Del corpo e dello spazio e dello spazio del corpo.
Sollecitazioni su “Abiti di Carolina Mascolo”
Marilina Giaquinta
Butch Morris era un musicista che proveniva dal mondo del jazz e che, da quel mondo, aveva imparato l’importanza dell’improvvisazione nell’atto creativo. Fu così che, diventato direttore d’orchestra, col tempo e con uno studio indefesso, inventò un “lessico” nuovo, che poteva prescindere dalla notazione musicale, fatto di segni e gesti (“un vocabolario silenzioso”, è stato definito ) chiamato “Conduction”, una parola ibrida che contiene tutta la concezione artistica del suo inventore e che richiama non solo l’inclusione nell’atto del dirigere (con - duction), in cui il direttore, in un rapporto di maieutica reciprocità, stimola l’energia e l’immaginazione dei musicisti, li incoraggia a superare i propri limiti e a esplorare ogni possibilità, portandoli a rischiare se stessi nell’imprescindibile interazione con gli altri componenti dell’ensemble, ma anche, e forse sopratutto, il fenomeno della “conduzione” nella termodinamica. Proprio così. Perché la “Conduction”, un’arte che evolve continuamente e che matura nella contraddizione, nell’ambiguità, nell’incontro - come accade proprio nella vita - è, in primis, una “grammatica” del corpo.
Ecco, ho pensato a Butch Morris, alla sua arte di “stare nel momento”, alla sua visione della musica come “luogo condiviso”, alla possibilità di creare significati nella e dalla relazione, a un corpo che non si esibisce ma cerca empatia, quando ho letto “Abiti” di Carolina Mascolo ( Edizioni Ensemble ). Un titolo ossimorico che è già “svestizione”, svelamento, “tradimento” nel senso latino del termine - tradĕre (composto di tra -“oltre” e dăre “dare”) - e cioè “consegnare, affidare”, che, nella forma auto - riflessiva, che è la forma della raccolta - suona “consegnarsi, affidarsi”. Un titolo polisemico che contiene quello che Freud chiamava Motiv: l’abito come spazio del corpo, ma anche come verbo che trasforma lo spazio in un paesaggio intimo, sicuro, interno, stabilis, ( “Questa stanza diventa più piccola, ma non me ne andrò/ Questa stanza è tutto ciò che ho.”) divenendo, tuttavia e allo stesso tempo, un limite, una soglia, un orizzonte di eventi, che ci spinge a superare la claustrofilia/agorafobia dell’abitudine ( “nell’entusiasmo e nell’esitazione dei corsi e dei ricorsi, / ci si stanca.”), assecondando quel filogenetico nomadismo (Deleuze elogiava la forza nomade della stessa scrittura) che il sociologo Franco Cassano descrisse come “un non riuscire a stare mai a casa, anche quando se ne ha nostalgia e desiderio.”
Scrive, infatti, Matteo Chiavarone nella prefazione: “In questa breve raccolta di ventuno poesie senza titolo, l’esistere di Carolina si dipana, si risolve in uno “sconfinamento” continuo - da se stessa e dal mondo ( il suo e quello che la circonda )… È uno sguardo verticale … Si poggia sull’incedere quotidiano della vita, tra quelle pareti dell’esistenza in cui siamo costretti a vivere”.
“Io mi sconfino/...mi sconfino. ...” “Mi irradio al di là/ di queste pareti/che non sono mie...” “Semplicemente mi espando/ al di là di questo spazio/ che non è mio...” si legge tra i versi incipienti.
Perché l’”io” di “Abiti” è un io “cinetico” (“Sono sempre/ sulla soglia/ all’inizio/ di qualcosa...”), in moto perpetuo, in continuo divenire – oggi si parla di “diventità” - ( “Mi riconosco… in una serie di progetti che cambiano in continuazione… come si può scegliere se tutto è in continuo divenire?, e ancora:”Cambierò ancora/ cambierò in fretta...), e, per questo, discontinuo, contraddittorio, dimidiato e “dividuo” ( “Tutte le cose che sono … sono vere solo nelle ossa.”, e ancora: “Ho la perenne sensazione/ di perdere pezzi...”), e allo stesso tempo “pessoanamente” multiplo (“ … so che/ dovrò essere/ tantissime persone/ nelle quali/ poco a poco/ mi perderò.”), in perenne stato d’allerta, di fronte al costante pericolo di dissolvenza, è un “io” “extra-neo” e, per questo, alla labirintica ricerca dell’altro per riconoscersi, è il “caro io”, non quello di Kant ma quello di Frankfurt, cioè l’io” che “desidera ardentemente essere amato davvero e con intelligenza”, è un “io” che, per usare le parole citate dalla psicanalista Lella Revasi Bellocchio “attende il suo assediante”, lo nomina per renderlo sopportabile (“Il mio assedio inizia con la tua assenza.”), è un “io” freezato dal dolore e che, per questo, non può fare nulla se non stare ( “L’unica soluzione è restare, restare sempre.”) , è un “io” potenziale e acausale (“Ma senza mai/prenderne parte/ davvero”), è un “io” incompatibile che cade all’infinito e viola il principio di conservazione (“Cosa sta precipitando? Non ne ho idea,/ sono resti/ avanzi/ scarti/ di cose non mie/ che hanno però/ trovato posto/ dentro di me…”), è un “io” senza maiuscole ma allo stesso tempo estremo (“Ho fissato l’eterno...”), perché, come dice il genetista Boncinelli, “...tutto nella nostra mente ci spinge verso i valori estremi, che notiamo di più, ricordiamo meglio e ricerchiamo anche quando non avrebbe senso farlo. È un “io” che cerca un senso perché è proprio questo che distingue gli umani dagli altri mammiferi superiori, il “sense-making”, dare un senso al mondo di cui siamo, perché siamo mente ”embodied”, un sistema mente-corpo-mondo in continua evoluzione e reciproco e ricorsivo condizionamento. È un “io” che fallisce, che non funziona, proprio perché esiste, perché il fallimento non è altro che un’esperienza di rottura rispetto alla nostra umana “propensione alla conferma”; è un “io” che ha perso irreversibilmente qualcosa e/o qualcuno, proprio perché esiste, perché la perdita ci restituisce e fa emergere, sempre e ogni volta, la parte più profonda di noi, perché siamo “cablati” per connetterci con l’altro, perché è nell’altro che noi ci esperiamo e corrispondiamo il nostro bisogno di riconoscimento e di validazione. È un “io” approssimato e asimmetrico perché “il quoziente di quello che uno mette in gioco è condizionato dall’incontro con l’altro” - scrive Vittorio Gallese, il neuroscienziato dei “neuroni specchio” - che ci apre sempre al rischio, all’ignoto e, quindi, alla cesura, al conflitto, spesso, per la conquista di una nuova, seppur diveniente, congruenza. Lo spazio di “Abiti” è uno spazio “noicentrico” ( il neologismo è di Vittorio Gallese ), in cui l’accesso all’altro può essere accinto solo tramite un processo di “coindividuazione”, fatto di dipendenza - una dipendenza mareale e risonante, una dipendenza che contiene e sente l’altro e la sua assenza, una dipendenza che è una pregiudiziale forma di autonomia e, quindi, di “confinità” ( “Possiamo solo andare insieme”… “Aiutami/ a costruire/ qualcosa/ che duri,”... “Ma ti sento/ anche quando /non mi parli,”).
Perché, scriveva Nietzsche: “Noi incomprensibili… non possiamo fare a meno di confonderci con altri”.