p. 31-34 > Altre voci, altre stanze Ovverosia Poesie e no e così via

Altre voci, altre stanze

Ovverosia Poesie e no e così via

 

Lamberto Pignotti

 

Il passaggio tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta non fa riscontrare una rilevante presenza di poesie lette in pubblico. A Firenze, dove risiedevo, ma anche altrove, si declamavano sporadicamente in circoli e cenacoli versi post-ermetici o neo-realisti da parte di insegnanti in pensione e nobildonne attempate. Proprio a Firenze imperversava una certa Maria Teresa Missoni Bossaglia Mari, di cui Giovanni Papini aveva detto: «Con tutti i nomi che ha non è riuscita a renderne famoso neppure uno!». Questo per dare l’idea dello spirito del tempo. Bisogna tenere presente però che proprio in quegli anni, Cinquanta e Sessanta, alla poesia la pagina comincia a stare sempre più stretta, evade dal libro, viene affissa in galleria o appesa ai muri delle città, si fa progressivamente concreta o visiva. I poeti avvertono il bisogno di un vero e proprio pubblico. Si comincia a teorizzare e ad attuare un particolare genere di poesia spettacolo: «Il fiato dello spettatore dà fiato all’attore»[1], scrive Elio Pagliarani.

In Italia la saturazione della parola ermetica o neorealista facilita varie forme di avvicinamento all’immagine e, anche sulla spinta della reazione alla Galassia Gutenberg teorizzata da McLuhan, si aprono per la poesia nuove possibilità di figurazione e coinvolgimento con il pubblico, riprendendo anche particolari modalità delle avanguardie del primo Novecento, dalle serate futuriste al Cabaret Voltaire, a Majakovskij. In un contesto culturale così complesso e variegato nasce l’esperienza di Poesie e no su cui è incentrato il presente intervento. È un’esperienza che affonda le sue radici nel Gruppo 70, un gruppo di poeti e artisti che si presenta sulla scena nel 1963 a Firenze con un convegno che fin dal titolo, Arte e Comunicazione, è intenzionato a portare la poesia verso una dimensione che, sconfinando dai tradizionali e restrittivi confini letterari, le apra valenze nei confronti con le arti visive e spettacolari. Simili valenze e contiguità si prospettano contemporaneamente nei confronti dei nuovi linguaggi di massa.

L’esperienza di Poesie e no è segnata anche visibilmente dal decollo da un luogo emblematicamente letterario e introverso come il Gabinetto Vieusseux di Palazzo Strozzi, verso luoghi più aperti ed estroversi come i teatri, le gallerie d’arte, le piazze dei Festival, le vie cittadine… La prima edizione di Poesie e no, che echeggia il titolo di un libro di Elio Vittorini, Uomini e no, avviene per la cronaca nel 1964, a cura mia, di Eugenio Miccini e di Lucia Marcucci, poeti del Gruppo 70 e di un pittore, Antonio Bueno, appartenente allo stesso Gruppo.

Strutturalmente Poesie e no è un genere di poesia spettacolo che contiene poesie, appunto, poesie tratte dai testi dei curatori, ma anche di altri poeti, come Balestrini, Pagliarani, Giuliani, Giudici e Leonetti, e prospetta inoltre materiale di varia provenienza extra-letteraria: notizie giornalistiche, testi teorici di Eco e di Dorfles, brani di musica classica, canzoni di largo consumo, partiture registrate su nastro di Chiari e Bussotti, suoni concreti. Tutti questi “materiali” – parole, suoni, gesti, immagini – sono montati mediante varie tecniche: sovrapposizioni, dissolvenze, sequenze, riprese… Tutti questi “materiali”, va notato, non sono neutri: il loro potere significante non viene annullato, nel qual caso l’impiego e il trasporto in altro contesto risulterebbe puramente “materico”, bensì viene rovesciato di segno; è utilizzata pertanto la carica simbolica originaria dirottandola in un canale direzionato altrimenti. Ne risulta una costante simultaneità di azione, tale da sollecitare lo spettatore a più livelli, disponendolo ad assorbire e a reagire con un’omologa simultaneità di registri sensibili e psicologici. Questa interazione di modi e veicoli espressivi eterogenei, nonché di pluralità di fruizione, istituisce una nuova sintassi di significati più a contatto con i loro “referenti” e con la verificabilità pragmatico-culturale.

Di Poesie e no sono state realizzate varie versioni: per esempio nel 1965, a Palermo nel contesto del Convegno del Gruppo 63; nel 1966, con Miccini, Marcucci e Bueno alla Biennale di Venezia, e nello stesso anno al Festival dei Due Mondi, il giorno in cui lesse le sue poesie anche Ezra Pound. Per tutti gli anni Sessanta, le librerie Feltrinelli, uno dei principali luoghi di riferimento del Gruppo 63, hanno ospitato varianti di Poesie e no: a Roma in Via del Babuino; a Firenze con la presenza di Giangiacomo Feltrinelli e il coinvolgimento di Mal e i Primitives, un gruppo musicale al tempo in concorrenza con i Beatles. A Milano, il previsto spettacolo fu impedito dalla polizia per… inagibilità della sede: eravamo sorvegliati speciali per via di qualche nostra manifestazione antigovernativa. Un settimanale, «Lo specchio», mi aveva definito “poeta anti-imperialista”.

