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Archivio Tomaso Binga

L’importanza di un archivio di una artista donna

Benedetta Carpi De Resmini

 

L'archivio rappresenta una componente cruciale nella struttura della società, svolgendo un ruolo fondamentale nella conservazione, nell'organizzazione e nell'accesso alle informazioni nel corso del tempo. Agisce come custode della memoria collettiva e della conoscenza, preservando documenti, immagini, suoni e altri materiali che costituiscono la trama della storia umana ed in questo caso dell’arte contemporanea. Gli archivi non sono semplici depositi di documenti, ma veri e propri centri di studio, apprendimento e approfondimento. A maggior ragione nel mondo dell’arte, il ruolo dell’archivio diventa essenziale per la documentazione, la conservazione, la tutela e la valorizzazione dell’opera di artiste donne. Storicamente complesso e spesso ritenuto anche secondario; il ruolo della donna artista è stato, e purtroppo è ancora oggi in alcuni casi, considerato non di pari importanza rispetto all’uomo artista. Preservare la memoria delle donne artista attraverso gli archivi diventa quindi oltre che una battaglia ed una sfida, una vera responsabilità morale e sociale. Soprattutto, per artiste come Bianca Menna che con la loro opera hanno mosso passi decisivi e rigorosi in una cultura maschilista e diffidente e si sono trovate costrette a lottare per sfatare stereotipi sessisti e a impegnarsi il triplo per posizionarsi in una struttura sociale viziata da condizionamenti ideologici atavici, l’archivio è fondamentale.

Il nome: Bianca Pucciarelli Menna alias Tomaso Binga

Bianca è conosciuta come Bianca Pucciarelli Menna (moglie del famoso critico, Filiberto Menna) oppure con il nome Tomaso Binga. Questo nome ha un valore particolare, è un nome maschile provocatoriamente scelto nel 1971 e incarna molte delle istanze poetiche e delle urgenze espressive che le artiste hanno cercato di portare avanti in quegli anni. Questa scelta operata per scardinare il mondo dell'arte dall’interno, (solitamente appannaggio maschile) passando attraverso un'identità sessuale mascherata (un tema che ricorre in tutta la sua opera), è iniziata con una demistificazione della differenza tra i sessi nella scrittura e nel linguaggio. A tal proposito l’artista in occasione del riconoscimento alla carriera del premio a Elio Pagliarani[1], dichiarò:

«Quando ho scelto di assumere un nome maschile e dunque di uscire allo scoperto l’ho fatto anche per creare un rapporto di partecipazione tra livello culturale e livello personale. Da una parte infatti l’assunzione del nome Tomaso rimanda immediatamente alla figura di Filippo Tommaso Marinetti e dunque alla prima grande avanguardia storica, il Futurismo: nome assunto e anche un po’ canzonato, avendolo adottato e privato di un fonema. Dall’altra, e dunque da una angolazione più intima, Binga è il mio nome, Bianca appunto: ma così come lo pronunciavo da bambina. Ho iniziato a lavorare nel campo artistico fin dai primi anni Sessanta, ma sono uscita allo scoperto solo nel ’71, proprio nel pieno del fervore femminista».

Uno pseudonimo che col tempo si è fuso quasi indissolubilmente con la sua persona, espressione che Bianca utilizza per porre allo scoperto il privilegio maschile che impera nel mondo della cultura e dell’arte. L’archivio dunque, costituitosi a marzo del 2023, ha scelto questo nome e non Archivio Binga Menna o altro, per portare con sé anche quelle istanze per cui Bianca ha lottato e continua ancora oggi a lottare.

L’opera

Fig. 1 Oggi spose, 1977

Stampe fotografiche b/n

2 elementi: cm 19 × 13 (ciascuna)

Proprietà l’artista

© Archivio Tomaso Binga

Bianca è esponente della poesia visiva e sonora, della poesia e della parola performata ha rivoluzionato il mondo dell’arte contemporanea femminile, amplificando sé stessa e l’altro da sé, amplificando e addirittura sposando il sé persona ed il sé artista (Oggi spose, 1977 fig.1). L’opera di Bianca/Tomaso indaga le immagini, le forme, le parole e le azioni diventando il principale dispositivo di protesta che deve essere trasmesso alle generazioni future. Benché manchi una mappatura sistematica e a largo raggio sull’opera dell’artista ritengo che la progettazione di un suo archivio sia nata nel momento stesso in cui abbia iniziato a firmarsi Tomaso Binga ossia nel 1971 in occasione della sua prima mostra intitolata L’oggetto reattivo alla Galleria Studio Oggetto di Caserta.

Un archivio generalmente nasce per custodire la parola e il pensiero di un artista, per questo ritengo che non ci sia forma e luogo più appropriato che l’archivio per conservare e preservare l’opera di Bianca. Infatti la pratica della scrittura, che ha segnato tutto il percorso artistico di Tomaso Binga, ha trovato nell’uso della parola, del gesto e del corpo, un suo esito organico.

