oasi di serenità e di cultura, che ci consentiva di salvarci dall’atmosfera di banalità e di gagliofferia» [identica lamentela che abbiamo imparato a conoscere dal Diario di guerra e di prigionia di  Gadda] «imperante tra gli ufficiali del III battaglione del reggimento. A Caporetto, poi, fecero tutti il loro dovere, ma in quei giorni, tra la dissenteria amebica, che stroncava il reggimento, la pignoleria del generale Squillace, che comandava la divisione, e la meschinità dei colleghi, san Giovanni di Manzano era il porto della salvezza».

Ancora due D’Annunzio: Sogno di un Mattino di Primavera, Fratelli Treves editori, Milano, settimo migliaio, che porta il solito ex libris e la data 29 settembre 1918, e il luogo, Treviso, con l’annotazione bibliofila: «Acquistato in una rapida corsa a Treviso dopo l’ultimo turno di linea a Zenson di Piave, quando era cominciato anche per la nostra brigata, la “Potenza”, l’addestramento al passaggio dei corsi d’acqua per l’offensiva prossima di Vittorio Veneto».

E L’armata d’Italia, Carabba editore, Lanciano 1915. Libro acquistato a Padova il 5 ottobre 1915 dopo la nomina a ufficiale (14.IX.1915) e l’annotazione tragica: «il 20 ottobre partenza per il fronte».

La memoria e l’appunto memoriale sono sempre legati al libro, anzi è proprio il libro che permette la riuscita mnemotecnica. Ghisalberti intraprende a raccontare la sua guerra, e la guerra, avendo come puntelli, parapetti, i libri del fronte, le letture del giovane che era, e le oasi di poesia; come il caso della macchia di sangue sulla copertina, il confronto tattile e di pressura fisica del libro (talismano e protezione) permette la rammemorazione. Come si vede sono libri da “studente”: portici, bancarelle, doni la provenienza, a costituire il capitolo di tutta una storia di letture e grandi biblioteche di giovinezza ancora da fare (a cominciare dal Portico della morte di Pasolini a Bologna, come uno dei luoghi più felici, per le bancarelle di libri, della sua memoria).

Al momento il recupero di questa biblioteca di guerra e di trincea e di gioventù è ancora in corso, come detto i bancarellari si dividono tra loro la merce inerme e numerosa e di valore modesto, che dunque viene disseminata in diverse piazze e località. Cosa è andato perso è impossibile saperlo. Ultimissimo recupero in ordine di tempo, del tutto casuale, in un mercatino addirittura a Monterotondo: una edizione della Germania di Tacito, quella nella traduzione di Marinetti,  della “Collezione Romana” Istituto Editoriale Italiano: l’esemplare presenta il  solito ex libris («Amghisalberti») ma  porta la data del 1928 (dunque di molti anni dopo e di altro periodo) con però tutte sottolineature di lettura di mano di Ghisalberti di passi e momenti in cui nel racconto Tacito  accenna alla libertà, alla perdita della libertà, o al resistere e combattere,  da costituire in maniera evidente una sottotraccia di preoccupazione, di cure e ansie del momento, di un presente, nella lettura, in un’ orizzonte di oscurità e orrore che avanza, di cui Tacito e il suo testo si fanno guida e luce ( la storia poi  personale di Ghisalberti , prima di clandestinità  e poi di partecipazione alla resistenza antifascista, ne sarà  la conferma).

In una missiva, ancora inedita, del 13 dicembre 1977, si definisce “amatore e divoratore di libri” e questi libretti costituiscono un armamentario per una mitologia del libro e del leggere di giovinezza.

Dunque una biblioteca irrilevante a livello di preziosità di volumi, una biblioteca solo di lettura e di “formazione”, destinata al macero e alla dispersione e svendita, si rivela tra le più suggestive e momento centrale nell’archivio Ghisalberti e ancor di più in una storia ancora tutta da fare della lettura e dei libri d’Italia. In questo caso trascuratezza e pregiudizio (si trattava di libretti, di roba scolastica e di un momento privato del proprietario) ha ingannato chi si è occupato dello smantellamento e non ha visto i segni dimessi o celati della narrazione di una intera generazione andata a morire che conteneva. È incredibile che questi libri si siano salvati dalla guerra e dalla trincea e non dall’incuria involontaria di eredi o responsabili della catalogazione e salvazione del lascito. Ma proprio questo è di avvertenza: spesso il tesoro non appare e ciò che non è riconoscibile si rivela o mostra addirittura solo dopo che lo si è perduto.

Né è servito distinguerli con rilegatura delicata, o radunarli, come è facile immaginare, in vista di un libro di memorie. Ghisalberti pubblica nel 1982 per le edizioni dell’Ateneo di Roma un breve ma prezioso testo di memorie che molto deve ai suoi appunti libreschi: Ricordi di uno storico allora studente in grigioverde (guerra 1915-18), ma non è ovviamente nulla di paragonabile alle tracce di sangue o alle annotazioni dell’ora presente contenute nelle modeste e sporche pagine di guardia degli esemplari portati sul fronte.