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Miseria e splendore dell’editoria digitale

Marco Ricciardi

 

Il mio breve intervento -quanto mai sintetico e inevitabilmente bozzettistico visti i tanti autorevoli oratori e oratrici presenti oggi al seminario - sarà di fatto un rapido excursus su quello che è stato l’impatto del digitale negli ultimi decenni sulla fruizione e la circolazione di informazioni e cultura, ed in particolare (visto il tema dell’incontro) sull’editoria e sulle riviste. Analisi non tanto legata alle tecnicalità redazionali, operative, o giurisprudenziali ma centrata più sul rapporto  tra il digitale e la società che lo ha prodotto (con uno sguardo se vogliamo più sociologico,  o economico-politico se non proprio “epistemologico”) e sul modo in cui questa interazione biunivoca ha di fatto stravolto le modalità di produzione e di fruizione della cultura, dei prodotti editoriali e delle riviste (e non solo).

Iniziamo col fare un salto indietro agli anni ’90: e la decade in cui i pc e la rete entrano prepotentemente nella nostra quotidianità assieme al cellulare (con l’ossessione della reperibilità h24). Quel cellulare che poi, nel decennio successivo, si sarebbe trasformato nel ben più rivoluzionario e antropologicamente impattante smartphone (sorta di protesi cibernetica individuale della connettività permanente). Tutto questo ha coinciso con la possibilità di accedere improvvisamente ad una quantità di dati (molti non filtrati) inimmaginabile per le generazioni precedenti e con il conseguente avanzamento di una vera e propria infodemia no limits (la perdita di limiti/confini è un concetto ambivalente e centrale di questa nuova fase storica). Una novità che all’inizio è stata percepita soprattutto, se non esclusivamente, come un momento di liberazione estrema, in consonanza con quanto stava accadendo in ambito geopolitico con il crollo del muro di Berlino e con la fine della guerra fredda. Una fase storica che, di fatto, ha segnato l’ingresso nel neoliberismo post sovietico, l’abolizione delle frontiere in Europa e lo sviluppo della new economy (trainata dalla rete) e della moderna globalizzazione.

È stato di certo un periodo fecondo: esplosione di blog, siti, e spazi di discussioni aperti,  caratterizzato da una certa anarchia creativa della rete che per l’Italia, ad esempio ci sentiamo di esemplificare nell’esperienza di “Nazione indiana” (dal 2003  blog collettivo Antonio Moresco) una “nazione composta da molti popoli orgogliosamente diversi e liberi” dove il blog diventa un luogo ultrademocratico decentrato, orizzontale, rizomatico, dove professori universitari e uomini della strada intervengono paritariamente e con uguale diritto/dignità di parola.

Poi pian piano, così come è accaduto per le “magnifiche sorti e progressive” del neoliberismo della cosiddetta democrazia occidentale, si sono cominciati a palesare in modo più evidente e pernicioso vari rovesci della medaglia. L’offerta culturale sulla rete ha riprodotto dinamiche simili a quelle che stavano avvenendo nell’economia nel mercato globale. Eccesso di offerta, democratizzazione dell’accesso  (a differenza del cartaceo il digitale ha potenzialmente un pubblico globale e dei costi/rischi molto più bassi di produzione) hanno finito per togliere in parte valore ai contenuti culturali di qualità, secondo dinamiche simili a quanto è accaduto con le produzioni artigianali quando si sono  trovate a dover fare i conti con la pletora di prodotti a basso costo delle grandi multinazionali e aziende. L’altra faccia della medaglia della decentralizzazione dell’autorità (una volta rappresentata soprattutto dall’editore) è stato di lasciare soprattutto al lettore la scelta di cosa leggere e/o acquistare. Dinamica che ha in buona parte con il tempo (anche se non del tutto) favorito una produzione di consumo, di intrattenimento, conformistica, quando non proprio corriva. Tutto è stato prevalentemente lasciato al mercato. Pian piano si è venuto a creare uno sbilanciamento tra fruitore (ma potremmo meglio dire consumatore, viste le dinamiche)  e chi produce scrittura in favore del primo; quest’ultimo ha visto invece assottigliarsi le risorse economiche e ridurre il proprio prestigio sociale, la piramide si è in qualche modo rovesciata reggendosi su una base sempre più precaria e instabile.

In questo eccesso di offerta, si riduce il valore di “mercato” ma anche, appunto, il prestigio sociale, e si riducono, in termini economici, i margini di manovra e di rischio che invece sono fondamentali in qualsiasi percorso di ricerca e creativo.  L’editoria globalizzata (secondo schemi tipicamente neoliberisti)  se da una parte ha favorito una feconda interazione culturale (soprattutto in una fase pionieristica) con il tempo ha anche portato ad una certa omologazione di modelli e di contenuti  con impoverimento della biodiversità culturale (vedi Tomlinson, 1999) all’interno del patrimonio culturale e immateriale mondiale come pure ad una evidente concentrazione di potere  (vedi le riflessioni di McChesney) sempre più in mano a pochi editori monstre: una sorta di monopolio/oligopolio che è andato di pari passo con la capacità di questi soggetti economici di imporre modelli culturali attraverso quello che è stato definito da Nye  il “soft power”.

