Le carte degli scrittori al Centro Manoscritti dell’Università di Pavia
Nicoletta Trotta
RIASSUNTO: L’articolo offre notizie sul Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia (Centro Manoscritti), uno dei maggiori centri di raccolta di archivi letterari novecenteschi italiani, nato nel 1973 dalla lungimirante idea di Maria Corti (1915-2002), docente presso l’ateneo pavese.
Attraverso alcuni esempi si illustra il ricco e vario patrimonio del Centro costituito dalle carte di moltissimi tra i maggiori autori della letteratura italiana del secolo scorso, come manoscritti e dattiloscritti delle loro opere, lettere, sceneggiature, ma anche disegni, biblioteche d’autore e alcuni cimeli; con cenni sulle attività culturali del Centro come la recente mostra “Scartafacce”.
ABSTRACT: The article presents information on the University of Pavia’s “Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei” (Center for studies on the manuscript tradition of modern and contemporary authors -Centro Manoscritti), one of the major collection centers of twentieth-century Italian literary archives, established in 1973 from the far-sighted idea of Maria Corti (1915-2002), Professor at the University of Pavia.
Through some examples, the rich and varied heritage of the Center is illustrated through the papers of many of the major authors of Italian literature of the last century, such as manuscripts and typescripts of their works, letters, screenplays, but also drawings, author's libraries and some memorabilia; the article references also the Centre's cultural activities such as the recent "Scartafacce" exhibition.
KEYWORDS: literary archives – manuscripts- Italian literature- Maria Corti - University of Pavia
Il titolo di questo convegno, Carte e memoria, mi suggerisce di citare un passo del libro Ombre dal Fondo di Maria Corti[i] dove a p. 87 si legge:
«Al di là degli eventi che passano, le Carte durano, ciascuna con la sua minuscola storia e vivono in quella che Borges chiama la nostra "quarta dimensione, la memoria". E quando anche noi ce ne andremo, loro le Carte resteranno lì e non sapranno mai che non ci siamo più».
L’archivio del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia deve la sua fondazione proprio a Maria Corti (1915-2002), docente dell’ateneo pavese, filologa, studiosa di fama nazionale e internazionale, anche scrittrice in proprio: a lei spetta una sorta di primato cronologico per aver realizzato alla fine degli anni Sessanta il primo progetto italiano di raccolta delle carte dei poeti e degli scrittori del nostro Novecento dando vita al Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei presso l’Università di Pavia.
Va tenuto presente che a quell’epoca lo scenario era ben diverso dall’attuale perché non vi era in Italia attenzione per questo tipo di testimonianze contemporanee letterarie da parte delle istituzioni pubbliche demandate alla tutela e alla conservazione del patrimonio bibliografico nazionale.
L’iniziativa di Maria Corti fu propiziata dal dono che le fece Montale di alcuni taccuini, contenenti prime stesure di sue poesie, come quello su cui è stesa la celebre lirica Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale dedicata alla moglie Drusilla Tanzi, la Mosca, morta nel 1963: raccontava la stessa Corti, e lo ha anche scritto, che questa «circostanza specifica [il dono di Montale] fece da catalizzatrice all'idea più volte vagheggiata di raccogliere testimonianze della poesia contemporanea»[ii].
E fu così che Maria Corti con intelligente lungimiranza incominciò a raccogliere presso l’Università di Pavia le carte degli scrittori, carte che riuscì ad ottenere, soprattutto all’inizio, grazie ai suoi rapporti amicali, gettando le basi di una scommessa personale che, pur tra molte difficoltà, si sarebbe rivelata vincente.
Il riconoscimento ufficiale di questo singolare archivio degli scartafacci arrivò solo nel dicembre del 1973 (data dell’atto notarile di costituzione del Fondo Manoscritti): si trattava di un’operazione, per dirla ancora con le parole della fondatrice «inusuale, anzi in un certo senso del tutto nuova, tale quindi da disturbare la natura conservativa dell’istituzione e l’ordine del sistema costituito».
