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Catalogare incunaboli. Una storia infinita

Marco Menato

 

Come è noto, incunabolo (o incunabulo) è un libro stampato nella seconda metà del Quattrocento, quando l’arte tipografica ebbe inizio, fino all’anno 1500 compreso, almeno secondo le convenzioni odierne. Essendo quindi i primi prodotti tipografici, hanno ricoperto già dal Seicento uno spiccato interesse riguardo sia alla raccolta che alla descrizione. Nella storia della bibliografia si sono succedute numerose imprese di singoli studiosi volte alla descrizione di tali oggetti librari, solo però tra Otto e Novecento le grandi biblioteche hanno iniziato a pubblicare i loro cataloghi e così a fondare la scienza dell’incunabolistica, che risulta essere un capitolo della Bibliologia o, meglio, della Bibliografia tout court. Le questioni relative alla descrizione dei libri, antichi e moderni, hanno sempre occupato la mente dei bibliografi, giungendo in ogni epoca a soluzioni che rispecchiavano le tendenze, le mode, le sensibilità culturali, oltre che le capacità tecnologiche, dei vari periodi (imprescindibile il rimando alla monumentale Storia della Bibliografia di Alfredo Serrai). La Germania, dove tutto iniziò a causa di Gutenberg, è stata la patria dell’incunabolistica, seguita in tempi moderni dall’Inghilterra. L’Italia, tuttavia, proprio per la ricchezza del patrimonio librario antico posseduto, nonostante le spoliazioni portate a termine da Napoleone in poi, ha sempre goduto di un posto di rilievo negli studi sul libro antico, pur non avendo mai messo in cantiere grandi progetti di catalogazione retrospettiva, anche per la fragilità del suo sistema bibliotecario, considerato (come l’istruzione) e dalla amministrazione pubblica e dal sentire comune più un peso, e quindi una spesa continua, che una risorsa culturale.

In questo quadro non esaltante, che l’attuale Ministero della Cultura, lontano erede di quello inventato da Spadolini, ha per un certo verso contribuito ad abbassare preferendo i siti museali, spicca nel campo della bibliografia antiquaria la pubblicazione dell’Indice generale degli incunaboli delle biblioteche d’Italia (noto con la sigla IGI), impresa sostenuta dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma, iniziata nel 1943 e conclusa nel 1981 con il sesto volume, con aggiunte, correzioni e indici generali (è opportuno però sottolineare che IGI fu voluto, più che da una richiesta dall’alto cioè ministeriale, dalla volontà di direttori studiosi come furono Giuliano Bonazzi, Federico Ageno fino a Paolo Veneziani[1]). Si tratta però di un ‘indice’, cioè di uno strumento propedeutico a un vero catalogo o a una bibliografia e come tale limitato a dati essenziali, necessari per una prima identificazione dell’edizione e poi dell’esemplare, sulla base di riferimenti a cataloghi precedenti maggiormente strutturati. L’esemplare comunque non viene mai descritto ed è solo citato in quanto presente in una biblioteca. IGI se ebbe il pregio di convogliare le migliori energie nella revisione delle raccolte, specie di quelle periferiche, dall’altro forse rallentò l’allestimento di cataloghi scientifici, specie delle raccolte maggiori, dando per scontato che IGI già fosse la conclusione di ogni altro lavoro sugli incunaboli e che il modello IGI fosse definitivo e replicabile, quasi uno standard al quale adeguarsi. Gli studi successivi sulla descrizione del libro antico avevano come riferimento obbligato le cinquecentine (tanto, si diceva, per gli incunaboli basta IGI!), visto che il censimento delle stesse era stato appena avviato, e così la descrizione degli incunaboli rimase legata ancora a IGI, anche per la presenza – dalla fine degli anni Ottanta – del grande progetto di cumulazione mondiale dei cataloghi di incunaboli gestito dalla British Library, Incunabula Short Title Catalogue (ISTC), disponibile prima su costose microfiche e CDRom e in seguito consultabile liberamente sulla rete Internet. ISTC, nel quale è stato versato IGI, ha mantenuto le caratteristiche descrittive proprie dei cataloghi brevi (quindi tipo IGI) aggiungendo però il collegamento a molti esemplari integralmente digitalizzati e, dal 2009, alla banca dati Material Evidence in Incunabula (MEI), che contiene la descrizione analitica del singolo esemplare condotta con rigore di metodo e che ritengo con gli anni assumerà sempre maggiore rilievo ed importanza su molti fronti di indagine (comprese quelle poliziesche).

Parlare quindi di cataloghi di incunaboli, in un momento in cui con un clic si possono ottenere mille informazioni per le quali prima occorreva peregrinare fra cataloghi, bibliografie ed esami personali, sembrava quasi perdere tempo, attardandosi in cose poco attuali. E invece così non è stato!

