L’immaginazione al potere
Anna Grazia D'Oria
Storia di una rivista di letteratura dal Sud
Siamo qui a parlare di riviste, delle nostre riviste che caparbiamente facciamo nascere e vivere resistendo all’indifferenza di un mercato che vorremmo diverso e non lo è.
«L'immaginazione» è una rivista cartacea e questa carta stampata che periodicamente pubblichiamo e arriva sui nostri tavoli rimane una scommessa.
L’allettamento di una rivista soltanto on line è sempre dietro l’angolo, sia per l’abbattimento dei costi di stampa e di spedizione, sia per un possibile allargamento della fruizione a un pubblico più ampio di lettori, soprattutto di giovani, credo.
Ma per la mia generazione questa è una scelta difficile, quasi impossibile. La mia generazione ha bisogno di avere in mano la carta, di sfogliare le pagine, di averne una visione complessiva e unitaria, non si abitua a leggere con un computer o un lettore digitale davanti.
Quindi resistiamo, non so fino a quando…
Delle riviste cartacee c’è da dire che non ne resistono molte. Quelle che circolano sono così poche che possono contarsi sulle dita di due mani. C’è poi, da parte dei librai, da qualche anno, una chiusura a ricevere e a esporre riviste letterarie. Ricordo le librerie Feltrinelli di una volta, con scaffali che occupavano muri interi dove trovavano posto anche le riviste minori, tutte, anche i fogli letterari e c’erano sedie accanto agli scaffali e c’era sempre qualcuno seduto a leggere. Oggi i gadget vendono di più e trovare le riviste nella libreria è un’impresa.
Noi Manni, oltre all'ISSN, il codice specifico delle riviste, abbiamo dato a «l’immaginazione» l’ISBN, così che venga trattata dalla distribuzione e dalla promozione come un libro, e così è presente in libreria. Certo non è esposta, bisogna chiederla, sapere che esiste. E se non c’è, ed è molto facile che non ci sia, si può ordinarla come si ordina un libro.
Nell’aprile 1987, un po’ di anni fa, «l’immaginazione», in sinergia con l’Università salentina, organizzò a Lecce un Convegno dal titolo Riviste e tendenze della nuova letteratura, che faceva seguito a uno molto importante già organizzato a Viareggio da «Alfabeta».
Il fine era quello di una ricognizione su scala nazionale delle riviste letterarie esistenti in Italia, riviste militanti non legate alle Università, per verificare le linee di tendenza in atto, le forme organizzative, i modelli grafici, le esperienze, le risorse finanziarie, la loro consistenza e articolazione. Nel Convegno di Lecce, presenti critici e direttori e collaboratori delle riviste, emerse una forza propulsiva della periferia, si creò un ampio dibattito con qualificatissimi interventi. Erano tempi in cui la cultura letteraria aveva un peso riconosciuto anche dal mondo dei non addetti ai lavori. In quella sede si stabilì una scelta di tendenza, un atteggiamento che Francesco Leonetti definì “analitico-sociologico”, che non riproponeva lo sperimentalismo o una nuova avanguardia, ma voleva rilanciare la scrittura materiale e sociale del testo, l’inventiva unita alla razionalità. Così vennero fuori, pubblicate sul fascicolo 49 del 1988 di «l’immaginazione», le Tesi di Lecce, un compendio di riflessioni teoriche collettive, in 12 punti, firmate, in ordine alfabetico, da Filippo Bettini, Pietro Cataldi, Roberto Di Marco, Alfredo Giuliani, Umberto Lacatena, Francesco Leonetti, Mario Lunetta, Romano Luperini, Tommaso Ottonieri, Edoardo Sanguineti. Sempre in quel Convegno, accanto ad una mostra di testi di poesia visiva, furono esposte e schedate 67 testate di riviste letterarie non accademiche sparse nel territorio nazionale.