Nacque così un archivio di concentrazione dalla fisionomia nuova in cui fossero riuniti più fondi della stessa natura con l’evidente vantaggio di offrire agli studiosi la possibilità di lavorare di prima mano su una pluralità di carte anche di autori diversi e di permettere agli addetti ai lavori di elaborare riflessioni metodologiche sulla relativa conservazione e sui criteri di ordinamento e catalogazione.
Quest’anno ricorre dunque il cinquantesimo anniversario della costituzione del Fondo Manoscritti e per celebrarlo abbiamo organizzato a Pavia la mostra Scartafacce. Le mani i volti, le voci della letteratura italiana del ‘900 nelle collezioni del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia[iii] allestita al Palazzo del Broletto dal 10 al 29 ottobre scorso, la quale ha avuto un grande successo di critica e di pubblico. La prima sezione della mostra è quindi stata doverosamente dedicata alla fondatrice del nostro archivio, con particolare riguardo alle prime donazioni. Il racconto espositivo è stato poi articolato in sei sezioni ispirate alle categorie proposte da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane: leggerezza, rapidità, molteplicità, esattezza, visibilità e coerenza.
Possiamo anche dire che questa mostra ha realizzato quanto Maria Corti, nel suo libro Ombre dal Fondo, aveva ipotizzato:
«Forse la gente del futuro pagherà il biglietto di ingresso e andrà nei musei della scrittura a guardare i manoscritti come ora alle mostre dei codici miniati […] Una guida allora spiegherà alla gente riunita nelle sale del museo che un tempo nell’uomo c’era un rapporto diretto fra la sua oralità e la sua scrittura e quest’ultima proteggeva sul bianco della pagina l’individualità di chi aveva la penna in mano e produceva una personale propria grafia»[iv].
Noi non abbiamo fatto pagare il biglietto di ingresso, ma abbiamo aperto l’officina degli scrittori al pubblico più vasto ed eterogeneo, in un tempo come il nostro di scrittura immateriale: «è di quel mondo oggi a rischio di estinzione che questa mostra vuole raccontare l’epopea, rendendo quei grandi nomi della letteratura altrettanti testimoni autografi di un’epoca giunta probabilmente al tramonto”, ha scritto il presidente del Centro Manoscritti, Giuseppe Antonelli, nel testo introduttivo al catalogo della mostra.
Maria Corti è dunque partita in questa sua avventura conservativa e scientifica con un primo nucleo di carte di Montale, alle quali si sono aggiunti materiali di Gadda della novella La Madonna dei Filosofi e di Bilenchi.
Ho rinvenuto nel nostro archivio una lettera che costituisce la prima testimonianza scritta del progetto cortiano, sul costituendo fondo: il 18 dicembre 1968 Maria Corti nel ringraziare Romano Bilenchi per lo stupendo dono del volume Mio cugino Andrea fittamente postillato, riposto «nell’armadio dei preziosi sicché il testo è ormai sistemato per attraversare il futuro», scriveva: «Se per caso avesse altri inediti o pezzi manoscritti di cose edite, non meglio sistemati, tenga presente l’armadio cassaforte del mio Istituto, dove aspiro a conservare per le nuove generazioni di studenti quel tanto (e non è poi molto) che del nostro secolo va salvato in letteratura».
E fu così che con l’avallo di autori della statura di Montale, Gadda e Bilenchi e grazie allo strenuo ed appassionato impegno di Maria Corti, il Fondo pavese si arricchì progressivamente delle carte autografe di numerosi autori, tra i più prestigiosi protagonisti del nostro Novecento letterario.
