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Suono verbo per voce sola

 

Jonida Prifti

 

Suono verbo per voce sola rappresenta un intento poetico in cui esprimo la necessità di eseguire l’azione del “dire” il verbo, di usare il mezzo più semplice che abbiamo a disposizione: la voce. Una volta messa a fuoco la capacità infinita di espressione che la voce può avere, la ricerca si evolve da sé e si espande connettendosi con altri tipi d’indagine in un processo d’integrazione.

Essendo bilingue, tento di riportare nell’italiano la musicalità della mia lingua madre, l’albanese, creando così una commistione linguistica all’interno della quale il più delle volte si sfiora il nonsense, dando un ruolo primario alla sfera emotiva, che permette di inseguire il dinamismo poetico in uno stato di trance.  Sin dalla tenera età davo particolare attenzione ai suoni delle parole. Prima di addormentarmi inventavo canzoni e le cantavo sussurrandole per non dar fastidio a mia sorella. Continuavo ad abbassare la voce pian piano fino ad esaurire i vocaboli. Sentivo di avere una certa predisposizione nei confronti dell’oralità, provavo piacere a leggere i testi a voce alta, anche quelli scolastici. Dopo aver scritto i primi testi nella mia lingua madre, all’età di quattordici anni, sentii ancora più forte il bisogno di condividerli con un uditorio, ma non avendone avuto la possibilità sono diventata il pubblico di me stessa.

Fin dal principio i miei tentativi erano finalizzati al trasferimento sulla pagina di un ritmo che mi permettesse di trovare una concatenazione dinamica nella scelta di versi idonei ad abbracciare una musicalità, sia nella struttura testuale, sia nella loro resa vocale. In questo modo, nel mio palco intimo e immaginario, mettevo in scena una performance privata. Da quel momento, fu chiaro in me che, la voce-guida interiore, che avrei dovuto seguire attraverso il suono, potesse esplodere nello spazio con il verbo.

L’albanese e l’italiano sono due lingue molto diverse e la mia ricerca pone le fondamenta, oltre che sul loro confronto sonoro, anche sulle potenzialità delle relazioni tra significato e significante che entrambe offrono. Quando scrivo in albanese mi concentro di più su immagini definite, utilizzando un vocabolario semplice, ma attraverso l’articolazione di un discorso complesso, capace di evocare elementi contraddittori con una carica espressiva diretta. Con l’italiano mi capita di cercare le parole adatte per la realizzazione di un discorso poetico, nel tentativo di affiancare il ritmo del verso al gioco della forma metrica scelta, sfruttando il ricco vocabolario che questa lingua offre.

Oltre l’utilizzo di ausiliari sonori, l’elaborazione stessa del verso, già nella sua versione scritta, sottintende un’intenzione performativa che sfocia poi in un’azione improvvisata, dove il testo originale cambia spesso, in una dinamica continua, talvolta orientata verso la ricerca di altri significati, talvolta, in direzione dell’annullamento totale del testo, verso una riduzione monosillabica della parola.

Nel 2008, ampliando i miei interessi poetici verso la poesia sonora, ho fondato, con il musicista, artista e amico (ora marito) Stefano Di Trapani, il duo Acchiappashpirt: l’intenzione è quella di mescolare musica contemporanea e poesia d’avanguardia. In questa formula/unione ho avuto modo di sperimentare oralmente la sonorità delle due lingue in un nonsense che si amalgama con i suoni e gli effetti sonori della musica alla ricerca di una forma “paranormale” di vocalità.

Il fatto di tentare una connessione con una dimensione altra, permette di raccontare il legame tra suono e parola in una chiave nuova, come se venissimo “posseduti” da ciò che questa unione evoca. A volte i testi vengono creati durante le prove per poi essere ulteriormente sottoposti a cambiamenti strutturali durante l’esecuzione. Altre volte invece, i testi sono già scritti e immaginati per essere eseguiti in un determinato modo, ma non è detto che nella realizzazione non cambino forma.

Riporto qui il testo Tola[1], che è stato creato durante le prove con Acchiappashpirt, in una cantina vuota, dove la voce rimbombava nello spazio diffondendosi in una eco, creando così un effetto-distanza tra il suono enunciato e la sua cattura.