In questo scenario complesso si aggiunge la sfida allo stesso tempo eccitante e  perturbante dell’IA. Cosa significa l’IA per l’editoria? Sicuramente un accesso immediato e ottimizzato ai database della rete (ancor più facilmente fruibili rispetto al motore di ricerca) e ad un patrimonio vastissimo già rimontato e rielaborato secondo le richieste specifiche dell’utente che permette una rapidità ed un’efficienza di ricerca esponenziale (non ancora priva però di errori e topiche clamorose al momento). Vanno però al contempo considerati alcuni aspetti quantomeno problematici e ambivalenti. Ad esempio bisogna sempre essere consapevoli che le informazioni vengono già metabolizzate e ordinate dagli algoritmi secondo delle modalità  (in continua evoluzione) decisi da chi è in possesso del software (oltre che dall’interazione con gli utenti). Il rischio è dunque  quello di un’ancora maggiore centralizzazione dei modelli e del potere con tutti i pericoli che ne possono derivare di ulteriore omologazione e perdita di pluralità, di democrazia e di dialettica tra diversi modelli politici-etici-culturali: modelli sempre più imposti da aziende multinazionali e da interessi privati invece che dalla comunità degli intellettuali e/o da un dibattito davvero pubblico. Un altro effetto collaterale sarà probabilmente la progressiva polverizzazione di una serie di figure professionali (come di fatto sta già avvenendo nelle redazioni dei giornali e non solo) che sta costringendo il settore editoriale  ad una ristrutturazione operativa totale e profonda.

Come può sopravvivere e quale può essere la  mission (è voglio usare quasi omeopaticamente questo termine legato al marketing aziendale che mi provoca sempre una certa reazione istaminico-allergica) una rivista culturale/letteraria oggi in questo scenario così complesso? La prima idea che viene in mente, in modo provocatorio, donchisciottesco, sarebbe intanto di provare ad immaginare di nuovo -come intellettuali, come artisti- un possibile  cambiamento  dei modelli economici attuali e dei sistemi di produzione; se non proprio una “rivoluzione” termine che ormai sembra ammantarsi inesorabilmente di connotazioni velleitarie e naïf tanto la nostra società contemporanea sembra davvero ormai marcusianamente diventata “a una dimensione”). Cercare  almeno di concepire possibili via d’uscita al “dopostoria” di pasoliniana memoria continuando o tornando ad essere (o provare ad esserlo sempre di più)  dialettici,  militanti, proponendo linguaggi e visioni alternative, politicamente scorrette se necessario, rischiando  sempre la fatica (spesso inefficiente dal punto di vista economico)  della qualità. Riviste di letteratura e di critica letteraria come luogo di resistenza di uno spazio altro, dialettico, di una diversità di contenuti  reale, dinamica, non istituzionalizzata, non politically correct, anche rischiando sul piano ideologico. Ma nel medio lungo termine la sopravvivenza economica di questa biodiversità culturale, di questi spazi dialettici e fecondi non potrà sussistere (a meno che non ci si accontenti di una marginalità da riserva indiana, ininfluente tanto nella formazione dell’immaginario collettivo quanto nel tessuto culturale-politico della società) non ci potrà essere sopravvivenza –appunto- se non attraverso una critica forte e attiva degli aspetti deteriori che oggi sembrano  ineluttabili della società globalizzata, neoliberista e post ideologica degli ultimi 30 anni e delle sue dinamiche economiche più distorte e antiumanistiche. Aspetti deteriori che ci sembrano soprattutto essere l’omologazione linguistico-culturale, l’accentramento del potere e l’invasività del soft power (amplificato da strumenti e spazi potenzialmente totalizzanti della rete come social network e adesso IA) e l’arretramento dell’interesse pubblico a discapito di un interesse privato ormai metastatizzato in tutte le istituzioni pubbliche o presunte tali.

C’è, forse, intanto, la priorità di ri-provare a immaginare dei modelli di società in cui  l’esplorazione, l’inefficienza creativa, il rischio antieconomico della libertà della soggettività/parzialità, partigianeria ecc. con le sue infinite erranti espressioni riacquistino un loro spazio vitale e un prestigio sociale, ma soprattutto politico. C’è probabilmente bisogno che proprio il rischio e l’errore e una feconda inefficienza (quell’errare così necessario nell’arte e nella ricerca) fondamentale tanto per l’evoluzione biologica (come ci ha insegnato la genetica) quanto per quella culturale dell’Homo sapiens,  riconquistino una loro centralità e in qualche modo un loro “sacrale” valore sociale  e politico.