Fra coloro che per primi aderirono all’iniziativa pavese, consegnando direttamente alla studiosa i propri “scartafacci” negli anni Settanta del secolo scorso, voglio ricordare Italo Calvino col manoscritto della Speculazione edilizia, Franco Fortini con il poemetto La poesia delle rose riccamente costellato di disegni, e ancora Paolo Volponi, Vittorio Sereni, Andrea Zanzotto, Alberto Arbasino, Mario Luzi, Luigi Malerba, Alberto Moravia, Antonio Porta, Maria Luisa Spaziani, e Cesare Zavattini. Tra le scrittrici si aggiunse poi anche Natalia Ginzburg col manoscritto di Lessico famigliare, scritto di getto, «come posseduta dal demonio».
Le fisionomia del Fondo Manoscritti divenne ben presto quella di un centro privilegiato per la ricerca sulla tradizione letteraria novecentesca tanto che nel 1980 gli fu ufficialmente affiancato un “Centro di ricerca” (oggi Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei), con lo scopo di integrare la raccolta delle carte autografe e garantirne la consultazione da parte di studiosi italiani e stranieri; promuovere l'ordinamento dei materiali secondo criteri filologici e archivistici; dare impulso alla ricerca storica, filologica e linguistica sulla letteratura dell'Ottocento e del Novecento; organizzare manifestazioni culturali quali seminari, congressi, mostre; effettuare scambi scientifici con altri enti di ricerca nazionali e internazionali pubblici e privati.
L’interesse iniziale di Maria Corti era principalmente puntato, come si può immaginare, sulla ricerca filologica, ma è stato inevitabile che intorno al Centro si sviluppasse anche una rinnovata coscienza archivistica. La tutela, l’ordinamento e lo studio dei fondi contemporanei di interesse letterario non potevano non sollevare questioni complesse tali da richiedere un’approfondita riflessione critica anche di ordine metodologico. Si è rivelata necessaria la collaborazione di figure professionali diverse, dei filologi e storici della letteratura accanto agli archivisti e ai bibliotecari.
Il corpus delle raccolte custodite nel Centro pavese si presenta oggi compatto e rilevante: sul sito del Centro Manoscritti alla pagina Archivi letterari si può consultare il censimento dei complessi archivistici da noi conservati[v]: sono circa duecento i fondi d'autore, all’interno dei quali si trovano migliaia di fogli manoscritti e dattiloscritti di opere letterarie, alcune sceneggiature ma anche carte eterogenee di carattere privato dove la dimensione privata si intreccia con quella pubblica come nei diari di Indro Montanelli o quello di Elio Vittorini del 1937 in parte cancellato per motivi politici.
I nostri archivi letterari sono poi ricchissimi di epistolari, come la maggior parte degli archivi di persona: il più vasto è quello diretto a Silvio Guarnieri che conta oltre diecimila unità epistolari. Conserviamo anche epistolari molto particolari addirittura scritti in codice: è il caso delle lettere scritte dal giovane Dino Buzzati, quindicenne, al compagno di liceo, e poi amico di una vita, Arturo Brambilla, in un alfabeto pseudo geroglifico, da loro inventato, dopo essersi appassionati alla storia antica dell’Egitto. Suggestive anche le lettere di Gio Ponti indirizzate alla contessa milanese Bianca Borletti, dove il segno iconico si intreccia col segno verbale.
A fianco delle carte letterarie custodiamo anche documenti personali come pagelle (encomiabile quella di Luigi Meneghello dove compare “lodevole” in tutte le materie scolastiche!), materiale iconografico (conserviamo disegni d'autore di Alfonso Gatto, di Eugenio Montale, di Amelia Rosselli), spartiti musicali, moltissime fotografie che son state digitalizzate e con filigrana si possono consultare nella Digital Library dell’Area beni culturali dell’Università di Pavia[vi].
Il nostro Centro conserva archivi assai consistenti che rappresentano la totalità (o quasi) della documentazione superstite di molti scrittori, tale comunque da illustrare l’intero percorso della loro attività letteraria e culturale; di altri autori invece custodisce materiali relativi ai percorsi elaborativi di singole opere come i già citati Gadda e Calvino.