Negli anni seguenti assistemmo in Italia ad un proliferare di riviste e rivistine, che erano, a diversi livelli, tante particelle di un unico grande laboratorio espressivo e testimoniavano, con la loro appassionata vitalità, l’esistenza di una ricerca massiccia e concreta al di fuori del circuito universitario e del mercato. Le riviste insomma erano intese come la voce, il canale in cui si convogliavano le tendenze di una letteratura che non aveva il suo centro di espansione nella cultura ufficiale, già allora rivolta ad un progressivo processo di mercificazione, per un consumo disimpegnato, immediato e superficiale oppure, a livelli alti, che si poneva in modo specialistico, riservato a pochi addetti ai lavori.
Ancor prima, nel 1983, «Ottovolante» aveva contato 200 riviste in circolazione.
Fortini, su «L’Espresso» del 3 ottobre 1985 parlò di incremento di questo settore scrivendo: «Il pubblico di libreria è trascurabile a paragone di quello degli autori-lettori di versi e dei militanti: cioè il pubblico delle riviste di poesia». E aggiungeva con il suo radicalismo: «Nel folto il bosco sacro non lo distingui dal sottobosco. In questa Amazzonia ci avanzi con il machete».
Ma le riviste allora c’erano, vivevano di scambi, di incontri, di scontri.
Oggi è quasi il deserto con riviste cartacee che hanno ridimensionato la periodicità o pubblicano un solo fascicolo per anno. I motivi non sono soltanto economici, che pure sono pesanti. Manca spesso il laboratorio, la redazione a volte è autoreferenziale, in sostanza poi c’è una caduta di interesse, in Italia si legge poco e male. Le statistiche nazionali sugli indici di lettura, sulle librerie indipendenti, sulle biblioteche sono indicative e sconfortanti.
«L’immaginazione» (oggi stiamo confezionando il n. 338) nasce il 25 gennaio 1984 e sul primo fascicolo Piero Manni affermava la volontà di «riprendere la provocazione antica che corre dai jongleurs ad Erasmo al Sessantotto: l’immaginazione al potere».
Era questa l’intenzione che aveva spinto Piero Manni e me a dare il via ad un’idea, dopo il Sessantotto, dopo il riflusso, con la volontà di operare nel sociale occupandoci di qualcosa che ci piaceva portare avanti. Dopo i primi fascicoli del mensile, con attenzione speciale a scritti di autori del Salento, fu Franco Fortini che, in una lunga chiacchierata al telefono, mi fece riflettere: «Volete fare una buona rivista del territorio, ancorata al territorio che deve crescere, o volete tentare l’avventura di aprire alle altre esperienze, con più ampi contatti, entrando in una dimensione nazionale?»
Entrambi presuntuosi, Piero Manni e io, ci pensammo poco.
Così una casa privata, la nostra casa di insegnanti, divenne una redazione con intenti più larghi e si cominciò ad usare molto il telefono e di sabato e di domenica il treno notturno per andare e tornare da Roma o Milano.
Ci furono vicini già dai primi fascicoli autori e critici come Romano Luperini, Maria Corti, Paolo Volponi, Edoardo Sanguineti, Antonio Prete, Franco Fortini, Francesco Leonetti, Luigi Malerba, Vincenzo Consolo e tanti altri e tutti compaiono con inediti sulla rivista nei vari fascicoli. Anche oggi tutti gli scritti sono rigorosamente inediti.
Dopo un avvio molto legato al progetto di scrittura che veniva fuori dalle Tesi di Lecce dell'87, con uno sguardo privilegiato alla scrittura espressionistica, le pagine si sono aperte, non hanno più seguito una via unica: come non amare la scrittura di Zanzotto, di Fortini, oggi di De Signoribus per esempio, e come non amare, insieme, quella di Sanguineti, di Pagliarani e oggi di Ottonieri, di Giovenale e tutta Gammmatica? Aprire ci sembrò e ci sembra interessante e giusto.
«L’immaginazione» ha in copertina, ben visibile, una scolopendra, è quella stilizzata di Klee che nel disegno dell’autore è in un recinto, noi l’abbiamo liberata per permettere a questo animale di terra di camminare oltre i confini del Salento. Così senza pretese di alta teoria, senza appartenenza a canoni stabiliti, per scelta, è uno spazio/osservatorio aperto, di confronto con gli altri, di rapporto tra periferia e centro, attento ai giovani, agli esordienti, con l’inserto di rubriche come appuntamenti fissi tenute da un piccolo esercito di grandi collaboratori intellettuali, anche accademici che, senza alcun compenso e con piacere, scrivono su ogni fascicolo.
