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Le Riviste STEVE e PLURABELLE

Carlo Alberto Sitta, STEPHEN & ANNALIVIA 

 

Non posso dire di aver scelto, per i miei titoli, un Joyce in versione fredda, a rispettosa distanza dallo scrittore irlandese: nel 1980 aprire un Laboratorio di Poesia e a seguire una rivista su carta sembrava piuttosto uno scongiuro. Troppe cose erano passate sotto i miei occhi, eventi e strati e contromosse culturali in un quadro storico avviato al dissolvimento delle maggiori certezze. Anche Joyce vacillava dal piedistallo su cui si era issato oltre mezzo secolo prima. Per dire delle riviste dalla veste colorata e maneggevole e barocca alle quali avevo collaborato in precedenza: “Il verri”, “Nuova Corrente”, “Il caffè”, “Carte Segrete”, “Uomini e idee”, “Periodo ipotetico”, “Change”, “Invisible City”, “Serta”, “Opus International”, “Yale Italian Poetry”, Marcatrè, “Submarino”, Cervo volante, Ovum 10, VOU, e altre. Di “Tam Tam” e de “L’Humidité” ero stato Redattore fin quasi al giorno prima. STEVE nasceva con quelle stimmate, ma con diversa consapevolezza. In mezzo erano spuntate fluidità, postmodernità, debolezze, belati, innamoramenti vari e in primis il mondo non era più lo stesso. Quelle Riviste di poesia (e arte) sopra nominate erano quasi tutte estinte. Avevano avuto, nei due decenni Sessanta e Settanta, caratteristiche che non potevano più ripresentarsi. Esempio: con quelle e con poche altre a livello internazionale (Buenos Aires, New York, Praga, Amsterdam, Bruxelles, Toronto, ben note…) era possibile ricostruire una visione sostanzialmente completa del quadro culturale in un mondo seccamente tripolare – anche la spaccatura anteriore alla globalizzazione era una certezza. Altro esempio: quelle testate erano frequentate da scrittori di prima fascia, la cui presenza rappresentava una capacità d’interagire col mondo della comunicazione, di poter fare opinione. Sospetto che oggi nessuna delle riviste di poesia, su carta o in rete, possa entrare in relazione dialettica con altri settori del sapere letterario e non, a prescindere dall’esistenza o meno di un dibattito qualsiasi nel presente. Ripartire dall’idea di un ritorno alla scrittura poetica in lingua italiana, al limite di una rifondazione della poesia come genere, sarà stato riduttivo rispetto all’internazionalismo dello sguardo e alla consuetudine della mistione dei linguaggi finallora praticata. Ma i generi risorgevano sulla spinta di una economia selvaggia e rapinosa, stando alla quale la rivista di poesia era un non valore. Come siano andate le cose si potrebbe anche valutare, a distanza di diversi decenni. Se dopo STEVE ho usato il digitale per mettere in rete PLURABELLE era solo per smaltire i troppi materiali giunti in Redazione. Il rifiuto di discutere e la pratica di applaudire un testo poetico a prescindere, così come s’incensa una merce, ha avuto un esito nefasto. Il lavoro letterario non passa da una maratona a una novena, ha caratteri ben più ancestrali e pretende ascolti che vadano in profondità, nel segreto. Il risultato di queste poche premesse sta poi nelle oltre diecimila pagine pubblicate nel frattempo su carta, intorno a STEVE e ai LIBRI DI STEVE. Per leggerle occorre rinunciare all’effimero e alle premesse insite nella disfunzione del nuovo secolo. La poesia nel frattempo si è dislocata, non abita certo nelle piazzette dove la si legge e negli scaffali dove la s’incarta. Giusta la sua natura sta più indietro, in un quadro di polveri eccellenti, dove nasce già postuma, ma pronta per l’uso.