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“Qualcosa #Altre 100” di Ennio Cavalli

Sollecitazioni di Marilina Giaquinta

 

 

Hüseyn Rahmi Gürpinar, celebre scrittore turco, attivo tra il tardo periodo ottomano e i primi anni della Repubblica, in uno dei suoi bellissimi romanzi, ha scritto: ”L’essere umano guarda in superficie, vede tutto in modo approssimativo. Non è in grado di scendere in profondità. Nella sua lunga vita l’occhio umano è quasi sempre in uno stato di cecità.” Certo lui viveva un ventesimo secolo “nel grembo di una città magnifica come Istanbul, regina di tutte le città, (dove) stanno vivendo un’esistenza miserabile propria del medioevo”. Ma, sopratutto, non aveva letto le cento poesie dell’ultima raccolta che Ennio Cavalli ha licenziato per la casa editrice “La vita felice” dal titolo “Qualcosa #altre100”, che sguardo puntuto di spillo sul mondo rivela, con quell’ironia vivace, a tratti sulfurea, che non fa sconti nemmeno a se stesso, onesta fino allo scorticamento, in bilico sul filo di una perenne tentazione alla resa di fronte a un mondo “dopato” ( aggettivo dalla significativa ricorrenza ), che è il suo stile inconfondibile che tradisce sin dal titolo. La silloge – a eccezione delle prime quindici poesie inedite, che fanno parte appunto della sezione d’esordio “Le Nuove” - raduna, nelle rimanenti quattro parti, testi pubblicati tra il 2016 e il 2022 fino a raggiungere le cento del titolo.

Non è soltanto l’ironia a rendere liberi gli uomini, ma ciò che la rende possibile: gli occhi aperti dove la forza oscura chiude la parola e di ogni cosa appaiono solo calcinacci, e la parte insapore dei giorni”, scrive Elio Grasso su “Pulp Magazine” in un’intensa recensione della raccolta. Ed è il disincanto dell’ironia l’ingrediente principale della riflessione che il poeta premette al suo volume collettaneo: mentre è in campagna a raccogliere legna da un noce eradicato, viene avvicinato da un pettirosso. “Deve aver capito, l’innocente, che sono una brava persona, un consanguineo, coi miei trilli nel caos” pensa onorato. Ma un amico, esperto de rerum natura, gli rivela che il pettirosso è lì per il suo pasto perché, avendo lui smosso il terreno, aveva fatto emergere una colonia di insetti e vermetti. E l’episodio diventa metafora sulla poesia. ”Non c’è verso, è la realtà a fare da spoletta al poetico. Cosa intendo per “poetico”? Qualcosa che non si può pretendere a priori…. E la dieta del poeta è la dieta del pettirosso, per quanto scarna. Ci si ciba di ciò che spunta al di là delle apparenze.”

Ed è questo il lavoro di fino che Cavalli conduce nel corso di tutta l’opera e che l’attraversa come uno squarcio, coerente col suo animus necandi, che eviscera la realtà, nonostante otto anni separino le prime poesie dalle ultime: “Ennio prosegue imperterrito nel cercare nutrimento ovunque, in contrade lontane nello spazio e nel tempo”, scrive ancora Elio Grasso.

Avishai Margalit è un filosofo israeliano che ha dedicato un bellissimo saggio “Sul tradimento”. In estrema sintesi, il filosofo sostiene che il tradimento, sia che riguardi le relazioni private o politiche sia che si tratti di apostasia, distrugge un rapporto che si considera “forte” ( in inglese “thick”, cioè denso). E spiega che i rapporti “forti” sono quelli a cui teniamo di più (manco a dirlo ) e che sono connotati da tre orientamenti molto importanti “l’appartenenza, la memoria, il significato”. Ecco, mi è sembrato di cogliere, leggendo la raccolta di Cavalli, questo forte senso del tradimento da parte di quella realtà a cui è – mi si passi il termine – ancora giornalisticamente legato, quella cronaca del disastro che gli restituisce un’inquietudine così sofferente che verrebbe di usare le parole di Nietzsche in “Ecce homo” ( “Ecce poeta”, diremmo ): “Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo.”

E allora, ecco l’incidente stradale che costringe “dentro la sedia a rotelle”, la depressione “Poi si impiccò come la cugina”, l’asta degli oggetti personali di Marilyn Monroe “tra questo mondo e quello/ avido di forme irraggiungibili”, le morti e la guerra in Ucraina “La Storia ha scritto in fronte/ che i confini sono soldi bucati/ e il potere un podio di ghiaccio/”, e ancora “Cari Russi, noi vi amiamo… “I bambini hanno iniziato a piangere la mattina del 24 febbraio 2022 e ancora non la smettono”,  le donne iraniane in rivolta “c’è chi le dice votate al suicidio/malate di nervi, di cuore… “nessuno è perfetto al punto/ da risultare  invisibile”, e, nella penultima sezione, il suicidio di Amy Winehouse col refrain “Si sa, la parte tenebrosa del successo/ è livido mondiale/cane dopato/ascesso gengivale/rana che scoppia/per troppa spocchia”.