Un caso interessante è costituito dal fondo Montale: il poeta continuò a donare alla Corti proprie carte dal 1969 al 1980 e molti anni dopo la sua morte il fondo a lui intestato è stato incrementato grazie alla generosissima donazione della sua governante, Gina Tiossi che a partire dal 2004 ha voluto cedere i materiali montaliani in suo possesso al nostro Centro: manoscritti, lettere alla Mosca e a lei stessa, volumi, preziosissime prime edizioni delle opere del poeta impreziositi da dediche autografe, disegni, quadri, e persino cimeli come la sua macchina da scrivere, l’Olivetti “lettera 22” e l’upupa impagliata, «l’ilare uccello calunniato dai poeti» donata al poeta dall’amico Goffredo Parise, cui il poeta era molto affezionato.
Tra i fondi più cospicui voglio citare quello di Umberto Saba di cui si conservano manoscritti e dattiloscritti dell’opera poetica (comprese alcune edizioni del Canzoniere fittamente postillate e interfogliate che attestano una sorta di nevrosi variantistica), dell’opera in prosa, carteggi, un’abbondante raccolta bibliografica ed anche i cataloghi della sua libreria antiquaria.
Molto corposi anche il fondo Salvatore Quasimodo, il fondo del poeta Alfonso Gatto ricchissimo anche di materiale iconografico (abbiamo addirittura gli sportelli dipinti dal poeta per l’armadio del figlioletto Leone), quello dello scrittore Carlo Levi e quello della poetessa Alda Merini che Maria Corti ha seguito «da lontano e da vicino per quasi mezzo secolo»: a lei la Merini consegnò fra 1979 e 1980 un insieme di testi che, dopo vari rifiuti degli editori, proprio la Corti riuscì a far pubblicare nel 1984 col titolo La terra Santa, da Scheiwiller dopo un’anticipazione in rivista.
Tra i complessi archivistici più corposi cito ancora quelli di Guido Morselli, di Ottiero Ottieri e di Giorgio Manganelli. Imponente l’archivio di Luigi Meneghello, racchiuso in ben 80 scatole da conservazione: esso dimostra quanto Meneghello fosse un “archiviomane”, nel senso più profondo: non si tratta in questo caso solo di conservare tutto meticolosamente, ma l’autore plasma e riplasma il suo archivio, come ha studiato Chiara Lungo[vii] che per anni si è occupata della catalogazione delle carte di Meneghello custodite dal Centro.
Molto ricco anche l’archivio del poeta Raffaello Baldini di più recente acquisizione, depositato nel 2919 al Centro dai figli del poeta, il quale utilizzava davvero qualsiasi supporto per fissare i primi abbozzi dei suoi versi, come vario materiale pubblicitario, scontrini, frammenti di quotidiani e addirittura foglietti di carta igienica: materiali questi che a buon diritto sono entrati nella sezione Leggerezza della mostra Scartafacce, dedicata ai vari supporti occasionali, anche i più curiosi, su cui si sono adagiate le parole degli scrittori, secondo la regola cantata da Montale nella poesia Le Parole: il cartoncino del medicinale usato in una notte dell’aprile 76 dal poeta Andrea Zanzotto per vergare l’abbozzo della poesia Ill Ill, confluita nella raccolta Galateo in bosco, o gli appunti fissati da Luigi Meneghello sui pacchetti delle sigarette inglesi, quando insegnava all’università di Reading.
Infine voglio citare il corposissimo archivio di Alfredo Giuliani, ma rimando all’intervento di Federico Milone a questo stesso convegno: aggiungo solo che in questo caso si è realizzata la felice aggregazione di carte e libri perché conserviamo non solo le carte di Alfredo Giuliani ma anche la sua ricchissima biblioteca: una preziosissima raccolta di oltre 16 mila volumi alcuni con edizioni anche rarissime e moltissimi volumi postillati, o impreziositi da dediche, dei quali si occupa il progetto AMARGINE che vede coinvolte le Università di Genova, di Pavia e di Torino.