Sul finire degli anni Sessanta, la sigla di Poesie e no sparisce dal calendario delle manifestazioni di una poesia orale, intesa anche in senso corale; il suo retaggio però si ramifica e si estende negli anni Settanta con altre denominazioni e motivazioni. Varie convergenze di letture poetiche in pubblico, ravvisabili sulla sua scia, si svolgono per esempio a Firenze, con le Manifestazioni artistiche fiorentine, MAF, che vedono fra l’altro, oltre la partecipazione mia, di Miccini e di Marcucci, quelle di Isgrò, Vaccari e Ben Vautier. Anche a Roma la Galleria Artivisive di Sylvia Franchi avvia una serie di manifestazioni da me curate, orientate fin dal titolo Critica del teatro, teatro della critica a sintonizzarsi su versanti spettacolari e multimediali. Contigui in tal senso risulteranno anche alcuni Incontri internazionali d’arte, avvenuti a Palazzo Taverna di Roma. Oggi poesia domani, a cura di Giovanni Fontana e Adriano Spatola, svoltasi a Fiuggi sul finire del decennio, registra fra altre la partecipazione mia, dello stesso Spatola e di Arrigo Lora Totino: da allora non mancheranno occasioni di coinvolgimento.

Nel decennio successivo – siamo agli anni Ottanta – l’oralità poetica dà un maggiore spazio al versante sonoro, come nel 1984 con Parola fra spazio e suono, a Viareggio, Palazzo Paolina, e nel 1986 con Elektronpoesis, curata da Fontana. Ancora negli anni Ottanta, la Rai, nella rubrica Fonosfera, coinvolge musicisti d’avanguardia e poeti, con una serie di incontri a Matera e a Cosenza. Un mio testo Inferno e dintorni, che ingloba la registrazione della voce di vari attori, fra cui Vittorio Gassman, approda anche alla GNAM di Roma.

In quel decennio, a partire da Fluxus, Cage e Pierre Schaeffer, si sviluppa la costellazione interdisciplinare (e/o indisciplinata) di musica concreta, poesia sonora, elettronica, audio-art, sound-art, arte sonora, che esula dal presnte discorso.

Le manifestazioni dedicate alla spettacolarizzazione della poesia si moltiplicano e si dilatano negli anni Novanta in locali pubblici e piazze. Non da filologo e storico, ne posso ricordare solo alcune che mi hanno visto presente, come A più voci, svoltasi al brunellesco Chiostro degli Innocenti di Piazza dell’Annunziata di Firenze, città in cui un caffè letterario storico, le Giubbe Rosse, ospita una serie di performance di poeti come Miccini, Fontana e Tomaso Binga. Le stesse Giubbe Rosse pubblicheranno in seguito un libretto in cui si parla di un Teatro del verbo-visivo, scritto da Paolo Guzzi, poeta sperimentale assai trascurato e fine critico letterario attento alle performance. All’amico recentemente scomparso voglio qui dedicare un commosso ricordo.

Una ormai mitica tournée segna la fine degli anni Novanta, quella svoltasi in Sicilia in seguito all’invito del sindaco comunista di Montedoro, nei teatri di Enna e Caltanissetta e all’accademia di Catania. Oltre al sottoscritto, erano presenti Miccini, Lora Totino e Fontana. Lo stesso periodo mi ha visto impegnato in una performance A cena con l’arte, che riprendeva le cene del Vasari in un giardino di Forte dei Marmi, a cura della Galleria Farsetti.

Dalle soglie del 2000 a oggi, voglio qui ricordare le manifestazioni che mi vedono coinvolto con alcuni dei presenti: Playgrafies, realizzata alla Galleria Satellite di Parigi. Con me c’erano Fontana e Binga. Con lo stesso titolo sono state realizzate quattro mostre (1998-2002) con catalogo, uno dei quali aveva la presentazione di Francesco Muzzioli.

Con un salto in lungo arriviamo al 2016; per la festa dei miei 90 anni, viene organizzata la Manifestazione PoesiArte al teatro di Porta Portese di Roma con performance di Fontana, Binga e altri. A costo di trascurare qualche manifestazione ascrivibile al tema di questo convegno, voglio chiudere in bellezza, anche come omaggio e riconoscimento allo studio di Campo Boario che ci ospita. Infatti, nel 2017 e come inaugurazione di questo spazio, venne allestita la Manifestazione PoesiArtetc… Fra gli altri erano stati coinvolti, Fontana, Binga, Pallavicini, Varroni… inutile aggiungere che la cura e la regia erano del presente Alberto d’Amico.

 

 

[1] E. PAGLIARANI, Teatro come verifica, in Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984), Roma, L’Orma editore, 2017.