Ma verso la fine, con le due ultime sezioni, “Se ero più alto facevo il poeta” e “Amore Manifesto” il tono, per quanto non perda l’acidità anidridica del poeta-cerusico che diagnostica, con precisione anamnestica, le malattie del tempo, del poeta che non vuole trasformare il “così fu” in “così volli che fosse”, – come imporrebbe l’etica stoica alla quale, invecchiando, ognuno per bisogno di pace e per il venir meno della vis pugnandi, aspira – si fa crepuscolare, cede le armi, si confida, si confessa, si perdona, rima in forma di lasciti che, quelli che verranno dopo, si augura erediteranno, mostra uno sperdimento, una smarginatura, una sfocatura che – attenzione – non è sintomo di cataratta di un visus – se possibile - ancor più acuto e spietato. Eric R. Kandel, premio Nobel per la medicina, dissertando intorno ai duecentocinquanta dipinti a olio di Monet, tutti dedicati alle ninfee, commenta: ”Queste opere … sono colme di ambiguità e bellezza. In esse vediamo l’inizio di un cambiamento che porta dal dialogo tra l’artista e il suo soggetto a un dialogo tra l’artista e la sua tela.” E più avanti:” L’astrazione di un elemento visivo … può arricchire ulteriormente la nostra risposta estetica.” È questo dialogo che si coglie nelle poesie delle ultime sezioni di “Qualcosa”: un dialogo del poeta con la sua stessa poesia e – di conseguenza e allo stesso tempo – un’apertura colloquiale verso di noi che le leggiamo, una richiesta umile e coraggiosa di coinvolgimento, di immersione al limite dell’annegamento, di “videodrome cronenberghiano dentro l’attrazione magnetica delle parole, un invito a farsi scoprire e, nell’accettarlo “fine pena mai”, scoprire noi stessi.

E allora: “l’impressione che fa/ rispondere al sole sera e mattina”, “Il mestiere è questo… rimediare alle assenze”, “ Tutto questo e poco altro/ può darsi che manchi/ quando verrà a mancare. Oppure no, noi stessi/riassunti da una goccia di inchiostro”, “l’enormità distante di ogni istante.”, “lo spreco minuzioso degli ulivi” … “L’ansa rabbinica di rondini e fronde/ in quel tuffarsi in alto.” E gli otto “stasimi” della poesia dedicata a “La morte” irridenti e melanconici: “Sperperi di luce/tingono la foglia/mordono l’aria/ la memoria”... che mi hanno ricordato un libretto necessario scritto da un nobile piemontese, Alberto Radicati di Passerano, in disgrazie proprio perché, nel 1732, aveva scritto la sua “Dissertazione sulla morte, che scatenò un grande scandalo perché ne scriveva come a me pare che ne scriva Cavalli: “Che il moto sia generalmente diffuso in tutta la materia è attestato da tutti i corpi, attraverso i cambiamenti costanti cui sono sottoposti.   Questa materia modificata dal movimento in un numero infinito di forme differenti è ciò che chiamiamo natura. Tutto quello che succede alle creature, quando muoiono,  è perdere la loro antica forma.”

E, infine, travestendosi da trovatore stilnovista 3.0, Cavalli si “manifesta nell’amore” e si rivolge a questo “eidolon” femminile che è ossessione : “Hai finito di tornare/ in cima ai miei pensieri…? … “Vuoi vedermi ai domiciliari/ me l’hai giurata...”, “Il  tuo corpo è una camorra/”...”Dove sei adesso/” … “Il magnete della tua bellezza/” … “Ma adesso, amore, mani in alto/ cammina lentamente davanti a me/ esci  per prima da questo verso.” … “Sei la più bella canzone dell’album/” … “sei tu la stalker/” … “Se non sapessi il tuo nome celestiale/” … “…, soltanto tu sei quella/” ...  “sei il mio amore o no?/”… , cupidità di manesco scultore: “Splende il vetro delle caviglie/” … ”Ringrazio l’arco dei piedi,/… Ringrazio i tuoi fianchi larghi/ ” … “Il passaparola delle gambe/”… “I seni, guanti di sfida/” … “allarga la scollatura, accavalla le gambe/” … “di che colore hai le unghie/”… “come il mattino dei tuoi capelli.” … “la tazza adatta alle tue labbra,/”  … “pettini il sangue con capelli d’oro.”, e che finisce coll’essere, come accade in ogni relazione con l’Altro - e cioè che la diversità ci restituisce la nostra stessa “propriocezione” - niente più che uno specchio, con una circolarità che, credo, riguardi e informi l’intera raccolta: “Ma sono quel che sono/ il qui presente, ex, futuro pretendente/ chitarra del silenzio e della mente/ dilemma senza fiato, tutto e niente.”

La filosofa tedesca Svenja Flasspohler, in un interessantissimo saggio sull’essere sensibili nella modernità, illustra la differenza tra i sistemi statici e i sistemi antifragili: i primi “sono instabili “perché non sono costruiti per reggere a eventi straordinariAi sistemi statici si contrappongono i sistemi “antifragili”” ( concetto mutuato dall’economista Nassim Taleb ) che “”traggono vantaggio dagli scossoni; prosperano e crescono quando sono esposti alla volatilità, al caso, al disordine…” Il momento critico viene integrato e induce una trasformazione del sistema nel suo complesso”.

E “antifragile” è la raccolta di Cavalli perché, con geometrica poeticità – contravvenendo all’imperativo etico di Spinoza del dover essere geometrici e non poetici - accoglie l’obiezione della vita.