Il set di Stefano consisteva in un’apparecchiatura minimale: una tastiera portatile degli anni Settanta, un assemblaggio compatto che comprendeva una radio, input per il microfono, un tape recorder (rotto), una drum machine che produceva ritmiche preimpostate e un microfono che catturava i suoni dell’ambiente.

Il testo racconta la storia di Tola, una ragazzina che viene risucchiata dalle onde della radio per scomparire nelle sue frequenze. Tola scopre la libertà attraverso queste frequenze. Vive in un mondo piccolo e isolato che ha annullato quello che lo circonda spudoratamente negando l’esterno, come se non esistesse nient'altro oltre quello che è dato. Ma un giorno, di nascosto e per caso, Tola accende una radio e trova delle frequenze straniere, senza capire alcuna parola sente il linguaggio chiaro e limpido della vita che la chiama. La libertà è contenuta in quella scatola.

 

I saw nelle macchie.

To To Tola.

Tola e le macchie.

Tola dove vai?

Le colonne sono bianche.

Tola dove vai?

L’acqua gocciola nei tubi rosei.

Quei tubi aperti verso il basso.

Alcuni sono verso l’alto.

Altri ai lati altri sono accesi altri spenti.

Tola dove vai? Non guardare lì dentro.

Tola torna. Torna indietro.

Dall’altra metà regno d’acqua dove annegare.

In cosa. Non ci sono le cose che non vedi. Non ci sono le cose che vedi.

Non ci sono le cose

le case gli alberi. Non ricordi più.

Poi ci sono le cose che non guarderai mai.

Le cose che scivolano. Nei regni.

Sono cose tipo pioggia mista con la polvere.

Hai tu Tola dove andare? Hai Tola dove andare

se superi quel confine?

Vedi che c’è dietro quel regno? Lo vedi?

Io sono qui

Io sono qui

Io sono qui

Io sono là

Le gambe vanno velocemente. I passi sono così veloci. Nel bianco frequenza. Suoni sbagliati.

La frequenza. Quella frequenza lì. Ricorda.

La frequenza. Quella frequenza lì mi ricorda Tola.

Tola cambia cerca sale scende nelle lunghezze da un estremo all’altro verso la frequenza. Cambia la manopola. Fissare la lunghezza. Cercare quel canale. Quella frequenza precisa. Tra tutte le altre quella frequenza lì che permette la connessione con il mondo.

Perché il mondo non esiste per Tola. Solo una radio. Una frequenza. Una lampada.

Qualcuno bussa. Sfonda la porta che usa un chiodo storto.

Tola con le mani ferma il chiodo fissa il chiodo puntando le gambe spinge il chiodo.

Sin da quando era piccola Tola e il chiodo si amavano. Inglobavano il sistema asfissiante.

Credere al potere del passo. Passo dopo passo. Passo dopo passo dopo.

 

Dicono che ora Tola dopo la connessione con il mondo dopo   

 

lo sfondamento totale il cambiamento del momento preciso ovvero l’apertura della porta.

Ora Tola è sola al buio.

 

Da qua dentro. Da qua dentro. Con le luci. Senza forme.

Da qua dentro solo solo luci solo luci solo

luci solo luci solo sono luci 

da qua dentro si brucia da qua dentro si brucia si brucia. Sono luci.

Da qua dentro. Solo luci. Da qua dentro.

Da qua dentro da qua dentro respiro.

 

 

Nel 2021, ho dato avvio al progetto solista poetico-musicale dal nome Nido; il titolo rappresenta il luogo dove suono e parola si annidano: da qui nasce il poemetto La Portatrice Carnica[2], che prende il nome dalle Alpi Carniche, territorio in cui le portatrici carniche si recavano per portare viveri e munizioni ai soldati italiani durante la Prima Guerra Mondiale.

In particolare, i testi che compongono il poemetto sono ispirati dalla figura di una di queste donne rivoluzionarie, Maria Plozner Mentil, l’unica che morì per un colpo esploso da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916.