 Una sua dichiarazione di poetica, urlata attraverso i megafoni, esplicativa del suo lavoro di quegli anni recitava così: «Non sono un uomo / Non sono una poetessa / Scrivo ma non so leggere / Il mio corpo è anche il corpo della parola»; e ancora: «Contro il costume che attribuisce un significato maschile al lavoro dell’artista, io sono una cartuccia e va…sparata!».

Bianca ci ha insegnato ad immaginare l’archivio non come luogo polveroso e antico ma come spazio custode di quell’ ‘arma’ per costruire il nostro domani. Guardare al passato per inventare il futuro.[2] Nasce quindi con lo stesso intento dirompente l’Archivio sottoscritto e firmato dall’artista a quasi 50 anni da quanto scrisse Io sono una carta (1977)[3].

Il suo lavoro si distingue non solo per una instancabile capacità di sperimentazione e nuova provocazione, ma per quella speciale coerenza, di cui è ideatrice e attrice.

L’archivio: custode della memoria e della conoscenza

La costituzione dell’archivio sottoscritta dall’artista e dai familiari che ne custodiscono la memoria diventa quindi il laboratorio e la fucina per studiare il passato, comprendere il presente e pianificare il futuro attraverso la creazione di una documentazione organizzata, e sistematizzata.

Tomaso Binga ha prodotto le sue opere utilizzando diverse tecniche e i più svariati mezzi espressivi. Per tale ragione la rassegna e la classificazione del patrimonio dell’artista è un’operazione di infinita delicatezza. Il corpus di opere racchiude in sé: azioni/performance, poesie, collage, disegni, polistirolo, installazioni legate tutte alla combinazione di parola e corpo, di poesia e arte figurativa, di scrittura e performance.

Vorrei sottolineare come le azioni / performance trovano la loro principale caratterizzazione nella contingenza e transitorietà dell’intervento stesso, delle azioni corporee, della gestualità rituale. Un elemento di riflessione importante su questo tema, rimane però ancora oggi la correttezza dell’archiviazione di opere performative ed effimere in generale. Molti ritengono che archiviare la non oggettualità, ossia opere che nascono per essere transitorie, costituisca un ossimoro. Per Tomaso Binga tale interrogativo non sembra sia stato mai rilevante, in quanto l’artista ha fin da subito manifestato   la necessità di tramandare e eternare ogni singolo processo performativo. Ricordiamo la serie di fotografie scattate dall’architetto e fotografo Antonio Niego per la performance di Casa Malangone definite da Binga stessa come un’analisi interpretativa dell’architetto Niego. L’artista in occasione dell’installazione a Casa Malangone, Io sono una carta, nel 1977 è colta in ogni singolo momento dell’allestimento. Le fotografie restituiscono infatti le componenti performative che caratterizzano l’opera, da cui è stato tratto poi il libro fotografico d’artista nel 1977 dal titolo quanto mai attuale …& non uscire di casa.[4]

Al di là del dibattito sull’etica della catalogazione di queste determinate opere dobbiamo dire che le prime performance di Binga possono essere analizzate e rilette unicamente grazie e soprattutto alle fonti fotografiche che hanno permesso di studiare e approfondire una vicenda importante nel suo lavoro.

Della prima video performance Vista Zero, eseguita il 24 settembre del 1972 in occasione della pionieristica mostra di video arte Circuito chiuso-aperto/Video Tape Recording resta traccia nei videogrammi dell’azione. Alcune fotografie inedite infatti documentano in maniera sorprendente quanto all’epoca il video fosse per Binga un medium congeniale. Purtroppo di questo rimane traccia solo in alcuni fotogrammi in quanto i videotape sono andati dispersi. Risulta comunque chiaro come il video fosse fondamentale per l’artista, in quanto viene ritratta difronte alla telecamera.

Nonostante Binga abbia sempre avuto un’attenzione alla documentazione, dobbiamo constatare quanto questo non rappresenti un unicum, infatti spesso i video documentari realizzati da artiste donne, sono per la maggior parte andati distrutti o smarriti al contrario di video realizzati negli stessi anni dai loro colleghi uomini.

In ultimo non dobbiamo dimenticare l’importante sodalizio con l’artista fotografa Verita Monselles con cui realizza le opere performance (Litanie Lauretane, 1976, Poesia Muta, 1977, Ti scrivo solo di domenica, 1978) in cui il corpo nudo, non si presenta nella flagranza dell’azione, ma è filtrato attraverso le fotografie scattate nello studio di Firenze della fotografa.

Dobbiamo quindi sottolineare quanto le fotografie, oltre alle lettere e alle interviste rilasciate, sono quindi fonti essenziali per ricostruire le azioni performative degli anni Settanta.

Un elemento sicuramente emerge da questa analisi l’urgenza di progredire con la conservazione, la promozione e la trasmissione dell’opera di Tomaso Binga.

La mission

L’archivio si configura dunque come un vero e proprio laboratorio di studio.