Marco Palma (Roma 1947), già professore di paleografia latina prima alla Sapienza di Roma e poi all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, dopo aver completato un volume sui manoscritti conservati a Siracusa e nella sua provincia, si è trovato nella piacevole situazione, per uno studioso libero da impegni accademici, di avvicinarsi a un campo di indagine che la tradizione universitaria e disciplinare aveva assegnato alla Bibliografia e non invece alla Paleografia (nella fattispecie della Codicologia). Il libro a stampa del Quattrocento è per ovvi motivi il degno successore del libro manoscritto, tanto che in molti casi non è facile nemmeno distinguerli l’uno dall’altro. Solo con il Cinquecento i libri cominciano ad acquisire quelle caratteristiche formali e testuali che oggi riconosciamo come tipiche dell’oggetto libro. È possibile quindi adottare il punto di vista del paleografo ossia perché non descrivere gli incunaboli come si descrivono i manoscritti, pur tenendo presente la feconda tradizione bibliografica che non viene assolutamente mandata al macero, ma anzi valorizzata specie nell’area della bibliografia? Petrucciani, in uno dei pochi saggi dedicati alla catalogazione degli incunaboli[2], almeno nella bibliografia italiana, aveva giustamente osservato: “Le Regole per la compilazione dell’Indice generale degli incunaboli vennero infatti licenziate in forma definitiva nel 1941 dalla Commissione ‘Indici e Cataloghi’, insieme alle Regole per la descrizione dei manoscritti, e presentano con queste alcune affinità, soprattutto relativamente alla descrizione del contenuto….”.

Occorre poi considerare un altro e non piccolo aspetto. Il progetto non è nato all’interno di un ufficio, che sia universitario o ministeriale poco importa, non gode quindi di strutture e di finanziamenti pubblici, anzi per ogni catalogo è stata individuata una rete di possibili sponsor (in alcuni casi sono state positivamente sperimentate tecniche di fundraising); la stessa scelta delle biblioteche ha premiato o quelle con patrimoni minori e meno conosciuti (per esempio quelle di proprietà privata, che generalmente sfuggono alle ricerche) o quelle che si sono dimostrate più collaborative, per ovvi motivi sono escluse le grandi raccolte, per le quali la tipologia di descrizione potrebbe essere considerata anche non praticabile. Questo, quindi, è un progetto che è nato dalla passione di un pugno di studiosi, che a un certo punto hanno buttato alle spalle un pezzo di tradizione, certi che la Bibliografia non sia solo sterile e acritica adozione di regole ma solida scrittura-descrizione dell’oggetto libro (manoscritto o a stampa), genere letterario che si evolve e che si adatta alle circostanze e ai tempi.

La differenza fra una scheda tradizionale e quella del modello Palma (uso per comodità questo sintagma)[3] sta soprattutto nell’attenzione ai testi, dei quali gli incunaboli, come i manoscritti, sono ricchissimi e che la Bibliografia nella sua ansia normatrice e normalizzatrice ha fin dall’inizio costretto ad eludere nella gran parte: vengono cioè citati solo i testi cosiddetti principali, magari quelli che compaiono nell’occhietto, nella prima pagina, nel colophon, per il resto il bibliografo liquida il problema rinviando alla catena di sant’Antonio della repertoriazione precedente a cominciare da Hain e poco più (l’area della bibliografia suddivisa in due sottoaree, edizione ed esemplare, è pure essa molto più ricca del solito, pur escludendo i repertori ante Hain). Anche la tradizione della trascrizione diplomatica, facsimilare o semifacsimilare viene completamente abbandonata a favore di quella linguistica (da Palma defnita ‘interpretativa’), comprensiva dello scioglimento delle abbreviazioni e dell’uso della punteggiatura moderna, e quindi maggiormente comprensibile. Nell’area della descrizione fisica è utilizzato per la misurazione, insieme alla classica notazione della piegatura dei fogli (2°, 4°, 8° ecc.), il sistema, un po’ più complesso, adottato per i manoscritti, quando cioè il mercato e la produzione della carta non erano ancora del tutto standardizzati; la consistenza del volume è misurata sia con il rispetto del sistema presente sia con la numerazione ex novo di tutte le carte inserite nella legatura (dato che ogni incunabolo fa storia a sé). È mantenuta invece l’indicazione della cosiddetta impronta, che nel caso di cataloghi molto approfonditi non capisco a che cosa possa servire, se non a perpetuare una tradizione, del resto abbastanza recente (chissà che nei prossimi cataloghi venga abolita!). Una agguerrita attenzione, sia nell’area della scheda che nella introduzione, viene riservata alla storia delle raccolte e dei singoli incunaboli e al loro stato di conservazione (legatura, restauri). Ogni catalogo è concluso da sei indici, ampia bibliografia, sitografia, concordanze con ISTC, fonti archivistiche e da alcune tavole in bianco e nero.