Per l’esecuzione musicale di questo poemetto ho ricorso ad un vocoder, un synth ritmico focalizzato sui bassi e l’effetto voce voicetransformer che permette di agire sui controlli durante la performance, per alterare e adattare la voce alle atmosfere richieste. Il vocoder è uno strumento che parla, codificando i suoni vocali. La voce, dopo essere passata in una serie di filtri banda, viene separata in più canali per poi entrare in altrettanti inviluppi che produrranno un segnale di controllo per modularne il segnale portante, anch’esso separato in più frequenze. La scelta di utilizzare due microfoni, uno per il vocoder e uno per l’effetto voce, mi permette di aderire a una vasta gamma di vocalità emesse sia dal voicetransformer che dal vocoder.

In questo pometto il lemma “carnica” è portatore di un polisenso fortemente voluto e cercato: da un lato, infatti, indica il luogo dove si svolgono le vicende della guerra, dall’altro indica la carne stessa che queste donne decidevano di sacrificare. La portatrice carnica porta dunque viveri ai soldati, ma al contempo rappresenta, metaforicamente, la stessa “carne da macello” che trascina sulle proprie spalle il dramma della guerra.

 

 

 […] Dall’antro uterino, bomba d’acqua

diurno stagno d’uccelli a ridosso

gira elmo del fare

nel vento di maestro all’inverso d’altopiano squarciare il valico

maciullarsi di croste modellate

di falde in rilievo

sondare versanti di immagine

stillare in filari di anelli

entro fluidi d’alberi intimi

con elevato stupore librare

quale proiezione residua del se?

Materia di mille corpi idrici

recettore della parte depressa

del transire tra sezione areica

di anime portate per deflusso

a ritornare da distanti solchi

vibrare per canto sorde vocali.

 

 

Cippo in là limiti

via sonante fluviale

di resti confinari le carniche

a disseminare grammi di pelli

per flusso ematico invocano

catene calcaree vette in su

roccia compatta fiori a contatto

pensiero circolare

con la morsa sul piede

verticale passo di vita breve

fiocco lento lento pura radiosa

sacerdotessa vestale erboso

dal monte Peralba traina l’ululo

per il campo rosso

ripido pendio percuote da torrenti rovesciati

a sciogliere la breve mia comparsa …

 

 

In alcuni lavori poetici sonori, vi è un richiamo indiretto alla tradizione vocale albanese, in particolare a quella “homofonica”, ovvero al canto composto da una sola voce.

Quando si parla della musica tradizionale vocale albanese e del suo contesto, si deve specificare che mentre nel nord e nel centro del paese questo particolare linguaggio dei suoni lo si trova principalmente con una sola voce e si chiama appunto musica “homofonica”, nella parte meridionale appare generalmente con più voci e viene chiamata musica polifonica. 

Storicamente, l'omofonia e le sue parti variabili venivano combinate in una corda monotonale, che dava funzioni armoniche distinte al soprano, al basso e alle voci interiori.  Il tipo più comune di omofonia è quella dominata dalla melodia, in cui una voce, spesso la più acuta, canta un motivo particolare e altre voci di accompagnamento lavorano insieme per articolare una melodia sottostante. Un aspetto omofonico può essere omoritmico, nel senso che tutte le parti hanno lo stesso ritmo.

Mio nonno era solito usare questa espressione vocale e possedeva una voce eccezionale. Considerato l’artista del paese, rispettato da tutti come tale, anche se non era la sua professione (faceva il pastore), veniva chiamato spesso a partecipare ai matrimoni per tenere banco durante la festa con i suoi canti e le sue danze. La musica e il canto erano le sue passioni e tutti i pomeriggi, dopo il duro lavoro di campagna, se ne stava nella sua stanza, ad ascoltare ed eseguire canti popolari albanesi, in uno stato di trance. Ogni qualvolta che mi capitava di vederlo perdersi nella sonorità dei brani che ascoltava e che accompagnava oralmente con la sua voce, tentavo, senza farmi vedere, di fissare una specie di partitura interna che avrei poi usato in un’esplorazione personale.   

 

 

 

 

[1] ACCHIAPPASHPIRT, Tola, C23 - Canto 09, Canti Magnetici, 2017. https://cantimagnetici.bandcamp.com/album/tola

[2] J. PRIFTI, La Portatrice Carnica, in InVerse, Italian Poets in Translations, a cura di B. Antomarini, B. Cocciolillo, R. Finardi, Roma, John Cabot University Press, pp.222-224.