Tra gli elementi di fondamentale importanza, tra i compiti che l’archivio si prefigge di svolgere per diventare ora e nel futuro non un semplice oggetto culturale ma un vero e pulsante dispositivo di analisi, documentazione, studio, tutela e conservazione, si enunciano i punti dell’atto costitutivo:

  • esaminare, studiare, autenticare e documentare l’opera di Bianca Pucciarelli Menna detta Tomaso Binga;
  • operare una ricognizione delle sue opere attualmente presso terzi per le quali non sia stato ricevuto il prezzo di vendita e l’eventuale loro recupero;
  • raccogliere, catalogare ed archiviare tutta la documentazione relativa alla sua Opera ed alla sua Persona in vista della pubblicazione del Catalogo Ragionato;
  • diventare un laboratorio di studio e ricerca che favorisca la circolazione delle informazioni anche tramite l'ampliamento di un vasto archivio digitale in parte già costituito;
  • curare e promuovere la pubblicazione di documenti, saggi, cataloghi, lettere, bibliografie, opere letterarie, organizzare convegni e seminari, promuovere esposizioni ed iniziative rivolte alla divulgazione, valorizzazione e celebrazione della Persona e dell'Opera dell'Artista;
  • tutelare la Figura dell'Artista e difendere il suo patrimonio artistico dalle contraffazioni e dagli illeciti.

È importante sottolineare che questo corpus di opere e documenti si sta costituendo con l’intento anche di diventare la base solida e teorica di un catalogo ragionato di Tomaso Binga che si intende pubblicare nel 2026.

La redazione di un catalogo ragionato, così come la rassegna delle opere da catalogare, richiederà la collaborazione di storici dell'arte, curatori, conservatori oltre che dell’artista stessa. Il catalogo diventerà lo strumento per la comprensione e la protezione del suo patrimonio artistico e fornirà un quadro completo e affidabile delle opere realizzate. Nel catalogo la parola, seppur scritta e non performata, diventerà significato e significante. Alla parola scritta sarà affidato infatti il compito di descrivere, promuovere e tramandare l’intera produzione dell’artista. Ultimo ma non meno importante il catalogo diventerà base di studio, analisi, ricerca e controllo delle informazioni (provenienza, storia pregressa, proprietà intellettuale, localizzazione fisica) delle opere anche ai fini del loro inserimento nel mercato dell’arte. Questa pubblicazione servirà infatti per ogni processo di indagine e verifica che verrà condotto prima di un'acquisizione, una vendita o qualsiasi altra transazione significativa legata alle opere. A questo verrà affiancato un puntuale aggiornamento del sito internet che servirà come fonte di orientamento per coloro che intendono avvicinarsi all’opera di Tomaso Binga.

Passando in rassegna le notizie relative alle donne nell’arte e soprattutto alle molteplici figure di rilievo nella lotta per l’affermazione della donna in quanto tale e soprattutto della donna artista, ci rendiamo conto che purtroppo questa lotta non sia ancora terminata. Le donne, le madri, le artiste devono ancora districarsi nella ragnatela attanagliante e maschilista del mondo dell’affermazione e del riconoscimento. Il ruolo creativo, riconosciuto e documentato come tale, purtroppo rimane seppur in percentuale nettamente inferiore rispetto al passato ad appannaggio del mondo maschile. Per tale ragione si sente, nella nostra società e nel nostro tempo, forte la necessità e l’urgenza di far nascere nuovi archivi di documentazione e studio delle donne artiste.

L’augurio quindi che personalmente faccio all’archivio Binga, così come al resto degli archivi che tutelano l’opera e il pensiero delle donne artiste, delle donne creative è che questo possa diventare un punto di riferimento per le generazioni future, che questo possa continuare ad ispirare giovani artiste e artisti, che possa continuare ad emozionare ed istruire, che possa sempre portare avanti il pensiero e la dirompenza di Bianca Pucciarelli Menna e che possa sempre continuare a tenere vivo il fervore, l’urgenza e la sempre attuale opera di Tomaso Binga.

 

 

[1] M. Tosi, Tomaso Binga: parla l'artista. Premio Pagliarani, «Corriere Romagna», 29 Dicembre 2020

 

[2] Jacques Le Goff affermava «Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degl’individui che hanno dominato e dominano le società storiche.» J.Le Goff, Memoria, Giulio Einaudi editore, Torino 1982, p.4.

[3]              iO sOnO unA cArtA

 

iO sOnO unA cArtA a quadrettini

iO sOnO unA cArtA colorata

iO sOnO unA cArtA velina

iO sOnO unA cArtA strappata

iO sOnO unA cArtA assorbente

iO sOnO unA cArtA vetrata

iO sOnO unA cArtA opaca

iO sOnO unA cArtA perforata

iO sOnO unA cArtA trasparente

iO sOnO unA cArtA piegata

iO sOnO unA cArtA semplice

iO sOnO unA cArtA bollata

iO sOnO unA cArtA da imballaggio

iO sOnO unA cArtA da lettera

iO sOnO unA cArtA da parato

iO sOnO unA  cartA

iO sOnO  un   cArtone

un    cArtoncino

unA  cArtuccia

 

e vA spArAtAAAA!!

 

BUUUM!!

[4] T. Binga, …& non uscire di casa, (a cura di) M. Mussio, La Nuova Foglio Editrice, Pollenza-Macerata, 1977.