Con questa ipotesi di lavoro esce, n. 14 della collana “Scritture e libri del medioevo”, diretta da Palma ed edita da Viella, nel settembre 2015, Incunaboli a Siracusa, un volume di 350 pagine con 148 ampie schede di incunaboli redatte da un gruppo di bibliotecari che si rinnova, con qualche eccezione, a ogni volume[4]: Lucia Catalano, Claudia Rosalia Giordano, Anna Scala, Marzia Scialabba, Salvatrice Terranova e Rosalba Tripoli, oltre allo stesso Palma che stende ma non firma l’importante ‘Premessa’ (in due paginette è chiarito il merito del progetto) e che è ovviamente il regista di tutta l’operazione. È un’operazione che si rivela per l’editore redditizia (del catalogo sono state vendute 559 copie, tra tutti i cataloghi editi le copie vendute alla data del 7 giugno 2024 sono 4.164: un numero non indifferente per cataloghi di incunaboli!) e che smuove il terreno molle della Bibliografia e degli incunabolisti nostrani. Perchè non continuare allora con una collana specifica, che si intitola appunto Incunaboli?

Ecco l’elenco della collana:

  1. Incunaboli a Catania I, 2018, 300 p., 126 + 2 schede
  2. Incunaboli a Ragusa, 2019, 211 p., 73 schede
  3. Incunaboli a Cesena, 2020, 542 p., 291 + 2 schede
  4. Incunaboli a Catania II, 2021, 348 p., 113 + 1 schede
  5. Incunaboli a Cagliari, 2021, 488 p., 214 schede
  6. Incunaboli a San Marino, 2022, 128 p., 28 schede
  7. Incunaboli ad Agrigento I, 2022, 270 p., 103 schede
  8. Ai margini della Commedia. Il Dante Vallicelliano, a cura di P. Paesano e G. Pittiglio, 2023, 208 p., l’unico volume della collana che non è un catalogo di incunaboli, ma un saggio sulla Commedia stampata a Firenze nel 1481, che nell’esemplare della Biblioteca Vallicelliana presenta una ricca decorazione cinquecentesca attribuita al Sangallo.
  9. Incunaboli a Nova Gorica, 2023, 173 p., 27 schede, volume bifronte italiano-sloveno.
  10. Incunaboli a Monreale, 2024, 230 p., 63 schede.

Fino ad ora sono stati descritti esemplari di 961 edizioni delle 30.518 censite da ISTC, pari al 3,15%: mi auguro che nei prossimi cataloghi sia pubblicato in appendice l’utile Thesaurus incunabulorum, allestito per usi privati da Palma, cioè la concordanza fra il numero ISTC e i numeri dei vari cataloghi, così che sia anche concretamente visibile lo sforzo compiuto da questa piccola truppa di bibliografi. Non è ovviamente pensabile che, con le forze umane attuali, si possa raggiungere una percentuale molto più alta, tuttavia sono stati già conseguiti alcuni obiettivi e dal lato scientifico e dal lato della politica culturale: ridare spazio alla catalogazione analitica degli incunaboli e inserire  nel circuito dell’informazione bibliografica specializzata, le biblioteche minori o comunque quelle lontane dai grandi centri di documentazione e spesso carenti di personale adeguatamante formato (in questo senso il recente interesse alle collezioni private che, tranne qualche rara eccezione, non sono presenti nelle imprese di catalogazione pubblica, copre un buco informativo a volte non irrilevante). 

Sono in programmazione e almeno un paio in lavorazione avanzata i seguenti cataloghi: per l’estero Malta, per l’Italia Agrigento II, Romagna I, L’Aquila, Montecassino, Camaldoli, Caltanissetta, Catania III, Roma (Biblioteca Generale Carmelitana), Collezionisti privati (tra i quali, da qui si giustifica questo articolo, il poeta Elio Pagliarani autore anche di interessanti contributi di carattere bibliografico apparsi sulla rivista Wimbledon, ora di difficile reperimento, che sarebbe il caso di ripresentare).

 

 

[1] Si veda quanto affermava già Aberto Petrucciani nel saggio più avanti citato e ora Andrea De Pasquale, Il lauro dimezzato. Il primo secolo di vita della Biblioteca nazionale centrale di Roma, Roma, Gangemi, 2020.

[2] La catalogazione degli incunaboli: per l’IGI, con l’IGI, oltre l’IGI in Tra i libri del passato e le tecnologie del presente. La catalogazione degli incunaboli, a cura di Lorenzo Baldacchini e Francesca Papi, Bologna, Compositori, 2011, p. 15-24: 20.

[3] Ho affrontato più ampiamente il tema nella mia Nota personale in Incunaboli a Nova Gorica, 2023, p. 15-20. Sul catalogo on line di Viella, nella sezione dedicata alla collana Incunaboli, è riportato il link all’intervista (prima edita su YouTube) di Edoardo Barbieri, professore di Bibliografia nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a Marco Palma: ascolto molto godibile e utile per la comprensione del progetto.

[4] Per praticità non cito gli autori, principali e secondari, degli altri cataloghi.