Insomma vuole essere militante e leggibile, fuori dal recinto universitario, vuole offrire un ventaglio di proposte per invitare alla riflessione e al dialogo, senza la supponenza di avere il deposito della verità, è una coscienza aperta.
Dal 2004 «l’immaginazione» è bimestrale con 64 pagine, il mensile era faticoso da gestire...
Sono affezionata, e lo difendo a spada tratta da un rinnovamento grafico, alla forma spartana di quaderno fitto di scrittura. E quaderno vuole essere anche nel contenuto.
Ed eccoli, i contenuti: poesia e narrativa, traduzioni dalle altre letterature, recensioni di libri italiani, incipit di novità dei libri Manni, sezioni monografiche dedicate ad autori del presente e del passato, interviste, le rubriche: di Renato Barilli, Piero Dorfles, Andrea Kerbaker, Filippo La Porta, Romano Luperini, Cesare Milanese, Renato Minore, Gino Tellini, Sandra Petrignani, Antonio Prete, Roberto Piumini con Monica Rabà, Gammmatica.
Senza dimenticare le opere che vanno in copertina, donate da poeti visivi, che meriterebbero da sole una mostra
Per me continua ad essere emozionante portare avanti la rivista. Il vero laboratorio, la vita vera di «l’immaginazione» sta nel dialogo e nel sentirmi in confronto continuo con vari collaboratori, nel mettere in circolo voci diverse capaci di stimolare chi legge; per me consiste anche nei rapporti che si instaurano con gli autori e anche con i lettori che per esempio giudicano l’indice, il che mi dà la consapevolezza di una grande redazione fatta di messaggi e-mail, di lettere, di telefonate dove si comunicano e diffondono idee, si discutono, si sedimentano infine attraverso la stampa della rivista.
Rimane grande il problema economico. Operiamo in condizioni difficili.
La presenza di 40 anni nel panorama italiano, pur restituendo gratificazioni degli addetti ai lavori e di comuni lettori e riscontri sulla stampa, non basta a far vendere sufficientemente per autofinanziarsi. A fronte di moltissime copie spedite in omaggio ci sono pochi abbonamenti (non dico il numero perché me ne vergogno). E non abbiamo sponsor, inserzioni pubblicitarie né aiuti economici da enti pubblici o privati. Rimane quindi a carico assoluto della casa editrice a cui in cambio forniamo, in ogni fascicolo, una pagina di testo e foto di copertina da sette nuovi libri che Manni pubblica.
Il problema economico ovviamente non è solo di «l’immaginazione», ma di tutte le riviste che non hanno pubblicità, né sponsor pubblici o privati o non siano emanazioni universitarie.
C’è poi, fondamentale, la consapevolezza che in Italia si legge poco. La mia regione in particolare, come tutto il Sud, ha una situazione disastrosa.
Allora, chi comprerà le riviste?
Eppure le riviste, e mi riferisco, per me, a quelle cartacee che è bello conservare in uno scaffale dopo averle sfogliate e lette, vivono e continuano ad essere un laboratorio e testimoniano, dalle più semplici alle più sofisticate, l’esigenza di una ricerca, l’esigenza di offrire una vetrina, di colmare il vuoto prodotto dalla mancanza di attenzione alla letteratura da parte delle pagine culturali dei quotidiani, sempre più striminzite o addirittura abolite a favore dello spettacolo.
E invece le riviste continuano ad essere un’isola di resistenza della scrittura e vanno incoraggiate, sostenute, protette.
Difendo la carta stampata non solo per una ragione anagrafica, è certo.
E «l’immaginazione» ha uno spazio considerevole nel sito e sui social Manni e può essere acquistata anche nella versione digitale e mi dicono che è bella, con le foto all’interno a colori, non in bianco e nero come nel cartaceo. E poi abbiamo anche abbonati al digitale. Io comunque spero che continui a vivere ancora nel profumo della carta.