Quella di Giuliani non è l’unica biblioteca d’autore: prima ad arrivare, nel 1991 fu la biblioteca di Giorgio. Manganelli, costituita da 18 mila volumi, poi quella di Roberto Sanesi con i suoi 6 mila volumi e da ultima anche la biblioteca della poetessa Jolanda Insana, oltre che naturalmente quella di Maria Corti.
Tornando alle carte, dirò che il Fondo pavese raccoglie documentazione relativa a un’area molto ampia di esperienze culturali, iscritte nell’arco cronologico degli ultimi due secoli. Alla fine 1980 il Fondo ha aperto le porte anche all’800: l’ingresso ottocentesco più ragguardevole è costituito da Ugo Foscolo di cui, grazie alla generosissima donazione di un collezionista privato, di professione medico, il prof Gianfranco Acchiappati, conserviamo 53 lettere di Foscolo, 78 di suoi contemporanei e una straordinaria raccolta di prime edizioni foscoliane, di assoluta rarità.
Accanto alle carte degli scrittori sono state accolte quelle degli studiosi (come il linguista Benvenuto Terracini, Maestro di Maria Corti, e il filologo Mario Casella), degli editori (conserviamo l’archivio della casa editrice milanese “La meridiana e quello della casa editrice romana “Novissima” di Rafele Contu), archivi di riviste («Il Convegno», «Il Gulliver» , «Officina», «Alfabeta»), materiale che riguarda la musica (nel fondo del librettista Arturo Rossato), altro ancora relativo al teatro (come il fondo del commediografo Federico Zardi),al cinema (ad esempio le sceneggiature di Tonino Guerra), e abbiamo persino un’appendice scientifica rappresentata dalle lettere del Premio Nobel Rita Levi Montalcini che conobbe Maria Corti e volle farle avere il suo epistolario con il collega Viktor Hamburger su un’importante coperta scientifica.
Naturalmente oltre ad assicurare una corretta conservazione dei materiali, la loro catalogazione (con il software Archimista di Regione Lombardia) e anche la loro digitalizzazione, i fondi sono messi a disposizione degli studiosi che ne facciano motivata richiesta. Particolare attenzione la rivolgiamo alle scuole, offrendo a classi delle superiori visite guidate e attività didattiche su alcuni autori di cui il Centro custodisce le carte.
Mi piace concludere con un’ultima citazione dal libro Ombre dal Fondo:
«Non si ritrova più il vecchio Fondo degli anni Settanta né l’armadietto, memorabile segnatempo, in cui hanno avuto precaria sede per alcune stagioni i primi manoscritti. Ora il Fondo assomiglia a un museo, anche se la similitudine non sempre risulta esatta. Ha grandi sale visitate da molti studiosi, dove la sera nello scenario vuoto niente più si muove e regna appunto l’ordinata solitudine del museo»[viii]. Un museo, però, di carte che hanno ancora molto da raccontare.
[i] Maria Corti, Ombre dal Fondo, Torino, Einaudi, 1997 ristampato nel 2022 con prefazione di Mauro Bersani.
[ii] Maria Corti, Nota introduttiva al catalogo del Fondo Manoscritti di autori contemporanei, a cura di G. Ferretti, M. A. Grignani e M. P. Musatti, Torino, Einaudi, 1982, p. IX.
[iii] Scartafacce. Le mani, i volti, le voci della letteratura italiana del ‘900 nelle collezioni del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia, con le fotografie di Carla Cerati, a cura di G. B. Boccardo, F. Francucci, F. Milone, G. Panizza, N. Trotta, Novara, Interlinea, 2023.
[iv] Maria Corti, Ombre dal Fondo, p.24.
[vi] https://www.bibliotecadigitale.unipv.eu/
[vii] Chiara Lungo, Un «fanatico bisogno di ricostruire». Luigi Meneghello e il suo archivio, in L’autore e il suo archivio, a cura di S. Albonico e Niccolò Scaffai, pp. 143-155.
[viii] Maria Corti, Ombre dal Fondo, p. 131.
